Sgarbi e i vini siciliani: memorandum per una sana indignazione

Ho la massima stima, e qualsiasi cosa dica e faccia provo umana simpatia e talvolta ammirazione per Vittorio Sgarbi, un uomo di cultura (prestato alla politica) che mi ricorda quel tipo d’intellettuale interventista, capace di gesti clamorosi, di posizioni estreme, dotato di un senso quasi ludico della provocazione, che ebbe in Filippo Tommaso Marinetti, padre del centenario Futurismo il suo esempio più fulgido.
Ricordando lo Sgarbi più vero, quello dei televisivi Sgarbi quotidiani, cerco di “perdonare” il grande studioso d’arte, il letterato e l’umanista raffinato, il critico dall’apertura mentale e dalla cultura straordinaria, che oggi si adopera, tra l’altro, a fare il battagliero Sindaco di Salemi nel trapanese.
Da “franco tiratore” quale in fondo sono rimasto (e con vanto) trovo che anche cercare di occuparsi della cosa pubblica, come ha più volte, con alterne fortune, fatto, sia un gesto estetico e un modo di tentare di diffondere il gusto per il bello, e di sbugiardare il mediocre, il brutto, il kitsch, il falso artistico, che appartiene sino in fondo alla misura e allo stile sgarbiano. Accade però che talvolta, tutto preso dalla sua onnivora volontà di pronunciarsi su tante cose, anche al grande Sgarbi capiti uno sfondone. E che indulga a dire cose che con un pizzico d’informazione in più da parte dei suoi collaboratori e di riflessione da parte sua, avrebbe potuto evitare.
E’ così accaduto che intendendo denunciare, sempre da una prospettiva estetica, il fatto che “dopo i parchi eolici si cominciano a vedere intorno a Ragusa altri orrori: impianti fotovoltaici con le strutture portanti come alberi in quantità straordinaria ravvicinati per sostenere, all’altezza di circa due metri e mezzo, pannelli neri”, in questo bell’articolo che invito a leggere qui, Sgarbi, rivolgendosi al ministro delle Politiche Agricole Zaia, dopo aver elogiato – con una scivolata un po’ politically correct – Carlo Petrini, il cui ”sforzo straordinario ha rappresentato l’unico vero progresso nella tutela del patrimonio culturale negli ultimi vent’anni”, è finito anche per parlare di vino siciliano.
Scrivendo, testualmente, parlando ancora del ministro propagandista del Prosecco, che “la sua attenzione finora è stata rivolta prevalentemente al comparto del vino la cui produzione in Sicilia, nonostante la qualità, non ha ancora trovato gli sbocchi sul mercato di altre regioni come la Toscana e il Piemonte.
È probabile che questo si debba a un difetto di organizzazione per evidente disparità di confezione e produzione di alcune aziende più attente alla comunicazione di altre. Resta che tra le zone di maggiore intensità di produzione vinicola c’è proprio l’area del Trapanese tra Marsala, Mazara del Vallo e Salemi.
La crisi che attraversa l’agricoltura si estende, però, anche alla produzione di arance, se possibile ancora più unica di quella del vino. Gli interventi europei degli ultimi anni hanno creato forti ambiguità all’insegna di quella «diversificazione delle attività agricole» indicata nei Por.
Così viste le difficoltà dei produttori di vino, arance e olio, improvvisamente su terreni incontaminati da secoli si sono viste sorgere le immonde pale eoliche riunite nella beffarda denominazione di «parchi» sui quali in molte occasioni, e con crescente preoccupazione, abbiamo denunciato la speculazione fino al coinvolgimento di una mafia non più contadina ma industriale”.
E ancora “Per quello che mi riguarda chiederò al ministro Zaia e all’assessore all’Agricoltura della Regione Sicilia Cimino di sostenere una straordinaria campagna di promozione fuori di Sicilia e in tutta Europa, dei prodotti siciliani per evidenziarne la singolarità e la peculiarità, dal Marsala allo Zibibbo, dal Passito di Pantelleria ai rossi della Sicilia orientale e ai bianchi dell’area di Alcamo e Salemi, sino ai prodotti anche più fragili e minacciati come le arance rosse altrimenti denominate tarocco, sanguinello, moro.
