Nuovo disciplinare del Vino Nobile di Montepulciano: parla Renzo Cotarella

Lentamente qualcosa comincia a disgregarsi nell’inspiegabile e assurdo muro di silenzio con cui è stato accolto il mio invito ai produttori della mirabellissima Montepulciano a spiegare i motivi della recente richiesta di cambio di disciplinare del Vino Nobile, con il passaggio dal 20 al 30 per cento della percentuale di “vitigni alloctoni” (leggi Cabernet, Merlot, Syrah) in un vino che, secondo logica, dovrebbe essere invece largamente dominato dal Prugnolo gentile (alias Sangiovese).
Dopo il conte Alamanno Contucci, intervenuto con una garbatissima precisazione, tocca ora ad un altro personaggio di grosso calibro dire la sua. Non un produttore, bensì un tecnico di vaglia come Renzo Cotarella, direttore tecnico, nonché principale collaboratore di Piero Antinori, della Marchesi Antinori, proprietaria, a Montepulciano, della Tenuta La Braccesca (oltre 230 ettari vitati) acquistata nel 1990.
Letti i miei interventi sul tema “cambio di disciplinare del Vino Nobile” e la mia richiesta di chiarimento ai produttori, Renzo Cotarella, che già lo scorso anno, nel pieno della vicenda dello scandalo del Brunello di Montalcino che aveva inizialmente coinvolto la Marchesi Antinori, era intervenuto su questo blog per spiegare (leggete qui e poi ancora qui) il punto di vista dell’azienda, questa mattina mi ha telefonato affidandomi un messaggio di grande semplicità e chiarezza.
A suo dire con “oltre il venti per cento di uve non autoctone si arriva ad una esasperazione del concetto di Vino Nobile”, e “la supertuscanizzazione, come l’ha definita lei, della produzione vitivinicola toscana costituisce un grave errore”.
Per l’enologo umbro fratello di Riccardo, un “mercato che porta a standardizzare i prodotti sbaglia”, e occorre “evitare di fare apparire il Sangiovese toscano come un vitigno difettoso” che ha bisogno di sostegni e correzioni apportate dai “vitigni migliorativi”., di cui  in realtà non ha bisogno.
Oggi il Sangiovese “lo si conosce meglio e lo si sa lavorare meglio in vigna”, valorizzando quella che ancora oggi Cotarella definisce, come aveva fatto in occasione della presentazione dell’annata 2008 nell’ambito dell’Anteprima del Vino Nobile, “la particolare vibrazione dei suoi tannini”.
Certo, riconosce, “a parità di attenzioni il Cabernet ed il Merlot vengono meglio in Toscana, perché sono più facili e necessitano di minori attenzioni”, ma questo non giustifica affatto  il dare sostegno ad un processo che porta a rinunciare a valorizzare al meglio le caratteristiche del vitigno principe toscano per de-toscanizzare i vini.
Quanto al silenzio dei produttori poliziani, dei viticoltori autoctoni come li ho definiti, Cotarella diplomaticamente preferisce non commentare, salvo ricordare come uno dei campioni di Nobile 2008 proposti in occasione dell’Anteprima, che aveva fortemente voluto presentare perché sicuro fosse stato prodotto con Prugnolo gentile in purezza, fosse poi stato criticato, non solo da alcuni giornalisti, ma anche da svariati produttori presenti all’Anteprima, come scarico, difficile e poco rappresentativo, in un certo qual senso anomalo.
Il che induce inevitabilmente a dubitare, ma questa è una conclusione mia, e non di Renzo Cotarella, della “confidenza” che determinati produttori di Montepulciano hanno con la loro uva simbolo, e sull’effettiva conoscenza di quelle grandissime potenzialità che il Prugnolo gentile – Sangiovese, trattato veramente come una grande uva, che ci si sforza di studiare, conoscere e nella quale occorre fortemente credere, abbia, come sostiene Cotarella, anche nei magnifici e variegati terroir che danno vita alla più antica e nobile delle Docg toscane…

0 pensieri su “Nuovo disciplinare del Vino Nobile di Montepulciano: parla Renzo Cotarella

  1. Bene, mi sembra che se Contucci e gli Antinori si “mettono di traverso” il cambio di disciplinare se ne va, per fortuna a farsi benedire. fa piacere a me, che di vino capisco il giusto, che anche un enologo di vaglia come Cotarella sia persuaso che un taglio del sangiovese ancora più marcato lo renderebbe irriconoscibile come da sempre sostengo. Se poi si arriverà anche a vini più leggeri, meno concentrati e pesanti sarà una vera pacchia.

