Il vino è una cosa importante, ma anche i sommelier devono dire la loro

Intervista a Roberto Franceschini “coppiere” vincitore del Premio Internazionale del Vino

Non so come la pensiate sulla ripresa televisiva, mandata in onda domenica scorsa alle 16.45, del Premio Internazionale del Vino, creazione del “grande capo” dell’A.I.S. del Lazio, Franco Ricci, nonché editore della rilucentissima rivista Bibenda, diventato sempre più uno spettacolo in stile Rai (e non è un complimento) e un po’ meno quella grande festa del vino  italiano che vorrebbe essere.
Magari la pensate come Antonio T . (pardon, Antonio Tomacelli from Cerignola) di Dissapore, che riferendone, e citando la pesante stroncatura (che potete leggere tra i commenti al mio post sulle “usurpazioni televisive”  e su Elisa al posto di Antonella) di martedì del critico del Corriere della Sera (nonché appassionato di vino, credo tra l’altro che viva a Dogliani) Aldo Grasso, sostiene che “il vino è una cosa troppo importante per lasciarla in mano ai sommelier”. O come fa Francesco Arrigoni sul suo blog ospitato sul sito Internet del Corriere, “indispettito” (eufemismo) per alcune battute un po’ stile avanspettacolo dei personaggi invitati a premiare i vincitori.
Oppure la vedete come me, e non solo perché sono orgogliosamente un collaboratore, esterno e totalmente indipendente, dell’A.I.S., persuasi che quella di Dissapore sia una consapevole provocazione, una boutade molto stile blog, visto che letteralmente impossibile e insensato pensare di bypassare e tagliare fuori l’uomo (e le donne) con il tastevin, tanto è centrale la figura del sommelier, quello moderno, che si aggiorna, che gira il mondo, sa parlare e relazionarsi con il prossimo non solo servendo e proponendo vino al ristorante, tanto da averlo trasformato in un vero e proprio comunicatore del vino, che funge da tramite tra chi il vino lo produce e chi lo consuma.
Ad entrambi, detrattori e sostenitori, voglio consigliare la lettura dell’ampia intervista (pubblicata, ça va sans dire, sul sito dell’A.I.S. leggete qui) al fresco vincitore, come migliore sommelier nel suo ristorante, dell’edizione 2009 del Premio Internazionale del Vino.
Parlo di quel Roberto Franceschini (nella foto accanto alla presentatrice del Premio, la conduttrice della Prova del Cuoco Elisa Isoardi), figlio di Franca e Romano, ovvero i creatori di quello straordinario ristorante, un cult per la Versilia e per l’intera Toscana, che è Da Romano a Viareggio, capace di proporre oggi nel locale di famiglia uno dei migliori esempi di come un ristorante, per di più di grande successo, possa dare ampio spazio ai vini e sviluppare un discorso di cultura del vino, di comunicazione dei suoi valori dove il sommelier è figura centrale.
Leggete attentamente quello che dice Franceschini (attenzione sto parlando di Roberto, il sommelier, non di Dario il “politico” !), le sue lucide argomentazioni e poi ditemi se si possa veramente, se non per scherzare un po’, imputando alla ripresa tv del Premio un insopportabile “
danielepiombismo”,  e per ironizzare sul “Papa dell’Associazione Italiana Sommelier”, Franco Ricci, pensare di poter sottrarre il discorso del vino ai sommelier, perché il vino “è una cosa troppo importante” per lasciarla a loro…

0 pensieri su “Il vino è una cosa importante, ma anche i sommelier devono dire la loro

  1. bella intervista quella di Roberto Franceschini, che fa capire come esista una sommellerie professionalmente preparatissima e con le idee chiare cui l’Associazione (ci sono anche altre associazioni, ma per me l’A.I.S. é sinonimo di sommelier in Italia), dovrebbe dare più spazio

