Autenticità, identità del prodotto e trasparenza: così il Vino Nobile isola il Canaiolo

Evviva, ce l’hanno finalmente fatta a Montepulciano (40 chilometri scarsi da Montalcino) a liberarsi dalla schiavitù di quell’uva passatista e reazionaria (ma diciamola tutta: fascista!) che è il Canaiolo per raggiungere il Nobile obiettivo, come dichiarano in un comunicato stampa che ha il tono di un’Agenzia Stefani, di “rendere più identitario il prodotto, raggiungere un equilibrio qualitativo, interpretare al meglio le microzone di produzione per esaltare le caratteristiche organolettiche, stringere un patto con il consumatore attraverso la trasparenza del percorso di produzione”.
Credere, obbedire, combattere, verrebbe da aggiungere, letto il proclama degli “obiettivi che hanno spinto il Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano ad adeguare il Disciplinare di Produzione del Vino Nobile di Montepulciano che dal 1966 aveva subìto l’ultima modifica nel 1999”. Cambiamento dovuto al fatto che “da allora la percezione del vino è cambiata, di pari passo con l’evolversi della tecnologia in vigna e in cantina e con una attenzione sempre più formata da parte del consumatore” e pertanto quando arriva l’ora delle decisioni irrevocabili non si può restare fermi e bisogna svoltare, perché chi si ferma è perduto.
Quindi, come recita il dispaccio, pardon, il comunicato stampa del Consorzio del Vino Nobile, quello che quando mesi fa chiedemmo spiegazioni circa l’ipotizzato cambiamento di disciplinare non ci degnarono, signorilmente, di una sola risposta, si cambia, anche se “mantenere il nuovo disciplinare nell’alveo dei disciplinari storici di Montepulciano – come spiega il presidente del Consorzio, Federico Carletti – resta uno dei punti di partenza di questo lavoro di modifica, insieme al preservato concetto di qualità e territorialità che deve continuare ad essere il valore aggiunto del nostro vino. L’identità di Montepulciano si riconoscerà sempre più da quel che sarà nelle bottiglie di Vino Nobile, senza perciò inseguire le variabili tendenze del mercato».
Malfidati che non siete altro, che credevate – come me – che (anche) a Montepulciano volessero supertuscanizzare il Vino Nobile, e bombardarlo a colpi di robuste iniezioni di uve franciose!
Macché, qui vogliono “rendere più identitario il prodotto, raggiungere un equilibrio qualitativo”, con un “percorso di adeguamento del disciplinare, che è stato lungo e ha coinvolto ampiamente i produttori di Vino Nobile, che hanno dimostrato piena coesione”.

