Per Manti (Il mio vino) i wine bloggers sulle magagne del vino italiano devono tacere. Anzi, fare il gioco delle tre scimmiette…

A proposito di un editoriale de Il mio vino

Chi l’avrebbe mai detto, anche solo tre anni fa, che l’apparentemente granitico e inattaccabile potere della grande stampa di potere, dei giornali sul vino che condizionano e guidano il consumatore di lingua inglese, potere arrogante un filo e del tutto alieno non solo a rimettersi in discussione, ma ad accettare critiche, sarebbe stato messo alle corde e apertamente in crisi, dall’azione – agili vascelli contro pachidermiche corazzate – dei blogger del vino?
Eppure è proprio quello che sta accadendo negli States, dove, basta leggere il fantastico blog Dr. Vino di Tyler Colman, (blogger, ma anche professore universitario), per scoprire che nientemeno che il più strapotente di tutti, il numero due della “power list” di Decanter, Mr. Wine Advocate, alias Robert Parker, ha dovuto rispondere alle contestazioni precise (leggete qui) di Colman, oppure Reign of Terroir che ci racconta di un Parker molto sulla difensiva (leggete qui) o Steve Heimoff, dove sono due diversi post (questo e poi ancora questo) a testimoniarci come il teorico massimo del giudizio sul vino espresso in numeri, pardon in centesimi, viene preso, solo idealmente, è ovvio, a schiaffoni.
In Italia, e non voglio parlare di quello che scrivo io, e di come scrivo senza alcuna remora mentale di alcuni “mammasantissima” della nostra critica enoica, per un Robert Parker der Tufello, pardon, per un Daniele Cernilli, che continua a fornire “spiegazioni” ben poco convincenti ai precisi appunti sui misteriosi (?) nuovi proprietari del Gambero rosso, mossi da quei ragazzacci di Dissapore, accade invece che sia un personaggio dell’establishment del giornalismo cartaceo (che forse ha mal digerito o non sopporta il fatto che tanti consumatori e appassionati continuino a prendere sul serio quello che scrivono quei “brutti sporchi e cattivi” di eno-bloggers, sottraendo lettori, copie vendute e abbonati alla sua rivista), a provare a bacchettare i bloggers e a cercarne di rintuzzarne la fastidiosa offensiva.
Sto parlando di Gaetano Manti, editore, direttore responsabile, stratega e deus ex machina del mensile Il mio vino, che nel numero di giugno dell’edizione italiana (ce ne sono anche una tedesca e una americana) della sua rivista ha pubblicato un editoriale-“resa dei conti”, dal titolo, insopportabile per me che sono interista, de “Il grande Boniperti”, che non solo i blogger del vino italiani ed esteri dovrebbero leggere e meditare, ma anche tutte le persone, appassionati, produttori, che in questo Paese sempre più appiattito e conformista, pavido e asservito agli interessi economico-finanziari-pubblicitari hanno ancora a cuore un’idea di informazione libera, indipendente, capace di esprimere le proprie idee, le proprie passioni ed i propri (motivati) disgusti.
In questo articolo – che trovate qui, (e che ho citato sulla rassegna stampa settimanale WineWebNews che curo per il sito Internet dell’A.I.S. – leggete qui) Manti, con il quale in passato ho avuto diciamo burrascosi scambi in punta di spada più che di fioretto, (leggere in sequenza: 1 23 ) e al quale di recente ho contestato il tentativo di rianimazione di quell’eno-cadavere chiamato Talento, ma con il quale gli scambi di mail, ora in uno spirito di cortesia e rispetto reciproco,  sono regolari, parla dell’anomalia del vino italiano rappresentata dalla “nutrita schiera di giornalisti o scrivani di varia natura che si ritengono in grado non solo di esprimere giudizi su questo o quel vino ma anche e soprattutto di elargire consigli e opinioni su come le aziende dovrebbero affrontare i mercati mondiali o su come importanti consorzi italiani e stranieri dovrebbero impostare le politiche dei loro disciplinari”.
Per Manti lo strumento maledetto che ha consentito questa – mi scusi la metafora non elegantissima – “pisciatina fuori dal vaso”, è costituito dalla Rete, perché “da qualche anno a questa parte il mondo della comunicazione è cambiato e Internet ha offerto a tutti un’opportunità unica di diffondere il proprio verbo. Dar vita a un blog e scriverci dentro è oggi impresa alla portata di tutti. La facilità con la quale ci si può rivolgere ad una platea teoricamente infinita ha fatto sì che proliferassero blog sul vino in ogni parte del mondo. Anche in Italia, usando lo strumento dei blog, enogiornalisti o presunti enologi dispensano il loro sapere e indicano con estrema decisione a consorzi e produttori la retta via verso il successo in tutti i mercati del mondo.
