Ma siamo proprio certi che gli Amaronisti d’arte possano parlare, loro, di omologazione?

Valpolicella: tutto ad appassire appassionatamente!


Tout se tient
dicono i francesi e hanno ragione, perché nulla è casuale nel mondo del vino di oggi.
E’ normalissimo e consequente, pertanto, che sul Corriere Vinicolo, organo dell’Unione Italiana Vini, ovvero di quella potente associazione di categoria che rappresenta e difende gli interessi delle grandi aziende del vino italiano (alcune delle quali finite sotto inchiesta per il caso Brunellopoli), lo stesso giornalista che ha annunciato la pubblicazione sul numero di fine agosto del settimanale di un articolo che tenta di disinnescare e confutare la gravità degli ultimi sviluppi, articolo che potete leggere, in anticipazione, qui e poi ancora qui, dedichi due pagine celebrative alla “neonata associazione Le Famiglie dell’Amarone d’Arte”.
Associazione che nel titolo viene dipinta quale portabandiera di una lotta “contro svendite e omologazioni”.
E’ sempre questione degli stessi interessi – legittimi, ma sempre interessi, spesso di bottega – che accomuna aziende che, secondo la magistratura, non avrebbero rispettato il disciplinare di produzione del Brunello di Montalcino e l’avrebbero interpretato “creativamente”, e aziende che dopo non aver speso una parola di fronte all’amaronizzazione forsennata della Valpolicella (dove per farsi notare ricorrono anche a queste trovate…) e alla omologazione e de-territorializzazione dell’Amarone della Valpolicella oggi, quando è un po’ tardino, avrebbero la pretesa di ergersi a custodi della purezza e dell’ortodossia del celebre vino da appassimento della zona collinare veronese.
Riconosco al collega Andrea Gabbrielli (nella foto sotto), ché sto parlando di lui quale autore dei due articoli, in uno dei quali, senza peraltro avere l’onestà intellettuale né il coraggio di citarmi, mi definisce, bontà sua, “talibano” del mondo della comunicazione del vino e “chiacchieratore” da blog, una indubbia coerenza, quella che due anni orsono lo portò a promuovere un discusso – leggete quiAppello del vino italiano, che forse sarebbe stato più corretto intitolare, le grandi aziende del vino italiano chiedono “a regazzì spostate e lassame lavorà”, e che lo porta ad essere, come altri autori di articoli che appaiono regolarmente su quello che é diventato l’house organ della U.I.V., una garanzia, un riferimento (potrebbe anche diventare un direttore, chissà…) per i vari capataz dell’Unione.

Andrea Gabbrielli

Andrea Gabbrielli

Una coerenza che lo ha portato, ad esempio, a scrivere, e senza arrossire, a proposito dei Brunello “taroccati” (che di Brunello taroccati in questi anni ce ne sono stati, inutile e impossibile negarlo!), che Una cosa è certa, quel Brunello “taroccato” piaceva e pure molto, e ha dato a tutti la possibilità di crescere e di sviluppare il territorio. Possibile che questo non voglia dire nulla? Oppure si pensa che gli stranieri siano tutti degli stupidi o incapaci?”, e poi ancora che “Il Chianti, il Chianti Classico, il Vino Nobile oggi hanno dei disciplinari più elastici che non rendono i vini meno interessanti però lasciano maggiore libertà alle aziende”.
E, infine,  che “Quanto è successo a Montalcino è anche il risultato di vecchie ruggini mai sopite tra le aziende, conflitti mai risolti tra grandi e piccoli, invidie e sospetti tra vecchi e nuovi, senza poi tacere le difficoltà commerciali dei tanti, soprattutto piccoli, ma non solo, che negli ultimi anni hanno avuto sempre maggiori difficoltà a vendere. La denuncia – una o più – che ha innescato l’azione della Procura di Siena nasce in questo contesto”.
Questa coerenza e linearità di percorso é normale pertanto che lo porti a non nutrire nessun dubbio sulla credibilità dell’operazione Famiglie dell’Amarone d’Arte e a fungere quasi da megafono, ovviamente perché è convinto della bontà del loro pensiero, della loro iniziativa.
Io, che invece ho un approccio più disincantato (e diffidente) del suo e nei confronti delle grandi aziende del vino italiane, proprio perché ne ho conosciuto le logiche ed il modo di fare, nutro grandi perplessità, ho già espresso, in maniera molto chiara – “talibana” direbbero Gabbrielli ed i suoi amici (tra i quali ho notato essersi manifestato qualche singolare personaggio che per decenza dovrebbe solo tacere, vista la figuraccia barbina che ha fatto qualche mese fa…) – le mie “perplessità” (eufemismo) sull’operazione “amaronisti d’arte”.
Ho presentato e commentato – leggete qui – il loro proclama, ho ospitato – leggete qui – la precisazione del presidente dell’Associazione Sandro Boscaini, che conosco bene da molti anni, e poi ho nuovamente detto con molta chiarezza e onestà – leggetelo qui – di non credere che larga parte di quelle aziende abbiano le carte in regola per ergersi, ora, a salvatori dell’Amarone della Valpolicella contro “svendite e omologazioni”.

Sandro Boscaini

Sandro Boscaini

Non perché mi siano antipatici, nel gruppo ci sono produttori che conosco molto bene e di qualcuno posso dire di essere stato anche “amico”, ma perché contro quella omologazione, che oggi condannano, loro non hanno mosso un dito, perché l’hanno favorita, agevolata, subita.
Perché diversi di loro hanno trasformato i loro vini, che in alcuni casi erano sinonimo di eleganza, di equilibrio, di piacevolezza, veri e propri Amarone della Valpolicella paradigmatici, in Amarone potenti, superconcentrati, ciccioni, ricchi di alcol, dall’equilibrio e dalla piacevolezza tutti da cercare, vini da guide, come dimostra il fatto che diversi dei loro vini siano stati portati in palmo di mano e pluribicchierati in questi anni.
Vini da show e non vini da bere, vini eccessivi, talvolta caricaturali – e considerare che molti di loro dispongono di vigneti da urlo, di terroir d’eccezione, di storia, tradizione, know how, savoir faire, di marchi noti in tutto il mondo, vini di cui alla fine, in questa sbornia da successo – finché è durato – che ha preso la Valpolicella, si è stancato anche il consumatore.
A differenza dal collega Gabbrielli – e mi spiace dirlo, per la lunga consuetudine, non posso dire amicizia, che ho avuto con lui e con la sua carissima Francesca, che ci ha prematuramente lasciato a gennaio – io credo che questi produttori, che presuntuosamente si propongono come “amaronisti d’arte”, come se gli altri producessero Amarone coca-cola, anche se rappresentano “oltre 2100 ettari di vigneto, 558 dei quali destinati alla produzione di Amarone” e possono contare su “un fatturato complessivo di 29,5 milioni di euro”, e dicono di volere “fare squadra in nome di una storia e di una qualità totale”, di quella “svendita dell’Amarone” che dicono di voler evitare, nei fatti abbiano in qualche modo creato le condizioni, per i vini che spesso hanno fatto, per la deriva stilistica dell’Amarone che hanno accettato/subito/favorito, per non aver detto una parola negli anni del trionfalismo miope, quando l’ex presidente del Consorzio della Valpolicella, l’illustre amministratore delegato del Gruppo Italiano Vini, l’enologo Emilio Pedron, tacciava di disfattisti e di Cassandre quei pochissimi che, come il sottoscritto (Internet non mente: posso citare articoli, interviste, inchieste) invitavano a fare attenzione ai rischi della amaronizzazione disinvolta della Valpolicella.
In quegli anni, mi dispiace per loro, non ho sentito né gli improvvisamente virtuosi componenti della Famiglia dell’Amarone presunto artistico, né tantomeno il collega Gabbrielli spendere una sola parola per richiamare il mondo della Valpolicella al buon senso, ammonendo sui rischi di una conversione tanto miope all’Amarone come wine commodity.

