Istruzioni d’uso per apprezzare la New Wave del Rossese di Dolceacqua


Ancora Dolceacqua o meglio Rossese di Dolceacqua, come recita la dizione di questa storica (risale al 1972) Doc in rosso ligure, al centro delle mie enoiche riflessioni di fine agosto.
Ne parlo nuovamente, oltre che in un’ampia degustazione di 26 vini provati durante l’ormai celebrato Rossese Style svoltosi nell’incanto di Baiardo, che costituisce il nucleo di un ampio articolo in uscita sul prossimo numero della rivista dell’A.I.S. De Vinis, anche in una riflessione, a voce alta, che ho pubblicato, qui, nella sezione dei “commenti” delle news del sito Internet della stessa Associazione.
Esprimo i miei convincimenti, che a qualcuno potranno piacere, e ad altri, è pacifico, invece no, sulla New Wave di questa vitale denominazione espressione di una zona ad altissimo fascino paesaggistico, turistico, viticolo, enoico.
Una Nouvelle Vague, quella formata dai piccoli produttori che aderiscono all’Associazione Vigne Storiche del Rossese (parlo di Maccario Dringenberg, Ka Manciné, Marco Foresti, Tenuta Anfosso, Terre Bianche, Poggi dell’Elmo, Cantina del Rossese Gajaudo, Luigi Caldi, Danila Pisano, Ramoino, Tenuta Giuncheo, Il Bausco, ecc. ecc.) che avendo ben colto un’evidenza, ovvero che “la complessità del rossese risiede prima di tutto nel vitigno stesso, quella che si definirebbe “speziatura da vitigno”, come l’ha chiamata efficacemente Filippo Ronco, in uno scambio di pareri che abbiamo avuto via Skype chat, hanno deciso di non aggiungere ulteriori speziature, oltre che aromi estranei di tostatura, caffè, vaniglia, e fastidiosissimi altri aromi estranei, e di non ricorrere all’affinamento dei vini in legno. Grande e soprattutto piccolo, alias barrique. Il che si è tradotto, anche se qualche teorico della necessità di produrre Rossese di Dolceacqua come vin de garde, come vini da medio invecchiamento, non concorda (amen, ce ne faremo una ragione…), nella scelta, pragmatica, di produrre vini che vogliono farsi scopertamente capire e apprezzare, ma per farlo non adottano mai la scorciatoia becera della ruffianeria e della compiacenza ad un deteriore gusto piacione.

Vini che sono già piacevolissimi, ricchi, complessi, pieni di sfumature, quando li si degusta, macché, li si gusta e beve piacevolmente, quando sono dell’ultima annata, ma che poi si “complessizzano” ulteriormente, si caricano di altre sfumature, nei due tre, quattro anni successivi che io giudico la gittata giusta, l’arco di tempo ottimale per lo sviluppo e la loro piena espressione. Poi sono vini talmente pieni di carattere, con tanta sostanza, tanto “sale”, tanta roba dentro, tannini, materia, acidità, nerbo che possono benissimo anche evolvere positivamente, in alcuni casi, e diventare persino più intriganti dopo 8-10 anni.
Ma sono eccezioni, che non confermano la regola e non devono far pensare si debba imboccare la strada che porta a produrre vini che durino nel tempo, che si bevano dopo anni di affinamento, che addirittura abbiano l’ardire di “sfidare” non gli altri rossi liguri, bensì fior di rossi da invecchiamento di altre regioni.
Perché si può anche, enoicamente parlando, “godere come dei ricci”, delibando gli aromi terziari e le sottili complessità che un Dolceacqua, magari affinato in legno e lungamente maturato è in grado di sviluppare, ma siamo certi che esista oggi un pubblico disposto a pagarlo 20-25 euro? E siamo certi che anche il Dolceacqua debba unirsi al già affollato plotone dei vini da medio e lungo invecchiamento che si producono, con alterne fortune commerciali, in giro per l’Italia? La mia risposta, inutile ripeterla qui, chi mi conosce e mi segue la può facilmente immaginare..
Ecco perché, tradotta in vini qualitativamente impeccabili, che si fanno spesso bere golosamente, che si esaltano ed esaltano la buona cucina, che spiccano per la loro complessità aromatica, che sono vivi, gioiosi, pieni d’energia, in grado di “raccontare” i loro terroir d’origine, di spiccare come testimonianza di bio e ampelo-diversità, questa new wave del Dolceacqua o Rossese di Dolceacqua come lo vogliate chiamare, affidata a donne e uomini di buona volontà come sono larga parte dei produttori oggi attivi in questa meravigliosa zona, mi convince senza se né ma.
E penso soprattutto possa convincere e intrigare e colpire i cultori di Bacco più consapevoli e curiosi, che sono assetati di vini non omologati, autentici, inimitabili, complessi e dialettici, ma che sappiano farsi capire e apprezzare, grazie a scelte realistiche, grazie alla rinuncia ad inutile utopie ed enoiche chimere…

