Lungi da me, escludo che mi possa passare per l’anticamera del cervello, la balzana idea di poter in qualche modo criticare o entrare in polemica con quel grandissimo uomo che è Bruno Giacosa, il vero re riconosciuto – gli altri presunti re o si sono autonominati o sono vittime di un pericoloso eccesso di egocentrismo e di autostima… – del Nebbiolo di Langa. Bruno è Bruno, l’autore, insieme ai terroir dei vigneti da cui provengono le uve che trasforma in vino, e ai suoi collaboratori, di alcuni tra i più clamorosamente emozionanti Barolo e Barbaresco che abbia bevuto nella mia non breve esperienza di “nebbiolo- dipendente”, Bruno è la memoria storica della Langa i cui vigneti conosce come le sue tasche palmo a palmo.
Bruno sa quello che dice e quello che fa. Bruno Giacosa non si discute. Eppure, con tutto il massimo rispetto, anzi, la “venerazione” per “l’orso”, come viene spesso chiamato per la sua ritrosia a protagonismi e la sua abitudine a parlare poco, devo confessare che non ho capito e gradito, anche se sono certo che non sia stato ispirato da lui, ma dal suo entourage, il comunicato, prontamente ripreso dalla stampa internazionale, con il quale l’importatore inglese di Bruno Giacosa, John Armit wines, ha comunicato, ovviamente dopo aver ricevuto indicazioni dall’azienda, i motivi per cui nella sede di Neive hanno deciso di rinunciare ad imbottigliare totalmente i Barolo ed i Barbaresco dell’annata 2006.
Decisione difficile e impegnativa da ogni punto di vista, che non é stato facile prendere e che sicuramente é stata lungamente meditate. La motivazione di questa rinuncia, come riporta il comunicato, è che Bruno Giacosa “is not satisfied that the Barolos and the Barbarescos produced at Giacosa meet his exacting standards.’
‘He has taken the brave and we think highly honourable decision not to bottle these wines, which is clearly a considerable financial sacrifice”.
Il comunicato prosegue ricordando che “company oenologist Giorgio Lavagna says that the wine will be sold on as sfuso (unbottled wine) for use by another bottler”.
Mi piacerebbe molto conoscere chi abbia acquistato questi 2006 non ritenuti all’altezza del suo standard, proverbialmente altissimo, soprattutto per le pregiate selezioni e riserve “red label”, etichetta rossa…
Questa curiosità a parte, voglio dire a chiare lettere che penso che non sia giusto attribuire l’elemento decisivo di questa scelta al fatto, come scrive sempre l’importatore di Bruno Giacosa in UK, che “until recently Giacosa had not been able to personally judge the quality of the wines due to suffering a stroke in 2006 which left him unable to work at the winery”, ovvero al fatto che Bruno Giacosa non fosse in grado, sino a poco tempo fa, di “giudicare personalmente la qualità dei vini a causa dell’ictus che l’ha colpito nel 2006 e non gli ha consentito di lavorare in azienda”.
Affermare queste cose, ovvero che i vini del 2006 non sono venuti bene, perché “Bruno non era presente in azienda” rappresenta una oggettiva scorrettezza nei confronti della persona che per 16 anni, non per due giorni, è stato a fianco di Bruno Giacosa, quasi come un figlio oltre che come il più stretto e affidabile e capace collaboratore, parlo di quel Dante Scaglione (nella foto) che, come scrivevo qui nel marzo 2008, si è trovato nella condizione oggettiva di dover rinunciare alla collaborazione con l’azienda Bruno Giacosa e che viene universalmente considerato nel mondo del vino, italiano e internazionale, come la persona che insieme a Bruno ha fatto sì, grazie a capacità tecniche e dedizione, che la leggenda dell’azienda di Neive potesse ancora ulteriormente svilupparsi.
Da quello che io so, e che ho appreso durante visite fatte negli anni in azienda e da colloqui avuti con Bruno e con Dante, dall’annata 1996 all’annata 2007 compresa, la vinificazione è stata in larghissima parte nelle mani di Scaglione soprattutto per organizzazione e scelte tecniche.
E’ indubbio e nessuno lo può negare, che Dante Scaglione con il suo lavoro in azienda abbia dato il suo contributo a portare ancora più in alto il livello dei vini Giacosa e non riconoscere questo, ora che Dante se n’è andato, sostituito da un enologo, sicuramente bravo e con idee chiare, che deve ancora dimostrare di poter lavorare con la stessa sintonia con Bruno che aveva Scaglione, è un gesto che non giudico all’altezza del nome, dello stile, dei comportamenti che ci si deve attendere non da un’azienda qualsiasi, ma dalla Bruno Giacosa winery.
Cosa sia successo ai Barolo e Barbaresco 2006 di Bruno Giacosa durante la difficile e cruciale fase dell’affinamento non si sa e non è dato sapere. Tramite miei canali sono venuto a sapere che erano stati sottoposti per l’assaggio e forse inviati in giro come campioni a personalità influenti del mondo del vino, a dimostrazione che il loro livello qualitativo non era poi stato giudicato così disastroso, come la decisione di rinunciare ad imbottigliarli farebbe presumere.