Federico Carletti

Federico Carletti

Tanto che una “apposita Commissione Qualità nel corso di due anni ha dato vita alla proposta consegnata il 30 luglio, al Ministero della Politiche Agricole, Alimentari e Forestali per l’approvazione”.
Come si è sviluppato questo lavoro? Semplice, “inizialmente attraverso una attenta analisi di quello che era “il vigneto Montepulciano”. In questa fase la Commissione ha verificato lo stato dei vigneti (altitudine, declività e l’anno d’impianto, oltre alla composizione del terreno, la densità degli impianti e la composizione varietale ed ampelografica)”.
Studio geo-pedologico, ma anche “un’approfondita analisi dei mercati degli ultimi 10 anni, il tutto considerando anche la qualità dei prodotti attraverso numerose sedute di degustazione”.
Da tutto questo sforzo di riflessione, quasi una roba da think thank, la montagna di Montepulciano ha partorito il topolino degli adeguamenti del disciplinare di produzione del Vino Nobile di Montepulciano che “riguarderanno diversi aspetti, a partire dal ridimensionamento del ruolo del “Canaiolo” in quanto non risulta il vitigno di riferimento per la produzione del Nobile.
Limitato ad un massimo del 5% l’uso delle uve bianche per il Nobile, ormai una pratica da tempo abbandonata per la produzione dei rossi locali, ma necessaria per la produzione del prezioso Vin Santo di Montepulciano.
Resta invariata la percentuale minima di Sangiovese (detto Prugnolo Gentile a Montepulciano, il vitigno principe del territorio e che nel primo disciplinare degli anni ’50 era previsto tra il 50 e il 70%), con un minimo del 70% fino a un massimo del 100%”. Il Consorzio nel suo comunicato sostiene che così facendo “sono semplificate le norme che disciplinano l’utilizzo di vitigni complementari, lasciando così maggiore flessibilità ai produttori negli anni a venire, in quanto è convinzione del Consorzio che a connotare il vino a Montepulciano debbano essere sempre più il territorio, la serietà dei produttori e la trasparenza verso la clientela. Le iniziative di adeguamento del disciplinare sono quindi volte a stimolare l’incremento qualitativo a tutti i livelli della produzione territoriale”.
Tutto bello, “anche la scelta di autodisciplinare la limitazione delle produzioni nelle annate difficili, così come la formalizzazione dell’obbligatorietà dei controlli dei movimenti di vino sfuso che lasciano la zona di produzione per essere imbottigliati in ambito regionale (il Consorzio del Nobile è uno dei primi in Italia a renderlo obbligatorio)” e legittima, essendo il Vino Nobile di Montepulciano un vino non monovitigno come il Sangiovese di Montalcino, la possibilità di “lasciare spazio ai produttori di continuare ad interpretare il territorio in maniera seria ed appassionata, lasciando ai consumatori ed ai critici il giudizio su quali tra i nostri vini siano i migliori, certi che gli adeguamenti al disciplinare contribuiranno a migliorarli ancora”, ma al Consorzio sono convinti davvero che neutralizzando e rendendo inoffensivo quel “vitigno peggiorativo” del Canaiolo riusciranno a cogliere il Nobile obiettivo di “rendere più identitario il prodotto e raggiungere un equilibrio qualitativo”?
E soprattutto sono persuasi che un Vino Nobile di Montepulciano dove il Prugnolo Gentile, definito “il vitigno principe del territorio”, per disciplinare debba essere presente nel vino per un minimo del 70%, possa ancora essere territoriale, “più identitario”, più equilibrato da un punto di vista qualitativo, quando sia prevista, per il 30 per cento, non per il 3 o 5, per il trenta, la presenza di Syrah, Merlot, Cabernet et similia?
Se sono davvero persuasi, come scrivono, che “a connotare il vino a Montepulciano debbano essere sempre più il territorio, la serietà dei produttori e la trasparenza verso la clientela”, perché mettono all’indice il Canaiolo e accolgono a braccia aperte, come liberatori, i cosiddetti vitigni migliorativi?
E visto che parlano tanto, loro, di “trasparenza verso la clientela”, perché si sono sdegnosamente rifiutati di spiegare, dal sussiegoso presidente Carletti ai vari funzionari, gli step e gli obiettivi del loro progetto di cambiamento del disciplinare quando è stato chiesto loro di farlo?  (per i distratti, ecco ricapitolati gli appelli ai produttori di Montepulciano, rimasti quasi totalmente senza risposta, a spiegarsi: primosecondoterzoquarto)

0 pensieri su “Autenticità, identità del prodotto e trasparenza: così il Vino Nobile isola il Canaiolo

  1. perchè perchè…è semplice, la risposta sta tutta qui: hanno, come del resto confessato liberamente la testa voltata all’indietro, al “mercato degli ultimi 10 anni”, non dei prossimi 10. Personalmente ritengo, ma non sono un sommelier, che con il 30% di vitigni aggressivi e predominanti come i soliti noti il prugnolo gentile (gentile, per l’appunto) viene semplicemente strangolato e il vino perde di identità. su questo sono pronto alla scommessa, il 30% di merlot rende irriconoscibile qualsiasi sangiovese. A mio parere si andrà comunque verso una ancor più netta demarcazione tra le varie realtà produttive, tra quelli più “internazionali” e quelli più territoriali, e questo alla fine potrà forese essere un bene, anche se, come già per il chianti classico, sotto lo stesso ombrello andranno a convivere felsina o castell’in villa e piccini.
    saluti
    francesco