Magari meravigliandosi se produttori e consorzi non li prendono nemmeno in considerazione. Gente che non ha mai prodotto, venduto e forse nemmeno mai pagato una bottiglia di vino pensa di poter dare consigli e indicazioni perentorie a persone che hanno passato una vita a fare e vendere grandi vini con molto successo in tutti i mercati del mondo”.
Orbene, secondo il direttore della premiata rivista secondo la quale il Talento è una grande possibilità per lo spumante metodo classico italiano, quei birbaccioni di bloggers, invece di contestare che a Montalcino tarocchino il Brunello, che in Puglia e in Calabria i Consorzi vogliano imbastardire i loro Primitivo di Manduria e Cirò a colpi di iniezioni di vitigni migliorativi (a proposito, leggete qui l’articolo che Luciano Pignataro dedica al caso Cirò e firmate qui l’appello per salvarne l’identità dai “taroccamenti” di legge), che a Montepulciano vogliano fare altrettanto con il Vino Nobile, dovrebbero “degustare un vino e far sapere alla gente se quel vino secondo lui merita di essere comprato oppure no”.
Certo, Manti ci lascia la libertà di farlo, a patto dice, che l’eno-blogger “lo faccia in modo onesto ed eticamente ineccepibile”.
Ed ecco quindi partire, peccato che il riferimento sia poco aggiornato e non tenga conto degli schiaffoni che come ho scritto sopra proprio su questi temi etici sta prendendo Parker negli States, proprio ad opera dei wine blogger, il riferimento al “famoso critico americano Robert Parker ha stabilito per sé e per i suoi collaboratori:è imperativo per un critico del vino pagare sempre per le proprie spese di viaggio e di soggiorno. Mai si possono accettare offerte di ospitalità sotto forma di biglietti aerei, stanze di albergo, e ristoranti gratis”.
Scrive Manti, con l’obiettivo, non centrato, di essere liquidatorio e insinuare il dubbio che i wine blogger siano facilmente “acquistabili”, che “
viene da chiedersi chi paga le spese di viaggio e soggiorno per tutti i bloggers che girano l’Italia partecipando a degustazioni in ogni angolo della penisola e delle isole. Quando i nostri collaboratori girano l’Italia alla caccia di grandi vini sconosciuti lo fanno sempre a spese nostre e quando si fermano in un ristorante pagano sempre il conto come un qualsiasi cliente. Ma questo non basta. Guai al mondo se il parere dei nostri degustatori autorizzasse qualcuno di noi a uscire dalle righe dando consigli su come produrre il vino, come commercializzarlo o addirittura su come regolamentare la produzione di certi vini DOC”.
Bene, non voglio prendere questo editoriale – stroncatura del mondo wine blog italiano come un fatto personale, visto che a mia precisa risposta se il suo editoriale potesse essere una risposta a quanto avevo scritto sul talentoso tentativo di riesumazione del cadavere, Manti mi ha risposto assicurando “che quello che ho scritto non ha nulla a che fare con quello che lei ha scritto sull’affaire Talento anche perché su quell’argomento sono certo che lei abbia una visione per nulla lontana dalla realtà attuale”, ma voglio dire a Manti che la sua stroncatura dei blog ed il suo bonario tentativo di esorcizzarne l’effetto passa parola e la capacità di contribuire ad allargare l’eno-pensiero dei consumatori, negandone quasi l’evidenza, oltre che la serietà, non ha alcun senso.
Primo perché non deve essere il direttore de Il mio vino, con tutto il rispetto per l’imprenditore Manti, ad indicarci quello che dobbiamo dire e scrivere e quello che dobbiamo tacere, secondo perché rivendico e rivendichiamo, ormai in molti, la libertà di dire che chi tarocca il Brunello è un farabutto e chi propone di modificare il disciplinare del grande vino toscano base Sangiovese non vuole bene a questo simbolo del vino italiano, ma vuole solo tutelare i propri interessi.
Terzo perché se vuole accusare il mondo dell’informazione sul vino italiano di fare marchette, e se ne fanno, perbacco se se ne fanno, deve rivolgere altrove i suoi strali e non ai wine blogger, ma a giornali, soprattutto cartacei, giornalisti e gruppi editoriali, dai più potenti ai meno attrezzati economicamente. Sarebbe giusto sostenere, nel migliore dei mondi possibili, che “è imperativo per un critico del vino pagare sempre per le proprie spese di viaggio e di soggiorno. Mai si possono accettare offerte di ospitalità sotto forma di biglietti aerei, stanze di albergo, e ristoranti gratis”, se a consentirci di lavorare in questo modo, come fa ad esempio, e posso affermarlo con assoluta certezza, avendone parlato con lui, il critico del New York Times Eric Asimov, fossero i signori editori e direttori di riviste del vino italiani, che quando gli dici di pagarti le spese di viaggio e di soggiorno, ti guardano come se avessi chiesto loro il numero del conto in banca in Svizzera o il cellulare dell’amante, e ti invitano a contenere le spese all’osso (ovvero al nulla) e a farti invitare da Consorzi e associazioni varie.
Quanto
alchiedersi chi paga le spese di viaggio e soggiorno per tutti i bloggers che girano l’Italia partecipando a degustazioni in ogni angolo della penisola e delle isole”, trattasi di domanda retorica da parte di uno che conosce già la risposta, perché vivendo e operando in Italia, il dottor Manti sa perfettamente come vanno le cose, come spesso per mettere insieme le pagine di una rivista si facciano le nozze con i fichi secchi.
A differenza da Il mio vino, che per campare deve augurarsi ogni mese che siano parecchi gli inserzionisti pubblicitari, alias aziende vinicole, che acquistano spazi sulla rivista (e sui cui vini ovviamente, non c’è bisogno di diktat del direttore, nessuno si sogna di parlare male o di avanzare critiche, né al vino, né alle strategie e alle scelte aziendali), i bloggers del vino, che generalmente non hanno pubblicità, e sicuramente non pubblicità di aziende vinicole sulle loro pagine, sono molto ma molto più liberi.
E anche quando vengono invitati, come accade a qualcuno di loro (non tantissimi: nel mio caso vengo invitato non solo per il mio blog, ma in virtù di 25 anni di esperienza e di lavoro come giornalista del vino, che ha collaborato con tante testate, tra queste, anche se solo per un articolo, Il mio vino…), dai Consorzi, che li ospitano e assicurano vitto e alloggio, non sono certo vincolati, il mio caso lo dimostra, a parlare esclusivamente in positivo della rassegna cui hanno partecipato, dei vini che hanno degustato.
E se lo fanno, come qualcuno lo fa o lo ha fatto, è per puro spirito da gregario o da carneade che vuole arruffianarsi il potere, non perché gli organizzatori vincolino l’invito al successivo cantare le lodi e dire che tutto va bene madama la marchesa.
Che mi paghino l’aereo e mi ospitino in una bella masseria per scendere in Puglia per degustare in occasione della rassegna I vini di Radici, che mi rimborsino le spese di viaggio e mi ospitino ad Alba per degustare per cinque giorni Barolo e Barbaresco, che scenda a Montalcino, come è accaduto anche quest’anno, dopo tutto quello che avevo scritto su Brunellopoli, invitato dal Consorzio per Benvenuto Brunello, non cambia di una virgola il mio modo il mio modo di scrivere, non mi condiziona, non mi fa sentire in nulla vincolato ad evitare, come qualche bischero si è provato a chiedere, venendo respinto al mittente e mandato dove deve essere spedito, critiche.
E questo accade con svariati wine blogger, voglio citare solo Roberto Giuliani di LaVINIum ed Esalazioni etiliche, o gli amici dell’Acquabblog del sito Internet Acquabuona.
Per chiudere voglio lanciare una sfida-provocazione al dottor Manti, chiedergli di commissionarmi un articolo, sul tema che potremo facilmente individuare, applicando quei metodi, ovvero farsi pagare – giocoforza, altrimenti si finisce per fare beneficenza agli editori e di lavorare in perdita – “le spese di viaggio e di soggiorno” l’ospitalità “sotto forma di biglietti aerei, stanze di albergo, e ristoranti gratis” che rimprovera ai blogger.
Mi faccia lavorare, caro direttore de Il mio vino, come fa Eric Asimov del New York Times, consentendomi di scrivere un articolo ricco, dettagliato, articolato, facendomi stare, a spese della rivista, in una determinata località e girando per vigneti, aziende, degustando, comprando le bottiglie quando le aziende non le forniscono per la degustazione, insomma lavorando con quella totale indipendenza che rimprovera ai blogger italiani di non avere.
Ma vogliamo scommettere che non preferirà nemmeno prendere in considerazione la mia proposta e che nel prossimo editoriale si scaglierà contro le folli pretese (di vivere alla grande) di qualche giornalista italiano (e per giunta blogger) che avrebbe la pretesa di essere trattato come il critico del più celebre quotidiano del mondo?
p.s.
su richiesta di Gaetano Manti, che letto il mio post mi ha prontamente contattato, riporto anche una parte del suo pensiero sull’operazione Talento ora sostenuta dalla rivista, che aveva espresso in uno scambio di e-mail che avevamo avuto:
Noi insistiamo sul Talento perchè pensiamo che si possa fare qualcosa per modificare l’attuale stuazione, tutti coscienti che si tratta di un piccolo segmento della produzione italiana ma che certo è un segmento di eccellenza. E’ in questi segmenti che noi possiamo fare molto, anche quando il gettito pubblicitario è prevedibile vicino allo zero.”