So bene che ora che Decanter ha riportato leggete qui la versione dell’importatore e dell’azienda, come ha fatto poi anche Jancis Robinson nella parte accessibile liberamente a tutti delle sue purple pages on line – leggete qui – non sarà agevole contraddire l’idea che i vini siano venuti male e sono evoluti male solo perché non c’era Bruno in cantina a controllarne l’evoluzione, e che fossero in qualche modo “abbandonati al loro destino” senza che nessuno vigilasse su di loro..
Però, come ha fatto del resto il wine blogger americano (e mio grande amico) Jeremy Parzen, sul suo blog Do Bianchi, in un post che segnalo alla vostra attenzione – leggetelo qui – voglio non solo dare a Cesare, ovvero a Dante Scaglione, quel che si merita, il riconoscimento al suo lavoro, ma ipotizzare che questa scelta difficilissima della rinuncia ai 2006 sia dovuta ad un annus horribilis per Bruno, non riferito solo alla qualità dell’annata, che la maggior parte dei produttori in Langa giudicano di valore, ai problemi di salute di Bruno sopravvenuti proprio nel 2006 e soprattutto ad sua sorta di rifiuto psicologico di quell’anno che l’avrebbe portato, come mi sono convinto, quando gli ho fatto visita lo scorso maggio per assaggiare i suoi splendenti 2005 (nonché risentire i mirabolanti 2004), a rifiutare inconsciamente quel millesimo.
Atteggiamento comprensibilissimo, purché non porti, come sono convinto per primo Bruno Giacosa non voglia, a minimizzare e quasi “cancellare” il ruolo avuto al suo fianco per tanti anni da Dante Scaglione. Sappiamo bene tutti che questo bravo e modesto enologo appartiene al passato, meglio, alla storia di quest’azienda e che il futuro, affidato come sempre a Bruno, alla sua famiglia, ai suoi collaboratori, porta, tecnicamente parlando, anche il nome di Giorgio Lavagna.
Ma si può e si deve guardare avanti, con impegno e fiducia, senza dimenticare quel che si ha fatto e senza sgradevoli atteggiamenti che fanno pensare quasi ad una volontà di far dimenticare e quasi “ripudiare” chi ha contribuito a rendere grandi, insieme ai terroir di Asili, Rabaja, Santo Stefano, Falletto, e alla cura delle vigne, i Barbaresco e Barolo targati Bruno Giacosa…
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7 pensieri su “Perché Bruno Giacosa non ha imbottigliato i suoi 2006 (Barolo e Barbaresco)?”
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Caro Franco. Proprio oggi ho avuto contatti con l’azienda, anche per chiedere delle informazioni più precise a riguardo. Le ragioni “dovrebbero” essere quelle di cui hai già scritto nel post. Resta il fatto che da parte dell’azienda non è stata fatta ancora una vera e propria comunicazione ufficiale. Anche per rispetto dei numerosi clienti (come nel mio caso) che si troveranno un “buco” nella Carta dei vini del ristorante. Bruna in questo momento si trova all’estero, conto di chiamarla settimana prossima al suo ritorno per avere delle indicazioni più precise. E’ proprio il caso di dire: Stay Tuned!
P.s.: Intanto noi lunedì mattina metteremo in assaggio i pur ottimi Barolo 2005.
Ah dimenticavo… La Barbera Falletto 2006 era ottima! Peccato che l’ho “bruciata” nell’arco di poco tempo!!!
Pingback: Mourvèdre envy (and more on Giacosa) « Do Bianchi
Possono il protagonismo e la presunzione intaccare anche i migliori?
caro franco,
non so bene come l’azienda abbia comunicato la cosa, ma francamente, anche se l’avesse comunicata male non credo che sia il caso di enfatizzare o di pensare a chissà quali retroscena (non parlo di te, ma più in generale).
io i 2006 li ho assaggiati giusto un mese fa in cantina e non mi sono sembrati affatto male (e a bruno l’ho anche detto). certo, magari un po’ leggeri, ma pur sempre dei vini di tutto rispetto.
in fondo sappiamo benissimo a che altezza bruno metta la sua asticella, per cui il fatto che un vino non esca non significa che sia distastroso (oltretutto sappiamo bene che il 2006 in generale non ha incantato come invece si sperava, e questo rende ancora meno strana la scelta).
e poi ognuno, a casa sua, fa le scelte che vuole, tanto più che i 2005 di bruno sono molto buoni.
un abbraccio
alessandro
grazie per il tuo intervento Masna! Nessuno vuole contestare – e ci mancherebbe, Bruno Giacosa non si discute ed é quasi oggetto di “fede” – la scelta di Bruno di non imbottigliare i suoi Barolo e Barbaresco 2006. Padrone di farlo. Quello che a me non é piaciuto e mi rammarica é quella frasetta un po’ sibillina contenuta nel comunicato stampa emesso dal suo importatore inglese, che non credo sia unicamente farina del sacco di Armit, ma esprima indicazioni ricevute, non certo da Bruno Giacosa, da Neive…
Parlando di personaggi d’altri tempi,vi voglio rammentare che giusto dieci anni fa se ne andava Mario Soldati,questo mi sembra,dato il nome del blog,il luogo giusto per non dimenticarlo,sebbene so che sia impossibile da queste parti.