Ma il Barolo, diamine!, è un’altra cosa! Un post, capolavoro, di Craig Camp

Sono sempre più convinto, anche se non sempre ne sono felice, di non essere assolutamente profeta in patria.
Non solo perché qualche conformista che ha fatto e farà sicuramente carriera mi fa passare, per quello che scrivo sul Brunellogate (come definisce la vicenda di Montalcino il mio amico e collega Nicolas Belfrage nel suo nuovo libro, The finest wines of Tuscany and central Italy che è in uscita per Aurum Press / Fine Wine Editions e che ho già divorato) come un “talibano” o perché, dopo 25 anni di onorato lavoro come cronista del vino, sono ancora qui a fare la vita, bella ma da esercizio senza rete, del free lance.
Non mi sento propheta in patria perché a parte qualche rara eccezione, dal maestro Cesare Pillon sino ai colleghi e amici come Carlo Macchi, Luciano Pignataro e Roberto Giuliani (in mezzo ce ne sono anche altri, ma temendo di dimenticarmene qualcuno evito di stilare un elenco), vedo che la categoria dei “wine writers” italici è ancora piena, si tratti di giornalisti professionisti o pubblicisti, di gente che scrive su siti Internet e blog, oppure su riviste che per campare hanno bisogno come il pane della pubblicità delle grandi aziende (mi sono spiegato), di gente che… tenendo famiglia preferisce… “i rapporti protetti”.
Intendiamoci nulla che attenga alla sfera sessuale, dove la protezione nei rapporti è doverosa e salutare, ma alla sfera dell’attività professionale dove non si preferisce rischiare e di fronte a certi nomi, parlo o di grandi aziende o di aziende blasonate-stellate-pluribicchierate, o scatta automatico l’applauso, per default, perché quello che fanno va sempre bene e loro non sbagliano mai un vino, non possono, sono dei fenomeni, oppure si preferisce, appunto per proteggere il rapporto, ricorrere al silenziatore.
Vini che costano un sacco di soldi, che certa critica e certe guide continuano a portare in palmo di mano nonostante non valgano granché, non si facciano bere, non giustifichino l’esborso di tanti euro per aggiudicarsene una buta? Bene, devono assolutamente essere buoni, devono assolutamente essere sostenuti, e parlarne male, che dico, criticarli, è impossibile. Anzi, indecente, immorale, impensabile, pericolosissimo. Come un rapporto, sessuale, non protetto con una sconosciuta.
Questa forma di sussiegosa astensione dalla critica, di fare finta di niente, per prudenza e tornaconto, di fronte a cose e vini che non vanno, che meriterebbero critiche, che è consolidata forma mentis in casa (ho scritto casa, non cosa!) nostra, non funziona invece, salvo rari casi (leggi Wine Spectator, tanto per “non” fare nomi) negli States, dove una nuova categoria di wine writers, che fanno intelligente uso di Internet e di quella sublimazione del Web che è il blog, sta facendo, contando sempre di più, non influenzando, ma aiutando gli appassionati a ragionare e a farlo con la propria testa ed il proprio naso/palato, vera e propria contro-informazione.
E costituisce un’alternativa seria, articolata, colorata, indipendente, e soprattutto autorevole, perché i suoi principali esponenti hanno esperienza e capacità di giudicare i vini, lunghi percorsi professionali, totale assenza di scheletri negli armadi e libertà di pensiero e indipendenza nella testa, ad una stampa, su carta e su Internet, che fa i propri interessi, nonché quella delle grandi aziende che forniscono advertising.
Quando dico che non mi sento propheta in patria è perché mi sento cento volte più vicino a loro che al novanta per cento della stampa e dell’informazione /disinformazione sul vino nostrana.
Parlo delle Alice Feiring, di Eric Asimov, di Alfonso Cevola, Tom Hyland, Tyler Colman, Jeremy Parzen, per citare solo i primi che mi vengono in mente, e poi di quel personaggio, che sento particolarmente vicino visto che ha definito il suo blog A points-free zone, che è Craig Camp, con il suo eccellente Wine Camp blog.
