Sciakk un ottimo rosato, a dispetto dei custodi dell’ortodossia del Dolceacqua


Chi avrebbe mai scommesso, sino a qualche tempo fa, che su un vino, nobile, prezioso, importante, ma marginale, sia per collocazione geografica sia per quantitativi disponibili sul mercato come il Rossese di Dolceacqua potesse scatenarsi, per di più in piena estate, quando la parola d’ordine è costituita da successo musicale d’antan, vamos à la playa un dibattito articolato e vivace? Invece, è bastato, come ho scritto qui, che un gruppo di produttori, molto uniti tra loro, e che un sommelier di larghe vedute come Massimo Sacco, dessero vita al Rossese style, nell’incanto di quel posto meraviglioso che è Baiardo, e che qualche persona di buona volontà e qualche serio appassionato, oltre ad addetti a lavori e personaggi vari vi partecipassero, che ecco il discorso sul Dolceacqua, come preferisco chiamarlo, prendere quota, svilupparsi, non accennare ad avere fine.
Lo testimoniano vari post apparsi su blog e siti Internet, ad esempio quello dedicato dalla sommelier francese Brigitte Leloup alla degustazione – leggete qui – il passa parola in corso tra gli appassionati, ulteriori degustazioni che si annunciano e altre che sono già state fatte di cui si riprende a discutere.
Certo, il dibattito, salutare, vivace, sanguigno per certi versi, testimonianza di una vitalità del vino e di chi vi ha partecipato, non è stato esente, soprattutto nel thread rossesiano pubblicato sul forum del sito del Gambero rosso, da qualche eccesso, soprattutto laddove un drappello di autonominatisi custodi del Rossese, di pasdaran dell’ortodossia rossesiana, di gente che sul Dolceacqua pretenderebbe – magari in buona fede – di saperne di più degli stessi produttori, e di poter decidere, loro, quale possa essere il futuro di questo bel vino, ha sentenziato che il Rossese di Dolceacqua debba essere un rosso da invecchiamento.
Come magari dimostra di poter anche essere, in rari casi, ad esempio il Bricco Arcagna 1998 di Terre Bianche che ho sicuramente anch’io apprezzato, ma che costituirebbe un errore strategico, dal punto di vista dei produttori, pensare di poter impostare come un vin de garde. (E che i forumisti ci risparmiano, please, le battutine da asilo sui vini… del Garda…). Siccome io sono invece persuaso che, non negando assolutamente la capacità del vitigno, dei migliori vigneti, dei grandi cru di cui questa denominazione dispone di poter reggere benissimo nel tempo e che bottiglie di 5-8-10 anni possano magnificamente reggere alla prova cavatappi e bicchiere, oggi, nel 2009, il Dolceacqua abbia grandi possibilità di farsi apprezzare, dal consumatore di oggi (un po’ meno “integralista” dei frequentatori di forum) in giovane età, negli esempi dell’annata corrente e nelle due, tre, quattro massimo (se sono grandi millesimi) annate che l’hanno preceduta, per non sapere né leggere né scrivere ho deciso di scrivere questo post.
E ben consapevole di attirarmi le ire nonché l’enoico disprezzo di quelli che il Rossese lo bevono solo quando è ben maturo (e magari un po’ in forma calante), ho deciso di proporvi oggi un Rossese molto giovane.
Dirò di più, giovanissimo, e per di più un vino che se ci si azzarda a chiamarlo Rossese di Dolceacqua si è certi di incorrere nelle reprimende non solo dei talebani del rossesismo puro e duro, ma nelle sanzioni della Repressione Frodi o come diavolo si chiama oggi. Perché, magari ispirati dai custodi dell’ortodossia di cui sopra, gli estensori del disciplinare della Doc Rossese di Dolceacqua non hanno previsto – bella forza, è un vino da invecchiamento o no? – la tipologia rosato.
Sull’etichetta di questo bel vino, che é espressione di uve Rossese in purezza, non si legge difatti Rossese di Dolceacqua Doc, bensì, ovviamente senza l’indicazione dell’annata, che è la 2008, vino da tavola, eppure questo bel vino, che il produttore, il bravissimo Maurizio Anfosso (nella foto), animatore con la moglie Roberta Repaci di una delle aziende da tenere assolutamente d’occhio, Ka Manciné posta in frazione San Martino di Soldano e dotata di vigneti da sballo come il Beragna ed il Galeae, mi ha fatto conoscere e apprezzare in occasione di un pranzo nel valido ristorante La Vecchia Ostaia, specialità liguri ma anche calabresi, a San Biagio della Cima (via Provinciale 34 tel. 0184 289249 cell. 3408464461).
Uno dei tre ristoranti, gli altri due sono il Ristorante Bruno (via Roma 32 bis Isolabona tel. 0184 208682) ed il Ristorante Apricale da Delio (p.za Vittorio Veneto 9 Apricale tel. 0184 208008 www.ristoranteapricale.it) che mi sento assolutamente di consigliarvi se vi capitasse di passare in zona.