Non tutelare come patrimonio dell’umanità la coltivazione agricola vuol dire, come si è visto, anche sconvolgere il paesaggio e la natura e perdere l’occasione storica di salvare la memoria del mondo contadino, in modo attivo, produttivo e non folcloristico”.
Ma caro Sgarbi, lei che frequenta e conosce sicuramente la Sicilia, in che razza di Sicilia vive, quale Trinacria del vino conosce?
Forse una Sicilia (del vino) arcadica, sognata, antica, dove i produttori siciliani, poveretti, non ottengono i risultati voluti, quelli che meriterebbero, per “un difetto di organizzazione, per evidente disparità di confezione e produzione di alcune aziende più attente alla comunicazione di altre”.
Lei dice bene che bisogna trovare un modo serio, operativo, meno inamidato di quello usato dai canali istituzionali, che si è concretizzato anche in iniziative discutibili, per promuovere seriamente “dal Marsala allo Zibibbo, dal Passito di Pantelleria ai rossi della Sicilia orientale e ai bianchi dell’area di Alcamo e Salemi” e io aggiungerei, soprattutto, gli splendenti vini dell’Etna. Resta il fatto che in gran parte causa delle “difficoltà” di cui parla Sgarbi e di cui si è parlato recentemente, basta leggere qui, in termini drammatici, parlando di vera e propria “crisi del comparto vitivinicolo siciliano”, una “crisi produttiva e imprenditoriale, con migliaia di tonnellate di vino giace invenduto nei silos delle cantine sociali, alla vigilia della vendemmia 2009 che si prevede abbondante sia nella qualità che nella quantità e con un mercato profondamente ostile per la forte concorrenza estera e per la crisi del settore”, è stata una politica diffusa a mandare “a schifio” la situazione del vino siciliano.
Una politica che da un lato ha destinato gran parte della produzione alla distillazione, puntando sui contributi per la distillazione i cui rubinetti la nuova riforma dell’OCM vino ha finalmente tentato di chiudere.
E dall’altro una programmazione folle, schizofrenica, pasticciona, confusa (e non aggiungo altro) che ha portato a piantare, in Sicilia, migliaia di fottutissimi ettari di Chardonnay, Cabernet, Merlot, Syrah, trascinati dalla stupida illusione che la Sicilia fosse una sorta di California italiana, di appendice nostrana e al gusto di zagara del New World, e poi a piantare anche il Nobile Nero d’Avola anche in posti dove quest’uva che sa anche essere grande, ma non è grandissima come sono invece il Nerello Mascalese ed il Carricante, non andava bene. Con il risultato che oggi le quotazioni del mercato del Nero d’Avola sono andate quasi sottoterra.
E’ giustissimo pertanto, ottimo Sgarbi, che lei ricordi, con la sua voce autorevole, che “non tutelare come patrimonio dell’umanità la coltivazione agricola vuol dire, come si è visto, anche sconvolgere il paesaggio e la natura e perdere l’occasione storica di salvare la memoria del mondo contadino, in modo attivo, produttivo e non folcloristico”, chiedendo “più campi coltivati dai contadini e meno musei della civiltà contadina” e ricordando che “i Beni culturali non sono fossili di un tempo perduto ma una civiltà che non muore e che non disperde le sue tradizioni”, sino ad ammonire che “l’orrore del cimitero fotovoltaico di Mendolilli e di altri annunciati è come un campo di concentramento rispetto ai campi coltivati abbandonati per ignoranza e avidità”.
Ma alzi altrettanto alta la sua voce, se vuole con i toni più sgarbianamente incazzosi e indignati che aveva ai tempi degli Sgarbi quotidiani, contro un establishment del vino siciliano, una gerarchia e cupola di responsabili a vario titolo, che hanno fatto più danni di Attila e che ora dovrebbero essere inchiodati alle loro responsabilità.
E mandati a casa senza liquidazioni e prebende milionarie.
Sono proprio loro che hanno causato quello spettacolo indecente, quella crisi, quella situazione che “sta precipitando”, dove senza l’ennesimo “intervento a sostegno da parte della Regione, i nostri agricoltori rischiano il fallimento delle loro attività”, indigna lei e tutte le persone per bene, che vorrebbero una Sicilia, del vino e d’altro, ben diversa dal quella di oggi. E di sempre…