Jeremy a parte, non ho mai conosciuto di persona nessuno di quei “fratelli” wine blogger e wine writer, ma leggo sempre con grande interesse quello che scrivono, imparando ad ogni loro post quella lezione di indipendenza, coraggio, un pizzico di spregiudicatezza, fantasia e allegria che è alla base anche di questo blog e del mio intendere la professione di cronista del vino senza protezioni. Senza rete sotto il trapezio, senza padrini o padroni cui rendere conto, visto che il mio unico padrone, come amava dire Indro Montanelli, è il lettore.
Spesso alcuni dei loro post più riusciti sono addirittura articoli che potrei/vorrei sottoscrivere, che vorrei avere scritto io. Che in qualche modo “invidio” loro.
Uno di questi, che vi invito a leggere, e che non tradurrò, perché lo gustiate nella sua forma originale, nell’asciuttezza e nella sintesi, nella crudezza del suo linguaggio, è il post, dal titolo un po’ intraducibile, Blousy Barolo, una sorta di gioco di parole tra “pessimo” e “triste”, che forse vuole alludere alla tristezza che mettono certi vini, che Craig ha dedicato – cambiamo argomento, non si parla di Brunello, bensì di Barolo – all’assaggio, ripetuto, meditato, ragionato, del Barolo, annata 2002, di uno dei barolisti che vanno per la maggiore.
Quelli che non li si critica, che prendono premi e consensi da tutte le guide, nessuna esclusa, e nei confronti dei quali scatta il meccanismo del silenziatore sopra descritto.
Craig di fronte ad un paio di bicchieri del Barolo Bricco Ambrogio 2002 di Enrico (Paolo) Scavino, che è sicuramente una brava ed intelligente persona, con due figlie deliziose e appassionate, signori vigneti, ampia e moderna cantina, in questo post solo apparentemente feroce ma pieno di malinconia e di amore per il grande Barolo, non fa finta di niente, ma apertamente e chiaramente scrive così, leggete:
“Everyone seems to love this wine, but me. Huge points always seem to accompany Paolo Scavino’s Baroli, yet to me they have very serious problems – they don’t taste like they were produced in Barolo or produced from the nebbiolo variety.
This time the wine was being served by the glass so, while expensive, it was not as big a of hit as buying a whole bottle of pricy wine I was unlikely to enjoy. Being by the glass it gave me a chance to give the wine another chance. I was also hopeful as it was from the lighter 2002 vintage, so I hoped it would have escaped the extremes of the Scavino style. No go.
The first glass was clearly oxidized. I just thought it had been opened too long, but the bartender insisted that it had only been opened three or four hours before.
A second glass, from a newly opened bottle, was fresher, but the fact that a Barolo that had been opened for only a short period was already shot shows you what happens when you put the wrong variety in new barrels.
This newly opened wine showed lots of new oak flavors over a pruney, simple vague overripe fruity flavor. You can buy the same thing for a lot less money, done a lot better if you like that style, from Australia and California.
Paolo Scavino is clearly a passionate winemaker, but for me, his choices simply do not work. I just cannot give up the idea that Barolo should taste like Barolo. These wines could come from anywhere”.
Ci pensino a Barolo, ma anche a Montalcino, a questi giudizi, non stroncatori, ma “incazzati per amore” per il Nebbiolo, per il Sangiovese, per i vini che raccontano la loro terra, che non potrebbero nascere che lì, e non altrove, alle parole di Craig, che sostiene che “questi vini potrebbero venire da qualsiasi parte”, che “si possono acquistare cose analoghe, spendendo meno e trovando anche di meglio, in Australia e California”.

