Il vino come “condanna” e diabolica passione in un romanzo di Paul Torday

L’irresistibile eredità di Wilberforce


So benissimo che il mondo è bello perché e vario e che se accettiamo che siano soggettivi e personali i giudizi sul vino dobbiamo parimenti adeguarci all’idea che anche un libro che parla di vino possa piacere a qualcuno e dispiacere ad altri.
Ciò detto, reduci dalla lettura delle 300 pagine fitte, e appassionanti de L’irresistibile eredità di Wilberforce (titolo originale The Irresistible Inheritance of Wilberforce – pubblicato in Italia da Elliot Edizioni) del 63enne scrittore britannico Paul Torday, riesce davvero difficile, nonostante le premesse di cui sopra, accettare che di questo originale romanzo si possa tranquillamente scrivere, in un “giudizio critico” improvvisato, frettoloso e superficiale, “che è una mezza delusione, sia per i sommelier, che per chiunque sia appassionato di vino”.
Pur non essendo un sommelier, ma solo un attivo collaboratore dell’A.I.S. e amico di molti sommelier in gamba, ma non essendoci dubbi, credo, sulla mia antica e consolidata passione per la bevanda di Bacco, sebbene non mi sogni di certo a giudicare la seconda opera di Torday come un capolavoro, dovessi tornare per un attimo a rivestire i panni del recensore di libri che fui in passato, per la Gazzetta di Parma ed Il Giornale (quando a dirigerlo erano Montanelli e poi Vittorio Feltri), non esiterei un solo momento a pronunciare un giudizio sostanzialmente positivo su quest’opera.
Che cosa ci racconta questo romanzo? L’incredibile vicenda di un ragazzo inglese, creatore e proprietario di una società di software che l’ha reso miliardario, il cui incontro con il mondo del vino, avvenuto tramite la casuale conoscenza di un anziano nobile decaduto, collezionista di una ricca serie di Grand Crus bordolesi (ma anche di vini di minor lignaggio) determina un cambiamento a 360 gradi nella sua esistenza, trasformandolo da quasi astemio in alcolista condannato all’autodistruzione e alla morte.
La bellezza del libro, la cui narrazione adotta la figura retorica dell’analessi o retrospezione, o per dirla in termini cinematografici del flash back, consiste proprio nella descrizione della trasformazione antropologica, del protagonista, da giovane in carriera, tutto immerso nella sua attività di programmatore e con poco tempo da dedicare alla vita sociale e agli affetti, in un cultore, sempre più acceso e appassionato, di Bacco, sino a bruciare nel nome di Bacco e di un’idea divorante ed eccessiva del vino, da cui diventa dipendente come da una droga, la propria vita e quella delle persone che gli stanno attorno.
Efficace il meccanismo narrativo, la tratteggiatura dei personaggi, da Wilberforce a quel Francis Black da cui eredita il divorante amore per il vino e, pagandola però una fortuna, la collezione di Bordeaux ospitata in una cripta che è il cuore palpitante e misterioso del romanzo, sino all’affascinante Catherine, di cui Wilberforce s’innamora convincendola a sposarlo, ma firmando con ciò la sua condanna in una spirale di autodistruzione ed in una sorta di cupio dissolvi che travolgerà prima la donna poi il protagonista.
Si dimentichi di poter imparare qualcosa di tecnico e specialistico sul vino, sull’enologia, sul classement dei cru di Bordeaux chi leggerà questo libro, che è un romanzo singolare prima che un’opera specifica sul vino, ma sicuramente, anche se non ha l’abitudine e le possibilità economiche per partecipare alle grandi wine auctions, tipo quelle di Christie’s o di Sotheby’s, chiunque leggerà con attenzione e non distrattamente il libro potrà calarsi nella mentalità del collezionista pronto a tutto pur di aggiudicarsi un pezzo importante, magari per il solo piacere di esserne il proprietario, di rimirarlo, la singola bottiglia oppure intere casse da 6 o 12 pezzi, naturalmente di legno, ed il vortice in cui si rischia di essere risucchiati quando la passione perde i suoi connotati razionali.
Comprensibile che i giovani, coloro che si sono avvicinati al vino da poco oppure guardano al vino solo nella dimensione del commercio, pardon, del business, e che non hanno avuto il tempo e la saggezza per maturare una sufficiente esperienza, una dimensione culturale del vino, non arrivino a capire e scambiano quindi per inutilmente pessimista un finale, già annunciato nelle prime pagine del libro, di cui si racconta l’inevitabilità, mediante un procedimento a ritroso che ricorda, per chi ha buone letture, quel capolavoro che è A’ rebours di Karl Huysmans, storia di una nevrosi proprio come l’Irresistibile eredità, ed un destino che non poteva essere che tragico.
Anche per chi non colleziona vini, non spende patrimoni per aggiudicarsi casse su casse di grandi crus, ma semplicemente ama costruirsi e gestire con cura e attenzione, con amore, una cantina, che nei migliori casi è proprio lo specchio del suo proprietario, questo libro accende degli interrogativi inquietanti, ad esempio sulla sorte di quei vini, su quel che potrebbe accadere loro se, per un’improvvisa scomparsa del loro appassionato assemblatore, dovessero essere abbandonati a se stessi.
E fa pensare a quale particolarissimo tipo di legame, invisibile e profondo, si crei tra quelle bottiglie, che si sistemano con cura pensando di sfidare con esse il tempo, e l’immortalità, affidandole ad una vita di cui non si conoscono in alcun modo le dimensioni ed i limiti, l’inizio e la fine, e la persona che le scegli e le custodisce.
Tante cose, per chi non può che fermarsi ad una lettura superficiale del libro, ad un primo elementare livello, L’irresistibile eredità di Wilberforce racconta.
Ma ricordarlo a dei Carlo Boh, a dei Genio Bambascioni (corruzione scherzosa dei nomi di due autentici giganti della critica letteraria del Novecento Italiano, Carlo Bo e Geno Pampaloni) improvvisatisi recensori ed esegeti, è esercizio vano, quasi come il pretendere di cavare sangue da una rapa. Tempo perso, meglio lasciar perdere…

0 pensieri su “Il vino come “condanna” e diabolica passione in un romanzo di Paul Torday

  1. Pingback: L’irresistibile eredità di Wilberforce, un libro da consigliare ai sommelier? | Intravino

  2. Grazie Franco, per aver pubblicato questa recensione…di recensioni. grazie per aver segnalato un libro. A costo di passare per fissata (ma no!, ma no!), vorrei pregarti di farlo più spesso. Leggere ci aiuta ad avere e scambiare idee e confrontarci (e contrapporci); ad andare avanti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *