Italiani soliti noti nella Power List di Decanter

Mi sa che dovrò dirlo ai miei amici inglesi di Decanter (parlo della rivista che si autodefinisce “the world’s best wine magazine”, non della trasmissione radiofonica condotta da due tipi decisamente sopravvalutati…), che ad esempio parlando di rosé wines continuano a dedicare spazio oltre che ai provenzali a vini anche discutibili di tutto il mondo ignorando la nostra ricchissima, variegata produzione, che quando parlano di cose italiane farebbero bene ad aggiornarsi. Questo per evitare di ripetere vecchi, e superati, cliché.
Così, ad esempio, nel servizio centrale del numero di luglio appena ricevuto, dedicato, con tanto di strillo in copertina, alla Power List, alla terza edizione, più in stile yankee che British, della graduatoria che individua e celebra i 50 personaggi più influenti nel mondo del vino internazionale, avrebbero potuto essere un po’ più originali.
Perché va benissimo collocare al numero uno il più potente manager del vino del mondo, quel Richard Sands (vedi foto) che riveste la carica di Chairman della Constellation Brands, il gigante, americano, del vino mondiale, al terzo posto la commissaria europea Mariann Fischer Boel, nonché all’ottavo la mitica wine writer UK Jancis Robinson, ma perché mai indulgere, non sono forse una rivista inglese?, in quel genere di parkerizzazioni  da cui occorre salvare il mondo, collocando al secondo posto, con tutte le contestazioni che sta ricevendo in patria, e le accuse di conflitto d’interessi per i suoi collaboratori (leggete qui e poi ancora qui) Mr. Robert Parker, ovvero proprio il tipo di wine writer e wine guru i cui sistemi e la cui “estetica del vino” una rivista come Decanter ha più volte dimostrato di non voler seguire?
Va benissimo, si fa per dire, inserire in classifica, al 17° posto, Michel Rolland, all’11° Robert Gallo, e giusto rendere omaggio, al 21° posto, a “sua maestà” Hugh Johnson, ma perché mai inserire in classifica, al diciannovesimo posto, e considerare tanto importante Marvin Shanken, il potente, e discusso, editore di Wine Spectator?
Avevo accennato, in esordio, alla necessità per i miei colleghi britannici di aggiornarsi anche quando parlano d’Italia, e l’esigenza di questo aggiornamento è testimoniata dall’italian team che appare in questa Power List 2009, ristretto a quattro personaggi, praticamente sempre i soliti delle precedenti edizioni, come se il mondo del vino italiano fosse bloccato, fossilizzato, incapace di movimenti ed evoluzioni, impossibilitato ad esprimere nuove personalità.
In ventiduesima posizione il marchese Piero Antinori, alla ventiseiesima il nuovo direttore del Gambero rosso, Daniele Cernilli, di cui viene ricordato che “it has now started taking its roadshow of tre bicchieri wines worldwide”, ma senza accennare, cosa alla quale gli inglesi sono invece molto sensibili, che questo roadshow avviene in flagrante conflitto d’interessi, essendo affidato alle cure e alla regia della Signora Cernilli, Marina Thompson.
E poi, a seguire, al 35° posto l’amministratore delegato del Gruppo Italiano Vini (oggi proprietà Cantine Riunite & Civ), Emilio Pedron, e come ciliegina sulla torta, poteva mancare?, al 47° posto il re del Langhe Nebbiolo, Angelo Gaja, di cui nella scheda dedicata a lui come a tutti gli altri personaggi si ricorda che “è un critico della scena del vino italiana, favorevole all’introduzione di altre uve nel Brunello”, nonché autore della “sorprendente decisione di rinunciare alla denominazione di Barolo e Barbaresco per i suoi vini da singoli vitigni”.
Cari amici di Decanter, caro Editor Guy Woodward, visto che la Power List 2009 è stata capace di segnalare l’emergere sulla scena di nuovi personaggi come il climatologo Greg Jones, ricercatore presso la South Oregon University, oppure come Ghislain de Montgolfier, Presidente dell’Union des Maisons de Champagne, o ancora il wine retailer nonché Internet video blogger americano Gary Vaynerchuk, possiamo chiedervi lo sforzo, per l’edizione 2010 della Power List, di provare a guardare, per l’Italia, aldilà dei soliti noti, espressione di un establishment che comincia ad essere leggermente superato e mostrare la corda? Thank you!      

0 pensieri su “Italiani soliti noti nella Power List di Decanter

  1. Mi capita saltuariamente di sfogliare sia WS che Decanter e rimango puntualmente stupito dal livello approssimativo, o meglio didascalico, delle descrizioni delle zone/situazioni vinicole delle varie regioni italiane. Talvolta sembra di sfogliare uno di quei libri di serie C sul vino che si trovano sulle bancarelle dell’usato o nei negozietti remainder. Per non dire delle pubblicità, talvolta lussureggianti, di case vinicole italiane mai viste e mai sentite. La sensazione di staticità che lei rileva mi sembra, quindi e purtroppo, chiudere il cerchio. L’interrogativo da porsi penso sia questo: cosa impedisce a queste testate una maggiore dinamicità e una maggiore aderenza a quella che è l’Italia vinicola oggi?