Non si è dei pazzi o dei “talibani” se si è persuasi e lo si scrive, che “il Barolo deve sapere di Barolo” ed il Brunello di Sangiovese di Montalcino.
Se quei grandi vini, simbolo del nostro savoir faire enologico, della grandezza dei nostri terroir e delle nostre migliori uve, diventano simili a vini del Nuovo Mondo, o anche solo di Bolgheri, scompare la magia, finita la leggenda.
Game over. Finito anche il business. Grazie Craig per avercelo ricordato…

0 pensieri su “Ma il Barolo, diamine!, è un’altra cosa! Un post, capolavoro, di Craig Camp

  1. Caro dottor Ziliani lei sembra un disco rotto ma in fondo fa bene a ricordarlo , game over ha ha ha! Ormai è qualche anno che viviamo nella m…. italiana facendo di tutto per farci del male. I vini tarocchi e anche un pò stupidi e le mozzarelle e perfino il pane fatto ….da cani. Se ho capito quello che scrive quel suo amico americano anche i vej piemunt si sono bevuti il buonsenso di una volta quello che ci faceva contenti anche se non ricchi di colpo. Salve a tutti.

  2. “se vuoi comprare un vino con quel gusto lo puoi trovare in un’Australiano o in un Californiano a molto meno, anzi lo sanno fare meglio”. IO sorrido, anzi rido di fronte a questo parole; non riesco a immaginare, invece, cosa possa pensare il SIg Scavino di queste parole. Da appassionato del Barolo, mi intristisce pensare che vigne vocate del Nebbiolo da BArolo vengano usate per fare bevande con un tal gusto. Da un lato mi intristisce pensare che questi concetti li debba ricordare un signore americano, dall’altro do sempre più valore alle evidenze fatte da persone che contribuiscono ad un informazione veritiera. “I just cannot give up the idea that Barolo should taste like Barolo”.

  3. quando si renderanno conto che a forza di fae vini sempre più anonimi (internazionali?)non potranno reggere la concorrenza dei paesi emergenti forse sarà tardi. abbiamo due vitigni ‘gnoranti (come diciamo dalle mie parti) che vengono bene praticamente solo dalle nostre parti (nebbiolo e sangiovese)e che facciamo? li snaturiamo per renderli uguali ad altri,manco tafazz!. comunque la lungimiranza non è cosa che si compra al supermarket e scavino è in buona compagnia….
    ciao
    Francesco

  4. Quando fu inaugurata in Manatthan Square, in una delle twin towers, l’Enoteca Italiana nel 1980 alla presenza di Lucio Caputo (sopravissuto per miracolo all’11 settembre), furono portate 12 bottiglie di Nipozzano del 1871 (milleottocentosettantuno), cioe’ di 109 anni. La condizione per essere esposte e messe in vendita era che di ogni partita di vino almeno due bottiglie venivano aperte, assaggiate e ritenute vendibili. Ovviamente furono esposte e messe in vendita, quindi… A Tokaj c’e’ almeno una partita di bottiglie che ha piu’ di 300 anni, A Massandra in Crimea qualcuna con almeno 100 anni e lo stesso avviene per pochi chateaux francesi, insomma si contano sulla punta delle dita i vini del mondo capaci di sfidare il tempo, tra cui Barolo, Barbaresco e Brunello di Montalcino.
    Ma dove li trovate due vini australiani o californiani con quel record di bevibilita’? Da nessuna parte. Questi sono vini tecnologici, vini senz’anima, vini senza futuro e da bere subito senno’ si sciupano, poverini, per quanto forzati sono, quanto salassati sono di tutto e di piu’. Ha ragione francesco, la cui ultima frase e’ tutto un programma.

  5. parole sante…e per fortuna c’è sempre più gente che fa questi ovvi ragionamenti (che così ovvi fino a qualche anno fa non erano)e arriva alle conclusioni di Craig

  6. Caro Franco,
    quanto lamenti accade non solo nel campo del vino, ma in qualunque settore della nostra professione. Ove, in una sorta di “Cecco toccami”, il marketing perennemente (e, dal suo punto di vista, giustamente) dà la caccia ai giornalisti, i quali, spessissimo (e meno giustamente)sono ben lieti di farsi cacciare (e catturare). Vis grata puellae, avrebbe scritto Catullo. In certi casi non c’è nemmeno bisogno della vis. E, aggiungo: quanti tra i sedicenti tali sono davvero giornalisti e hanno quindi una coscienza, una presentabilità, una deontologia da difendere? In che modo, ancora, le testate che essi rappresentano li mettono in condizione di operare con reale indipendenza, autonomia, imparzialità? Gli esempi li conosciamo tutti e sono, come sai, numerosissimi.
    Condivido quindi quasi tutto di quanto scrivi e del resto sul punto ci siamo confrontati più volte.
    Resto però dell’idea che il sistema sia più articolato, raffinato e subdolo di come lo dipingi, un sistema in cui i buoni e i cattivi sono divisi non da uno scarto netto e riconoscibile ma da infinite gradazioni e sfumature, condizionamenti e compromessi, in cui la filiera critica-pubblicità si annacqua in una lunghissima catena di connivenze, fino a nascondersi: marketing, pubblicità, consulenze, incarichi vari, premi, targhe, bicchieri, scambi merce, amicizie vere o presunte. Una melma che rende tutto opaco, un groviglio per niente trasparente e lineare. E nella melma, è ovvio, i caimani ci sguazzano.
    Tuttavia non sono nemmeno convinto che il blogghismo rappresenti la nuova frontiera dell’informazione vinicola. Al contrario, è un mare magnum virtualmente impunito nel quale gli squali piccoli e grandi si trovano perfettamente a loro agio e in cui qualunque babbeo può affacciarsi blaterando ciò che vuola, da giornalista o meno. I segnali – dammene atto – sono già perfettamente intellegibili. E non mi pare una grande conquista.
    Ciao,

    Stefano

    • ma io penso, come ho scritto, in larghissima parte al fenomeno wine blog americano, inglese, francese, non a quella povera cosa, popolata anche da cialtroni e venditori di fumo che é, con qualche rilevante eccezione, il fenomeno del blog del vino in Italia…
      A Stefano Tesi vorrei solo chiedere come mai, pur giudicando negativamente il fenomeno blog, intervenga spesso su questo che é un blog, segno che lo legge. Non é un po’ contraddittoria la cosa, come il fatto che per darmi del “talibano” e per prendere le distanze delle “chiacchiere da blog” un giornalista, della carta stampata naturalmente, e amico dei potenti si sia servito nientemeno che di un blog? E la coerenza dove la lasciamo?

  7. L’articolo interpreta in modo verace quel sentimento di odio-amore che riconosco anche in me. Resta il fatto che i nomi li fanno gli stranieri, non noi. Caro Franco perché non butti giù un paio di righe in forma di “cahier de doleance” e chiami a raccolta chi non ha problemi a buttar giù dalla torre qualche vino “intoccabile”?
    Io se vuoi ne potrei tirar giù un bel listone, ma per correttezza, essendo ospite, non mi permetto… a meno che tu non ci dia il la.
    Nel frattempo grazie per l’intelligenza che dimostri sempre, anche quando non la si pensa allo stesso modo

  8. Signori sono anni che dico che il mercato americano sta andando sempre piu’ verso vini eleganti e non infusi di legno vanigliosi,ma purtroppo dalla vostra parte dell’oceano con le dovute eccezioni,noto che ci sono ancora produttori,blogger,gioranlisti e affini che pensano che gli americani hanno l’anello al naso e sono disposti a comprare di tutto e di piu’.Ieri sera a cena a casa mia ho aperto una bottiglia di un produttore calabrese, vino fatto in botte grande da vigne ad alta densita’ con produzioni a ceppo di un KG. di uva,gli ospiti erano tutti addetti ai lavori. Beh sono rimasti tutti impressionati dall’eleganza di quel vino. Ad Maiora Franco

