Sicilia bianco Guardiola 2008 Passopisciaro

Voglio arrivare con calma, gradualmente, lasciando volutamente decantare le emozioni, che sono state forti e quasi streganti, a parlare della mia prima visita, una rivelazione, in quel posto magico che è la Tenuta di Trinoro proprietà del barone Andrea Franchetti in quel di Sarteano, un altopiano situato tra la Val d’Orcia e la Valdichiana.
Voglio  lasciare crescere in me la determinazione a scrivere quel che ho in animo di scrivere di quell’angolo di paradiso, dello spirito di avventura che ha portato Franchetti a decidere, a partire dai primi anni Novanta, di provare a produrre vino in un angolo di Toscana dove nessuno l’aveva mai fatto. Voglio trovare le parole giuste per descrivere questa scommessa donchisciottesca vinta soprattutto con se stesso e rimessa a dura prova, severissima, senza compiacenze, né compromessi, ad ogni vendemmia che Dio e Bacco mandano in terra.
Voglio pensare a quella luce, a quei colori intensi, a quella terra e a quei vigneti che ho fotografato, ad immagini che continuo a guardare per trovare il tono adatto per provare a renderli.
In questo processo graduale, step by step, che mi porterà a descrivere in toto questa prima visita, la visita ai vigneti e alla cantina – semplice ma splendidamente fornita – fatta con Erika Ribaldi, la più stretta collaboratrice di Franchetti, una donna forte e tosta contagiata dall’utopia del barone e animata a sua volta da altri sogni e da altri percorsi e strade da prendere, la degustazione dei vini, a pranzo, con le cose semplici e gustose cucinate da una di quelle cuoche di casa che sono il tesoro di tutte le tenute vinicole toscane, ho scelto di non parlare dei vini di Trinoro.
Mi sono risolto ad esordire raccontando quanto mi sia piaciuto e perché uno dei vini che Andrea Franchetti produce nell’altra realtà vinicola dove ha voluto mettersi alla prova, in quella Passopisciaro di Castiglione di Sicilia dove questa figura di enologo-esteta saggia da qualche anno cosa voglia dire produrre vini nel cuore della Sicilia ed in quel posto speciale che sono le pendici dell’Etna.
Non ho scelto però, anche se l’ho provato e mi è piaciuto tantissimo facendomi sentire aria di Borgogna o se mi è consentito una vibrazione tannica quasi da Langa, il Passopisciaro, prodotto da uve di Nerello Mascalese poste “lungo il fianco settentrionale dell’Etna nelle contrade Malpasso, Chiappemacine, Moganazzi, Feudodimezzo, Santo Spirito, Sciaranuova e  Guardiola”. Vigneti che sono posti da 500 a 1000 metri di altezza, e hanno età variante dai 60 agli 80 anni.
Il vino di cui sto per parlarvi è espressione di un vigneto che ha meno di dieci anni, è un bianco e non a base di Carricante bensì di Chardonnay. Non pensate, ci tengo subito a dirlo, al solito, banal-bananoso, legnoso e pesante Chardonnay siculo, simbolizzato dallo Chardonnay prodotto dalla notissima – so che avete già capito di chi sto parlando – azienda vinicola giovanil-mediatica che esordì nel 1995 facendo subito, anche per indubbie capacità di marketing e di comunicazione dei vari giovani, fratelli, sorelle e cugini, coinvolti, parlare di sé.
Qui la musica, e che musica, è completamente diversa, perché il Guardiola Sicilia bianco nasce da uva Chardonnay piantata nella terra vulcanica del versante Nord dell’Etna tra i 1000 e i 1100 metri sul livello del mare, ad un’altezza dove la resa è minuscola e il raccolto, benché ci si trovi in Sicilia, si fa intorno al 20 settembre. Quando la temperatura scende di sera intorno ai 10 gradi.
Vino fortemente studiato da Franchetti, che è sceso nell’Etna alla ricerca di posti freddi dove fare vino, con sperimentazioni diverse che l’hanno portato, per evitare di avere nel vino quell’alcol che dice di “odiare”, a studiare la giusta epoca di raccolta – una vendemmia differenziata di 8-9 giorni, assaggiando le uve pianta per pianta, e a trovare un approdo di essenzialità, eleganza, sapidità e rigore.
Niente e estratti di legno, niente noiose note di vaniglia, niente tostature stile australiano o californiano in questo vino di 13 gradi e mezzo, ma un affinamento fatto esclusivamente in cemento – ed in cemento sono numerose vasche dove anche i vini di Trinoro riposano lungamente in azienda prima di andare in bottiglia e partire alla conquista del mondo.
Uno splendido paglierino oro rilucente, pieno di energia, di luce, multi riflesso, di quelli che ad osservarli ti fanno pensare al sole nel bicchiere, ed un naso diretto, incisivo, sapido, nervoso, di eleganza suadente, con tanti agrumi, pompelmo rosa, cedro, e poi fiori bianchi e poca frutta esotica, ma la frutta che cresce in terra siciliana, ad impreziosire e scandire il bouquet, e poi con un frutto croccante, vivo, pieno di smalto e vitalità che ti conquista sin dal primo sorso, che si dispone lineare, sinuoso, più salato che dolce, rotondo il giusto, sul palato e rende la beva super contagiosa, piacevolissima, all’insegna della freschezza, del sale, del perfetto equilibrio tra tutte le componenti.
Uno Chardonnay personalissimo, etneo, vulcanico, più che siculo, a metà tra le inflessioni borgognone, ma una Borgogna da Pouilly-Fuissé, da Saint -Véran, o come amano definirlo da or blanc de Bourgogne, che da Puligny Montrachet, oppure un qualcosa che per il nervo viperino, il sale, lo scatto, la complessità e la nitidezza aromatica, mi ricorda le migliori interpretazioni del Cinque Terre.
Per dirlo con le parole di un poeta spagnolo, Gustavo Adolfo Bécquer, caro anche ad Eugenio Montale, “sobre el volcán la flor“…
Ma delle Cupole, del Tenuta di Trinoro che dire? Niente se non che ne parlerò, con calma, prossimamente, su questo blog, un po’ di pazienza, prego…

29 pensieri su “Sicilia bianco Guardiola 2008 Passopisciaro

  1. Ziliani, che sorpresa un articolo sullo Chardonnay di Passopisciaro! E quanto sorprendenti, da parte sua, le parole tanto elogiative su Trinoro ed i suoi vini, vini che conoscendo le sue predilezioni barolesche pensavo non potessero piacerle… Cosa succede, a cosa é dovuta questa sua folgorazione sulla via di Trinoro? Bisogna forse, come insegnano i francesi, chercher une femme fatale avvistata a Trinoro e dintorni e pensare ad una sua influenza positiva nel giudicare vini così potenti e ricchi?

    • perché incredibile? Non ho mica l’anello al naso e non mi fossilizzo. Se trovo un vino, che filosoficamente dovrebbe essermi avverso, che mi piace e se é un vino ricco di carattere come i vini di Trinoro (e Passopisciaro) é giusto e doveroso che ne tessa le lodi…

  2. E’ bello vedere come un giornalista come te si emozioni assaporando prodotti meno noti che non vivono “sotto i riflettori”. Esistono produttori medio-piccoli che sono in grado di sfornare vini incredibilmente interessanti e dall’ottimo rapporto qualità-prezzo. Continua così, Franco!

  3. A parte tutte le cose che se ne potrebbero dire, come i commenti, in rapporto con i vini vulcanici ( veda la degustazione del 6 giugno a Roncà) come si pone questo bianco? Voglio dire se ne ha in pieno tutte le carattistiche( dato il terreno) o se trova dei caratteri difformi.Il presidente dell’ais veneto quel giorno diceva che i vini del vulcano dovrebbero fare fronte comune, che ne pensa? Un saluto

  4. A mio modesto parere, sono ottimi i vini di Tenuta di Trinoro e Passopisciaro (non ho avuto occasione di assaggiare le due ultime vendemmie), e soddisfano un gusto internazionale. Fino a qualche anno fa i vini di Trinoro erano molto difficili da reperire in Italia, e solo da qualche anno se ne trova nota nelle guide più sfogliate. In base ai miei parametri, non mi sembrano vini dall’ottimo rapporto qualità prezzo, anzi dal prezzo …nobile il Tenuta di Trinoro e il Trinoro che ora non è più prodotto. Aveva un ottimo rapporto qualità prezzo IL Cupole 2002, anno in cui fu l’unico vino ad essere imbottigliato dall’azienda.

  5. Ero convinto che “Guardiola” fosse stato registrato, come marchio, da Tenuta delle Terre Nere di Marco de Grazia. Buffo avere due vini dallo stesso territorio con lo stesso nome, uno bianco e uno rosso, uno a Igt e uno a Doc (Etna Rosso). Buffo è, chiarisco, un eufemismo.

  6. Caro Ziliani, nonostante le nostre passate “schermaglie” sui lidi del GR Forum e pur continuando a dissentire da lei su diversi argomenti e questioni di principio (del resto il mondo è bello perché è vario e l’omologazione non è esiziale solo per la qualità dei vini, ma anche per quella degli uomini e della società), a proposito di questo vino non posso che dirmi in sintonia con lei.
    Personalmente me ne sono innamorato fin dalla prima annata prodotta (che era la 2007, mica poi tanto tempo fa) per le sue doti di estrema finezza ed eleganza, con tante cose da dire, ma tutte raccontate con i giusti modi, la giusta inflessione, la giusta profondità. Davvero uno splendido vino perfetto interprete del virtuoso “terroir” etneo, pur trattandosi di vitigno “straniero”. Ma – si sa – come sosteneva il grande Veronelli, “i vitigni sono apolidi”…

  7. Signor Ziliani

    devo dirle onestamente che, all’interno dell’ ottima scelta di parlare dei vini dell’Etna, il suo debut con uno Chardonnay mi ha fatto andare di traverso il bicchiere di DOC Etna Guardiola 2006 di Tenuta Terre Nere che stavo degustando. E’ come parlare dei vini delle Langhe cominciando con uno Chardonnay. Quantomeno si potrebbe scrivere di una degustazione comprativa di Carricante (ad esempio il Vigne Niche di Terre Nere, visto che il barone non si degna di valorizzare il vitigno autoctono) e di Chardonnay ma lo Chardonnay da solo mi ha lasciato basito. Fermo restando che al momento i vini rossi a base Nerello Mascalese sono senz’altro i piu’ riusciti. Le suggerisco caldamente una visita in situ (ci sono stato due settimane fa) per capire a fondo il terroir Etna, i suoi vini e gli uomini che hanno deciso di viverci e non solo fare vini.

    A parte questo apprezzo moltissimo il suo blog ed il suo VERO giornalismo vinicolo. Errare humanum est….

    Meilleurs salutations
    Renato

    • gentile Renato, accolgo chinando il capo il suo benevolo rimbrotto. In effetti parlare di uno Chardonnay non é il modo più congruo e lineare di parlare di un’azienda dell’Etna, proprio come se esordissi a parlare delle amatissime Langhe con un Darmagi o un Gaja Rej, ma il vino era così buono che ho accettato il rischio di andare incontro a “bacchettate” come la sua. Grazie per i complimenti, ma se “errore” é stato – e a mio avviso non lo é stato – si tratta di un errore calcolato, quasi di una.. provocazione…
      cordialità

  8. Rispondendo ad Armando: Guardiola e’ una frazione/contrada (lieu-dit) di Randazzo e come tale non e’ copyright di nessun produttore. Tutti i nomi dei crus di Terre Nere sono etimologicamente corretti, cioe’ corrispondono ad una contrada cosi’ chiamata.

    cordiali saluti
    renato

  9. Perdonato !!!!

    P.S. Ha letto l’ultima minimizzazione di Suckling sui blog di Wine Spectator in relazione a Brunettopoli? Ecco qualche piccolo ma significativo ‘exerpt’:

    ‘We have reported all this since the investigation began in September 2007. And, unless my Italian is really that bad, I can’t see anything new in many parts of the Guardia di Finanza’s press release that I read, or in press reports. There still seems to be plenty of name-calling, and passing on hearsay, since to my knowledge government officials have never named any winery in the allegations. But this seems to be the norm in Italy, unfortunately.’

    ‘The press has been throwing around the names of such producers as Castelgiocondo (owned by Marchesi de’ Frescobaldi), Pian delle Vigne (owned by Antinori), Castello Banfi ,and Argiano as well as Casanova di Neri. I thought that all of them had been cleared. In fact, I spoke to people at Frescobaldi, Banfi and Neri over the past few days and they said it was all over. Giacomo Neri added that he never declassified anything and that they never did anything wrong.

    Tutti amici suoi ?

    Cordialissimi saluti
    Renato

    • ho letto quello che ha scritto Giacomino dell’ultimo episodio di Brunellopoli. Lui e soprattutto il suo potente e ricco editore non si dimenticano gli amici nel momento del bisogno ed ecco spiegato quello che James ha scritto per gli amici. Tutti amici suoi. Io a Montalcino ho ben altri amici…

  10. Per Renato. Ero al corrente, le confesso, di cosa significhi e dove sia la frazione Guardiola, ma Le faccio notare che, quando uscì, il vino di De Grazia si chiamava esattamente Etna Rosso “Vigneto Guardiola” (sottolineo “Vigneto”), e che esistono vari esempi in Italia di copyright applicato al nome di un vigneto del quale per primi si utilizza il nome in etichetta, laddove questo non è elevato a sottozona da apposito disciplinare. Ad esempio, Montòsoli, nome di una collina a Nord di Montalcino utilizzato da Altesino e non – che so – da Baricci o Caparzo, che dal punto di vista “borgognone” che lei citava ne avrebbero altrettanto diritto, perchè lì hanno vigne. Pensavo quindi che Terre Nere avesse registrato il marchio, secondo me avrebbe potuto farlo. Comunque grazie della cortese e pacata precisazione, utile per tutti.

  11. E’ lecito chiedersi se un vino possa essere solo ed esclusivamente buono perché fatto con una varietà autoctona? E se quello stesso terroir si esprimesse anche in una varietà che nativa non lo è? E se quelle poche bottiglie di Guardiola prodotte dopo 5 anni di sperimentazione fossero un tentativo di valorizzare quell’area?. E chi con visione ha piantato Pinot Nero in contrade diverse? Seguaci di una visione opportunistica? Personalmente non credo, e mi auguro che possano sortire presto grandi vini con la più nobile delle varietà.

    Ci sono sul Vulcano così tanti bravi Produttori, che purtroppo non sono ancora conosciuti dai più, ma che lavorano benissimo, con sacrificio, e con coerenza, allineandosi su un livello medio alto di prodotto. Chi ha partecipato alle Contrade dell’Etna ne ha assaggiati la più parte e si è reso conto che per una volta tanto si sta’ giocando al rialzo, su un prodotto che al momento crea interesse e non si massifica la produzione per il puro senso di profitto.

    Io vi prego andare a ricercare i Graci, i Russo, i Vievera, i Terre di Trente, i vini di Tenuta di Fessina, ( mi scuso con chi non ho nominato ma per i quali ho ammirazione e rispetto) Andate al bar di Solicchiata il Venerdì pomeriggio e incontrerete un crocchio di Produttori che si incontrano e si degustano. Non sono tante le zone vinicole in cui i Produttori hanno un progetto comune. Non credo ci sia nulla di male se Passoisciaro, Tenuta delle Terre Nere , i vini del Cavalier Benanti, presto i Planeta i Tasca d’almerita, richiamino attenzione, perché tutto il Vulcano ne beneficerà, e vi posso anche confermare che ogni qualvolta siamo stati contattati da un giornalista, un importatore, un consumatore attento, mi sono sempre impegnata affinché venissero visitate realtà meno ridondanti della nostra.

    Parlo da persona devota e convinta di lavorare per un grande uomo. Parlo da privato consumatore ( e tutti sanno quanto io consumi) dicendo che è logorante sempre dibattere su quello che è giusto o sbagliato nel mondo del vino. Perché non venite sul Vulcano ad assaggiarci tutti e poi sarete voi a decidere quanto spendere e per quali vini con cognizione di causa.

