Caso Brunello: articolo del New York Times (con citazione del sottoscritto)


Mi perdonerete se magari non brillerò per eleganza parlando di me, ma non posso non rendervi partecipi, considerandovi una comunità di amici che continuano a seguirmi anche in questo caldo agosto, di una di quelle piccole soddisfazioni che contribuiscono a dare un senso a quello che scrivo.
A qualche giorno di distanza da una breve nota, sull’affaire Montalcino, anzi, su Brunellopoli, che in tandem con Jeremy Parzen, amico e collega wine writer e co-conduttore del blog in inglese VinoWire, ci è stato chiesto di redigere per l’edizione on line di Decanter (leggete qui), su quello che nell’immaginario collettivo viene visto come uno dei più prestigiosi quotidiani del mondo, il New York Times, un oggettivo, piano, informato articolo del critico di vino di quel giornale, Eric Asimov, dedicato agli ultimi sviluppi del caso Brunello, riporta il mio punto di vista.
Come potete leggere qui
, Asimov ha raccontato quello che sta succedendo e per farlo nei giorni scorsi mi ha contattato (ci leggiamo reciprocamente e spesso ci si scrive) invitandomi a rispondere ad alcune domande che l’aiutassero a chiarirsi le idee.
Da tutto il mio pensiero, come è normale che accada con tutti i quotidiani, dove lo spazio è quello che è, Eric ha estrapolato alcune mie riflessioni che ha riportato nell’articolo.
Non posso che ringraziare il collega americano, e riportando ugualmente, in fondo a questa nota, il mio pensiero nella sua interezza, in versione italiana ed inglese, nell’eccellente traduzione del comune amico Jeremy, non posso sottrarmi ad alcune riflessioni.
Innanzitutto sulla validità del detto latino nemo propheta in patria, visto che mentre il New York Times mi cita (ed è la terza volta) e valuta come degne di fede e interessanti le mie opinioni sul caso Brunello, in Italia la Grande Stampa d’Informazione e la Stampa Specializzata o m’ignorano bellamente (bella forza vivono anche di pubblicità e guarda caso le Grandi Aziende coinvolte sinora nello scandalo dei vini non conformi al disciplinare sono aziende che fanno pubblicità su varie riviste) oppure s’incaricano, attraverso zelanti “colleghi” di darmi o del “talibano” o di dirmi che mi “prendo troppo sul serio” e che manco di duttilità e che non riesco a capire la situazione o che esagero.
Invece l’ho capita benissimo, la situazione, ho capito quali siano i grandi interessi (economici e non solo) in ballo, quale sia la posta in gioco e quali le pedine di questa partita.
A differenza di quello che può dire solo qualche imbecille – e in questa vicenda non hanno mancato di manifestarsi – non sono un “nemico” del Brunello e di Montalcino, anche se sono dichiaratamente un Barolo fan, ma un amico di quel grande vino e di quella terra bellissima, che come amico disinteressato (non curo le pubbliche relazioni di nessuno a differenza di altri) si indigna per quello che è successo, per l’indifferenza che diventa giustificazione di molti, anche produttori, e per la pretesa, che qualcuno ha, di ridurre il tutto ad un niente.
Ad una bolla di sapone, magari da sanare, visto che le parti in causa sono nobili, ricche, potenti, celebri e con tanti amici in ogni loco, con una sorta di indulto o di invito a non procedere oltre.
Come ho scritto, sono persuaso che questo episodio segni una rottura tra vecchie prassi e nuove da scegliere, non obtorto collo, ma virtuosamente e con convizione, e che occorra, da parte di tutti, di chi ha sbagliato (e nessuno intende fucilarlo in piazza o metterlo alla gogna davanti alla Fortezza, basta che riconosca pubblicamente l’errore e s’impegni a non ripeterlo e paghi secondo le leggi vigenti) e di chi invece ha rispettato le leggi, una decisa assunzione di responsabilità, un radicale cambiamento di rotta.
Ed è per questo, invitando tutti coloro che amano Montalcino e che sono persuasi debba essere ancora il Sangiovese, di Montalcino, ça va sans dire, il centro di tutto, a dimostrare nei fatti e non solo nelle parole di considerare il “Sangiovese per amico” ed un patrimonio prezioso di cui fare tesoro, che al più presto – mentre si annunciano possibili novità, tipo nascite di improbabili blog animati da personaggi che lo strumento ed il linguaggio del blog non sanno nemmeno cosa sia, né tantomeno sono o saranno mai veri wine blogger, tipo richieste esplicite al mondo politico, regionale e romano, di fare qualcosa e di risolvere l’impasse, e soprattutto mentre ci si avvicina alla vendemmia 2009 (mentre le vendite dei 2004 non vanno come dovrebbero andare…) – questo blog, che intende anche essere pars costruens e non solo destruens come spesso viene liquidato, si farà vivo con proposte precise.
Una serie di spunti di riflessione, di ipotesi, per ripartire, ma senza colpi di spugna, per ridare al Brunello e a Montalcino la piena dignità ed il suo prestigio, per ricollocarlo, come merita, non solo al centro del dibattito sul vino italiano, ma tra i vini che costituiscono, senza possibili contestazioni, la pietra angolare su cui costruire il futuro del vino italiano di qualità. I promise you, see you soon.

Appendice
Riflessioni in italiano ed in inglese sul caso Brunello. Ad uso e consumo di chi vuole capire

Is the investigation now complete? Or may we expect more findings or penalties to be announced, specifically about the people and wineries that were found to have broken the rules?
The inquiry is not over. The Magistrate’s office has now received the judge’s report on the preliminary investigation and a request to determine whether or not to indict or acquit the 5 wineries — Antinori, Argiano, Banfi, Casanova di Neri, and Marchesi de’ Frescobaldi.
The investigators’s findings revealed elements that made it impossible for them to arrive at an acquittal. They have determined that the practice of “adjusting wines” has been widespread in Montalcino for years.
In the words of the investigators, the Guardia di Finanza [Italian Treasury Department] “large quantities of wine from the 2003 through 2007 vintages were ‘cut or softened’ with grapes other than Sangiovese, the only variety allowed by Brunello di Montalcino appellation regulations.”  Beyond the five names made public (and the two wineries, Biondi Santi and Col d’Orcia, that were full acquitted), they also said that “in the course of the inquiry, 17 persons were reported to Siena Attorney-General’s office for the offense of having cheated in commercial translations and falsifying public documents, and, in some cases, for conspiracy, not to mention the offense of falsifying information provided to the public prosecutor’s office. Of these, 8 entered into plea bargaining while 9 receive notice that the investigation found them to have committed these offenses.
” They added — and this where it becomes really serious — that grave accusations were leveled at no ordinary functionary. The powerful director of the Consortium has been investigated for “conspiracy to cheat in commercial transactions and false certification of public documents.”
Because he had worked at the Consortium for many years, he knew everyone and he was aware of many things that allowed him — let’s say — to be “biased” toward the producer members of the Montalcino Consortium.
For the most part, the inquiry is over. I do not think any new information will come to light, unless new facts emerge from the proceedings that the subjects of the investigation face. The big question mark is whether or not it all can be hushed up and whitewashed by a provision inspired by political gain. Local and national politicians are pressing strongly for a pardon. It would be a mockery and an insult for honest winemakers who have followed the rules.

L’inchiesta non é finita, innanzitutto perché ora tocca alla Magistratura, che ha ricevuto la richiesta e la documentazione dal Giudice per le indagini preliminari, decidere se rinviare a giudizio o prosciogliere le 5 aziende, Antinori, Argiano, Banfi, Casanova di Neri e Marchesi Frescobaldi, a carico delle quali sono stati raccolti elementi tali da non poter arrivare ad un proscioglimento.
Le indagini hanno stabilito che quello di “aggiustare i vini” era una prassi diffusa a Montalcino da anni, visto che la Guardia di Finanza afferma testualmente che “ingenti quantitativi di vino relativo alle annate dal 2003 al 2006 sono state “tagliate o ammorbidite” con uve e vini differenti dal sangiovese, unico vitigno ammesso dal disciplinare del Brunello e Rosso di Montalcino”. E inoltre viene affermato, al di là dei cinque nomi resi noti (e da due aziende, Biondi Santi e Col d’Orcia, che sono state totalmente prosciolte) che “Nell’ambito dell’inchiesta sono stati denunciati alla Procura della Repubblica di Siena 17 responsabili di cui 8 hanno richiesto il patteggiamento e 9 hanno ricevuto l’avviso di conclusione delle indagini per i reati di frode in commercio e falso in atti, in alcuni casi commessi in associazione, nonché per il reato di false informazioni al Pubblico Ministero”.
Si aggiunga poi, cosa gravissima, che è finito sotto indagine, con accuse gravissime, “associazione a delinquere finalizzata alla frode in commercio ed al falso ideologico in atti pubblici” non un funzionario qualsiasi, ma il potente direttore del Consorzio. Che essendo al Consorzio da molti anni conosce tutti ed è al corrente di tantissime cose e ha dunque un oggettivo potere diciamo di “condizionamento” nei confronti di tutti i produttori di Montalcino. L’inchiesta è – grosso modo – finita.

Non penso che ci possano essere altre novità, a meno che non emergano dai procedimenti a cui dovrebbero essere sottoposti coloro che sono indiziati. Il grosso punto interrogativo è che tutto possa essere messo a tacere e coperto da un provvedimento di ispirazione politica e la politica, locale e nazionale, spinge molto in tal senso di indulto. Che sarebbe una vera e propria beffa e un insulto per gli onesti che hanno rispettato le regole e le leggi.

What will be the lasting effect of the investigation, if any?
The situation that followed the Brunello scandal, coupled with the grave difficulties owed to the Italian and international economic crisi and the drop in demand for premium wines like Brunello di Montalcino, could lead to the sale of some wineries.
But the international situation is perhaps not so favorable at present (even though Montalcino is an extremely beautiful and fascinating place, in terms of the landscape)  for the sale of wineries or investiments from other Italian regions or elsewhere in the world, as has occurred in the last 20 years. Montalcino has been transformed into a land of conquest and gratification for people from all over the world.
There was a time when all you had to do was write Brunello di Montalcino on the label and the wines — good and or not so good — would sell. Everything was considered justifiable in the name of business and the market.
Now, following the Brunello scandal and the effective end of an era, we could see the emergence of a “new” strategy to salvage the “pathological” relationships that led to the anomalies that became the rule and to make a radical change.

La situazione venutasi a creare dopo lo scandalo del Brunello, abbinata alle gravi difficoltà dovute alla crisi economica italiana e internazionale e al calo della domanda di premium wines come il Brunello di Montalcino, potrebbe dare l’avvio a qualche vendita di azienda, ma la situazione internazionale non è forse così favorevole, in questo periodo (anche se Montalcino è un sito estremamente bello e affascinante, paesaggisticamente parlando) all’acquisto di aziende o a nuovi investimenti in arrivo da altre zone italiane o da tutto il mondo come sono avvenuti negli ultimi vent’anni.
Che hanno trasformato Montalcino in una terra di conquista e di gratificazione per persone provenienti da tutto il mondo. Diversamente, dallo scandalo del Brunello, dalla oggettiva fine di un’epoca, dove bastava scrivere Brunello di Montalcino in etichetta ed i vini, buoni o meno, si vendevano, e dove tutto era considerato lecito, nel nome del business e del mercato, potrebbe partire una ‘nuova’ strategia, sia per cercare di salvare i legami ‘patologici’ che hanno dato l’avvio proprio alle irregolarità fatte regola, sia per fare un forte cambiamento. Culturale e di mentalità, soprattutto. Forse per questo in questo momento, dall’esterno, sembra che ci sia una specie di ‘surplace’, una falsa immobilità, che nasconde pressioni molto forti…

Is it ever possible for Americans or outsiders in general to understand the complexities of the local politics and history that often govern scandals like the Brunello investigation?
Specifically, you have to take into account the fact that Siena and its farmland are governed by an untouchable political party (yesterday it was the PCI [Communist Party], then the PDS [Democratic Party of the Left], today the PD [Democratic Party], even though it shares its financial spoils with the opposition.
Everyone operating in the province is “monitored” by the above-mentioned party and everyone “owes” it something: information, money, jobs, etc. One unique aspect of all of this is that many jobs are filled by persons largely lack the minimal competence to fulfill their duties. The intersecting ties and relationships:
1) companies (that need to invest, plant, and operate);
2) townships (that grant licenses for construction and permission to build wineries);
3) the Province of Siena (which grants business licenses and funnels monies from the European Community;
4) the Big Bank, Monte dei Paschi di Siena (that gives loans);
5) trade unions (governed by political dropouts who have close ties to the townships, province, and region, and who redirect EU financing;
and 6) the Consortium (that oversees the individual wineries).
And you mustn’t forget the presence of Roman politicians within the party, nor the Regione Toscana (Tuscan Region), nor the Fondazione Bancaria (Banking Foundation [which oversees the Italian government’s private investments and its shares in the stock market]).
There is a lot of disagreement between the wineries, as much so between small and mid-sized wineries as between the big ones, and so much so that they can never take a stand together.
This is the inextricable network of relationships that “explains” the absurd silence of so many producers, small and mid-sized, that form the connective tissue of the world of Brunello production.
By remaining silent, the seem in some ways to “whitewash” and to justify the actions of the big wineries with Sicilian-styled omertà — whether or not those implicated in the investigation are acquitted or indicted. It’s hard to think that anything can be as it was before since the most famous and powerful brands of Brunello have been implicated in the investigation, from the American company Banfi to the renowned wineries Antinori, Argiano, and Marchesi de’ Frescobaldi and Casanova di Neri, which was the winner of the Wine Spectator’s Top 100 some years ago.
At the least, they have all brushed by suspicion and questioned for their way of “interpreting” Brunello.

Nello specifico bisogna mettere in conto che Siena (e le sue terre) è governata da un partito blindato (ieri PCI, poi PDS, quindi DS, oggi PD, compromesso “storico” tra quello che resta dell’ex PCI e dell’ex D.C.), che però spartisce con l’opposizione il tornaconto economico.
Tutti i soggetti che operano nella provincia sono ‘controllati’ dal suddetto partito e gli ‘devono’ qualcosa: informazioni, soldi, posti di lavoro.
Un dato singolare è che quasi tutte le posizioni sono coperte da persone largamente al di sotto delle competenze minime necessarie a riempire il ruolo.
Legami e relazioni intercorrono tra:
1 Imprese (che hanno bisogno di investire, piantare, operare)
2 Comune (che concede licenze edilizie e permessi di costruire cantine)
3 la Provincia di Siena (che concede di reimpiantare e che convoglia e decide i finanziamenti in arrivo dalla Comunità Europea)
4 la Grande Banca – MPS Monte dei Paschi di Siena – (che concede mutui)
5 le Associazioni sindacali di categoria (che sono governate da dropout della politica, strettamente legati a Comuni, Provincia, Regione) e che orientano i conferimenti dei finanziamenti EU
6 il Consorzio (che ha la visione panoramica dei movimenti delle singole aziende). E non bisogna dimenticare i referenti romani del partito, né la Regione Toscana, né la potente Fondazione bancaria…
Per quanto riguarda i rapporti tra aziende agricole, vi è una disomogeneità totale tra di esse, tale da impedire qualsiasi presa di posizione, sia tra le piccole/medie, che tra le grandi..
E’ questa rete, quasi inestricabile, di legami, che “spiega” l’assurdo silenzio di tanti produttori, piccoli e medi, che formano il tessuto connettivo del mondo produttivo del Brunello, e che tacendo sembrano in qualche modo “coprire” e giustificare, con un atteggiamento “omertoso” stile siciliano, l’operato delle grandi aziende, che vengano prosciolte o rinviate in giudizio, sono state coinvolte nelle indagini.
Difficile credere che tutto possa essere uguale a prima in un panorama dove i marchi più famosi e potenti del Brunello, dall’americana Banfi, alle notissime Antinori, Argiano, Marchesi Frescobaldi, a quel Casanova di Neri, anni fa premiato da Wine Spectator come miglior vino del mondo, come vincitore della Top 100, sono stati, nel migliore dei casi, coinvolti nelle indagini, sfiorati dal sospetto, messi sotto discussione per il loro modo di “interpretare” il Brunello…