    • Francesco, una sola aggiunta a quello che lei ha ben detto: il 30% di Merlot non solo “rende irriconoscibile qualsiasi Sangiovese”, ma imbastardisce, de-territorializza, banalizza, priva di personalità e interesse, dal mio modesto punto di vista, qualsiasi vino venga in questo modo prodotto. A Montepulciano fanno in questo modo una scelta reazionaria, passatista, vecchia e superata. Priva di senso, anzi, di buon senso

  2. Notizia dell’ultima ora: la Constellation brands compra tutto il canaiolo ed il prugnolo disponibili sul mercato a prezzi stracciati per produrre il suo nuovo vino: Essence, a Tuscan red wine, un blend nel solco della tradizione che associato al sangiovese rappresenta il meglio della viticoltura toscana. Sull’etichetta verranno riprodotte le torri di S.Gimignano sullo sfondo di un viale di cipressi. Nelle migliori enoteche del mondo a 10$ !
    (non è vero, ma se lo meriterebbero…)

  3. Perchè si vendano ( o si speri di vendere) milioni di bottiglie, ci si deve rivolgere alla massa mondiale. Questa massa non sa nulla di sangiovese, nulla di nebbiolo, nulla di tannino, nulla di evoluzione del vino. Ma ha fatto una regola del “mi piace, perciò è buono”. Quindi se un vino appare accattivante, non sgradevole o comunque non diverso da canoni standard internazionali dati per acquisiti, la massa conclude “è buono”. E il produttore pensa” bene, così lo vendo”.
    L’esasperata ricerca della piacevolezza immediata e dell’abbattimento dei tempi di produzione attraverso tecniche e metodi e uve diverse da quelle straordinarie che la natura ci ha dato, (ma ahimè, bisognose di tanto lavoro…), porta ancora a credere che merlot e cabernet siano la soluzione.
    Ma come dice Francesco, è guardare ai trascorsi 10 anni, non a quelli che verranno.
    Si creerà una divisione netta fra due modi di produrre Nobile, Brunello, e chissà che altro. Ma almeno si spera che si capisca chiaramente con chi si ha a che fare: si dichiari in etichetta chi sceglie di entrare nel futuro con la massima competenza moderna ma esaltando il monovitigno italiano e chi, in barba alla cultura e all’identità di un territorio, ricorrerà ai vitigni internazionali per fare un prodotto diverso. La massa vuole tutto e subito e qualcuno è convinto che voglia proprio questi tipi di vino?? Allora si dica apertamente cosa si fa in cantina: io ho diritto di sapere che Nobile, che Brunello mi viene venduto. Troppo comodo un unico nome e mille anime opposte. Grazie no: la schizofrenia non mi piace. Si metta in etichetta con quali uve si è lavorato_: poi il consumatore valuterà.

  4. Buonasera.
    Gentile Francesco, è la forza delle denominazioni che Castell’in Villa conviva e integri i target della Piccini. La quale dal canto suo svolge una “certa” quale funzione nei confonti di qualche centinaio (migliaio?) di produttori di Morellino, Vernaccia, Chianti, Nobile e Brunello che altrimenti non saprebbero neanche dove mettere fisicamente il frutto dei loro “brillanti” investimenti.
    Buona serata.