0 pensieri su “Sgarbi e i vini siciliani: memorandum per una sana indignazione

  1. Gentile Signor Franco, condivido il Suo pensiero a riguardo della situazione siciliana. Acquisto spesso vini siciliani soprattutto della zona dell’Etna e non solo e, quando vera espressione di territorio, li trovo grandissimi.
    Volevo solo aggiungere a quanto scritto che, la promozione per i vini siciliani ma, meridionali in genere, gode già di molti privilegi rispetto a quelli di altre regioni. Ricordo di alcune borse vini organizzate (fra l’altro malissimo) da I.c.e., sia a Praga che a Budapest che a Londra, le quali portavano in conferenza stampa all’apertura, degustazioni di vini siciliani e pugliesi gestite dal presidente degli enologi italiani, lasciando parecchio stupiti i produttori veneti come me e lo scomparso Gaetano Zeni ma anche amici piemontesi, per i quali non vi fu neanche un cenno. Facile poi il ns. insuccesso visto che giornalisti e compratori erano poi più focalizzati sui vini meridionali fra l’altro, scarsamente rappresentati in numero alla manifestazione. Resoconto finale: molto interesse per il sud che non c’era e poche conclusioni di affari da parte delle altre zone d’Italia che erano molto presenti e forse all’epoca più attente alla comunicazione.

  2. Non riesco a ottenere una risposta a una domanda che giuro non è una provocazione: Tavernello, cioè un vino che costa pocopoco e ha meno di 11 gradi è ancora … un vino? Intendo: è nella cultura del vino? Posso scrivere una poesia su Tavernello come quella del Belli? ….. Ando Gilardi

  3. Egregio signor Ziliani, è vero che in sicilia ci sono troppi ettari di vitigni internazionali anche in zone inutili! ma alcune produzioni sono degne di nota!! ed è anche vero che il nero d’avola non è stato tutelato adeguatamente, quello della Sicilia sud orientale che a mio avviso è il più caratteristico che esprime la sua vera “nobiltà” è stato svalutato dai viticoltori della sicilia diffondendolo ovunque, a tappeto con produzioni esagerate e di scadente qualità. Adesso che è esplosa la “Etnamania” potrebbe succedere lo stesso con i Nerelli!! ma l’Etna è un vulcano con condizioni irripetibili e questo gli da una garanzia di tutela naturale che l’uomo non sa dare!
    Gradirei che lei affrontasse nel suo blog, un argomento che riguarda la tutela delle produzioni di qualità, ovvero quello della DOC Sicilia!! Che a mio avviso da come si sta affrontando è l’ ennesimo tentativo per svalutare la produzione dei vini di qualità.
    Non concordo con lei, riguardo alla superiorità del Nerello sul Nero, ma questi sono punti di vista differenti!
    grazie !

  4. Tante questioni in un unico calderone portano a difficile analisi. La Sicilia vitivinicola dopata da troppi anni? Indubbio. L’orrore estetico del fotovoltaico (o eolico)? Può essere, ma mi viene da ridere pensando a 1) ben altri orrori estetici (per non dire “buchi neri per finanze pubbliche/UE”) nell’isola, 2) come risolvere il problema energetico. Una bella centrale termo-qualcosa o nucleare deturperebbe meno? Sempre più il vino mi apre in mano a politici incapaci (scusate qualcuno si sente tutelato dai nostri esponenti a Bruxelles?), magliari, poteri forti, incantatori di serpenti… Quando in Sicilia si iniziò a produrre vini ottenuti da vitigni non autoctoni a discapito delle uve locali quanti non si prostrarono ad adulare i nuovi blend? E quanti solevarono dubbi sull’uso sconsiderato delle barriques per uve inadatte (ricordo ancora un ributtante Nero d’Avola affinato in legno piccolo MA prodotto da un grande nome per cui sssh a parlarne male…)da Nord a Sud? Quanti sono andati nelle cantine a vedere se l’uva vinificata era veramente “made in Sicily”? Ci vuole un grande sforzo per mantenere la rotta in qs matto mondo (del vino). E per quanto io non sia prevenuto (personalmente e polticamente) verso il Dr Zaia, beh per ora ho letto più altisonanti proclami che visto belle azioni. Non ultimi i nuovi aggravi fatti pesare sulle spalle delle cantine… Tra l’altro, dato il costo dell’energia necessaria a portare avnati una moderna cantina, ben vengano fonti economiche (l’ecologioco merita un post a parte). Buona giornata a tutti

