Due giorni a Dolceacqua: un coup de foudre per il Rossese e le sue terre


E’ stata un’esperienza di quelle che si ricordano, quasi un coup de foudre, come dicono i francesi, la mia prima volta a Dolceacqua e dintorni, nelle terre del Rossese di Dolceacqua Doc.
Posti splendidi, terroir ricchi di fascino, vecchissime viti anche di un secolo, alcune addirittura su piede franco, un microclima particolarissimo, grande varietà di paesaggi, terreni, esposizioni, gente di straordinaria simpatia (simpatici come possono esserlo, al loro particolare modo, i liguri), grande cucina e ottimi ristoranti, produttori in gamba e soprattutto, quel che più conta, non solo la più antica e nobile denominazione ligure in rosso, ma a mio avviso uno dei più complessi ed interessanti rossi da bere giovani o dopo un breve invecchiamento che si possano trovare oggi nel panorama italiano.
Oltre una quarantina i vini degustati, di diverse annate (dal 2008 al 1998), un giorno e mezzo trascorso girando per vigneti e cantine, tanti i produttori incontrati e una determinazione forte, che questa sarà la prima di una lunga serie di regolari visite in questo posto incantato.
Diversi anche gli articoli in cantiere, il primo dei quali potete leggere qui, sul sito Internet di quell’A.I.S. che è stato il partner tecnico del Rossese Style, ovvero una bella manifestazione dedicata al vin du pays, al più francese forse dei vini rossi italiani, che si è tenuta nell’incanto dei 900 metri di altezza di Baiardo.
In questo articolo ho dato un’idea, annata per annata, di quali siano i vini che mi sono maggiormente piaciuti.
Una cosa è certa, che i Rossese di Dolceacqua siano piccoli grandi vin de terroir non si discute. Evviva!
p.s. da seguire la discussione su Rossese style e dintorni che si é innescata sul forum del sito del Gambero rosso, qui

0 pensieri su “Due giorni a Dolceacqua: un coup de foudre per il Rossese e le sue terre

  1. Mi fa piacere che abbia apprezzato un vino che è sempre stato molto a cuore sia a Soldati che a Veronelli. Io lo riassaggio periodicamente dal 1993. Devo dire che nonostante la vicinanza dei vigneti, bere due bottiglie di due produttori diversi mi è sempre parso come bere due vini totalmente differenti, negli anni ’90 per i difetti, dal 2000 in avanti per i pregi. Tranne qualche rara vecchia bottiglia di Mandino Cane, stupenda, ma che moltiplicava ancora di più i dubbi (se era un’annata a 5 stelle perchè solo a lui riuscivano dei risultati così?), ho sempre bevuto vini non più vecchi di 4 anni. Trovo giusto l’accostamento al pinot nero, come se ne discute sull’altro forum, se consideriamo una gamma di aromi che va dal fruttato pinot de La Crote de vigneron, al complesso Nuits-saint-Georges di Pacalet, perchè Oltrepò e Trentino non c’entrano nulla. Io spero che i prezzi non salgano, perchè già così se ne vende pochissimo e quasi tutto resta in regione per non dire solo nel ponente. E’ un patrimonio della regione, va tutelato, soprattutto perchè non farà mai grandi numeri, questa più di altre era una DOCG da assegnare, proprio per i motivi di cui sopra, eppure l’assessore di competenza è nato proprio a Dolceacqua…

  2. non me ne voglia Paolo,mi sembra una contradizione,augurarsi
    una DOCG per il Rossese di Dolceacqua o(Dolceacqua)con quello
    che comporta,e non il rovescio della medaglia,il conseguente
    aumento dei prezzi.Perchè la DOCG richiede,minimo minor resa
    per ettaro,e già quello……e poi il resto lo fa in mercato.

  3. Bè 90 quintali per ettaro non mi sembra una resa bassa e non credo che a Dolceacqua qualcuno la raggiunga, anzi….piuttosto la DOCG era un segno della volontà di tutelare questo vino, come anche il Cinque terre Sciacchetrà meriterebbe e valorizzare le caratteristiche del territorio, perchè possiamo parlare anche in questo caso di “viticoltura eroica” come in Valtellina.
    Mi auguro che i prezzi non salgano solo perchè di questi tempi il Rossese rischia di scomparire. Anche se è cosa molto cara ai liguri, non è pensabile berlo solo in zona, va promosso perchè i turisti scendano in Liguria, non perchè il solito ristoratore scontroso possa dire “Ah, io ce l’ho!”. E poi si parla tanto di mercato, ma il mercato siamo noi. 15 anni fa una bottiglia di Barbaresco del giove tonante costava 200$ a N.Y., oggi i prezzi sono crollati. Pensare che il vino sia una commodity è un errore. I prezzi non possono continuare a salire indiscriminatamente come quelli della benzina, altrimenti le cantine resteranno piene ed infatti è quello che sta succedendo.

  4. Mi fa piacere sia stato toccato il mistero del Dolceacqua , che anche a un assaggio superficiale mette in crisi le nostre certezze , almeno come le dichiariamo , sui canoni che danno le graduatorie dei vini . Colori , profumi , sapori lo mettono nella categoria dei grandi . Però , salvo manovre da saltinbanco in cantina , non invecchia , rischia dopo sei sette anni , quindi gli manca una dote che si richiede a ogni grande . Se anche per ipotesi assurda invecchiasse , nel senso di rimanere bevibile , perderebbe le qualità per cui è grande , prima l’armoniosa delicatezza dei profumi e dei sapori . Soffre anche lo spostamento : Mandino Cane , l’unico che io beva tutti gli anni dal 1984 , lo consegna a un cliente in Germania ed è contento , io me lo porto anche a Cremona però qualcosa perde . Poi tanto di regola è gentile , tanto diventa in fretta scorbutico se non trova l’accostamento adatto . Detto questo ed altro penso di non essere il solo a dirsi : è un grande , ma ha ben poco in comune con tutta la categoria dei grandi . Allora ? sarà il semiclandestino Dolceacqua a suggerirci che la ragione ha le sue molte ottime ragioni ma a volte è piacevole se non esatto abbandonarsi alle sensazioni senza bisogno di prove ?

  5. Caro Cozzaglio@,
    sono anni che non bevo Rossese e gli altri tenerissimi vini di quella regione.
    Al di là di quel crinale c’è La Brigue e anche la valle Roja. Terre sassose e rivendicate.
    Terrazzamenti con vecchie vigne ancora costellate di alberi di pesco. Dialetto stretto tra ‘g’ e ‘u’, funghi porcini, enclaves religiose, Beatrice di Tenda, processioni di flagellanti, fiumi e trote.
    E il vostro dialogare sul Rossese me li ha ricordati vivamente…

  6. Cara Silvana , il ramo paterno di mia madre è da almeno due secoli – non sono nobile e mi è difficile andare oltre – impiantato a Ceriana , Valle Armea , un tiro di schioppo in linea d’aria a Dolceacqua , più dura in auto , dove conserviamo un paio di stanzette e piacevole frequenza . Paesi della Liguria tradizionale , in collina , quindi salvi dal turismo forsennato del mare , troppo vicino a Torino e Milano . Se la costa fosse rimasta come l’entroterra sarebbe Corsica , non le , per me , ridicole cittadine del mare . C’è tutto quel che ricorda lei , più molto altro , se naturalmente piace .

  7. Caro Cozzaglio, amarcord e quando torno da quelle parti – dall’uno o dall’altro versante – ritrovo colori e profumi della mia infanzia.

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