Your very brief thoughts on the 2004 brunello wines, and the next vintage to come?
Aside from a few rare examples (like the classic wines of Case Basse and Franco Biondi Santi’s Il Greppo, or a few small producers like Il Colle, Fonterenza, Poggio di Sotto, Gianni Brunelli, Giulio Salvioni, Gorelli Le Potazzine, and if you want also Uccelliera, Pian dell’Orino, Salicutti, Stella di Campalto, Le Macioche), I do not believe that the 2004 vintage is a great one. It doesn’t reach the level of classic vintages like 1999 and 2001.
It might have been overestimated and presented as being great than it really is for the sole reason that it “had to be” the upswing vintage following the big “mess” of the Brunello scandal and the mediocre and anomalous 2003 vintage. Many of the wines are thin, lacking precision, and with little personality.
Many wines are clearly the children of higher yields (the 2004 vintage was abundant throughout Italy) and they lack concentration and meatiness. Many wines show green tannin.
Many wines are strange and seem to have been corrected, swiftly, spurred by desperation, in the cellar. The wines are now longer “cut” with “prohibited” grapes but rather made more youthful with other vintages or with wines purchased who knows where, because the original wines or those produced up until the 2003 vintage had become “unpresentable.”
And then there was also a lot of work performed by technicians, who used mannoproteins to adjust the color of the wines and concentrators and reverse osmosis, which is an prohibited practice, but many resort to its use. So far, the 2005 vintage does not seem to be an easy one.
It has more character than the 2004, but as the Wine Spectator enologists observed at the end of the harvest, “it was not a great year for Tuscany’s dominant grape variety, Sangiovese, which struggled to ripen fully in many areas and, because of the damp conditions, had to deal with the threat of botrytis… It’s a bit of a leopard-skin vintage for Sangiovese. Some of the grapes just didn’t ripen, and there was botrytis in the vineyard.”
The outlook isn’t exactly cheery and if the market for 2004 Brunello doesn’t pick up, I doubt the 2005 will do any better.
One thing is for certain. There is no need to single anyone out for pillory in the public square, but the residents of Montalcino need to take stock of the fact the season of unchecked growth has ended and that it transformed Brunello into a wine commodity, an easy business governed by only one rule: the eradication and the loss of identity of an iconic wine and its transformation into an average wine that merely costs more.
It will take courage, strength, and responsibility to turn the page and the residents of Montalcino need to openly show the world — with transparency and sincerity — that they have the will to take this step.

Credo che l’annata 2004 non sia, salvo rare eccezioni (ad esempio i vini classici di Case Basse e Franco Biondi Santi – Il Greppo, oppure qualche piccolo produttore come Il Colle, Fonterenza, Poggio di Sotto, Gianni Brunelli, Giulio Salvioni, Gorelli Le Potazzine, e se volete anche Uccelliera, Pian dell’Orino, Salicutti, Stella di Campalto, Le Macioche) una grandissima annata. Che non sia al livello di annate classiche come 1999 e 2001.
Che sia stata sopravvalutata e presentata come più grande di quello che è realmente. Solo perché “doveva” essere l’annata della svolta, dopo il grande “casino” dello scandalo del Brunello e dopo una vendemmia mediocre e anomala come il 2003.
Molti vini sono diluiti, senza precisione, con poca personalità. Molti vini denunciano di essere figli di rese elevate (l’annata 2004 è stata molto abbondante ovunque in Italia) e mancano di concentrazione, di polpa.
Molti vini presentano tannini verdi. Moltissimi vini sono strani e fanno capire di essere stati sistemati, di corsa, con la forza della disperazione, in cantina. Non più tagli con altre uve “proibite”, ma ringiovanimenti con altre annate, con vini acquistati qua e là, perché i vini originali o quelli prodotti sino all’annata 2003 erano diventati “impresentatibili”.
E poi ancora tantissimo lavoro per i tecnici, con uso di mannoproteine per fissare il colore, e poi concentratore e osmosi inversa. Che sarebbe una pratica proibita, ma alla quale molti fanno ricorso.
Quanto alla 2005 si annuncia come un’annata non facile, più di carattere del 2004,  ma come dichiararono alcuni enologi a Wine Spectator a fine vendemmia, “it was not a great year for Tuscany’s dominant grape variety, Sangiovese, which struggled to ripen fully in many areas and, because of the damp conditions, had to deal with the threat of botrytis. “It’s a bit of a leopard-skin vintage for Sangiovese. Some of the grapes just didn’t ripen, and there was botrytis in the vineyard.”.

Prospettive non entusiasmanti dunque, e se il mercato del Brunello 2004 non tira, dubito possa andare meglio quello dei 2005.  Ma una cosa è fondamentale: che a Montalcino, senza mettere nessuno alla gogna in piazza, prendano coscienza che una stagione, quella della crescita senza controllo, del Brunello trasformato in wine commodity, del facile business come unica regola, dello sradicamento e della perdita di identità di un vino simbolo e della sua trasformazione in un vino qualsiasi, solamente più costoso, è finita. E che occorre, con coraggio, con forza, con responsabilità, voltare pagina. Dichiarando apertamente al mondo, con trasparenza e sincerità, questa volontà e questa decisione.

27 pensieri su “Caso Brunello: articolo del New York Times (con citazione del sottoscritto)

  1. rompo io il silenzio, che sono persuaso proseguirà – “siamo al 12 agosto, fa caldo, siamo in riva al mare, al fresco in montagna e quello pretende ancora di rompere le palle con ‘sta storia di Brunellopoli?”, mi sembra di sentirle le proteste… – segnalando questo post che con lo scandalo del Brunello apparentemente non ha nulla a che fare.
    Non sono un fan di Beppe Grillo, ma penso che terrò d’occhio quello che annuncia e promette qui
    http://it.notizie.yahoo.com/7/20090812/tts-crociata-di-grillo-contro-le-querele-c8abaed.html
    e poi ancora qui
    http://www.adnkronos.com/IGN/News/Cronaca/?id=3.0.3648601993
    perché la battaglia per la libertà d’informazione, per non essere minacciati e forniti di mordacchia da promesse di querele per diffamazione (semplicemente per aver raccontato che siamo di fronte ad uno scandalo che va chiamato Brunellopoli?), é una battaglia che questo blog sente propria.
    E, nel caso, non esiterà a denunciare – il mio modo di fare é sufficientemente noto – tentativi di farmi paura o mettermi a tacere… Sarà divertente raccontare a Grillo e ai tanti amici wine writer, in tutto il mondo, a Eric, Tyler Colman, Alice Feiring, ai tanti che mi seguono tramite Twitter o Facebook o che leggono questo blog, che tentano di farmi paura per farmi smettere di scrivere… Beh, nel caso, saranno loro a prendere il testimone e a scrivere al posto mio… La battaglia continuerà…