0 pensieri su “Per Manti (Il mio vino) i wine bloggers sulle magagne del vino italiano devono tacere. Anzi, fare il gioco delle tre scimmiette…

  1. Anche io ho tentato una replica, anche se non così articolate e puntuale, ma me ne sono pentito. Tale montagna di sciocchezze e cotanto esercizio di vacuo qualunquismo penso meritino l’oblio.
    Luk

  2. L’articolo di Manti evidenzia nervosismo e difficoltà. Non ci si occupa di chi non conta.
    Il suo è un approccio antiquato e un po’ meschino, perché il malcostume esiste in rete come nella carta.
    Chi segna questo come spartiacque vuol dire che è molto indietro.
    Io sto come su una bilancia, di qua il giornale, di là il sito. Ogni giorno sento il secondo più importante e seguito.
    Al posto di Manti, invece di lanciare infantili improperi, penserei a fare qualcosa di serio in rete se tra un anno o due vuole esistere ancora come comunicatore dell’agroalimentare

  3. Io a Manti suggerirei un pizzico di umiltà in più. E’ vero, ci sono i ciarlatani ma quelli sono ovunque. Il discorso è banalmente generico, il lettore sa ben distinguere ciò che vale da ciò che non vale. Ho chiacchierato con lui per cinque minuti qualche Vinitaly fa a proposito di pubblicità online e ricordo bene l’arroganza con la quale si è posto. Forse Manti pensava di arrivare in rete e poter fare il bello e il cattivo tempo. Deve essersi accorto in questi giorni che l’impresa non è poi così semplice dal momento che la rete appiattisce ogni rendita di posizione e premia merito e reputazione, più che altro.

  4. Esiste gente competente e onesta. Ci sono persone che non lo sono.
    L’altro giorno a Monopoli, durante una bella manifestazione come Radici, mi trovavo con persone perbene, competenti, appassionate. Non ho chiesto loro se fossero “giornalisti” o wine-blogger.
    In questo mondo esistono infiltrati, scrocconi, parassiti, ma anche tante persone semplicemente appassionate o professionisti (altrettanto appassionati).
    Esistono pessimi giornalisti, così come pessimi blogger.
    Ecco, Manti credo abbia dato esempio di un pessimo giornalismo. Lo dico senza nessuna acrimonia; da lettore.
    Bene, perché non lasciare ai lettori certi giudizi?
    Invece, così facendo, pare solo una persona in difficoltà che spara nel mucchio, cita personaggi oggi veramente poco menzionabili, dimostrando di non stare sulla notizia (probabilmente, manco la conosce) e, infine, s’inventa una realtà che non esiste?
    Tolte alcune eccezioni, ma chi sarebbero queste frotte di blogger ospitati in manifestazioni et similia?
    Ma è una barzelletta o che?

  5. smisi si sfogliare tale rivista qualche hanno fa, rendendomi conto che non ne condividevo l’impostazione e l’approccio, quando non volevo contribuire agli acquisti di bottiglie da peck comprovate da tanto di scontrino, per improbabili confronti tra vini che non avevano nulla in comune, oltre che al fatto che spesso riportava dettagli errati.
    pienamente d’accordo con il sig pignataro, pensare di non confrontarsi con l’informazione della rete vuol dire scegliere di non esistere più tra poco tempo.

  6. Non sono un wine blogger, solo un piccolo produttore, ma in quanto tale penso di poter esprimere la mia esperienza ed il mio pensiero.
    le grandi testate, come le piccole, forse per coprire gli alti costi, devono o scelgono di parlare dei grandi nomi del vino, debbono a loro un assoluto rispetto anche qundo non esistono i presupposti, tutto in funzone di quello che si presume saranno le copie vendute. L’editore chiede regolarmente al giornalista un pezzo su un grande nome (che sarà l’attrazione del numero) come assicurazione delle spese di viaggio. Quindi se i pezzi saranno 2 o 3, tanto meglio. Gli altri produtori: una perdita di tempo, possono tranquillamente essere ignorati. E tutto stagna in un ripetesi infinito di déjà vu, insolcando qualsiasi notizia negativa per paura di non essere più gradito. Questo acade al 90%, smentitemi se potete.
    Al contrario sul web questo non accade, anzi, proprio la curiosità del consumatore (che poi andrà a controllare di persona l’informazione avuta) viene stimolata. Nel positivo come nel negativo, ma in piena libertà.
    Ritengo che il cartaceo sia in sofferenza anche per questi atteggiamenti poco realisti ed oggettivi. Posso capire la loro paura di perder terreno, è una situazione reale! Non posso dare consigli, ma li inviterei a riflettere. Il mondo è fatto di poche grandi realtà e milioni di individui.