  2. Tra le pieghe delle parole di Cotarella si percepisce benissimo il disagio che certi produttori hanno nel fare il vino e come preferiscano scegliere una via più breve e più facile, visto che i vitigni alloctoni crescono tanto bene in Toscana, per ottenere rapidi risultati. Questo significa la fine della ricerca nel vigneto e della sperimentazione in cantina, però.

  3. come purtroppo succede , da sempre , in tutti i campi , i guai nascono dal non voler dichiarare magari neanche a se stessi qual è il modello cui si tende

  4. La mia esperienza mi induce a dire queste semplici riflessioni:
    a) a livello commerciale mi rendo conto che mediamente il vino prodotto con il Sangiovese si vende con più difficoltà dei vini morbidi e vellutati dei vari merlot e cabernet
    b) per vendere sufficientemente bene il vino di Sangiovese occorre una comunicazione e una conoscenza del vino molto approfondita
    c) produrre Sangiovese non è facile, semplicemente perché ad esempio matura a Ottobre mentre i vitigni francesi a inizio settembre
    d) la tentazione di correggere il Sangiovese è enorme, poichè la sua aggressività (soprattutto giovanile) è notevole. Quando si tende a vendere il prodotto velocemente il Sangiovese pena.
    e) Chi deve vendere grandi numeri è tentato a contaminare il vino ottenuto da sangiovese per avere una certa costanza di qualità.

    A mio parere occorre quindi capire le posizioni di compromesso che molti produttori/imbottigliatori hanno nei riguardi di questo vitigno. Certo che io preferisco il Sangiovese senza tanti compromessi, ma in quanti siamo? Tengo anche a precisare che l’unione del 20% con uve alloctone la modificazione organolettica è notevolissima; sono solo gli sciocchi che non la rilevano.
    Occorrerebbe forse una maggior convinzione, una grande comunicazione sul vino sangiovese per diminuire le tentazioni di internazionalizzazione di questo grande ed esclusivo vino.

  5. Buongiorno.
    Gentile Cianferoni, buongiorno, intanto. Strano ma vero c’è anche qualcosa su cui sono d’accordo con lei……….
    a)E’ assolutamente non vero che il Sangiovese in purezza non si vende. Di recente di fronte a me palati femminili assolutamente non esperti hanno preferito (finendo la bottiglia) di gran lunga un ottimo Morellino di proprietà del figlio di un grande enologo al più famoso dei supertuscan (lasciato a metà)…….
    b)E’ vero invece che per comunicarlo, il Sangiovese, lo si deve conoscere e bene.
    c)Il Merlot matura a settembre (anche a agosto a Montalcino, glielo assicuro), il Cabernet è contemporaneo del sangiovese.
    d)Se si vuole fare un Sangiovese morbido non è una grande difficoltà in cantina, il problema è cosa si ottiene.
    e)E’ assolutamente vero e giusto che chi ha grandi numeri abbia una costanza di prodotto……. ma questo è un problema complicato da risolvere.
    E per finire, una supplica, visto che parliamo di Montepulciano: il Prugnolo Gentile è Prugnolo Gentile, il fatto che sia QUASI Sangiovese (di cloni d’antan) non lo rende Sangiovese.
    Buona giornata.