    Cordialmente
    Erika ( con orgoglio) di Trinoro e Passopisciaro

    • cara Erika, innanzitutto un ringraziamento pubblico, te lo meriti per avermi convinto, con la tua testarda fede nel tuo lavoro, in quello del barone Franchetti, di tutti voi che ci lavorate a scendere, per la prima di numerose volte, spero, a Trinoro e di scoprire un posto magico. Dove si fanno vino che sfidano i luoghi comuni, anche l’idea, un po’ preconfezionata e figlia del pregiudizio, che ad uno come Ziliani non possano piacere. O che se ne scrive bene chissà cosa c’é sotto…
      Io come sai non sono ancora stato sul Vulcano e conto – come sai – di andarci presto. Intanto, da ammiratore storico dei vini di Benanti, soprattutto l’Etna bianco Pietramarina, sono felice di aver scoperto/gustato lo Chardonnay di Franchetti. E spero che qualcuna delle aziende che hai citato e che ultimamente hanno “scoperto” l’Etna facciano vini un po’ più veri, appealing e siculi di quelli, smodatamente e smaccatamente internazionali, che hanno prodotto, con successo, altrove…
      Forza Etna e non c’é nulla di beceramente e stupidamente leghista in questa esclamazione…

  12. Bello quanto ha scritto Erika. Bisogna raccoglierne l’invito. Si sta parlando, infatti, di una viticoltura tutta da scoprire, una vera goduria. Ho presentato i vini dell’Etna su Rynki Alkoholowe in Polonia ed ho avuto diversi riscontri da parte di appassionati lettori polacchi. In effetti hanno in comune davvero la focosita’ della terra e la suadenza dei vecchi ceppi, rivisti e rivalutati con grande coraggio imprenditoriale in chiave moderna (da qui il grande successo), ma con il pieno rispetto delle tradizioni (il bianco in cemento e’ una vera chicca).

  13. Sono come al solito curioso di assaggiare quest’ennesimo suggerimento da parte di Franco Ziliani di cui mi fido fino in fondo, anche se anch’io come molti mi stupisco (positivamente) di questa sua piccola “conversione”…Di Trinoro ho assaggiato anch’io tempo fa il Cupole 2002 comprato in offerta a 29 Euro in una enoteca molto nota di Montalcino e l’ho trovato un buon bordolese italiano molto Bolgheriggiante…guarda caso molto simile ad un altro vino siciliano(fatto col più famoso taglio bordolese)di quella molto nota cantina di fratelli e cugini di cui prima. Mi lasci aggiungere Ziliani, che però se non fosse stato per quella cantina, che tra la prime ha puntato sul rilancio dei vini siciliani di qualità, probabilmente oggi in Sicilia il vino non saraebbe arrivato ai livelli d’eccellenza dov’è e probabilmente lo stesso Franchetti non sarebbe sceso sull’Etna per produrre il suo ottimo Chardonnay Guardiola.
    Comunque spero di assaggiarlo quanto prima.

    • no Alberto, non sono d’accordo con lei: dobbiamo all’esempio, al modello proposto da quella notissima cantina improvvisamente folgorata sulla via dell’Etna, la deriva di una Sicilia del vino banalmente internazionalizzata, patria di Nero d’Avola che sembrano Cabernet o Merlot o Syrah (e spesso sono la stessa cosa), di un terrible boring Chardonnay lontano anni luce, soprattutto in quanto a piacevolezza di beva, da questo del barone Franchetti… A me quell’idea di “qualità” non interessa proprio. E soprattutto non interessa più, deo gratias, a tanti consumatori…

  14. Si possono attribuire tanti significati al concetto di qualità e sono comunque d’accordo con lei quando mi parla di internazionalizzazione gratuita di una identità territoriale. Però credo che sia innegabile quanto fatto negli anni scorsi da alcune cantine italiane soprattutto del sud che si sono dovute staccare dal concetto di vino come “massa” da inviare al nord per rendere più vini, certi prodottacci dal gran nome ma dalla scarsissima stoffa. Poi sulla scelta dei metodi e in questo caso sui vitigni impiantati per sdoganare alcuni territori possiamo tranquillamente discutere. Per quel che mi riguarda sono un radicale del concetto di terroir e del rispetto di quanto da ogni zona può o meno venir fuori senza necessariamente fare ricorso a quei vitigni buoni per tutte le occasioni. Però credo che ci siano momenti storici in cui per portare prestigio a zone purtroppo ancora non riconosciute per i propri meriti sul territorio, bisogna anche accettare che si passi per la morbida (in tutti i sensi) strada del vitigno internazionale, purchè attraverso questa si riesca a riportare alla giusta attenzione quanto di più autoctono ogni territorio nasconda. E’ per questo per esempio che trovo assurda Brunellopoli proprio perchè Montalcino che è la patria dell’autoctono, non credevo avrebbe mai avuto bisogno di un solo ceppo di merlot per vendere qualche bottiglia in più di Brunello, al contrario invece di zone in cui la storia del vino autoctono di qualità è ancora tutta da costruire…
    Grazie dell’attenzione.
    alberto convertino