  7. Penso che chiunque si fregi di essere un fenomeno della comunicazione enoica, come pare essere Manti, debba quantomeno dimostrarlo prima di sputare sentenze simili. Sentenziare cose prive di senso ti porta prima o poi a fare i conti con la realtà. Realtà che oggi mostra che Manti è un uomo con l’acqua alla gola che pensa di utilizzare la critica per fare clamore. Le critiche devono essere intelligenti e non “fanfarate” tanto per fare rumore. Sono l’ultimo arrivato come “wine blogger” ma mi piacerebbe una risposta corale da parte dei vari blogger di settore. Per una volta ogni tanto lasciate a casa le lunghe orecchie da coniglio, che vedo troppo spesso svettare sulle vostre teste, e fatevi valere. E’ per voi stessi e per la vostra dignità di uomini.

  8. @Giovanna
    Quel che lei dice può valere per la stampa specializzata di settore, non certo per quella generalista. Tutte le rubriche di vino sui giornali, quelle sopravvissute almeno, parlano ampiamente di tutti.
    Dunque anche qui non farei distinzione tra web e non web
    Vero è che noi giornalisti abbiamo spesso quello che io chiamo l’effetto-pecora, ci muoviamo dove vanno gli altri per paura di prendere buche. E indubbiamente le aziende grandi hanno un volume di fuoco mediatico notevole. Ora però c’è l’effetto opposto: tutto ciò che è grande è negativo.
    @Filippo
    Vero, il web azzera le rendite di posizione. All’inizio, se sei già un nome sei sicuramente favorito, ma se non esprimi contenuti e ci sgobbi ogni giorno sopra non basta per restare appetibile e il contatore rallenta. Quando invece scrivi su una testata importante è lei che ti porta e puoi stare più rilassato.
    Per me il web è stato un gerovital che mi evita l’appassimento autocelebrativo di alcuni miei colleghi d’antan, tra cui questo Manti a cui ricorderei che i giovani vanno rispettati.

  9. Qui a Marte la pensiamo così.
    Non è del tutto sbagliato ciò che ha scritto Manti. Non lo è, se pensiamo a un presupposto che nel suo editoriale manca: il proliferare di siti – blog et similia sul vino et similia ha generato una confusione di informazioni e credo che questo sia innegabile. C’è chi informa per informare, chi pseudo-informa, chi disinforma. Dipende dall’etica, dalla persona e dallo scopo. Per un lettore che non conosce gli autori, che naviga cercando informazioni, è facile creder vero qualcosa che vero (o non del tutto vero) non è. Non è quindi da escludere che, pescando fra tanti e non avendo indicazioni sempre certe, le Aziende e i Consorzi si trovino ad invitare o ad ospitare persone che poco o nulla hanno di competenza con la materia trattata. Letto in questo senso, quindi con qualche distinguo, l’editoriale di Manti è per noi condivisibile (noi di Marte, intendo, parlo al plurale essendo più di uno… non è una botta di majestatis). Se posso dare un suggerimento, sarebbe utile e gradita una biografia del blogger, ciascuno la propria biografia nel proprio blog, cosa che già in numerosi fanno. Magari non scrivendo di sè ai tempi della Scuola Materna, ma del sé che ha un senso per chi legge. Alcuni “blogger” sono nomi già noti, molti sono anche giornalisti della carta stampata, ma dovesse mai spuntare il genio della critica enogastronomica del terzo millennio, sprofonderebbe nel Mare Magno del mezzo Internet inosservato o appiattito…
    Provocazione: fra tante guide del dolce e del morbido, del salato e del piccante, del bianco e del rosso, del duro e del verdognolo, nessuno ha pensato di scrivere (magari on line, facilmente aggiornabile) una guida degli enoblogger?
    Many kisses!
    Briscola
    P.S.:
    1) che la guida non sia un mercimonio pur di esserci
    2) che una parte del mercimonio, nel caso, sia destinata a noi, che abbiamo avuto l’idea 🙂
    3) l’idea è un’ IGHIOZIA?

  10. Che la rete faccia la differenza non v’è dubbio; quello che sta succedendo in Iran lo mette in evidenza.
    Che la rete dia fastidio e disturbi i vari manovratori è altrettanto evidente.
    Che alcuni blog diano fastidio, perché chi vi scrive è inattaccabile, è evidente: incomincia a destare preoccupazione, quindi reazioni scomposte.
    In anni di lavoro nel mondo della pubblicità, ho sperimentato episodi anche gravi, di conflitto tra i messaggi pubblicitari e i contenuti redazionali di un giornale.
    Ora, tutti sanno che sono proprio i contenuti (originali, affidabili, indipendenti)a dare valore a un medium e a renderlo appetibile (altrimenti cos’altro?), tanto è vero che esistono gli scoop che aumentano le tirature.
    Perché dovrei invece perdere il mio tempo a leggere un giornale, o delle news in rete – forse o addirittura probabilmente – scritti in modo da non dare fastidio agli inserzionisti?
    Tutti noi sappiamo però che un giornale senza pubblicità molto difficilmente campa – soprattutto in un paese dove non si legge – invece un blog può benissimo uscire: dipende dalla bravura, dalla capacità, dalla DEDIZIONE di chi lo produce, (perchè la rete non ha costi, se non quelli appena citati); dopo di che però diventa una valanga che ha il potere di orientare le opinioni della gente.
    Certo ha ragione Briscola@ qui sopra, quando scrive che il blogger dovrebbe avere una reputazione adeguata a ciò che scrive, ma a me pare che ciò che irrita e allarma è proprio l’adeguatezza di certi bloggers e il fatto che non siano a libro paga di potentati – aziende o uomini politici o altri – e che abbiano una reputazione intatta.

