E’ solo la mancanza di tempo che non mi ha sinora concesso, come avrei tanto voluto (ma recupererò presto) di scrivere diffusamente dei bellissimi e intensi giorni passati in terra di Liguria, la scorsa settimana, con base a La Spezia.
Obiettivo la partecipazione alla rassegna Liguria da bere e alla serie di ottime degustazioni, coordinate dal mio amico Antonello Maietta, che l’A.I.S. (piuttosto bistrattata e presa a bersaglio in questi giorni su qualche blog alla ricerca di identità) ha organizzato, con originalità e intelligenza, all’interno di questa che è stata un po’ una simpatica kermesse.
Una festa con tanta gente a bere allegramente e con i produttori che da Regione, Provincia ed Enti organizzatori vari vorrebbero qualcosa di più qualificante.
Ricche di spunti le degustazioni, dedicate a vini prodotti da donne del vino ligure, ad uno stuzzicante confronto Vermentino-Pigato, a meno noti, ma non meno validi, vini rossi, a vini passiti (Sciacchetrà e altro) a vini di montagna..che respirano il mare, ma le grandi emozioni sono stati nelle serie di visite, sabato con altri giornalisti esteri e italiani presenti alla rassegna, venerdì e domenica con Maietta, che ho fatto in quell’autentico angolo di paradiso che sono le mirabellissime Cinque Terre.
Posto da venirci anche se non si fosse, come me, innamorati di Bacco, per la bellezza assoluta del mare, per l’incanto del villaggio, per i colori, per i golosi di cose buone e di una stuzzicante cucina del territorio, per una visita, che vi consiglio caldamente, alla Trattoria dal Billy di Manarola, (dove ho gustato un’ombrina e una mormora come non avevo mai mangiato in vita mia) ma dove il vino è centrale e anima e caratterizza in maniera unica il paesaggio, con quei vigneti scoscesi strappati alla roccia, che lasciano senza fiato. Conoscevo già, un po’ i vini delle Cinque Terre, ma la vivacità d’espressione che ho trovato, con nuovi protagonisti accanto a quelli classici come Forlini Cappellini, la Cantina Cooperativa 5 Terre, Luciano Capellini, davvero mi ha sorpreso.
Guidato dal vice presidente dell’A.I.S., lo ricordo, autore di un libro fondamentale per la comprensione del panorama del vino della regione del pesto, di Govi e di De André, come Vini di Liguria Vini d’Amare (per procurarvi il quale potete rivolgervi all’A.I.S. Liguria, ho scoperto produttori al loro vino d’esordio, oppure altri, come il geniale Walter De Batté, su cui vi segnalo l’ottimo articolo (leggete qui) dell’amico Alessandro Franceschini che ci ha accompagnato nella nostra visita, pubblicato sul sito LaVINIum, che stanno percorrendo una loro personalissima strada, con una visione del vino di grande forza e suggestione.
Uno degli incontri più belli, per il personaggio, assolutamente ligure, scabro, essenziale, di poche parole e molti fatti, è stato quello con Cesare Scorza, non solo di scena nella propria trattoria familiare (Il Porticciolo, che merita a sua volta una visita) ma dall’annata 2001, quando ha ripreso in mano i vigneti di famiglia, impegnato come vignaiolo a realizzare quella che, a giudicare dall’annata 2008 che ho degustato nella minuscola cantina, un ambiente da vero “garagiste du vin“, mi è apparsa una delle più belle, pure e riuscite espressioni del classico Cinque Terre bianco.
Segreti particolari, per la piccola azienda agricola Burasca (visitate qui il sito Internet) non ce ne sono: vigneti, di trent’anni d’età, collocati nella zona giusta di Manarola, trasformati nel tempo da pergola a filare perché, dice Cesare (istruttore di arti marziali, quindi occhio a criticare i suoi vini e qualche piatto nella sua trattoria!…) “ci sono meno burrasche che in passato” ed il vigneto può essere sistemato diversamente, la classica formula delle uve, Bosco, Albarola e Vermentino, la consulenza, discreta e mai invasiva, del “medico condotto” del vino ligure, l’ottimo Giorgio Baccigalupi (attivo con ottimi risultati anche nell’area di Colli di Luni, patria del grande Vermentino di Levante), e poi poca tecnica, macerazione a freddo con vinificazione in bianco a temperatura controllata e affinamento del vino sulle sue fecce fini, e tanta anima.
Il risultato è un vino, color oro splendente, ricco, caldo, solare, che mi è piaciuto tantissimo per il suo ricco e variegato bouquet, elegante e complesso, profumato di salvia, agrumi, macchia mediterranea, fiori bianchi e intensamente minerale (netta la pietra focaia), per l’equilibrio e la freschezza che si confermano anche al gusto, sapido, nervoso, con un frutto maturo al punto giusto, un’acidità ben calibrata che spinge e dà lunghezza e verticalità e quel gusto inconfondibile di mare (sapore di sale si direbbe pensando al mitico Gino Paoli) che rende la beva piacevolissima, ricca di nerbo, scattante, eppure di grande suadenza e carezzevole.
Buono anche lo schietto rosso, ancora vino da tavola, il Trún, a base di Ciliegiolo e Canaiolo ed un Merlot che non merlotteggia e non annoia, che ha bella struttura tannica, sapidità, scatto e rende il vino, affinato in acciaio, gradevolissimo e simpatico.
Questo, Cesare Scorza, uno dei tanti protagonisti, dei saranno famosi, anche se sono già ampiamente emersi, di queste splendide, dinamiche Cinque Terre, laboratorio di un’idea del vino molto più ricca, variegata e articolata di quanto si possa pensare…
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Mi piace “il merlot che non merlotteggia” . Nella foga che mettiamo nel combattere i “miglioramenti” ai nostri che non ne hanno alcun bisogno diamo a volte l’impressione di dimenticare che il merlot è un signor vitigno .
La forza e la capacità espressiva dei vini liguri curiosamente va di passo con la speculazione edilizia: dove si è cercato di conservare il territorio i vini sono interessanti come nelle 5 terre, al contrario dove si sono operati disastri, genovese e molte parti del Ponente, la viticoltura è anonima e da dimenticare. Sarà un caso?
cari amici io coltivo ancora la vite come i miei bisnonni, facendo il vino in botti di legno di castagno a tramonti di Biassa localita’ Fossola se passate da Biassavi offro un bicchire di vino di tramonti andrea