  2. Ce goût, ce besoin de tout classer, de donner des points, des étiquettes, je ne sais si c’est anglais ou américain, mais pour moi c’est ridicule. Voir apparaître Nicolas Sarkozy et Angelo Gaja dans le même “classement”, c’est à pleurer. Pourquoi pas Groucho Marx?
    Je songeais à lancer un Club des Cons du Vin, mais je crois que je vais renoncer. J’avais déjà énormément de candidats possibles dans la sphère de la production et de la communication, mais si je dois rajouter les politiques, alors là, je ne pourrai plus gérer.

    Bon, heureusement qu’il y a ton blog, Franco, pour qu’on parle vraiment de vin – tu sais, ce liquide qui se boit!

  3. Volendo scrivere di Vini australiani, nel Bel Paese, di certo trascureremmo la piccola Hollick Winery ed il suo giovane e scalpitante Wrattonbully Shiraz, in favore di uno dei tanti BIN di Pendolfs o, alla meno peggio, per lo Shotfire Ridge di Thorn-Clarke. Quindi, per dirla con la Nannini, …di che ti meravigli…?Fossi io il redattore in lista metterei Andrea Bragagni, Paolo e Valerio Casali, i F.lli Gallegati, tanto per citare alcuni “stakanovisti” della vigna. Bacioni.

  4. ricordo a Solaroli e a tutti i lettori che la Power list di Decanter non comprende necessariamente produttori bensì, come scrivono, “the wine world’s most important movers and shakers, the people influencing what’s in your glass today”.
    Mi chiedo, in una classifica del genere, come possano mancare personaggi fondamentali come Nicolas Joly, Ales Kristancic di Movia, oppure, per stare in Italia, un giornalista, di cui non sono particolarmente amico, come Sandro Sangiorgi,o un produttore come Josko Gravner. E, alla memoria, per quello che ha fatto con il gruppo dei produttori di Vini Veri, il carissimo, indimenticabile Baldo Cappellano

  5. That’s right. I think everyone knows that what will be tomorrow in the glass, should be considered as a result of what is being done today. The problem is how to do it get to everybody. Cheers.

  6. Ciao Franco, non ho avuto modo di leggere l’articolo, devo dire che di italiani c’è ben poca roba, o almeno i “soliti noti”. Mi chiedo: chi potrebbe essere degno di apparire nell top 50 di Decanter tra gli italiani? Perchè non facciamo noi una serie di proposte di italiani influenti nel settore del vino, personaggi da aggiungere ai già citati o da …sostituire?

  7. Il difetto ancora una volta sta all’origine , cosa vuol dire concretamente “chi influisce più sul mondo del vino” ? Veronelli anni 80 , quasi unico in Italia , secondo paese nel mondovino , sarebbe dovuto stare nei primi posti . Un anarchico slegato da tutto come lui ?

  8. Purtoppo la verita’ nuda e cruda e’ che il vino italiano è poco conosciuto e poco considerato in un paese come l’Inghilterra. Quando ho fatto un corso del WSET, nei libri di testo ci sono 12 pagine sull’Italia, su un libro di oltre 200 pagine, mentre la Francia ha i capitoli sulle varie zone. Molta attenzione viene data a paesi molto rispettati, come la Germania, e ovviamente anche quelli del nuovo mondo.
    A Settembre dovro’ parlare davanti ai membri di un club di appassionati di vino, e mi hanno chiesto di riferire sulle normative italiane di controllo delle denominazioni, perche “c’e’ un po’ l’abitudine di pensare che le regole in italia non vengano rispettate”.
    Verrebbe spontaneo fare un richiamo al proverbiale snobismo inglese, io la vedrei in modo diverso: se qualcuno non ti capisce e per questo non si interessa a te, forse la colpa e’ anche tua. In altre parole, se siamo interessati al mercato del vino più maturo e antico del mondo, siamo noi a doverci imporre alla loro attenzione, con i fatti piu’ che con le parole, perche’ alla fine in Inghilterra la stampa ha un peso mooolto relativo.
    Da ultimo riferisco di quanto detto al corso che ho frequentato da un ispettore del Food Standard Agency, una sorta di Nas e repressione frodi: “al momento stiamo indagando su alcuni vini provenienti dall’Italia, perche’ ci risulta che in Inghilterra venga importato piu’ Pinot Grigio di quanto sarebbe possibile produrre”. E mi taccio.

  9. Gianpaolo, perché attribuire allo “snobismo inglese”, che pure esiste e conosco, “l’abitudine di pensare che le regole in Italia non vengano rispettate”? Non é che questa convinzione nasca dal fatto, scandalo di Montalcino docet, che molti pensano di essere più furbi e adattano disinvoltamente i disciplinari al loro comodo?
    Quanto all’italico Pinot grigio, tema dolente, oggetto anche di un interessantissimo Speciale pubblicato la scorsa settimana (conto di scriverne presto) su quel Corriere Vinicolo che mi ha visto per anni, prima che a causa di quello che scritto sull’affaire Montalcino diventassi sgradito ai grandi capi dell’Unione Italiana Vini, assiduo collaboratore

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