Tornando a noi, quel rosato, che il buon Anfosso produce con un leggero appassimento delle uve Rossese sulla pianta e che raggiunge, ma con un bilanciamento miracoloso, il considerevolissimo grado alcolico di 15 gradi e mezzo, è non solo un rosato, di Rossese, molto bene riuscito, goloso, perfetto con la cucina della zona, che è più di carne che di pesce, ma costituisce un’autentica pezza d’appoggio della mia tesi, provocatoria lo so, secondo la quale il Dolceacqua, proprio come certe donne, il suo meglio lo offre in giovane età.
Con questo non voglio certo tirare in ballo la questione della “bellezza dell’asino”, per questo splendido caposaldo dei rossi liguri, ma esprimere il mio vivissimo apprezzamento per la vivacità e complessità aromatica, intrigante, ricca di sfumature, maliosa, del Dolceacqua da giovane, che mi ha conquistato e dato ampio esempio di sé, tornando alla degustazione di Rossese Style, con i vini delle annate più recenti, 2008 e 2007.
Questo anche se vini come il Pian del Vescovo di Tenuta Giuncheo ed il base di Terre Bianche, entrambi di annata 2006 me li berrei, se li avessi sottomano, anche stasera.

Maurizio Anfosso, produttore e sommelier

Maurizio Anfosso, produttore e sommelier

Bellissimo nel colore, corallo splendente, cerasuolo acceso, con una leggera tendenza al ciclamino lo Sciakk (sul perché del nome chiedete al buon Anfosso), dotato di un naso vivo, succoso, ben polputo, di notevole densità e turgore, odoroso di piccoli frutti rossi, melograno, rosa passita, macchia mediterranea, accenni di liquirizia, succulento eppure fresco e vivo, e poi goloso, lo ripeto, da vero vin gourmand (anche se è “solo” un rosato), pieno, ben strutturato, con i tannini ben rilevati (in un rosato, mais oui!) e bilanciare tutta quella esplosione estiva e prosperosa di frutta, tutta quella materia che si dispone sul palato e lo conquista.
Certo che a produrre un rosato di Rossese – come lo produce Marco Romagnoli alla Tenuta Giuncheo – è una provocazione vera e propria Anfosso di Ka Manciné, attento che i custodi dell’ortodossia non proclamino una fatwa contro di te…
Se poi si accorgono che sei anche sommelier, di osservanza A.I.S., il plotone d’esecuzione è assicurato!

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  2. Franco, la verita’ la dici sempre, ma c’e’ gente che non ne conosce i contorni e sarebbe meglio presentarglieli tutti. Siamo ad un passo dall’autostrada, ma quelli son boschi da cinghiali, son vigneti da pendenze da capogiro e fatiche da Ercole, tutto a mano, tutto anche quando hai la febbre e ti tocca curare grappolo per grappolo e zappare duellando con le vespe e i cervi volanti. Noi parliamo sempre poeticamente del vino, perche’ ci piace un casino, ma che e’ il prodotto finale di quelle enormi fatiche e invece parliamo poco delle fatiche stesse per poterlo fare come si deve e come ci piace. Per poi imbottigliarlo “vino da tavola” con un’etichetta che e’ gia’ un lusso….