Emilio Pedron

Emilio Pedron

Ecco perché, a differenza del collega che mi dà del “talibano”, senza fare nomi, e poi quando gli ho fatto notare l’incongruenza (diciamo così) mi risponde “caro Franco, capita a tutti di sopravvalutarsi e ho l’impressione che questa volta sia capitato a te. Nulla di male. Ma di sicuro non sei l’unico a sostenere certe tesi su quella che tu chiami Brunellopoli, basta leggere un po’ di blog et similaria, per rendersene conto”, credo che la notizia della nascita di questa associazione valpolicelliana vada sicuramente data.
Senza squilli di tromba però, e senza proclami, senza fare dei suoi animatori degli “eroi”, che tali non sono affatto.
E soprattutto senza nascondere, perché un cronista del vino di lunga esperienza, com’è Gabbrielli e come sono anch’io, ha il diritto-dovere di unire alla notizia anche un commento se necessario, le perplessità su un’operazione che è soprattutto di marketing e di comunicazione, che serve ad accendere i riflettori su quelle aziende, ma che dubito profondamente possa giovare, in qualche modo, alla Valpolicella.
Spero di sbagliarmi, ma dato che avevo visto bene, purtroppo, sul pericolo dell’amaronizzazione forsennata, non ho motivo di dubitare che anche sugli amaronisti d’arte possa avere ragione…

0 pensieri su “Ma siamo proprio certi che gli Amaronisti d’arte possano parlare, loro, di omologazione?

  1. Ciao Franco, forse la mia riflessione sarà fuori luogo: è proprio necessario costituire una associazione ( “Le famiglie dell’Amarone d’Arte” ) che poi, di fatto, ha le stesse funzioni di tutela che ha già lo storico consorzio della Valpolicella? Voglio dire, invece che creare neonate associazioni, forse sarebbe meglio che i produttori dirigano i loro sforzi all’interno del consorzio. Sbaglio?

  2. Caro Franco,

    innanzitutto la mia solidarieta’ per gli attacchi (a parole ed a fatti) di cui sei stato oggetto per avere fatto bene il lavoro di giornalista. Nel passato si parlava della stampa come potere (o contro-potere) oggigiorno in Italia i giornalisti che si richiamano a questa scuola sono ‘talebani’ mentre i giornalisti accettati/riveriti oggi sono quelli che fanno marketing communications per i potenti. Come nella politica, cosi’ nel vino.

    Leggendo il recente articolo del signor Gabrielli e l’appello del vino italiano mi sento molto a disagio perche’ ribalta completamente la mia esperienza di importatore di vino italiano all’estero su quali siano i punti forti da valorizzare del vino italiano:
    – l’incredibilite varieta’ di terroirs con i loro vitigni che rendono l’Italia vinicola diversa e grandiosa
    – il sistema di denominazione di origine che, nonostante qualche limite e contraddizione, protegge questa incredibile varieta’ e da una garanzia al consumatore su quello che acquista e gli permette di comparare diverse ‘versioni’ dello stesso prodotto
    – le persone: la multitudine di eroici vignerons attaccati al loro territorio, che sono capaci di innovare NELLA tradizione, che sono garanzia di prodotti autentici ed artigianali, gente di poche parole e di grande onesta’.

    In poche parole: se voglio un vino decente ma senza storia da un produttor-capitano di industria perche’ comprare italiano????

    A la prochaine mon ami
    Renato

  3. E difatti tutto quello che si temeva 5 anni fa si è puntualmente verificato. Adesso c’è un nuovo presidente, ci sono le cantine piene, ci sono le banche che chiedono di rientrare ed a qualcuno saltano i nervi. Vogliamo vedere che fra poco la colpa ricadrà su Sartori?

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