  2. Caro Franco stavolta ti chiedo ospitalità perché proprio non posso tacere. Aldo Grasso ha fatto un’affermazione che non ha il minimo fondamento. Come al solito per farsi leggere si forza. Un conto è criticare la trasmissione, un conto è mettere in discussione il sommelier come portatore di cultura del vino. Non si capisce perché gli intellettuali in questo paese debbano per forza avere un tono snob ed un atteggiamento puzzasottoilnaso e sotuttomì. Il professor Grasso avrebbe potuto più profittevolmente occuparsi della comunicazione del vino ben prima che andasse in onda il Premio Internazionale Ais-Bibenda. E se lo avesse fatto avrebbe scoperto che il vino è una cosa importante anche perché ci sono i sommelier. Si può discutere della qualità della trasmissione, si può discutere del premio, si può discutere di tutto, ma ci sono almeno tre fatti inconfutabili. Il primo è che Franco Ricci grazie alla sua capacità diplomatica è il solo che è riuscito a far presentare in tivvù il vino senza le pecette. Cioè ha dato ai produttori la dignità che meritano. Il ragionamento sarebbe lungo, ma faccio solo un esempio: perché le auto vengono presentate in tivvù con la loro bella marca in trasmissioni apposite, mentre il vino è costretto all’anonimato? Vorrei solo far considerare che il comparto auto vale il 9% del Pil quello enogastronomico allargato al turismo due volte tanto. Se Ricci e l’Ais riescono a forzare il muro del silenzio penso che la prospettiva che si apre per i produttori sia positiva. Poi certo si tratta di vedere come sarà gestita questa comunicazione. La seconda considerazione. E’ vero: la trasmissione poteva avere dei tratti nazionalpopolari. Ma quando in tivvù compaiono spot che utilizzano i mood del vino di qualità per pubblicizzare il tetrabrick dobbiamo contrapporre a quegli spot un linguaggio percepibile dal medesimo target o recitare le Egloghe? Infine la terza considerazione. Senza i sommelier la cultura del vino in questo paese sarebbe ben povera cosa. Argomentare intorno alla figura, alla centralità, alla passione, alla professionalità dei tastevin sarebbe ponderoso ancorché necessario e gratificante ragionamento. Si può anche sottoporre a verifica il linguaggio, si può anche discutere della tecnica di degustazione, ma una cosa è certa: l’ancoraggio ai veri valori del vino risiede ancora e in larga misura nella professione del sommelier. E se Ricci è capace di accendere i riflettori sui sommelier, beh gli va dato merito. Poi sul merito dei contenuti si può anche discutere, ma resta ineludibile che anche grazie a Ricci oggi il sommelier è entrato nelle case degli italiani con una faccia simpatica, anche di quegli italiani (e sono la stragrande maggioranza) che non sono mai andati in un ristorante dove opera un tastevin. Se si vuole incrementare la consapevolezza del valore – non solo economico – del vino nel consumatore bisogna cominciare a dialogare con lui. Magari anche con dei format popolari che peraltro non mi sembrano così lontani per qualità e contenuti dalla media delle trasmissioni che “Raiset” ammanniscono al pubblico.

  3. Cambi, grazie a Ricci, sicuramente, ma anche grazie a quell’Associazione Italiana Sommeliers di cui é uno degli esponenti più rappresentativi, ma non il solo a saper fare cultura e comunicazione del vino

  4. Ovvio Franco, ovvio. Sono perfettamente d’accordo con te. Ho scritto di Ricci perché era il personaggio in questione, ma è del tutto evidente che mentre Ricci senza l’AIS non ci sarebbe, l’AIS senza Ricci continuerebbe ad essere quel presidio di professionalità, cultura e passione per il vino che tutti noi ben conosciamo, appreziamo e stimiamo. Comunque ti ringrazio per avermelo fato notare. La mia è stata un’omissione non voluta, anzi ribadisco che il lavoro che sta facendo Terenzio Medri è di grande rilevanza perché ha posto al centro dell’Ais due questioni: la didattica con conseguente messa in discussione del linguaggio di degustazione, la rappresentanza con conseguente proiezione esterna dell’Ais. E sono d’accordissimo con te anche sul fatto che non c’è solo l’AIS a fare cultura del vino. Basta leggere il tuo blog per constatarlo. E per fortuna. Ma a me premeva sottolineare che manifestazioni come quella di Ais-Bibenda pur criticabili aprono tuttavia prospettive di visibilità al vino che altrimenti non ci sarebbero.
    PS Complimenti per il tuo blog. Ora che ho rotto il ghiaccio vedrò, pur nella modestia delle mie possibilità, di fare qualche intervento. E spero che questo dialogo possa continuare a lungo.

  5. Concordo con Cambi soprattutto dove dice “Se si vuole incrementare la consapevolezza del valore – non solo economico – del vino nel consumatore bisogna cominciare a dialogare con lui” ha perfettamente ragione, come concordo pienamente con Ziliani quando dice “che non è il solo a saper fare cultura e comunicazione del vino”. Una cosa importante, della quale è meglio non dimenticarsene mai.

  6. ringrazio il collega Cambi per il riconoscimento dei meriti e dei pregi di questo blog, che é il mio blog e non fa parte del discorso sulla cultura del vino e sulla promozione e formazione sul vino che fa, ufficialmente ed in maniera istituzionale, l’A.I.S.
    Io sono un collaboratore (orgoglioso)dell’Associazione e sono ospite in quella grande casa e mi comporto come si deve comportare ogni ospite dabbene.
    Qui sono a casa mia e posso stare, se mi garba, in pantofole, e in pantaloncini corti e canottiera…
    Resta il fatto che é tutta l’A.I.S., oltre a Ricci, che fa egregiamente, secondo le sue scelte ed il suo stile, la propria parte, impegnata a diffondere la cultura del vino, la sua conoscenza, mediante la didattica e tante altre iniziative che si svolgono dalla Valle d’Aosta alle isole. Ricordiamocelo sempre, pur facendo chapeau a quanto di egregio Ricci riesce ad organizzare su quella piazza speciale – la vera capitale del vino italiano (e quanto costa a me milanese e lombardo riconoscerlo!) – che é Roma…