  5. Caro Franco
    veloce come il lampo una precisazione (se fosse già stata chiarita prima mi scuso per la ripetizione). Il prugnolo gentile nn è il sangiovese. Ormai è acclarato e ho come l’impressione che molti addetti ai lavori ( me compreso fino a 3 anni fa, con grande stupore) nn lo sappiano. Insomma, pare proprio che pg e sangiovese nn siano la stessa varietà. Per inciso, di prugnolo gentile nelle vigne di Montepulciano ormai ce n’è rimasto pochino (dovrebbe stare fra i vitigni complementari ammessi). Per il resto trattasi di sangiovese ( diversi cloni). Devo dire che anche le fonti ufficiali poliziane nn è che abbiano suonato le trombe per comunicare efficacemente sta cosa. Mi fermo qua e ti saluto.
    Fernando Pardini

  6. gentile Patrizia, lei ha perfettamente ragione e questo è uno dei motivi alla base dei vari scandali e taroccamenti dei quali ci siamo più volte occupati su questo blog. le denominazioni sono dei contenitori enormi nei quali convive un’idea di vino dove realtà industriali (che hanno i loro meriti) stanno insieme a realtà artigianali o ancora più piccole. E’ evidente che le logiche che muovono le varie realtà aziendali sono differenti; ma quello che molti qui chiedono è che non si usi il cappello (la denominazione, patrimonio pubblico-comune) per fare quello che si vuole, magari di nascosto. Mi ripeto, secondo me a questo punto è persino giusto che si vada ad una separazione, che attinenza c’è tra un vinone ( presunto tale) che so come il nobile di cecchi, prodotto internazionale ben fatto ma, a mio parere anonimo, e un rustico nobile di dei? io non me ne intendo, ma stento a dire che si tratti del medesimo vino, poi se alla massa piace, che dire, ognuno sceglie l’albero al quale impiccarsi, almeno per un po’ questo, in un’era di divieti crescenti, ci è ancora concesso
    saluti
    Francesco

  7. E’ un vero peccato che il Canaiolo sia oggetto di una lapidazione del genere: purtroppo ormai lo status di “San Sebastiano dei vitigni italiani” non glielo toglie nessuno. A livello di selezione clonale, non ci si lavora praticamente più; leggo ora da Franco di questa illuminata modifica al disciplinare del Nobile. Io sommessamente ricorderei il contributo in termini di eleganza floreale, da ascrivere indiscutibilmente al Canaiolo, nelle vecchie, sensazionali annate del Vigna Monticchio di Lungarotti, oltre a sottolineare lo storico ruolo di complementare perfetto per il Sangiovese svolto da quest’uva, come dimostrano diverse grandi o grandissime etichette di Chianti Classico dove il Canaiolo è l’unico complementare in uvaggio o comunque il principale. Parlo di aziendine “che si faranno” tipo Isole e Olena, Castello di Cacchiano, San Giusto a Rentennano, Castello di Monsanto, Castello di Querceto, Castellare di Castellina, Podere Terreno, Rignana, Rocca di Montegrossi, nonchè alcune mie personali, piccole passioni che si chiamano Val Delle Corti, Castello di Verrazzano, Monteraponi, Castellinuzza e Piuca, Lilliano, Ormanni; passioni, noto, condivise da chi ama del Sangiovese anche quel saper essere leggiadro, elegante, infiltrante, sussurrato, mai dimostrativo, mai assertivo, mai sterilmente aduso allo sfoggio dei bicipiti.
    Essendo infine il Canaiolo un’uva tipica anche del viterbese, dove tradizionalmente lo si declina al femminile (Cannaiola), inviterei Franco e gli appassionati curiosi alla ricerca e sperabilmente all’assaggio di quella rarissima e purtroppo sconosciuta perla della mia regione che è il Colli Etruschi Viterbesi Cannaiola di Villa Puri, un progetto perdente in partenza e ianche n quanto tale di irresistibile fascino, una sorta di visione estatica, con residuo zuccherino comme il faut, opera di Vittorio Puri, vignaiolo e floricultore a Bolsena.

  8. ..anche nel nuovo disciplinare chianti (non quello classico)approvato da poche settimane……mi sembra che….hanno ”suonato a morto ”per i vitigni bianchi ”della tradizione”…un esclusione, oramai sulla carta,….e un’ulteriore apertura alla globalizzazione .buon chianti (globale)..non mente…

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