Soave Classico Doc Le Bine Longhe di Costalta 2007

Cosa fare quando volendo entrare sul mercato, già affollato, dei vini di Soave, ci si trova ad avere un cognome con il quale sono già presenti altri produttori?
La soluzione più immediata, per evitare confusioni, è quella di scegliere un nome di fantasia, un toponimo locale per l’azienda, ma evidentemente questa soluzione ai fratelli Antonio, Germano e Cornelia Tessari, e al loro padre Aldo (che aveva già maturato un’esperienza di produzione e commercializzazione di vini come Azienda Agricola Tessari Aldo, imbottigliando dal 1983 il proprio Recioto di Soave) sembrava troppo semplice per essere adottata.
Se ci chiamiamo Tessari, perbacco, perché non presentarci con questo nome al consumatore? Pensaci e ripensaci ed ecco la trovata, proporsi ancora come Tessari, ma perché non li si confondesse con altri, pur bravi Tessari dell’area del Soave, farlo mettendo dopo ogni lettera del cognome un puntino, di modo da proporsi, magari suscitando la curiosità per questa trovata d’ingegno, come T.E.S.S.A.R.I. dizione adottata dall’annata 2001.
Scherzi, e ingegnose soluzioni legate al nome dell’azienda a parte, alla Cantina Tessari, posta tra le colline di Monteforte d’Alpone, nella zona Classica del Soave, potendo contare su 12 ettari di vigneto, in località pregiate come “Magnavacche”, “Costalta” e “Castellaro”, nel cuore dell’area basaltico-vulcanica del grande vino base Garganega veneto, oggetto della recente bellissima giornata, già raccontata qui, di Vulcania, ovvero alla scoperta dei più vulcanici vini bianchi italiani, si danno da fare e la famiglia intera si occupa di tutte le fasi di produzione del vino, dalla vendemmia alla vinificazione, “mantenendo inalterato il rispetto per la tradizione e la passione per l’arte vinicola”.
Lo fanno, dallo scorso anno, in una nuova cantina che non ho ancora visitato e che loro definiscono “innovativa, studiata per migliorare la lavorazione e la logistica dell’intero sistema, senza tralasciare i particolari, per dare un’immagine di una cantina dai toni caldi e accoglienti”.
In attesa di verificare se quello che dicono sia vero posso dire che un loro vino mi ha veramente molto colpito, dapprima degustato in simpatiche circostanze di fortuna, (il punto d’assaggio panoramico di Corte Castellaro, nel cuore dei magnifici vigneti del Soave, allestito dal Consorzio del Soave durante Vulcania), quindi riassaggiato con calma a casa. Incuriosito da quella strana sigla T.E.S.S.A.R.I. campeggiante in etichetta, ho chiesto ai bravissimi sommelier che ci assistevano durante l’assaggio campestre di poter assaggiare quel vino, ancora più compiaciuto una volta visto che si trattava non di un’annata 2008 magari imbottigliata da poco e ancora frenata e condizionata dalla solforosa, ma del 2007. Il vino, come ebbi modo di dire ad uno dei rappresentanti della famiglia, Antonio, responsabile della vinificazione, presente insieme ai noi giornalisti tra i vigneti, mi piacque subito per la sua eleganza, lo spiccato carattere minerale, la capacità di far capire, in maniera chiarissima, trattarsi di un Soave proveniente da quella parte della zona classica i cui terreni sono di natura vulcanica, tali da conferire sale, sapidità e nerbo alla Garganega che ne è, in purezza, alla radice.
Riassaggiato con calma, questo vino (7000 le bottiglie prodotte), che nasce da un cru, Le Bine Longhe di Costalta, splendidamente esposto e su terreni basaltici, dove la Garganega viene raccolta con vendemmia tardiva a fine ottobre con sovra-maturazione in vigna per 20 giorni circa, per conferire al vino maggior struttura, mi è piaciuto ancora di più, ben secco (nessuna tentazione di giocare sugli zuccheri residui per sembrare più ricco), e perfettamente in grado di testimoniare la nobilitate, l’eleganza, il carattere deciso costituiscono la carta vincente dei migliori Soave dell’area classica.
Colore paglierino verdognolo brillante, multiriflesso, traslucido, si propone con un naso ampio, di grande finezza e freschezza, abbinando una fragranza floreale da biancospino e fiori bianchi ad un frutto vivo e succoso (netta la pesca bianca) ad accenni agrumati sino ad una cremosità da pan brioche impreziositi da note di pietra focaia e a venature petrose. In bocca l’attacco è altrettanto vivo, nervoso, scattante, ben secco, con una vena acido-citrina che percorre ed innerva il vino, conferendogli indomita energia, sino in fondo, scheletro attorno al quale si dispongono un frutto ed un alcol ben calibrati (13,5° si legge in etichetta) una buona ampiezza e una capacità del vino di allargarsi a coda di pavone, ampio, incisivo, goloso il giusto, dinamico e sempre in tensione senza sedersi mai, sino a chiudere con una bellissima, salata vena di mandorla e di pietra.
Bel vino, non c’è che dire, ed un’azienda, T.E.S.S.A.R.I., da inserire tra quelle che rendono lo scenario del Soave tra i più articolati e vivaci nel panorama dei grandi vini bianchi italiani.

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