  6. Caro Franco,
    forse avrai notato che sono intervenuto poco sulla questione, nonostante la mia familiarità con l’argomento e anche la contiguità geografica con Montepulciano. L’ho fatto perchè a mio avviso la questione è chiara e, seppure in termini diversi, l’hanno ben spiegata Cotarella e Cianferoni. Si tratta di una faccenda squisitamente commerciale, legata alla principale e in parte comprensibile esigenza (non certamente esclusiva della realtà poliziana, ma generale del mondo del vino) dei produttori: vendere il proprio prodotto. Un mercato sovraffollato, sempre più legato al consumo di massa e quindi alle mode da un lato, la crisi economica dall’altro, i forti oneri finanziari assunti in passato assai poco previdentemente dalla maggioranza dei viticoltori, con le relative scadenze, ha condotto all’inevitabile conseguenza che “incassare” (e il prima possibile) sia divenuto un bisogno primario per qualsiasi azienda. A questa logica rispondono, ovunque, tutte le grandi operazioni di maquillage normativo/disciplinare tendenti a collocare un vino nel mainstream commerciale più redditizio.
    Alla critica spetta il compito (teorico) di fare da “cane da guardia” della qualità reale, ai produttori il compito di autoamministrare, come la legge demanda loro, le regole produttive dei vini e le fattezze dei medesimi secondo i canoni della “qualità legale”. L’ideale ovviamente sarebbe che le cose coincidessero, ma non è semplice perchè i punti vista sono diversi.
    Quello che mi sento di rimproverare ai produttori (nel caso del tuo post a quelli di Montepulciano) è di non aver detto esplicitamente quanto sopra, che è solare (oltre che legittimo, anche se a mio parere di giornalista non condivisibile) e di preferire spesso un intimidito silenzio.
    Ma per il resto, ho paura che tutto sia chiarissimo.

    Stefano Tesi

  7. Affrontando il discorso in maniera un po’ trasversale vorrei dire che il Merlot e tutti gli altri vitigni cosidetti migliorativi che hanno goduto presso l’opinione generale degli appassionati popolarità alterna, in realtà spesso le sono state attribuite qualità che vanno molto aldilà delle loro possibilità effettive.Mi spiego meglio riferendomi in particolare al Merlot che in qualche modo rappresenta all’ennesima potenza soprattutto l’impersonificazione di un certo modello enologico.Il Merlot rappresenta nell’immaginario collettivo un vino morbido, ruffiano e piacione con dei tannini fini e setosi, ma quest’ immagine è soprattutto frutto di un certo modo di vinificare con degli obbiettivi commerciali ben precisi in mente.In realtà il Merlot quando coltivato con attenzione e vinificato con rispetto può benissimo dare dei vini non meno espressivi del territorio dello stesso sangiovese: il problema è che ogni qualvolta, specialmente nel recente passato, si è cercato di “creare dei vini da competizione”, ricorrendo in cantina a tutte le diavolerie tecnologiche possibili, si è voluto esternare e giustificare il risultato, spesso ipertrofico, volgare e ruffiano, attribuendo il risultato solo all’uso del Merlot, che all’inizio si è preso un sacco di meriti, ma poi con il tempo sta diventando un capro espiatorio per tutti i mali.E’ vero, il Merlot, ma anche il Cabernet ed il Syrah sono stati importanti dagli anni 80 ad oggi all’ enologia toscana che è riuscita ad ottenere, è innegabile, il successo mondiale che è sotto gli occhi di tutti. Non credo che direi un’eresia dicendo poi che il sangiovese dagli impianti FEOGA fino a pochi anni fa era una vera schifezza nella quasi totalità dei casi, ed i vigneti più vecchi, ormai oggi quasi non più esistenti impiantati negli anni 1940-1960 invece erano dei veri “minestroni” di varietà dove esistevano viti di varietà sconosciute, innestate sul posto con marze prelevate da selezioni massali di vigneti ancora più vecchi, non erano rare vigne con 10 e più varietà nere e bianche alla faccia dei disciplinari di produzione ! Il vigneto monovarietale di sangiovese in Toscana con buone caratteristiche enologiche è una novità recentissima non dobbiamo scordarlo, prima di abbandonarci a retoriche fuori luogo.Infine, il problema è che fino ad oggi i disciplinari sono stati per motivi storici/culturali disattesi e dover rendere applicabili (e applicati) i disciplinari, anche in base all’esistente e consolidato,è ovvio, porta a conseguenze inaspettate e altrimenti inspiegabili, soprattutto dal punto di vista del marketing e dell’immagine.

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