    • non solo “modelli d’antan”, ma vini non conformi al disciplinare del Brunello di Montalcino vigente. Meglio appellarsi alle… Madonne nere, che azzardarsi ad andare ancora sul mercato, come si andava ancora con le annate 2001 e persino 2002, oltre che vari 2003, con i vini “liberamente” interpretati. E spesso prontamente premiati dalle varie guide e da certa stampa, veri convitati di pietra in questa italica vicenda…
      Non fatemi parlare, per carità di patria, del vino di un notissimo produttore, che se era Sangiovese in purezza allora io sono gay, juventino e seguace di Di Pietro, che era palesemente “taroccato” e quando glielo si diceva, ridendo, perché é un tipo simpaticissimo, diceva che lui non c’entrava nulla, che era “il mi’ enologo che lo fa ‘osì”, eppure beccava massimi riconoscimenti e punteggi prossimi ai 100/100 (mancava poco…) dal mio amico Giacomino Suckling di Wine Spectator… Eppure superava gli esami delle commissioni di degustazione della Camera di Commercio – altri bei convitati di pietra! – e nessuno, o quasi, aveva niente da dire su questo autentico scandalo…
      Bene, il nome di quel produttore, ilcinese, non é mai stato fatto in questa inchiesta? Perché mai?
      Bisognerebbe chiamare in causa anche quello stregone, pardon winemaker, e altri, i nomi sono notissimi, che hanno fatto vini del genere a Montalcino.. E qualcuno, ahimé, continua a farli, e, accidenti, li farà anche in regioni dove si coltiva un’uva difficilissima e speciale che con la loro cultura di merlottisti applicati al Sangiovese c’entra come i cavoli a merenda… Questa é ancora l’assurda Italia del vino di oggi!

  2. Buongiorno Franco,
    sono da poco rientrato da una breve pausa (…ma le vacanze sono, per definizione, sempre brevi, no?) nella magnifica Ischia, pausa tra l’altro arricchita da buon pesce e da un altrettanto buon Biancolella locale.
    Per cui penso di essere tra quelli, spero non così pochi, che continueranno in questi giorni a seguire con immutato interesse e curiosità questo blog…
    Sinceramente speravo di trovare qualche notizia sensazionale sul caso Brunello, ovviamente positiva. Sembra proprio, invece, che dovremo continuare a discutere del perdurante immobilismo e silenzio, oltre che della paventata (e forse non troppo remota…) possibilità di un consistente “colpo di spugna”. D’altronde siamo oramai abituati ai condoni, fiscali, economici, giudiziari, alcuni dei quali fatti passare quasi di soppiatto, ben nascosti in mezzo ad altre disposizioni emanate con decreti e leggi stile “frittura mista”.
    Per quanto riguarda l’andamento del mercato del Brunello, l’impressione è che, come è stato detto in diverse altre occasioni, il ridimensionamento della domanda sia piuttosto generalizzato. Se non sbaglio, anche a Bordeaux e in moltre altre zone hanno problemi simili.
    Dal punto di vista economico, come stavo leggendo in questi giorni a proposito del mercato dell’auto, in periodi di difficoltà si sceglie di tagliare o quantomeno ridurre le spese non indispensabili, e quindi ci può stare anche un periodo, speriamo breve, di cosiddette “vacche magre” per il mercato del vino di un certo livello (parlando di prezzi, ovviamente).
    Del resto, oggi i produttori di auto sopravvivono grazie agli incentivi statali di molti Paesi, in mancanza dei quali la crisi forse avrebbe assunto dimensioni quasi catastrofiche.
    Possiamo ipotizzare un qualcosa di simile per altri settori, compreso quello vinicolo? La vedo un po’ dura…

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  4. Situazione spinosa.
    In Italia il giornalismo, tranne pochi casi è megafono di veline e di agenzie di stampa di quello o dell’altro.
    Andare a cercare le notizie o seguire una traccia per vedere dove porta, analizzarla, verificarla, sbatterla in prima pagina insieme al seguito di più o meno potenti, qui da noi è difficile, parecchio difficile.
    E’ bene ricordare che siamo il paese di Ustica, di Piazza Fontana, della P2, di Mafia che entrao ovunque, di interessi e poteri intoccabili.
    Le inchieste sono il boom di un giorno quando c’è da fare il titolo riempire un notiziario.
    Però sono casi, se avete fatto caso i grossi nomi non compaiono quando sono indagati, si riempiono le pagine o il video solo di poveri cristi, incidenti, ammazzamenti fra parenti, casi umani ecc.
    Omertà è la parola d’ordine, sia in fatti gravi come quelli sopra citati ed altri, sia per la storia Brunello,un passettino indietro per importanza mediatica, ma non per interessi economici e contesto.
    In Italia nutro seri dubbi avrebbe potuto succedere uno scandalo come il Watergate dove la stampa sarebbe arrivata a far dimettere il maneggione presidente Nixon.
    Altri tempi si dirà.. si, vero, ora la stampa e le televisioni almeno sono tutti di uno qui (da noi) e quindi si semplifica.
    In terra di Siena è un intreccio di persone che schizzano da una poltrona all’altra, da un ente all’altro, con un unico comun denominatore: la politica.
    In questa calma piatta, ben venga un rompicoglioni come Ziliani che anche ad agosto pieno non molla la presa.
    Lui nel vino, cento altri magari sispersi in altri settori……. ma se non vi fossero internet e i blog… quanti di loro qui in Italia troverebbero ospitalità nella carta stampata?
    Non parlo della televisione perchè lì, tranne poche casi è puro zerbinaggio al potente di turno.

