Decanter stila la lista dei wine 40 “should do” ma per il vino italiano non c’è posto


Non è la prima volta che pur essendo un convinto estimatore del Decanter wine magazine (di cui sono anche un collaboratore da due articoli all’anno) e pur prendendo in seria considerazione – lo si è visto anche qui – i risultati dei wine tasting (soprattutto quelli dedicati ai vini italiani) che regolarmente pubblicano, non manco di riservare alla bella rivista che con l’arrivo quale editor di Guy Woodward è diventata ancora più interessante e vivace qualche frecciatina.
Recentemente ho contestato, dicendo che è una roba più da Wine Spectator che da Decanter, la Power list dei 50 più influenti personaggi del vino del mondo, che per la parte italiana selezionava i soliti noti, e oggi, più bonariamente, e con il garbo necessario, considerando che l’autrice è una Signora, e una wine writer della classe, della cultura e dell’eleganza di Margaret Rand, devo “contestare” un altro articolo decanteriano, pubblicato sullo stesso numero di agosto che contiene la molto discussa degustazione di Brunello di Montalcino 2004.
Si tratta, lo dice lo stesso editor della rivista nel suo editoriale di presentazione al numero, di un articolo spiritoso, scritto per sorridere un po’ in quello spirito un po’ ironico e scherzoso che caratterizza la new wave della rivista.
Però, pur non prendendo più di tanto sul serio, e considerandolo il divertissement, lo “scherzo” arguto e giocoso che è, le 40 things every wine lover should do, ovvero le 40 cose che ogni vero amante del vino deve fare, non può non venirmi il benevolo dubbio che l’autrice, che dimostra di avere così tanta confidenza – e considerazione – per i wines from France, Australia, Spain and Portugal non deve avere la stessa passione, e conoscenza, per gli Italian wines.
Si spiega solo così, con una non particolare familiarità con i nostri vigneti e con i nostri vini il fatto che dovendo scegliere, giocando in punta di humour, quaranta cose imperdibili, divertenti, sfiziose, inconsuete, da suggerire ai wine enthusiast in un loro percorso che attesti che siano veramente diventati dei “wine lover”, e che scandisca il loro apprentissage enoico, non abbia trovato un solo argomento su 40 che riguardi l’Italia del vino.
Ai nostri zelanti wine lover in progress Margaret suggerisce di imparare a decantare il vino, di concedersi una bottiglia di vino del proprio anno di nascita, di cenare abbinando foie gras a Château d’Yquem, di gustare un po’ snobisticamente un premier cru francese in un bicchiere di plastica proprio come in una celebre scena di Sideways, di aprire con la tecnica del sabrage una bottiglia di Champagne, di partecipare ad un’asta del vino per beneficenza in Napa Valley, di percorrere in treno la tratta tra Oporto e Pinhão nel cuore del Douro, di fare un wine tour a dorso di cammello nella McLaren Vale australiana, di scoprire la zona dei Castelli della Loira, ed i relativi vigneti, in bicicletta, di correre una maratona nel Médoc.
E poi, suggerimento birichino, fare almeno una volta nella vita l’amore nel vigneto prediletto, come suggeriva, long time ago, Lucio Battisti, sposare un vignaiolo (un’idea che era venuta anche a vignerei ma non posso, alias Francesca Ciancio), visitare Vega Sicilia (mitica bodega spagnola), andare alla ricerca di fossili in un vigneto di Chablis, partecipare ad un master class di Decanter, fare un tour per vino e architettura nella Rioja, gustare un eiswein o un icewine nei luoghi di produzione, bere un Vintage Port con il pudding, perdersi nel Pomerol, fare una vendemmia (non ci dice dove), fare un’escursione in elicottero sopra i vigneti cileni, bere un vino prodotto da vieilles vignes, ma così vecchie da essere state piantate anni prima del fortunato degustatore, riconoscere una difetto di tappo nel vino ordinato al ristorante e convincere l’occhiuto sommelier che il vino è effettivamente bouchonné o corked, comprare en primeur una cassa di Cheval Blanc, fare colazione con uno Champagne di grande annata…
Tutti consigli simpatici, divertenti, ma mai che a Mrs. Rand punga una sola volta vaghezza di suggerire ai suoi apprendisti wine geek di fare, che dico, un’arrampicata in un vigneto di montagna della Valtellina, delle Cinque Terre o di Ischia, di sorvolare la Franciacorta in mongolfiera, di salire n’coppa ‘o Vesuvio (o sull’Etna) dopo aver camminato le loro vigne, fare un week con il moroso (o la morosa) o meglio ancora con l’amante a Bolgheri piuttosto che a Montalcino (magari concedendosi il brivido di un bicchiere di Brunello taroccato..), arrampicarsi sui vigneti ad alberata di Asprinio nell’aversano, bere un bicchiere di Piedirosso da vigneti a piede franco in riva al Lago Averno, sentire il profumo della nebbia e del Nebbiolo che fermenta in una fredda alba di fine novembre a Barolo, di farsi accompagnare da un trifolau a caccia di tartufi, di fare colazione, certo, ma non a Champagne, ma con uno o due bicchieri di Monfortino.
Oppure, ancora salire a cavallo a San Leonardo a Borghetto all’Adige o al Castello del Terriccio a Castellina Marittima, gustare lardo, salame e pancetta, ma abbinandolo ad un Asti La Selvatica o al Moscato d’Asti La Galeisa, gustare una bagna cauda di quelle giuste innaffiandola di Barbera, un pane casareccio con la sardella e due fette di capocollo, abbinato ad un bicchiere di Cirò, nelle vigne del “feudo” cirotano, vivere il rito del “Törggelen”, castagne, speck e vino nuovo, rigorosamente Vernatsch, sulle colline di Santa Maddalena sopra Bolzano.
E poi, visto che we must make love in a vineyard, quale vigneto più romantico per un simile enoico accoppiamento che il Monprivato a Castiglione Falletto, la Vigna Rionda o il Francia a Serralunga d’Alba, oppure i vigneti del Barbaresco, pardon, Langhe Nebbiolo Sorì San Lorenzo o Costa Russi?
Volete mettere, e Margaret Rand dovrebbe apprezzarlo, essendo stata per 15 anni l’editor dell’Opera now magazine, il “fantastico” coup de théâtre dato dall’essere sorpresi, sul più bello, dall’arrivo di “le roi”, Monsù Gaja?
Altro che andare in cammello per cabernettosi vigneti australiani…

0 pensieri su “Decanter stila la lista dei wine 40 “should do” ma per il vino italiano non c’è posto

  1. Decanter non mi convince per nulla…i vini e la cultura del vino italiana è sono ben poco considerati. Amano molto i vini del nuovo mondo e, ca va sans dire, i vini francesi.
    Dimostrano scarsa considerazione dei vini italiani, considerati di serie B.
    Nonostante i numeri (dati di vendite, ma anche quualità) dimostrino il contrario..

  2. Predicano male ma razzolano bene visto e considerato chi ha acquistato nel chianti rinominato per questo “chiantishire” o no..

  3. FANTASTICO VIAGGIO IN iTALIA , CARO ZILIANI. E UN BEL RIPASSO ANCHE PER NOI .MI HA MESSO PURE DI BUON UMORE . AL PROSSIMO TOUR…..

  4. Nel Chianti gli Inglesi acquistarono a fine anni Sessanta primi Settanta. Da allora molta acqua e’ passata sotto i ponti, anche quelli del Massellone.

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