  3. Signor Crosta, grazie di aver evidenziato il lavoro e le condizioni per poter produrre questa tipologia di “vino da tavola”. A questo punto, credo che non sia primordiale la riconoscenza dell’indicazione o denominazione ( visto quello che è stato decretato nel 1972 … ) se è evidente l’autentica espressione di questo territorio.
    Signor Ziliani, la tipicità e l’unicità che lega questo vitigno autoctono ( Rossese ) al territorio d’origine rappresenta il fattore più importante ( se utilizzato in esclusiva … ) per sfidare vini o vitigni internazionali.
    Lavorare con serietà per comunicare le storie di chi punta al particolarismo e alla caratterizzazione della propria proposta enologica, è l’obbiettivo del progetto Terra dei Doria. Solo attraverso questa visione enologica si potrà sfidare un mercato affollato ed esigente.

  4. Una delle grandezze di questo vitigno, che può da subito stupire e con il tempo e la mano giusta…meravigliare.
    Penso sia un vitigno che dia una certa elasticità nel modo di interpretarlo, grazie ai suoi particolari profumi e ai suoi tannini morbidi, con risultati diversi tra loro. Certo è che, nei tempi passati, sono poche le aziende che erano in grado di produrre vini che potessero raccontare una storia anche dopo molto tempo dalla vendemmia.
    La parola ” SCIAKK ” è un sfida… che rappresenta da un lato la tradizione e dall’altro il presente…..nella vita bisogna vivere anche con un po’ di FOLLIA!!…..il nome cerca, nella sua struttura, di stupire gia’ dall’etichetta, quello che il vino cerca di fare nel bicchiere….quando ci riusciamo…….!!!!

  5. Franco, la mia non voleva essere una propoganda commerciale, ne chiedo scusa se gli amici del suo blog l’abbiano interpretata allo stesso modo. Volevo semplicemente attrarre l’attenzione dei produttori e non di possibili acquirenti ( trattasi di un progetto e non dell’ennesima azienda agricola riconvertita alla viticoltura … poi visto la simbolica produzione ! ). Malgrado il contesto assai difficile ( la figura del “vigneron” è quasi assente ) il potenziale è molto interessante, a condizione di lavorare con una certa “conscience professionnelle” …
    Nella speranza di rivederla per un approfondimento sul contesto, buon ferragosto !

  6. Mandino Cane ha ormai ceduto la maggior parte della sua campagna e oltre all’olio fa solo il Dolceacqua superiore , 3/4000 bottiglie . Ma ancora pochi anni fa selezionava i grappoli , dopo il Dolceacqua superiore veniva il Dolceacqua base , di cui ho bevuto nei giorni scorsi l’ultima uscita , il 2006 , chiudeva il vino da tavola , sfumato sul rosa , Dusaga . Piacevolissimo , da mettere nel post sopra dei vini spontanei ma non banali .

  7. la spiegazione per cui l’amico maurizio deve scrivere vino da tavola sull’etichetta è semplicissima e banale, nella provincia di imperia non esiste un IGT, le nostre associazioni di categoria e i nostri politici sono ben due anni che litigano per quale nome sia più degno: colli imperiesi o terrazze imperiesi, mah… la dialettica è forte le discussioni sono state snervanti e impegnative… poverini… è un lavoro così duro…per la prossima campagna imminente sembra tutto uguale, ora poi con l’OGM… MAH!!!!!!!!!!
    giovanna maccario dringenberg

  8. Non importa se il vino è doc…dop….igt….l’importante è creare interesse…certo è che la denominazione aiuta a vendere….il plotone d’esecuzione..ha deposto le proprie armi…il silenzio…regna in questa valle
    speravo in una discussione costruttiva….il caldo non favorisce…..

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