  15. Per Armando: grazie per i commenti. Si in effetti Tenuta delle Terre Nere avrebbe potuto continuare sulla strada del ‘vigneto xxx’ o addirittura farsi un copyright intorno ad una bella frasetta che includesse guardiola (o calderara sottana o…) ma sono lieto che non abbia perseguito in questa strada cosi’possiamo veramente valorizzare i vari terroir dell’Etna e comparare vini diversi dallo stesso terroir. Da questo punto di vista l’Etna e’ una realta grandiosa dove non ripetere gli errori fatti altrove.

    Per Erika: sono felice che voi facciate un ottimo Chardonnay in localita’ Guardiola, che non vedo l’ora di assaggiare. Il mio commento era un rimbrotto scherzoso a Franco ma anche e soprattutto un voler rimettere le cose al loro posto: ETNA = grande terroir e grandi vitigni autoctoni. In effetti nella mia visita all’Etna ho anch’io sentito che c’e’ una comunita’ che ama il proprio territorio al punto di mettere l’attenzione sul terroir ‘collettivo’ piuttosto che ‘saccheggiarlo’ a proprio vantaggio. Quello su cui pero’ non sono d’accordo e’ giudicare positivamente dei ‘conquistadores’ che da Menfi, Sambuca di Sicilia o anche Trapani (e anche da piu’ lontano) comprino delle vigne sull’Etna per capitalizzare a loro vantaggio la crescente reputazione di quest’area. Secondo me nell’Etna bisogna viverci per fare vini che non solo siano buoni ma anche rispettino il territorio, valorizzando ‘l’ecosistema’ e le risorse locali.
    Cari saluti

    • gentile Renato, quelle aziende sicule, che hanno fatto i vini “australiani e californiani” in terra siciliana, non sono tanto, come dice lei, “dei ‘conquistadores’ che da Menfi, Sambuca di Sicilia o anche Trapani (e anche da piu’ lontano) comprino delle vigne sull’Etna per capitalizzare a loro vantaggio la crescente reputazione di quest’area”. Sono aziende che tentano di rifarsi quella verginità – enologica – che a mio avviso é irrecuperabile, che hanno perduto da anni. Poi, magari, potranno anche fare buoni vini in quel terroir magico che è l’Etna, ma non potranno mai fare dimenticare i Nero d’Avola, Cabernet, Merlot, Syrah intercambiabili, che in un gioco delle 3-4 carte (del vino) avresti potuto tranquillamente prendere l’uno per l’altro. Alla faccia del terroir…

  16. Caro Ziliani,
    lei , a intervalli periodici, dedica il suo tempo a parlare male ( un eufemismo) di noi e del nostro lavoro. Non ha mai visto niente di quello che abbiamo fatto in Sicilia, vigneti, cantine , persone che ci lavorano eppure continua ad esprimere giudizi.
    Addirittura sull’Etna lei, e i suoi lettori, siete passati al giudizio delle intenzioni.
    Ha inventato la prima critica negativa ‘ en primeur’
    Speriamo di smentirvi e sorprendervi

    Cari saluti
    Alessio Planeta

    • dottore Planeta, da cosa desume che io abbia parlato della vostra onorata azienda nel mio post e nei commenti al mio post sull’eccellente Chardonnay del barone Franchetti? Non vi ho mai nominato, come avete fatto a riconoscervi, un pizzico di coda di paglia forse?
      Complimenti per la definizione di “critica negativa “en primeur” che trovo deliziosa.
      Quanto alla vostra nuova avventura sull’Etna, spero, sopratutto per voi che saprete smentire il mio inveterato scetticismo. Basato non sul gusto di parlar male di voi, non sia mai, ma dei vostri vini, che non amo e dell’esempio – non positivo a mio modesto parere – che avete rappresentato per la new wave dei vini californiani, pardon, siciliani… Bacio le mani e i miei ossequi a vossia!

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