Perché un vino easy to drink sembra un vino minore? E’ ora di cambiare registro, lo chiede il consumatore…

Voglio proporvi, proprio subito al rientro dopo ferragosto, un interessante – credo – spunto di riflessione.
L’ispirazione mi è venuta dalla lettura sul Los Angeles Times, di un articolo, W. Blake Gray l’autore, che mi trova totalmente d’accordo e che rivaluta la piena dignità ed il valore dei vini che solo una critica miope e falsamente impegnata (a fare danni) può liquidare come vini banali, perché “easy to drink“, ovvero facili e immediati da bere.
Questo perché, secondo i fanatici della complessità (che spesso fa rima, come se si trattasse di un film di Michelangelo Antonioni, con incomunicabilità, che riferita al vino significa difficoltà di essere apprezzati e bevuti) sarebbero “unsophisticated”, privi di fascino, cosa di cui invece sarebbero pieni gli esempi del “difficult drinking”, che ottengono quegli alti punteggi, superiori ai 90/100, da Robert Parker e Wine Spectator che attesterebbero la loro (presunta) grandezza.
Ma come fa bene rilevare l’autore, “Easy to drink” is not a flavor description; it’s more tactile. These wines don’t scream for attention, or tire out the palate, because they’re balanced. You shouldn’t notice the alcohol, acidity or sweetness because none is overpowering. If it’s a red wine, it’s essential that its tannins are smooth. How can these qualities be bad?”.
Ovvero sono vini che non ricorrono ad effetti speciali, che non affaticano il palato e sono equilibrati, e non presentano alcol, acidità o dolcezza in eccesso. Come possono queste oggettive qualità essere presentate come dei “difetti”?
L’articolo di Blake Gray, animatore anche di un bel blog, The Gray Market Report,  ricorda che “easy to drink” non significa che siano vini banali o mediocri, perché un “easy to drink wine might be inexpensive, or it might be a $500 first-growth Bordeaux”, ovvero può essere di poco prezzo o costoso come un premier cru bordolese.
Quello che lo rende grande e la sua capacità di comunicare, perché “nessun vino veramente grande e al suo meglio è difficile da bere”.
Come esempio di easy to drink wines Gray porta i Reserva e Gran Reserva della Rioja, ed in particolare quei fantastici vini che sono il Viña Real Rioja Reserva oppure il 2001 Viña Tondonia Rioja Reserva di quella magnifica azienda, Bodegas Lopez de Heredia, che Alice Feiring nel suo fiammeggiante e imperdibile The Battle for Wine and Love or How I saved the world from Parkerization, porta ad esempio di azienda non toccata dalla omologante standardizzazione che per compiacere i gusti di Mr. Parker ha banalizzato tanti vini nel mondo.
Nell’articolo Blake Gray ricorda ancora una cosa molto importante, ovvero che i migliori easy to drink wines rispettano il cibo e lo esaltano, rendono facili e armonici gli abbinamenti, come dovrebbe essere nello spirito di ogni vino che si rispetti, che non tende mai ad imporsi prepotente sul cibo. E ricorda, biasimati gli eccessi di molti Merlot, che piacciono a tanti, perché sono più morbidi del Cabernet, nonché di Chardonnay over-oaked (super barricati) o Sauvignon eccessivamente verdi, condanna una sorta di attitudine ludica e battagliera americana,  che quasi si trattasse di un incontro di wrestling porta a mostrare i muscoli e a salire sul ring, enoico ovviamente, facendo ostentazione di muscoli.
Non importa se ottenuti normalmente in palestra o con il ricorso ad anabolizzanti. Quegli stessi anabolizzanti, enoici, cui i cultori dei body building wines fanno ricorso fregandosene altamente se poi quei vini risulteranno non easy, ma very difficult to drink…
Se si aggiunge poi che il giudizio dei vini è spesso affidato a maxi degustazioni dove è naturale che i “bold wines” i vini più muscolari e appariscenti spiccano è naturale che i vini più facili da bere finiscano per il passare in secondo piano, anche se si dovrebbe utilizzare, per giudicare il vino, solo l’”empty bottle test“, ovvero il test della bottiglia che si vuota, evidentemente perché il contenuto piace, gratifica, appunto “si fa bere”, al di là delle valutazioni e degli score della critica.
Ci possono anche essere eccezioni in tal senso, ed il wine writer americano riporta il punto di vista di Thomas Matthews, executive editor di Wine Spectator, secondo il quale “easy to drink” is still a sign of quality” e considerato che l’obiettivo di ogni vino è di farsi bere, un vino diventa “easy to drink if it’s balanced and the elements have evolved into harmony. It can be a wine with complexity or not. ‘Easy to drink’ just means that those complex, fascinating elements have come together in a way that’s supple or elegant”.
Ovvero diventa facile da bere se é equilibrato e tutti i suoi elementi sono evoluti sino a formare un’armonia che rende il vino piacevole ed elegante. Questo che si tratti di un vino complesso oppure più semplice.
Queste le opinioni di Matthews, peccato che poi Wine Spectator finisca oggettivamente con il marginalizzare i vini “easy to drink” e con il premiare, spesso, troppo spesso, vini che è difficile pensare non solo che siano piacevoli da bere al momento, ma che possano avere un’evoluzione che porti a quell’armonia, sinonimo di piacevolezza, che dovrebbe costituire un elemento premiante.
La conclusione di W. Blake Gray è di quelle da firmare e sottoscrivere, allorché ribadisce che “It’s time to reverse that philosophy. You wouldn’t praise a steak for being hard to chew, or a movie for being difficult to watch”. Ovvero é tempo di rovesciare questa filosofia, e del resto non si potrebbe elogiare una bistecca quando risultasse dura da masticare o in film noioso da vedere.
E’ tempo di una “linguistic call to arms”, di una linguistica “chiamata alle armi” e di utilizzare senza vergogna e senza alcun problemi l’espressione “easy to drink” nel chiedere al sommelier al ristorante oppure al negoziante il tipo di vino che desideriamo.
“Easy” non è una parolaccia, ma una benedizione!