  9. Sono moltissimo d’accordo con Tesi@ quando cita la melma ‘pompata’ dalle azioni di marketing, dalle pierre, dalle amicizie (spesso interessate), e da tutto quel mondo – in cui includo l’editoria – che per pro-muovere può agire molto banalmente in due modi: con correttezza e trasparenza, oppure furbescamente e in modo strisciante.
    In altre parole e più chiaramente, credo che si possa lavorare in favore di chicchessia, purché lo si faccia con chiarezza, sia nei confronti del committente che verso l’audience a cui ci si rivolge.
    Ma oggi purtroppo ci sono troppi improvvisatori in tutti questi settori, troppi pseudo professionisti, troppi jes-men, troppi ‘esperti di comunicazione’ che inquinano.
    Questo blog invece non ricerca alcuna benevolenza, non lecca, non strizza l’occhio, non compiace, non cerca incarichi e soldi. E Franco Ziliani – di cui non condivido il modo di fare, né le inclinazioni politiche, né SOPRATTUTTO quelle calcistiche – finora ha investito nella verità, contro i suoi stessi interessi, con toni che molti percepiscono come sgradevoli (certo non ha fatto sconti!).
    (Oggi, uno che si lascia trascinare dalla passione fa scandalo…)
    Allora i blog non sono probabilmente il futuro dell’informazione, neanche di quella vinicola, però sono un bel contributo alla discussione, alla libertà d’opinione e di parola e permettono di tenere alta l’attenzione, di capire il vento che tira; inoltre insinuano qualche sano dubbio.
    Un caro saluto!

  10. Franco,
    negli ultimi tempi spesso certe tue risposte mi lasciano sconcertato. Siccome sei uno che capisce, non mi resta che pensare che tu faccia finta di non capire, anche se non ne comprendo il perchè. Mi attribuisci poi pensieri che non ho.
    1) NON giudico negativamente il “fenomeno blog” e NON giudico positivamente il “fenomeno carta stampata”: NON li vedo alternativi, bensì complementari nel “fenomeno media”;
    2) Distinguo invece attentamente l’informazione (che è quella giornalistica, legata a doveri e deontologia codificati e invocabili) dal resto, che è dibattito e/o espressione di pensiero, ambedue preziose opportunità, ma DIVERSE dall’informazione;
    3) Il punto 1) è confermato da te, che elogi i blog vinicoli (e i giornali) stranieri in quanto INDIPENDENTI (esplicito diritto/dovere del giornalista) e critichi i blog (e la stampa vinicola) italiani.
    4) Non vedo alcuna contraddizione nel leggere i blog e nell’intervenire a prescindere dal giudizio che si dà sul “fenomeno”: secondo la tua logica, ognuno dovrebbe leggere solo al proprio libro mentre da un giornalista mi aspetto esattamente il contrario.
    5) Personalmente condivido molte delle tue battaglie, ma mi stupisce – lo sai – la tendenza a personalizzare e, in certi casi, a non usare la prudenza indispensabile nel giudicare le cose complesse prima che siano chiare;
    6) Quanto alla coerenza, scusa ma non accetto lezioni da nessuno, nemmeno da te. E lasciamo perdere l’abbinamento tra il sottoscritto e il collega di cui non fai il nome.
    Spero di essermi spiegato.