    Non essere ricattabili, non avere padroni, però, richiede qualcosa di speciale oltre alla professionalità. Richiede VOCAZIONE (qualcosa che è particolarmente consono al mondo del vino), qualcosa che è particolarmente apprezzato dai cittadini che preferiscono la verità ai soldi facili.
    Il vero nodo però è un altro. Un paese in cui si legge poco, dove poco volentieri si INVESTE per la conoscenza, inevitabilmente produce un’editoria di profilo basso, eccessivamente legata alla pubblicità e di contenuti a dir poco banali.

  11. Mi è difficile aggiungere qualcosa in più, specie rispetto a quanto già ben detto da Mauro Erro e Filippo Ronco. L’analisi di Manti mi sembra pecchi di diffuso generalismo. In rete c’è di tutto, così come nella carta stampata. E’ vero che in Rete c’è molto di più, ma è solo un bene. Certo, c’è molta spazzatura, ma alla lunga (ma neanche troppo alla lunga, anzi) il navigatore sa cosa scegliere in base alla qualità dei contenuti.

  12. Manti parlando di wine blogger in generale si è astutamente coperto visto che, secondo me, il suo discorso era rivolto a qualcuno in particolare, qualcuno che in passato ha dato suggerimenti sui disciplinari di produzione… Velate ma troppo specifiche le sue accuse, qua si parla di wine blgger di professione che girano le manifestazioni enogastronomiche italiane come giurati. Quanti di noi lo fanno? Chi sarà mister X?
    Un’idea ce l’ho….

  13. A parte la supponenza, credo proprio che l’attacco ai wine bloggers di Manti sia quello di una persona che non vuole accettare ciò che la tecnologia ci ha fortunatamente offerto: Internet, grande strumento di democrazia. Ognuno è libero di seguire i blog che vuole, è una selezione naturale; emergono infatti dal mare magnum solo i blog fatti da persone competenti e appassionate al mondo del vino.
    Personalmente credo che addirittura il fenomeno del wine blogging possa a tendere addirittura oscurare le fantomatiche guide del vino…che senso ha infatti acquistare una guida che recensisce i vini quando ho la possibilità di avere le stesse recensioni sulla rete, addirittura potendo fare confronti tra recensioni di autori diversi?

  14. però Manti un po’ di ragione ce l’ha: dopo la lettura di un post pubblicato oggi da qualche parte, mi viene da pensare che qualcuno che dice di essere un wine blogger (o si spaccia per tale) proprio indipendente non sia e che faccia di tutto (e ci riesce benone) per blandire ricchi e potenti. Ma é un’eccezione, la stragrande maggioranza dei blogger non fa marchette per essere accettato a far parte del cosiddetto establishment del vino…

  15. Boh, saro’ riduttivo ma a me l’articolo di Manti sembra l’ennesimo -e fuori tempo massimo- sfogo contro l’indesiderato inevitabile: quello che con mal trattenuta insofferenza Manti chiama “l’opportunita’ unica” che “Internet ha offerto a tutti” (proprio tutti? ma e’ sicuro?) “di diffondere il proprio verbo”. Le parole sono importanti, diceva Nanni, con ragione; e dedicare pochi attimi a osservare come una persona si esprime su un fenomeno, puo’ dare piu’ di un indizio su quello che tale persona intimamente pensa, sente, di quel fenomeno. Di piu’: su quelle che sono le coordinate del soggetto rispetto al fenomeno, se e’ un orecchiante o se e’ un vero partecipante. Secondo me chi descrive la rivoluzione espressiva della Rete con le parole “dar vita a un blog e scriverci DENTRO”, e’ abbasta FUORI dal movimento in atto. Dimostrazione che l’impresa non e’ affatto alla portata di tutti. “La facilita’ con la quale ci si puo’ rivolgere a una PLATEA teoricamente infinita” sono parole che tradiscono un certo livido fastidio verso quella che in realta’ e’ la possibilita’ di PARTECIPARE a una CONVERSAZIONE (ma quale “platea”..? ma ci facci il piacere!) con una moltitudine globale (a patto di essere in grado di esprimersi in un linguaggio globalmente intendibile e condivisibile).
    Se oggi 2009 qualcuno osa pensare di informarmi che “da qualche anno a questa parte (hah!) il mondo della comunicazione e’ cambiato”, il mio riflesso e’ quello di cestinarlo come spam.
    Tralascio poi di commentare quelle parti dello scritto di Manti da cui sembrerebbe che il problema di comunicare “in modo onesto ed eticamente ineccepibile” fosse una novita’ introdotta dalla a suo dire recente “opportunita’ unica”. Sarei curioso di sapere quanti dei suoi colleghi della carta stampata sia “gente” che “ha ….prodotto, venduto … pagato una bottiglia di vino” prima di “dare consigli e indicazioni perentorie a persone che hanno passato una vita a fare e vendere grandi vini con molto successo in tutti i mercati del mondo”.