0 pensieri su “Perché un vino easy to drink sembra un vino minore? E’ ora di cambiare registro, lo chiede il consumatore…

  1. Parole sante, caro signor Ziliani! A tal proposito, perchè non fare qualche nome di vino “easy to drink” e magari (cosa molto gradita mai come ora) anche “easy to buy”? Sicuramente lei dall’alto della sua grande esperienza potrebbe dare una serie di segnalazioni che sicuramente farebbero la gioia di molti appassionati, pur considerando la personalità della cosa…Mi è comunque gradita l’occasione di farle i complimenti per il suo sito e la sua competenza in materia.

  2. “Easy is not a curse. It’s a blessing”. Quanto mi fa piacere leggere queste parole. Personalmente, le mie ricerche nel mondo del vino si sono spostate verso i vini dalla facile beva, i vini – e non t’accorgi – di cui non resta goccia nella bottiglia, i vini “digeribili”, equilibrati, mai eccessivi, i vini che bevi volentieri, anche nella loro semplicità. Inutile che mi permetta di fare dei nomi.
    In ogni ambito possiamo trovare prodotti semplici che si sono rivelati capolavori, eppoi …non si vive di soli capolavori.

  3. C’è poco da aggiungere a quanto tu abbia già detto…è ora di “de-parkerizzare” il mondo del vino, premiare l’armonia nei vini intesa come equilibrio nelle varie componenti gusto-olfattive,piuttosto che esaltarne la tannicità, l’uso eccessivo del legno, il vegetale, le note fumè, ecc…
    Se easy-to-drink è sinonimo di tutto ciò, allora W i vini “facili”!

  4. Non potete che trovarmi in perfetta sintonia: il vino che si fa bere è il vino che ogni giorno stapperemmo alla nostra tavola. Una realtà assoluta. Ben vengano vini strutturati, grandi, lodevoli di caratteristiche uniche, ma cosa beviamo ogni sera, a fine giornata, con un normale pasto quotidiano per soddisfare il nostro palato? Un vino piacevole, easy da accompagnare ai piatti easy altrettanto piacevoli ed a un costo abbordabile. Easy vuol dire belli, puliti, sinceri, bilanciati e facili da stappare e finire senza fatica. Svegliandosi il giorno successivo con la mente lucida per la nuova giornata da affrontare. Esistono anche questi vini ed è ora che tornino di moda insieme ai grandi vini.