    Stefano

    • Tesi, non ti ho accostato al collega che conosci bene, pensa che un anno fa eravamo insieme, c’erano anche le vostre consorti, in Maremma, ho solo sostenuto che trovo non perfettamente coerente criticare i blog e poi venire a dirlo proprio su un blog. E questo non é pretendere di dare lezioni di coerenza, come tu dici…
      Sai cosa ti dico Stefano? Che rinuncio ufficialmente a capirti, preferisco fare così. E che spero tanto, per alcune cose che ad ogni modo ci accomunano, che tu non dia ragione ad un presunto grande giornalista, tale Gianni Riotta, che a Cortina giudicava così il fenomeno blog e definiva in questo modo, al quale invito caldamente i lettori/commentatori di questo blog a replicare, con educazione e fermezza, i frequentatori dei blog: http://www.youtube.com/watch?v=pbNtLEhsvAA
      Parola di un “grande” giornalista, almeno così lo definiscono e come sembrerebbe esserlo viste le direzioni che é riuscito, ovviamente solo grazie alla sua professionalità e competenza, a portare a casa…
      p.s. dimenticavo di dirti che i tuoi continui inviti alla prudenza, immagino tu ti riferisca al caso Montalcino (dove sicuramente hai vari amici…), mi hanno francamente stufato. So quello che devo fare, grazie. E dillo anche agli amici che mi considerano “pericoloso” e che vorrebbero magari fosse steso un cordone sanitario – come quello che negli anni di piombo la sinistra predicava fosse steso attorno alla cultura di destra – attorno a me.. Magari si occupassero dei loro problemi, che ne hanno parecchi, e di fare vini più decenti…

  11. Salvo pochissime eccezioni (che per fortuna nostra ci sono), definire “giornalisti” i dipendenti della RAI e di Mediaset, nonché di molta carta stampata, rappresenta un’offesa ai Giornalisti con la G maiuscola.
    Al massimo li definirei “comunicatori di notizie varie”, che varie non sono neanche poi tanto, se gran parte della durata di un TG è riempita con il solito gossip, cronaca nera (che fa audience…), consigli su come restare in forma dopo le vacanze e così via.
    Certo, gli imbecilli che sfruttano l’anonimato che questi mezzi consentono di mantenere può portare a casi come quelli citati, ma allora chiudiamo gli stadi a tutti, dal momento che quattro teppisti combinano sfracelli, oppure chiudiamo i supermercati e i ristoranti per combattere l’aumento dell’obesità…?!?
    Quello che ancora oggi, purtroppo, succede in Cina e in molti altri paesi è sconvolgente e inammissibile per la nostra cultura, ma sembra proprio che ci sia ancora molta strada da fare per abbandonare i tempi dell’Inquisizione. Oggi però queste popolazioni possono contare su uno (pochi) degli effetti positivi della globalizzazione: la libera e immediata circolazione delle informazioni e delle comunicazioni nel resto del mondo, blog compresi, che possono contribuire ad esercitare una pressione mediatica su quei governi.

  12. Mah, che dire? Confondi (o fingi?) la prudenza con il cerchiobottismo. Ti ostini a sostenere che è incoerente criticare i limiti dei blog sui blog (se invece ne parlassi solo bene non sarei incoerente?). Insisti nel discernere manicheicamente e ingenuamente il “tutto bene” del blogghismo dal “tutto male” del resto (te li ricordi i “compagni che sbagliano”?). Citi Riotta, uno al quale nulla, ma davvero nulla mi unisce, per contestare una delle pochissime cose sensate che dice: e cioè che, su internet, l’anonimato consente al peggio di emergere e al cretinismo di imperare. Metti sullo stesso piano le opinioni (sempre legittime, sia chiaro, ma personali) e l’informazione…
    Stufati pure di un amico che ti dice in faccia se non concorda con te e accontentati dei soliti adulatori, senza renderti conto che di “pericoloso”, lo ripeto, non ci sono le tue idee, ma il modo di intendere personalisticamente le cose. Contento te….
    Passo e chiudo.

    Stefano

    • Stefano caro, parlo a te Tesi, non ad altri, dillo al tuo amico che se ha qualcosa da dirmi sul fatto che io sia pericoloso e pericoloso quello che scrivo su quello che accade a Montalcino me lo dica di persona (ha il mio numero di telefono) e non per interposta, seppure autorevole e amicale, persona come te. Eppure chiedo troppo alla sua intelligenza pensando che possa adottare un comportamento del genere?
      Con immutata simpatia e amicizia, che tante cose, nonostante tutto, ci uniscono e lo sai bene… O sbaglio?