    • non la trovano caro Andrea. Io a differenza del collega che mi dà del “talibano” e che vede le sue esternazioni su Montalcino ospitate con ampio risalto, non pubblico più miei articoli sul settimanale dell’Unione Italiana Vini, cui ho collaborato per oltre 15 anni, perché a seguito di quello che ho scritto e continuerò a scrivere su Brunellopoli é stata posta fine alla mia collaborazione. Provate a chiedere quali aziende facciano parte del sancta sanctorum della UIV e avrete rapidamente la risposta su perché e come questa cosa abbia potuto accadere…

  5. Sullo stato dell’informazione il sultano di arcore ha detto, in un (per lui) raro momento di epifanica verità,queello che pensa: l’informazione non deve “mordere”, non deve “attaccare. e ci mercavigliamo se succede la stessa cosa in un settore come quello del vino? E’ la stoffa morale che manca, ma manca a moltissimi nel paese. Qunato alle varie ciommssioni di degustazione si sa come sono composte e come ragionano, io non boccio il tuo e tu non bocci il mio…sono situazioni patetiche, ma alla fine purtroppo penso che la posizione non integralista ma bensì integra di alcuni sarà sconfitta e i soliti noti contiueranno come prima.
    francesco

  6. Eppure i tempi stanno cambiando – caro Franco -!
    Nessuno vuole che Montalcino e il Brunello entrino in un cono d’ombra.
    Pensa: niente più polemiche, i consumatori stanchi e un po’ sospettosi si allontanano impercettibilmente, cala il silenzio…
    Le ricerche (non quelle home made) dicono che in un’Italia sotto tiro (Veline, mafia, camorra, il dialetto alla Rai, un premier troppo vivace, ma un po’ appassito nonostante i ritocchi, Alitalia sgangherata e fuori orario, treni con cimici, un’imminente ondata di chomeurs, truffe ai turisti, e così via…), in quest’Italia che se non stiamo attenti si ritrova alla fine anni cinquanta, la Toscana resiste. Cioè resiste il mito della Toscana quale luogo ‘cool’, nonostante l’amico Clooney preferisca il lago.
    Qui si incontra ancora il milieu culturale internazionale. QUELLO CHE STA ALLE ORIGINI DEL MITO.
    Il Brunello è figlio di quel mito; quel clima si respira in molti luoghi; la bellezza di questa terra non può essere tradita dall’opacità.
    Bisogna recuperare trasparenza e brillantezza; bisogna tenere le luci accese.
    Per favore tieni le luci accese!

  7. Franco, ho letto molto volentieri l’articolo, e credo che sia una ulteriore conferma della generalità (salvo poche isole felici) della crisi di questo settore.
    Se non sbaglio, la possibilità che possa essere dichiarato lo stato di crisi, a livello aziendale, regionale o nazionale, comporterebbe la probabile erogazione di aiuti pubblici, no?
    Se così fosse, significherebbe che i soldi per mantenere in piedi aziende e posti di lavoro – cosa che tutti vorremmo, ovviamente – dovrebbero uscire dalle tasche di tutti i contribuenti. A me starebbe anche bene, e credo dovrebbe pensarla così chiunque (anche gli astemi…), perché stiamo parlando di un settore economico e produttivo importante, le cui conseguenze negative ricadrebbero comunque su tutti noi (certo, anche sugli astemi…!).
    Battute a parte, penso che non sia facile trovare la “formula magica” che riesca a risolvere tutti i problemi. Personalmente, però, ritengo che un po’ di flessibilità da tutte le parti non possa che giovare, in momenti come questi.
    Tanto per rimanere nel parallelo già fatto con un altro settore in crisi, ricordo che già alcuni anni fa, ai primi sintomi di difficoltà di alcune aziende automobilistiche, anche importanti, si arrivò ai cosiddetti “contratti di solidarietà” (correggetemi se sbaglio). Cercare una soluzione per dividere il male a metà, nell’interesse di tutti, non credo sia la scelta peggiore…

  8. Temo che in qualche postilla del pacchetto sicurezza infilino le ronde ai blogger, militanti armati di pinze che tagliano cavi della corrente o collegamenti telefonici.
    La parola d’ordine è una: tranquillizzare e riempire pagine e notiziari di cronaca nera per far chicchiericciare i borghesi piccoli, piccoli che siamo noi.
    Un cane in un paese sperduto azzanna una persona….. quella settimana epidemia di cani impazziti che mordono a destra e a vanvera.
    La gente chiacchiera, vede un volpino e grida al lupo, al lupo!!
    Chi fà informazione, chi dice come la pensa, chi non si accuccia nel fare il proprio mestiere si fa alla svelta a dargli del talebano (una volta si sarebbe detto sfascista) e gli viene tolta la possibilità di esprimersi, a volte con la vasellina (usava promuovere di grado e quindi rimuovere)altre con un sodo palo di castagno vergato dove si deve.
    Se uno per caso, (faccio un esempio) passeggiando vede innalzarsi un abuso edilizio e lo fà presente alle autorità competenti, non è una persona con alto senso civico, ma un rompicoglioni.
    Lo stesso dicasi sul Brunello……… un ti fermare Franco!!

  9. Mi sembra che in questo momento tutti i settori (o quasi) abbiano bisogno di aiuti straordinari. Hanno, meglio sarebbe scrivere ‘avrebbero’.
    Tutti fuorché i burocrati (quelli inutili e sono tanti), gli amministratori pubblici, certi professionisti. Tutti coloro che vivono alle spalle di un paese che era fatto di artigiani (quasi artisti), di commercianti, di imprenditori. Un paese che produceva delizie che provenivano da saperi e cultura stratificati nei secoli, ammirati dagli stranieri colti (forse c’erano meno raiders in circolazione?), un paese MANIFATTURIERO, insomma e COLTO. Un paese dove magari non si leggevano molti libri, ma si sapeva. SI SAPEVA!, anche ciò che si faceva.
    Poi sono arrivati i furbi. Quelli che hanno pensato che se quello che piaceva si fosse moltiplicato per dieci, cento, mille, si poteva diventare più ricchi, più rapidamente e con poca fatica. Tanto bastava un’etichetta con il nome giusto.
    E’ un errore molto diffuso.
    Quando i furbi si sono resi conto che in questo paese se sei furbo, sei anche impunito, lo sport nazionale – avallato da comportamenti pubblici adeguati (o inadeguati, secondo noi sciocchi!, e non alludo al premier, non solo a lui, quanto meno) – si è affermato definitivamente, ed eccoci qua.
    Un aiuto?! Sì, son d’accordo. Un aiuto a recuperare credibilità, tornando sui propri passi, rivedendo i propri comportamenti. Senza demonizzare chi ha sbagliato, ma senza reiterare gli errori.
    E’ inutile dire che si è sbagliato per assecondare gusti ‘americani’, perché proprio la DIVERSITA’ ha reso così prezioso un vino che era ed è UNICO e INIMITABILE.
    E deve rimanerlo.