  5. E’ da sempre la mia filosofia,la bottiglia che rimane sul tavolo può essere blasonata ma evidentemente non riesce a farsi bere e di questi esempi ne abbiamo tutti le tasche piene. Ben venga quindi un riassetto nel modo di produrre, anche se ci vorrà ancora un po’ di tempo. quanto ai vini facili da bere ognuno ha i suoi campioni ma io personalmente metto in prima fila: Chianti alla Pian del Ciampolo per intendere, St Magdalener alto atesini (a me la schiava piace), vini tipo quelli di Pepe e poi lambrusco, ottimo con i piatti della tradizione.
    salute
    francesco

  6. Anche molti di coloro che (beati loro…!) hanno la Ferrari in garage, di solito non la usano tutti i giorni per andare al lavoro o per fare shopping. Magari utilizzeranno con maggior frequenza la loro seconda o terza auto (certo, potrà essere una Alfa Romeo o una BMW e non una 127 o una Punto di seconda mano…).
    A meno che, per scelta o per lavoro, non siamo seduti sempre al ristorante, difficilmente a casa nostra, davanti a una cotoletta alla milanese e un po’ d’insalata sceglieremo di stappare una bottiglia importante (e costosa…).
    Apprezzo e condivido in pieno l’intenzione di dare il giusto spazio anche ai vini “per tutti i giorni” che, anche se “fanno meno notizia”, sicuramente rappresentano una grossa fetta di mercato.
    E comunque, parlare e scrivere di questa tipologia di vini, soprattutto quando se ne danno valutazioni positive, non toglie certo quote di mercato alle “Ferrari”.

  7. ..vini da tutti i giorni si’..anche il chianti lo è…anzi lo era.fino a quando ci facevano mettere un po’ d’uva bianca,un po di ”tribbiano” x farlo più beverino,un po’ di ”malvagia”per dargli grazia..poi sono venuti ”quelli del vino da meditazione”…che più d’un mezzo bicchiere non ce la fai…chissà ,se quei signori, lo chiameranno (con le nuove norme anti-alcol)..”vino da guida”…

    • vino “da meditazione” é quello che ci possiamo permettere al ristorante. Meditiamo difatti sul vino che ci sarebbe piaciuto, sempre moderatamente, bere, ma che non possiamo bere, perché basta uno 0,6 e sei letteralmente “fottuto”. Penso a domani sera che andrò a cena con un amico in Franciacorta e berrò una flute e mezza di bollicine e basta. Ed il Brunello 2003 che volevo far provare a lui e allo chef del ristorante dove andremo, vorrà dire che lo assaggeranno loro, io, che lo conosco bene e lo amo, nisba…

  8. L’evoluzione del gusto di una persona porta a sostanziali cambiamenti nel tempo soprattutto nel campo del vino.
    C’è l’età in cui si apprezza vini bomboloni, carnosi, speziati, arriva poi l’età in cui si apprezza la goduria di un vino lieve come una piuma. Ogni età esige la sua esperienza: da bambini si prova tutto, poi si passa all’adolescenza dove si preferisce l’impatto, poi in maturità si comincia a scegliere e alla fine, diciamo, verso la vecchiaia si apprezza ciò che in gioventù disprezzavamo.
    Comunque alla fine è il vino, quello salutare, che deve vincere ad ogni età.

  9. Franco, thank you so much for your kind words about my article. I think the Italian wine industry still has a better sense than most countries about making sure that wines go well with food. But some wineries pursue high ratings by using more new oak and picking grapes later, to develop bigger, more intense flavors at the expense of balance and drinkability. As lovers and consumers of wine, we need to keep telling sommeliers and wineries that we want wines that are easy to drink.

    Forgive me for writing in English. I’m in Japan right now and I toast your health (with sake, of course). Ciao!

  10. Copio e incollo dalla filosofia aziendale riportata nel nostro sito “La nostra visione è limpida: affermarsi nel mondo come uno dei principali promotori della cultura enogastronomica italiana. La nostra mission è quella di rendere l’associazione fra i nostri vini ed il cibo un’esperienza sempre piacevole.” In sintesi vini piacevoli, ma non banali.
    Leggere questo post è quindi stato musica per le mie orecchie. Aggiungo che non solo i consumatoria chiederli, ma sempre più spesso anche i ristoratori a proporli. Credo sia un segnale importante per la (ri)affermazione del piacere del bere.

    • musica per le mie orecchie e grande sorpresa nello scoprire che anche il potente direttore marketing della potente casa sinonimo di Pinot grigio italiano legge questo blog e interviene. Vogliamo parlare di qualcosa che si potrebbe organizzare insieme?

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