  13. Scusa, non capisco: perchè il collega dovrebbe dire a te mio tramite (?!?) che sei “pericoloso”? E/o perchè io dovrei dire a lui di farlo direttamente e non mio (?!?!) tramite? Mi sono perso qualcosa? Se avete qualcosa da dirvi, ditevelo! Se lui ha il tuo numero, forse tu hai il suo (se vuoi te lo fornisco). ma io che c’entro? Sono mesi che non vedo nessuno dei due….
    Sul resto non sbagli, ma la mia perplessità rimane.
    Ciao,

    Stefano

    • Stefano caro, chi mi definisce “pericoloso” e pensa all’utilità di un cordone sanitario per isolarmi, non é un collega, ma strano tu non capisca, forse il caldo?, é un produttore di Montalcino. Tuo caro amico. Se avesse qualcosa da dirmi, si facesse vivo direttamente…
      Ancora cari saluti, ancora nonostante tutto…

  14. Dice benissimo la signora Biasutti, tutti i blogs, anche quelli diciamo non professionali, danno un grande contributo alle varie discussioni, e ne possono aprire anche di nuove. Personalmente trovo piacevole leggere anche quelli amatoriali. Tutti, e io intendo proprio tutti, possono oggi scrivere di vino, poi sta ai lettori decidere se un blog merita di essere seguito oppure no. Infine, per quanto riguarda quei giornalisti che scrivono di vino su carta stampata e/o internet, allora in questo caso è davvero difficile, se non impossibile, trovare quelli totalmente imparziali. Ci sono persone che presenziano tutte le manifestazioni, gli eventi, e le tavole rotonde della propria zona di residenza, e quindi conoscono non solo personalmente i titolari delle varie cantine, ma anche i nomi dei cani e dei gatti delle cantine stesse. Questo per farvi capire che proprio imparziali non possono esserlo. Quindi se un vino merita 87/100 loro daranno magari 90 o 91/100, oppure invece dei due bicchieri, gli regalano la finale dei tre bicchieri, in pratica un aiutino ci scappa sempre. In fin dei conti questi signori devono pur vivere, e di sola aria non si campa.

  15. Altro che caldo: primo, non sto mai dietro ai messaggi trasversali nè ho voglia di passare il tempo a decrittarli; secondo, rivendico il diritto (e l’indipendenza che ne è corollario) di essere amico di chiunque senza che ciò incida sulla mia autonomia di giudizio.
    A mio modestissimo parere, comunque, per un giornalista, essere definito “pericoloso” da chi è oggetto delle sue valutazioni è il massimo della soddisfazione, quindi perchè inalberarsi? Che il criticato si risenta delle critiche è umano. O no?

    • Stefano caro, confermo: il criticato intelligente o che sa far buon uso dell’intelligenza di cui é dotato accetta pacificamente le critiche fatte ai suoi vini (tutt’altro che irresistibili, come dimostrano le valutazioni che ne ha dato di recente l’autorevole Decanter) e non replica, scorrettamente, dando del “pericoloso” a chi si é limitato a trovare i suoi vini mediocri. Così quella persona, la cui amicizia giustamente tu rivendichi, nessuno é perfetto del resto, non ha fatto. E farmi passare, come prova a fare, come nemico di Montalcino e del su’ Brunello é una solenne bischerata. Credo anche tu ne possa convenire, no?

  16. prendo spunto dal postdi Silvana 10.23(che concordo pienamente)
    perchè a Ziliani, dovrebbero riconoscerglielo tutti,dico Tutti,
    con questo,non voglio dire sia il solo,ma merce rara oggi sì!
    Sostenendo con frequenza e consapevolezza,cose molto scomomode,
    mettendoci la faccia,quando buona parte(stragrande maggioranza)
    mette il lato B al limite quello che porta nella tasca fianco.
    Ziliani,se non è gradito questo mio commento,mi vorrà scusare.