  7. Caro Franco,
    sono un sommelier di Milano, nonchè assiduo lettore del blog e dei tuoi articoli, e cerco nel mio piccolo di svolgere con il mio lavoro quella funzione di comunicatore che, come è ben espresso qui sopra, è il vero fine del nostro mestiere. Il fatto che questa professione possa godere in un contesto televisivo importante quale quello in questione di una visibilità indubbia e che ciò avvenga al fianco, e giustamente anche un passettino indietro, del vino stesso e di chi lo fa, è senza dubbio una cosa molto positiva. E se, mi par di capire dall’incisività delle tue precisazioni, il prezzo che si deve pagare per avere questa possibilità, è che emerga un personaggio su tutta l’associazione e i suoi membri, ebbene, si sa: questo è il costo dello spettacolo. E in fondo non è poi così grave finchè detto protagonista non utilizza tale prerogativa per costruire castelli di baroni all’interno dell’associazione stessa. Preciso che sto solo ragionando in termini generali e che quindi non faccio alcuna illazione essendo io un semplice zero in questo mondo che stimo e che mi dà la possibiltà di acquisire conoscenze e professionalità, ma di cui ignoro le dinamiche interne.
    Da zero quale sono provo qui a mettere sul piatto questa riflessione:
    i sommelier sono impegnati da tempo a far sì che la propria reputazione venga svecchiata sostituendo all’idea nell’immaginario collettivo che vede tale ruolo come essenzialmente tronfio, ingessato e nel peggiore dei casi presuntuoso, una figura di amante del vino e del mondo del vino che sappia guidare il cliente trasmettendo consigli, ma anche passione e “cultura del vino”, senza porsi come autorità o rigido profeta del gusto e detentore della Verità. Complice qualche comico e scrittore capace, si è colta l’occasione per usare la medicina dell’autoironia che ha effettivamente funzionato (non si vedono più in tv i sommelier di qualche anno fa, tutti impettiti e saputelli). L’impegno in tal senso è giusto e reale ed è fin da subito presente a tutti gli aspiranti sommelier (vedi libri di testo ais). Tuttavia, secondo il mio personalissimo punto di vista, è come se la vecchia figura un po’ tronfia del paladino dell’eleganza e del vino eserciti ancora un fascino oscuro e mieta le proprie vittime tra di noi tentandoci talvolta a rifugiarci nel suo comodo mondo del “io-so”. Non è forse la divisa stessa del sommelier, una giacca sopra un grembiule!!, con tutto il rispetto per chi la porta e l’ha portata esercitando la professione con serietà (e che devo comunque ringraziare come membro della stessa associazione, in quanto ne giovo direttamente) un simbolo della difficoltà di staccarsi da questo modello? Siamo patria del vino, ma anche della moda,no? Ma questa è una divagazione. Il punto è che ciò che ha rilevato Aldo Grasso è un senso diffuso di kitsch e di poco comunicativo che mi riesce difficile contestargli e che forse è il prodotto di quella stessa anima “regressiva” che ancora si fa sentire e impedisce ai sommelier di apparire nella loro miglior veste.
    Che lo spettacolo fosse piuttosto noioso mi sembra anche questo vero e se si sceglie la tv come mezzo bisogna misurarsi almeno un po’ con le sue leggi che sono quelle della forma e non della sostanza. la sostanza c’è, è il vino ottimo, le persone che lo fanno e dimostrano passione e dedizione e i sommelier, ristoratori e giornalisti (sorvoliamo la scontatezza del premio a Mr. Prezzemolino-Vissani) che lo comunicano e lo valorizzano. ma la forma? A prescindere dal tono nazionalpopolare, vogliamo parlare della “grammatica della terra”? Forse era meglio far parlare i vignaioli e i sommelier stessi con le loro parole, che sono quasi sempre chiare e dirette e far parlare veramente di loro anche se solo con qualche battuta, piuttosto che scrivergli delle belle prove di pseudo-prosa romantica un po’ filosofica un po’ispirata? ma si sarebbe dovuto rinunciare al luccichio, alla retorica, che in fondo ci piace, e ai violini. E poi così un giorno prima o poi ci troviamo senza giacca sopra il grembiule: non sia mai!

  8. Gentile Franco,
    Ho letto con molto interesse i tuoi commenti sulla trasmissione e anche le risposte dei tuoi lettori. Credo che siamo, chi più chi meno, tutti d’accordo che i sommelier sono fondamentali anche per la diffusione della cultura del vino. Sono fiera di essere socia dell’AIS da 9 anni. Mentre negli Stati Uniti, i sommelier sono quasi riveriti, mi piacerebbe vedere una maggiore considerazione e diffusione di questa professione anche in Italia. Sempre molto bello il tuo blog. Susannah di Avvinare http://avvinare.com/

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