18 pensieri su “Istruzioni d’uso per apprezzare la New Wave del Rossese di Dolceacqua

  1. Caro Ziliani,
    da non addetto ai lavori (sono un sommelier non professionista) la leggo sempre con piacere.
    Un consiglio non richiesto: post più brevi. La lunghezza di internet non può essere la lunghezza manierata dei pur meravigliosi racconti di Soldati! Altrimenti passa la voglia di finire di leggerli, magari perdendo il cuore del problema.
    Spero non si offenda.
    Cordiali saluti

  2. Caro Franco,
    ricordo con piacere una fantastica bottiglia di Rossese di Dringenberg 2004 bevuta lo scorso anno in autunno, in abbinata ai porcini di Ponte Nava. Quando si dice il terroir…
    Un caro saluto

  3. Caro Andrea M., in Liguria i porcini li chiamano bertoni e gli intenditori liguri di funghi preferiscono i funghi di santa Caterina ai bertoni.
    Quando si dice il terroir…
    (come si fa a metterti il sorrisetto di simpatia non lo so, spero dunque che tu te lo possa almeno immaginare… e assaggia i funghi di santa Caterina la prossima volta!)

  4. Risso, vedo che l’hai ben sottolineato che il mio era un tono scherzoso, eh…, che devo ad un caro amico di Rossiglione scomparso qualche anno fa. Lui continuava a dirmi di lasciare stare i bertoni che i funghi di santa Caterina sono cento volte meglio… e mia figlia infatti si chiama Katarzyna!!! Grazie del bel link. Ragazzi, sto in Polonia, abbiate un po’ di pieta’ e non fatemi venire sempre l’acquolina in bocca…

  5. Il rossese e’ uno dei vini piu’ eclettici che ci siano in fatto di abbinamenti. Diciamo che non va bene con i carciofi alla julienne e con poche altre pietanze. Certo che con i funghi si rasenta la perfezione

  6. Signora Giovanna Maccario, non ho nessuna intenzione di provare dei dispiaceri cercando di mettere insieme due sapori cosi contrastanti. Col rischio di odiare per tutta la vita o l’uno o l’altro. Mi piacciono troppo entrambi, finche’ separati. Lei provi pure, e’ suo diritto, e’ il bello della scoperta. Ma io no. In ogni caso mi sembra che anche lei concordi almeno con il succo di quel che ho affermato e cioe’ che il Rossese e’ uno dei pochi vini che si accorda con una marea di pietanze. Se avessi usato l’esempio del panino al peperoncino piccante mi avrebbero chiesto dalla Puglia se non ho mai assaggiato quello di Massafra sott’olio, il diavolicchio, e anche li’ avrei altrettante difficolta’ a dire che non si accorda poi molto col Rossese. Anche se non e’ mia abitudine esagerare.

  7. io sono sicura di quello che dico, il carciofo provenzale di perinaldo è molto più fine e tenero dei carciofi tradizionali … io le rilancio l’abbinamento un tortino caldo di patate e carciofi provenzali con un rossese giovane e morbido…
    baci

  8. Franco, grazie del consiglio da vero amico, ma mi ero gia’ reso conto del vero privilegio ricevuto, come dici tu, quando alla gentil pulzella ho augurato “il bello della scoperta”, cioe’ uno stile di vita che dovrebbe pur far da bandiera alle nuove generazioni e soprattutto alle belle donne del vino. Quel suo tortino caldo di patate e carciofi (provenzali, per goderseli meglio) poi non fa che mandare in brodo di giuggiole uno come me che alle regole non s’e’ mai chinato. Cosa ti devo dire, cosa le devo rispondere se non che m’inchino a cotanto suo amore per due squisitezze come quelle di cui stiamo parlando? Giovanna Maccario e’ la dimostrazione di come la miglior regola sia andar contro le regole, di come i miti vadano demoliti, di come di certezze ormai non ce n’e’ piu’ per nessuno e dunque vale la pena rimettersi sempre in gioco e aspettarsi, chissa’… forse quei “baci” che raramente la vita ci riserva, ma che quando ce li riserva ci aprono davvero il cuore. Col rossese, giovane e morbido, sia pure come comanda Giovanna. E che nessuno poi teorizzi per l’ennesima inutile volta che non c’e’ vino per i carciofi alla julienne! Beveteci un po’ di ottima acqua minerale fra un sorso di quel vino e un assaggio di quei carciofi, pero’, che e’ sempre meglio, in quanto il vino lo si degusta, ed e’ un vero piacere, ma e’ l’acqua quella che si dovrebbe bere, quella che pulisce la bocca e che anzi prepara il palato a nuovi sapori, di vino e di carciofi…

  9. … che belle parole!, grazie ad entrambi, non mi rimane che una cosa … prepararvi una bella cena ( i carciofi provenzali ci sono solo a giugno) a base di carciofi, rossese … e acqua (sigh!).
    bacioni ad entrambi
    giovanna

    ps. vi aspetto

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