  10. Gli errori, là dove sono stati commessi e soprattutto accertati, non hanno fatto altro che aggravare ulteriormente la crisi e l’immagine di quella zona o di quel vino in particolare. Il che, di questi tempi, non è poco…
    Ma la crisi credo proprio che non dipenda solo da quegli errori. Molti di noi, chi più chi meno, hanno ridotto le spese di generi a cui si può rinunciare: si cambia l’auto con minor frequenza, si va una volta di meno al ristorante, qualche volta si compra pesce azzurro (ottimo…) invece che scampi e sogliole. E si compra anche qualche bottiglia in meno di vino buono.
    Non è un caso che da un po’ di tempo in televisione appare con una maggiore insistenza lo spot di una nota azienda di vino in cartone (ops, tetrapack), con una nuova e probabilmente più efficace strategia di comunicazione.

    • Paolo, riprendendo l’ultima parte del suo intervento potrei sintetizzare con un titolo ad effetto, tipo Dal Tignanello al Tavernello, ma non credo che i molti acquirenti del noto vino in tetrabrik siano consumatori pentiti, o con minore potere d’acquisto, dei vini guidaioli. Credo che il consumatore di quei vini, che rispetto e con il quale mi chiedo come sia possibile dialogare, abbia un’identità molto diversa…

  11. Una piccola premessa, Franco, dovuta ad una mia confusione e incertezza nel ri-leggere le sue ultime risposte:
    per quanto mi riguarda, non faccio molto caso all’uso del Tu, del Lei o del Voi nei miei confronti, poiché sono convinto che il rispetto e la stima verso una persona si possa e si debba misurarla con altri sistemi, a meno che l’uso di uno specifico pronome non sia voluto per qualche ragione particolare. Anzi, in genere non mi dispiace che mi si dia del Tu, perché a volte semplifica i discorsi e evita di ricorrere a giri di parole più complicati. Può darsi che su questo argomento io e lei (o tu…?) abbiamo opinioni diverse. Purtroppo non ho ancora avuto il piacere di fare la sua/tua conoscenza di persona, e spero che ciò possa accadere presto.
    Fatta questa piccola premessa, mi chiedo: è vero che il consumatore “dei vini guidaioli” ben difficilmente si avvicinerà a quei vini, ma in termini numerici che percentuale rappresenta sul totale dei consumatori?
    Voglio dire: se quella azienda, o qualunque altra fosse, investe fior di migliaia di euro in pubblicità (anche) televisiva, penso che abbia l’obiettivo di attirare l’attenzione sulle caratteristiche vantate da quel prodotto, per incuriosire e “invitare alla prova” nuovi consumatori, no?
    Provo a spiegarmi meglio. Il consumo di vino pro capite in Italia è ancora tra i più elevati, seppure in costante diminuzione, per cultura, tradizione, ecc.
    E’ altrettanto vero, credo, che una buona percentuale di consumatori acquista vini di fascia medio-bassa, parlando di prezzi e, spesso anche se non sempre, parlando di qualità o di rapporto qualità/prezzo.
    E’ comprensibile, d’altra parte, che molti di coloro che consumano abitualmente vino ai pasti, non riescano a bere tutti i giorni Barolo, Brunello o Vermentino da 30-50-80 euro a bottiglia.
    Forse la recente apertura alla commercializzazione di vini igt-doc in tetrapack può aver facilitato l’avvicinamento a questi vini di una parte di quella fascia di consumatori. Si è parlato spesso, ultimamente, di filiera rintracciabile, di maggiori informazioni al consumatore sulle sostanze contenute nei vini (% di solforosa, acidità fissa, ecc.). E Tavernello che ti fa? Invita a controllare sul sito internet, tramite il numero di lotto riportato sulla confezione, da quale territorio o vigneto proviene quel vino…!

  12. Paolo, e se ci dessimo del voi? 🙂
    comunque grazie per l’informazione che mi dai, perché quella della tracciabilità del Tavernello é una perla straordinaria. Roba che nemmeno a Montalcino! E non lo dico con ironia…

  13. Peccato, Franco, che su una cosa ben difficilmente potremo trovarci d’accordo:
    non potrei mai abbracciare la “fede” neroazzurra, come tu non abbracceresti mai quella giallorossa…:-)

  14. Per me il Tavernello è cosa seria, da preferire a certi vini pomicioni fatti per attaccartisi addosso, ma oltre il nero di seppia e il falegname o l’innestino francese non lasciano niente, se non il borsellino più sgonfio.
    Un onesto e tranquillo vino da pasto per le famiglie, che anche potendo spendere 50 € al giorno in vino, come farebbero a reggere le esalazioni di bicchieri densi di 14 gradi e passa?
    Un bicchiere e un falegname si porta via una mano, un vignaiolo si pota un braccio, un miope per abbottonarsi i calzoni rischia di tirare su con la zip i gioielli di famiglia!!!!!
    Tanta Igt Toscana finisce da un pò di tempo nel tetrapak, ma ora con il declassamento di quel milione e trecentomila litri di ex Brunello, la concorrenza sarà dura!!