  16. @ Luciano Pignataro: parlo senz’altro di “quella stampa” che rivolta i denti a bloggers liberi e competenti. Mi perdoni, ma stavo parlando di chi, come Manti, è urtato da una seria “concorrenza” on line. Vero è che ovunque si possa trovar di tutto, ma qui si può scegliere di leggere quello che ci pare e fare i raffronti a costo zero, sulla carta bisogna investire e non poco. Quindi, se devo pagare per leggere un’opinione, ho quantomeno piacere che questa sia corretta.
    “L’effetto pecora” è spesso richiesto dagli editori (parola di giornalisti) ed io sto a quanto mi viene dichiarato anche perchè mi pare assolutamente verosimile. Non amo la polemica, solo ho imparato dalla natura che i bluff durano poco e che in un campo puoi trovare della meravigliosa insalata anche se non è una grossa testa di lattuga. Basta saperla riconoscere.

  17. Questa mattina ho fatto scorrere questo blog – ormai fa parte delle mie letture giornaliere, esattamente come i quotidiani e in-vece dei periodici di news e di quelli tematici o di settore – e ho postato un commento che mi è venuto spontaneo dopo aver letto il bel (e utile) dibattito che si è aperto sui vini ‘naturali’ (le virgolette non appartengono ad alcuna categoria, sono solo tecniche).
    Un dibattito che previene eventuali posizioni retoriche a proposito di quei vini, ma che – a mio modo di vedere – aiuta anche a tenere la guardia alta nei confronti di chi magari (e senza magari) tirerà a speculare su definizioni e loro contrari.
    Mi sono domandata a chi piacerà e a chi farà bene questo dibattito e naturalmente (scusate il bisticcio) ho subito pensato ai produttori, a quelli che ce la mettono tutta e a quelli che lavorano ancora ricercando la ‘verità’ di quello che fanno, o che, meno enfaticamente, vogliono crescere, imparare, migliorare…Ma servirà anche al mercato che ora tende a risegmentarsi, con consumatori che stanno con il naso all’aria, soprattutto quando si tratta del cibo, del vino e della loro terra.
    I blog del vino sono strategici in questa fase, perché permettono scambi d’idee, critica e autocritica, ma senza ombre (proprie o portate da conflitti d’interesse)e perciò mi sembra ancor più strano che non ci siano interventi dei loro autori /conduttori (a parte Franco Ziliani); perché proprio voi che siete il motore del cambiamento, della movida, poi non entrate nel vivo di questo dibattito e quasi nessuno ha detto la sua su ‘to blog or not to’? Domanda sciocca!?
    Biancaneve.

  18. C’entra niente, ma lo scrivo.

    Mi ha appena telefonato PAPI!!! Mi ha chiamata “Caro amico, cara amica”. Sapeste che emozione!!! Tel lì che ci scappa la vacanza in Sardegna, ho pensato: la stagione è giusta, io un po’ fuori target, un po’ Lady Vintage, ma non stiamo a sottilizzare, finché si respira, tutte le strade portano a Roma. Mi ha chiesto, invece, di votare un nome ben preciso per il ballottaggio. Da me non c’è nessun ballottaggio, né per Comune né per Provincia, neppure per il Consiglio d’Istituto delle Scuola Elementari o per l’Oratorio, ho cercato di spiegarglielo, ma non mi ascoltava… dritto alla meta. Sarà che è timido è voleva prenderla alla larga? Che importa… Anch’io sono stata chiamata da lui! La cosa è ancor più lusinghiera perché il mio numero di telefono fisso NON compare sulla guide telefoniche: si vede che ci teneva proprio a parlarmi!
    Many Kisses!
    Briscola 🙂

    P.S.: se becco chi gli ha dato il numero…MA LA PRIVACY??? Attenzione a pubblicare mie foto, uè, che lo so che è il passaggio successivo alle telefonate, i giornali li leggo io, so come va a finire… Prima mi pubblicano la telefonata del Papi con io che dico “ma che è? ma no! ma va”, e tutti a inventarsi che ci stavamo accordando per come passare la serata, se infilarmi o no la tutina di lattice nero CatWoman. Poi un bel giorno Briscola è in prima pagina sui giornali spagnoli “colta nell’attimo in cui salta giù dall’astronave”. Attenti, che qui a Marte c’abbiam dei razzi siderali modello “Andò Cojo Cojo”, impieghiamo un niente a lanciarli.

