Amarone d’arte: ma gli altri che cosa sono Amarone “coca-cola”?

A proposito della neonata associazione di artisti dell’Amarone

Devo proprio dirlo, nonostante la chiosa di precisazione che Sandro Boscaini, presidente della neonata associazione, pardon, famiglia dell’Amarone d’arte mi ha inviato, dimostrando un formidabile talento nel dribblare, manco fosse un Cristiano Ronaldo, alcune cose che avevo scritto parlando della sua azienda, la Masi, in risposta al mio intervento che annunciava la nascita del loro gruppo, questa storia delle famiglie “dell’Amarone d’arte” non mi va giù.
E credo dovrebbe “andar giù” anche meno non a me, che non vivo in Valpolicella, il messaggio Valpolicella non veicolo, e di Valpolicella mi occupo solo, saltuariamente, da osservatore e da enoico critico.
Non dovrebbe andar giù questo messaggio, che più ci penso e più lo trovo, presuntuoso e un po’ “razzista”, alle aziende produttrici di Amarone delle Valpolicella, alle tante piccole aziende, serie, che non si sono lasciate trascinare dalle mode e dalla tentazione dell’Amarone wine commodity, e che formano il tessuto connettivo di questa zona.
Aziende che sono oggettivamente danneggiate da questa dannata corsa all’Amarone che loro, le “dieci grandi famiglie della Valpolicella” che improvvisamente, anche se come si dice non è mai troppo tardi, hanno scoperto di dover frenare.
Facendo addirittura marcia indietro al punto da elaborare il loro documento e proporre una loro idea di Amarone (della Valpolicella) “raro e caro”, (beh alcuni dei loro Amarone sono sicuramente cari, troppo costosi, e a me, qualitativamente parlando, ben poco “cari”) proprio in un momento in cui i concetti di rarità e di alto prezzo fanno letteralmente venire l’orticaria ai consumatori.
Non voglio entrare nel merito, per il momento, sulla poca credibilità, a mio modesto avviso, che alcune di questi “dieci grandi famiglie della Valpolicella (Allegrini, Brigaldara, Masi, Musella, Nicolis, Speri, Tedeschi, Tenuta Sant’Antonio, Tommasi, Zenato)” che hanno scelto di difendersi “facendo squadra in nome dell’Amarone”, presentano, scarsa credibilità e coscienza non totalmente tutta a posto che finisce per il pregiudicare l’attendibilità di questo “pentimento in zona Cesarini”.
Quello che mi preme fare, di fronte a voci attendibili che arrivano dal fronte del Consorzio, al cui interno alcuni produttori avanzano la richiesta di ridurre al 50% le uve da mettere in appassimento e la modifica della composizione dell’uvaggio dell’Amarone, dove oltre al 15% di altre varietà (le solite varietà internazionali che hanno imbastardito l’Amarone e contribuito a de-territorializzarlo e a renderlo meno valpolicellese) si aprirà una nuova finestra del 10% per vecchi vitigni autoctoni che alcune aziende benemerite, ad esempio Le Ragose, hanno recuperato, caratterizzando i loro Amarone, é chiedermi cosa ne pensi il grosso nucleo dei produttori di Amarone.
Chiedere loro se non abbiano nulla da dire sulla presunzione di queste dieci case di volersi ergersi a “mejo fico der bigoncio“, ad eletti, a Gotha autoelettosi, rappresentando, loro, solo loro, l’arte, e delegando a prosa ordinaria il lavoro, spesso rispettabilissimo e altrettanto “artistico”, anzi di più, degli altri.
Non cerchino di stemperare l’arroganza del loro messaggio all’universo mondo (“ehi popolo del vino, noi, solo noi, siamo la crème de la crème, la storia, il futuro dell’Amarone!”) dicendo, come hanno fatto, che sono pronti ad accogliere adesioni di altre “artistiche” amaroniane famiglie, nel gruppo. Anzi, testualmente, “che l’Associazione è aperta ed auspica l’allargamento alle tante famiglie che possiedono i requisiti e hanno messo a frutto nelle colline della Valpolicella il patrimonio dell’arte antica che rende unico questo vino”.
Che tornino con i piedi per terra, facciano mea culpa, anche quelli che in passato producevano splendidi Amarone e negli ultimi anni hanno proposto irriconoscibili Amarone agli anabolizzanti, gonfi, esagerati (pensati unicamente per épater le guide e i parkeriani e apparire più grandi, non per fare vini più veri o più buoni…), e poi, solo allora, potremo prendere sul serio la portata della loro proposta e la loro volontà, per ora solo dichiarata, di contribuire a costruire un miglior futuro della Valpolicella, basato su basi più solide e non sulle mode, o sulla legge finché la barca (il mercato) va lasciala andare…
Ma fino ad allora un po’ di umiltà ed un profilo più basso farebbe loro solo bene e li farebbe considerare sotto un diverso profilo dagli altri produttori.

0 pensieri su “Amarone d’arte: ma gli altri che cosa sono Amarone “coca-cola”?