  15. …per ridurre leggermente quella percentuale, può essere utile precisare che mia moglie è “simpatizzante” neroazzurra…?

  16. Da milanista, milanista d’antan e ignorantella, mi chiedo: ma come fanno a rintracciare la qualsiasi nel Tavernello?
    Ho campato col marketing metà della mia vita e con la pub ho tirato grandi tre figli, ma non mi sarei mai sognata di raccontare una fiaba così prendingiro…
    Il Tavernello investe alcuni milioni di euro in pub; gli investimenti in pubblicità sono fisiologici fino al 6% del fatturato lordo (ma raramente ci arrivano). Avranno un fatturato considerevole, e quantitativi di prodotto conseguenti. Rintracciabilità? Mi sembra una palla.

  17. Non e’ una palla. La CAVIRO e’ un’azienda seria, enorme, ma seria. Ha in mano un quinto dell’intero mercato italiano del vino. Avete letto bene: 1/5, il 20%. E’ un colosso ben diretto, con le idee ben chiare, con strategie e procedure ben definite, sanno quel che vogliono e puntano al massimo livello in ogni progetto che fanno. E non da ieri. Un fiore all’occhiello dell’imprenditoria forlivese. Grande non significa peggio. Cosi come piccolo non significa meglio, altrimenti dovremmo santificare Michel Rolland e i vins de garage, meta’ dei quali assolutamente imbevibili. Hanno la rintracciabilita’, anche se sono convinto che sia a senso unico e cioe’ dal vigneto alla bottiglia e forse non lo e’ ancora al contrario (un obiettivo, del resto, che e’ ancora mitico per una miriade di aziende che pur possiedono un sistema certificato ISO 9000). La stessa rintracciabilita’ non e’ cosi sicura invece in una serie di aziende che imbottigliano alcune delle piu’ famose DOCG, cioe’ vini che dovrebbero invece garantirla perlomeno al livello della CAVIRO e che invece giocano a nascondino e a rimpiattino con salassate di mosti di provenienza non certo sospetta, magari anche migliorativa, ma fuori dalle regole. Siamo sempre al solito problema: ci sono due concezioni nel fare il vino. Una sta anche troppo ristretta nelle regole, ma cerca di servirsene comunque per il marketing legato ad un nome che tira, mentre l’altra vuole la massima liberta’ nell’interpretazione del produttore pero’ ci vogliono due palle così per affermare un marchio aziendale che non puo’ godere del tappeto rosso del nome del territorio.
    Personalmente non giudico mai la bonta’ di un vino dall’etichetta. Ci sono stati dei vini da tavola (IGT compresi) che mi sono piaciuti di piu’ non solo dei piu’ decantati DOCG, ma anche di molti AOCG. Alcuni sono diventati DOC in seguito, altri sono scomparsi dal mercato. Giudico un vino dal piacere che mi da’ nel berlo. Mi sembra che troppi si fossilizzino sull’etichetta invece che sul sogno contenuto nella bottiglia. Ma ci pensate? Un Rossese rosato stupendo che non puo’ fregiarsi della DOC Rossese di Dolceacqua…….

  18. Mi è stata regalata, qualche tempo fa, una bottiglia di una nota azienda piemontese che utilizza il canale della vendita per corrispondenza, sia di vini che di altre specialità piemontesi.
    La bottiglia in questione riportava la dicitura “Rosso Mediterraneo”, e si vantava in etichetta di essere un “blend” o, se preferite, una miscela di vini rossi provenienti dai maggiori paesi europei (senza specificare neanche quali, mi sembra).
    Credo che questo possa rappresentare il massimo dell’opposto all’identità territoriale, a prescindere dalla qualità del contenuto di quella bottiglia.
    Forse, con questa nuova politica di marketing, la CAVIRO vuole proprio dare un’impressione di maggiore territorialità, a prescindere poi dall’attendibilità o meno delle informazioni.
    Sono d’accordo con Mario Crosta che questa azienda non sia da sottovalutare. D’altronde, e lo confermano i numeri citati proprio da Crosta, con questa tipologia di vino sono riusciti a conquistare “appena” il 20% del mercato. Non dimentichiamoci che esistono molte cooperative di produttori che hanno da anni un surplus di vino invenduto non indifferente. Sapete bene che ci sono vigneti con una produzione media di 300-350 q.li per ettaro, che ovviamente non sono destinati ai vini doc o docg, ma alla lavorazione in aziende coma la CAVIRO e altre. A loro non interessa avere un prodotto di alta qualità o con un grado alcolico di 14-14,5°, semplicemente perché non interessa al consumatore di quei vini. Anzi, una gradazione di 11-11,5° consente loro di berne un bicchiere in più (a volte anche 2,3, ecc.), quimdi maggiori vendite…

  19. Grazie, Paolo. Ci sono vigneti di lambrusco con rese oltre i 400, anche 440 quintali per ettaro. Del resto anche il Freisa se lo si coltivasse intensivamente andrebbe a quelle rese. E nel nostro paese cinquant’anni fa erano rese normali ed era normale bere 110 litri l’anno procapite (oggi siamo alla meta’…) di quei vini leggeri, buscianti, senza pretese. Ancora oggi il grosso pubblico li pretende, li beve a tutto pasto, li paga poco e gli vanno bene cosi. La fascia dei consumatori di vini di qualita’ e di alta qualita’ non e’ poi cosi larga come si crede, anzi!!! E i prezzi sono arrivati ad un punto tale che le cantine sono piene di quei vini pregiati, ma la CAVIRO non ha invece difficolta’ alcuna a svuotare i suoi tank, perche’ la domanda di questo tipo di bevanda alcolica anche in cartone o in bottiglione, che tutti sanno igienicamente confezionata, non e’ mai calata.

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