  19. forse al direttore Manti interesseranno i dati di questo sondaggio pubblicato da WineNews.it:
    “Tutti i giorni cercano su internet le ultime news sul vino e informazioni sulle cantine, sono convinti che il web stia già sostituendo le guide e la stampa specializzata, ogni tanto frequentano le chat e i forum dedicati a Bacco, ma comprano poco vino on-line: ecco gli eno-appassionati italiani secondo il sondaggio su “Vino e internet” a cura di http://www.winenews.it e Vinitaly (www.vinitaly.it) Ben il 61% di chi ha risposto al sondaggio (1.457 enonauti) utilizza internet tutti i giorni, il 19% ogni 2-3 giorni, l’11% una volta alla settimana e il 9% una o due volte al mese. Il 41% cerca notizie e novità, il 27% informazioni relative ai vini, il 21% sulle aziende e l’11% preferisce la critica enologica. E per il 41%, il web sta già soppiantando l’editoria tradizionale, mentre per il 31% il sorpasso avverrà nel giro di qualche anno. Il 28% ritiene invece che internet non potrà mai sostituire completamente la carta stampata”

  20. Caro Franco,
    come forse avrai notato, sapendo che il tema mi sta molto a cuore, ho accuratamente evitato di intervenire a caldo a commento del tuo post. Lo faccio ora, ad acque meno agitate, convinto che anche la mia irritazione si sia lenita.
    Non offenderti come al solito, e non lanciarmi i consueti risentiti anatemi, ma mi pare che la questione sia stata estremamente malposta, a tratti addirittura fuorviante, e che pertanto i commenti abbiano in gran parte seguito la strada sbagliata.
    L’intervento però sarebbe troppo lungo per un blog. Te lo mando privatamente, autorizzandoti fin d’ora a farne l’uso che vuoi (qui ndi anche a pubblicarlo, naturalmente).
    Un saluto,

    Stefano

  21. leggo solo ora, al rientro da una vacanza all’estero, la sua risposta, scritta con il consueto spirito da giornalista-blogger qual’é, alla liquidazione del fenomeno blog del vino in Italia opera del direttore de Il mio vino. Tutto bene, conoscendo il suo stile e l’orgogliosa rivendicazione del ruolo di contro-informazione sul vino che svolge con questo blog, mi aspettavo, dopo aver letto l’articolo di Manti, che avrebbe replicato. Questo anche se il direttore-editore assicura che non era lei l’oggetto dei suoi strali. Mi aspettavo però che, oltre a lei, diversi altri blogger del vino italiani, oggetto della stroncatura della rivista, reagissero, cosa che, da una rapida occhiata ai vari blog, non mi sembra essere avvenuta. Sono sorpreso da questo silenzio, che considero inspiegabile. Posso chiederle come lo interpreti e cosa ne pensi?

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  24. che dire Roberto, forse i vari wine blogger italiani erano in vacanza al mare, impegnati a fare altro, forse non hanno letto l’editoriale di Manti e quello che ho commentato io. Forse non hanno ritenuto interessante l’argomento o che la cosa non li rigurdasse. Forse… mi vengono in mente tante altre possibili risposte, ma mi consenta, per questa volta, di tenermele per me…

  25. Franco,
    provo a rispondere io: non sarà che non tutti i blogger sono così adamantini come vogliono far credere e che l’approfondimento di certe questioni deontologiche li mette in serie difficoltà? Non ti pare che questo caso faccia il paio con l’altrettanto assordante silenzio con cui il solitamente vivace mondo dei blogger rispose quando tu, ed io di rincalzo, smascherammo un certo famoso personaggio che si faceva pagare le recensioni?
    E non ti pare che nelle considerazioni che ti ho mandato in privato sulla vicenda abbia almeno qualche ragione?
    A volte a pensar male si fa peccato ma, come insegnano i saggi, spesso ci si azzecca…
    Ciao,

    Stefano

    PS: sia chiaro, il mio non è un attacco al fenomeno dei blogger, ma al malcostume di certi (numerosi) blogger.

  26. credo proprio tu abbia ragione Stefano e che sia interessante/opportuno che io pubblichi, magari domani, le tue riflessioni… Diciamo anche che qualche blogger o presunto tale, pur di essere riconosciuto dall’establishment vinoso é pronto a tutto, anche ad adottare i mezzucci che Manti nel suo editoriale, facendo di tutta l’erba un fascio, condannava…

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