  1. gentile sig. Ziliani, sono effettivamente un po’ dispiaciuto non tanto di non far parte del gruppo, ma di non essere stato minimamente informato della cosa. Pensavo di avere con alcune di queste persone degli ottimi e puliti rapporti. Il tutto non tanto per me, quanto per l’opera dei miei genitori quando il Valpolicella era considerato cosa da bottiglione tappo a vite. Per il resto non credo che la cosa in sè faccia peggio o meglio di altre. Nel mio modo d’essere e di vivere il mio lavoro, mi imbarazza un po’ che la mia azienda sia stata scelta tempo fa per far parte dei “Grandi cru d’Italia” e di aver fatto parte dalla fondazione della VIDE che suonava Vitivinicoltori d’eccellenza ed era effettivamente una denominazione sì storica, ma abbastanza tronfia. Cerchiamo semplicemente di fare al meglio il nostro lavoro, quello sì, con il massimo delle conoscenze tecniche e non, indispensabili per sapere quello che “non si deve fare e usare” e ripeto “non”. Si parli invece della diminuzione delle rese dal 70% al 50%: a prima vista ineccepibile, se non fosse che cru che da sempre fanno o potrebbero produrre anche il 100% di Amarone (e questi toponimi sono andati a ruba sulle etichette)faranno il 50% così come tutti quei vigneti che fino a 3 – 4 – 5 anni fa non ne avevano mai prodotto o peggio erano coltivati a mais.
    Di questo sinceramente mi preoccupo e di altro ancora. Ad majora Paolo galli

    • caro Paolo, grazie per il suo commento. Comincio a pensare che i membri del cosiddetto Gotha amaroniano se la cantino e se la suonino da soli, proclamando di essere i mejo fichi der bigoncio, e che l’arroganza della loro presa di posizione, che se on mi stupisce se penso ad alcuni personaggi del gruppo, ma mi sorprende se penso invece ad altri, che pensavo immuni da questa forma di presunzione, meriti di essere un po’ biasimata dal tessuto connettivo del mondo produttivo della Valpolicella. Proprio come fa lei, con parole eleganti che testimoniano lo stile di una famiglia e la signorilità, un po’ appartata, della vostra posizione.
      P.S. In effetti con i “Grandi Cru d’Italia”, con quella sorta di carrozzone dove accanto a valide aziende – che non si sa come continuino ad accettare di farne parte – ci sono aziende su cui preferisco tacere (sono reduce da due bellissime giornate in Val Badia e ha la mente ed il cuore sereni), credo che una signora azienda come Le Ragose non c’entri proprio nulla…

  2. Gentile sig. Ziliani, per anni il vento è soffiato in un verso a noi poco gradito. Con il proprio lavoro si risponde sempre e comunque anche senza parlare. Poichè pongo l’interesse (e forse gli interessi)comune, prima di quello personale, ho preferito starmene zitto e passare forse un po’ da stupido piuttosto che dire la mia e sembrare un marziano (o, come si dice, togliere a qualcuno tutti i dubbi). Cose semplici per carità, come alla fine sono una corretta e consapevole vitivinicoltura, ma proprio per questo in antitesi con l’andazzo di “chi la spara più grossa è più bravo”. D’altro canto, alcuni eccessi erano e sono così evidenti, che chi avesse voluto vedere l’avrebbe potuto fare. Quanto all’accettare di far parte di un gruppo, fa comunque piacere che persone importanti te lo chiedano, e non sempre si può dire “no grazie”, altrimenti si rischia di essere snob dall’altro lato: nulla più. C’è comunque bisogno di far capire alla gente interessata che non tutto è uguale: non sarà forse che quell’idea barbina di mia madre, di oltre trent’anni fa, di dare risalto a dei cru o meglio all’italiana dei micro territori, sia ancora lungi dall’essere fattibile, o forse è meglio non toccare un tale tasto perchè potrebbe riservare delle sorprese?
    Paolo Galli

    • ho avuto l’opportunità, anzi, il privilegio, di conoscere sua madre, Marta Galli e di apprezzare la sua tenacia, la semplicità con cui esponeva le proprie idee, il proprio rigore morale. Lo stesso rigore, la stessa chiarezza e onestà intellettuale che oggi ritrovo nei suoi interventi Paolo, e che temo siano merce molto rara nella Valpolicella dell’Amarone ridotto a vino moda, a wine commodity, privo di radici, banale, senza eleganza, incapace di esprimere la grandezza dei terroir di cui la vostra bellissima terra é ricco. Grazie per le sue parole, e spero tanto a presto. Ho proprio voglia di stringerle la mano e brindare a Marta, grande donna del vino

  3. Un conto sono i cru, ed in Valpolicella ce ne sono, un conto sono le autocelebrazioni. Pensando poi che alcuni di quei 10 non hanno che pochi filari in zona vocata o che addirittura comprano le uve da altri mi fa molto ridere. Prevedo una secca bastonata da parte di Sartori in occasione della prossima seduta del consorzio.

  4. Recentemente di ritorno da w-end di relax, per i miei 40 anni, ho voluto fermarmi in due cantine per acquistare alcune bottiglie del vino che più amo e per vedere i vigneti stessi. Mi sono fermato dapprima a Illasi (a buon intenditor…) dove sono stato simpaticamente accolto da personale che oltre che darmi spiegazioni e indicazioni mi ha permesso di visitare l’impianto, le cantine e le vigne. Ho comprato dell’Amarone 2004 in quanto il 2005 per la pessima annata non era stato prodotto. Nella seconda cantina, Allegrini (una di quelle delle 10 famiglia) , sono stao accolto non con sgarbo ma con assoluta indifferenza, mi sono state fatte assaggiare le loro etichette (ottima la corvina in purezzza) tra le quali l’Amarone 2005 (assolutamente non all’altezza e che ovviamente mi sono ben guardato dal comprare) e alla richiesta di poter visitare l’impianto mi è stato risposto che c’erano dei tour organizzati a pagamento per vedere le varie vigne sparse per le colline della valpolicella e per gli impianti.
    Ripeto di essere un semplice appassionato e che questo non è un giudizio di merito…ma solo di impressione.
    A volte il blasone invece che un onore si rivela essere più un onere da portare.
    Cordialmente,
    Andrea

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