  17. Franco, a mio (sottolineo mio) parere le battaglie personali, giuste o sbagliate che siano, sono sempre un errore per un giornalista. E inutile che il criticato si mostri “intelligente” e accetti le osservazioni (ma poi perchè dovrebbe? Accettarle o meno cambia la sostanza di un giudizio?), oppure che “rosichi” e si risenta. Ognuno fa il suo lavoro e la sua parte. E si può benissimo essere amici o almeno cavallerescamente rispettarsi senza mescolare professione e vita privata. Ne è un esempio luminoso, applicabile a qualunque settore del giornalismo, questa “lezione” data da un vecchio critico a un giovane aspirante giornalista rock nel capolavoro di Cameron Crowe “Quasi Famosi”: http://www.youtube.com/watch?v=06FwgPZZqFg&feature=related. “Sii sempre onesto. Onesto e spietato”. Il che non vuol dire irrispettoso, irridente o ostile. Solo coerente. Il resto viene da sè.

    • Errore Stefano! E parlo sempre a Tesi. Io non ho fatto, non sto conducendo una “battaglia personale” ma una battaglia – nella quale non ho interessi personali, é sempre bene ricordarlo – a difesa del Brunello e di Montalcino. Cosa che a Montalcino mi riconoscono in pochi, ma lo riconoscono. E mi basta. Quanto al resto, grazie del consiglio via film: io cerco sempre di essere “onesto. Onesto e spietato”. Ma di fronte all’aperta malafede o disonestà di chi prova a spacciarmi per “pericoloso” rivendico il mio diritto ad essere, come dici tu, “irrispettoso, irridente o ostile”. Siano onesti e corretti con me e l’ostilità si limiterà ad una semplice, giornalistica, critica dei loro vini. Quando non mi piacciono. Io sono onesto con gli onesti, divento cattivo, lo so, con chi correttamente non si comporta. Diglielo, ma non c’é bisogno, tanto mi legge, al tuo caro amico…

  18. Vabbè Franco, finiamola qui. A me fare il messaggero non piace, nè mi piacciono i messaggi trasversali o anonimi, quali questi rischierebbero di essere agli occhi di almeno gran parte dei tuoi lettori, sottoposti involontariamentre ad estenuanti indovinelli. Se hai qualcosa da dire a colui che definisci “il mio amico” (e della cui reciprocamente disinteressata amicizia mi onoro, sia chiaro), digliela direttamente. Anzi, non vedo perchè mi hai tirato in questa querelle, visto che ero intervenuto su temi generali.
    Io credo che chi frequenta il tuo blog un’idea di quello che penso del caso Montalcino e, più in ampio, del rapporto mondo-giornalisti se la sia fatta. Quindi ogni parola ulteriore è superflua.
    Ciò non mi impedisce affatto di ribadire anche la profonda amicizia e stima nei tuoi confronti nonostanre certe tue, diciamo così, a volte sgradevoli uscite.
    A presto,

    Stefano

  19. Adesso dopo questa lunga discussione a due, Ziliani contro Tesi, sono proprio curioso di conoscere il nome del signore di Montalcino mai nominato dai due. E’ sono sicuro che, anche tanti altri lettori di questo blog lo sono. Suvvia signori, nominatelo!!!

    • concordo con Tesi: ho sbagliato a condurre qui davanti a tutti una discussione che doveva rimanere privata e riguardare solo me e Stefano. Per questo motivo non rivelerò il nome di quel produttore di Montalcino che io e lui sappiamo bene chi sia. E anche il produttore stesso. Che ovviamente non mi dirà di persona quello che, di me, ha detto ad altri. Sottolineo che questa persona NON é l’imbecille di cui parlo nel post sui nice stay. Per la precisione

  20. Pienamente d’accordo con Franco. Non credo sia il caso di nominare questo produttore, così come forse non era il caso di mantenere pubblica la discussione a due con Tesi.
    Però, anche nell’ultima risposta, una puntina velenosa, Franco, non riesci proprio a trattenerla…

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