  5. Caro Franco,
    il tuo commento non fa una piega dal punto di vista strettamente enoico. Il fatto è che, come qualcuno ha osservato, i merlot e i cabernet hanno invaso anche quasi tutte le altre regioni italiane, sempre con esiti agroindustriali (l’espressione non è casuale) nefasti. Il risultato è che, depresse definitivamente le chances vinicole del territorio e restando sottoterra quelle legate ad altre produzioni tradizionali (appunto arance e olio, ad esempio), all’effetto unno dei cosiddetti vitigni internazionali consegue l’unica possibilità di reddito possibile: l’espianto dei vigneti e delle colture agricole e l’impianto delle mostruose pale eoliche. Che hanno almeno tre difetti: distruggono il paesaggio, hanno dubbia efficienza e alimentano, come tutti i business e in particolare quelli alla moda, soprattutto in zone a rischio come la Sicilia, infiltrazioni e speculazioni malavitose.
    Questo è quanto sostiene Sgarbi il quale – lo dico per esperienza diretta, avendo trascorso a stretto contatto con lui due memorabili giorni a Salemi lo scorso settembre – sta facendo nella città siciliana un lavoro davvero rivoluzionario e “futurista”. Non tanto per i risultati che ha ottenuto, i quali sono in gran parte ancora da venire e dovranno essere giudicati successivamente, ma per il modo. Anzi, per il metodo. Un modo “alla Sgarbi”, certamente, anarchico, intuitivo, a volte estremo, ma portato avanti con assoluto acume e totale disinteresse personale, nonchè una lucidità d’idee che raramemte si riscontra nei politici di professione e nei pubblici amministratori.
    Affermo questo, ripeto, dopo aver toccato con mano la realtà di Salemi e lo stile del sindaco. La sua forza è di non dover rendere conto a nessuno e ciò gli dà una libertà impensabile altrove.
    Che poi lui sia un critico d’arte e non un esperto di vini, va da sè. Quindi passiamogli certe espressioni o posizioni tecnicamente deboli. Ma la determinazione è ammirevole. E non mi stupirei se qualche rinascenza vinicola partisse proprio da lì.
    Ciao,

    Stefano

  6. Sgarbi ha ragione da vendere su (praticamente) tutto ciò che riguarda l’estetica di questo paese; spesso mi sembra geniale, talvolta autolesionista; ma è la voce più competente per ciò che riguarda paesaggio e cultura.
    Non, invece, per ciò che riguarda vino e dintorni? Tuttavia i suoi occhi e il suo pensiero danno un ricco contributo…

    • verissimo Paolo, ma con la grossa differenza che Piemonte e Toscana non avevano destinato larga parte della propria produzione vinicola alla distillazione con tanti di contributi e assistenza della Regione e dello Stato. Ora sono ca…voli amari, ma i viticoltori ringrazino la classe politica, i funzionari degli assessorati all’agricoltura, l’Istituto Regionale della Vite e del Vino se oggi siamo arrivati a questa situazione drammatica… E facessero, non tutti, ma tanti, un bell’esame di coscienza… Baciamo le mani..a vossia..

  7. Sono abbastanza nuovo del blog e del settore ma mi permetto di segnalarvi che Zaia sembra (io mi concedo il beneficio del dubbio)abbia smesso di pensare solo al valpolicella e al prosecco e si occupi anche dei vini di pantelleria!!! (per chi volesse approfondire http://www.cronachedigusto.it/i-nostri-consigli/cosa-succede.html).
    La notizia che un ministro dell’agricoltura faccia una conferenza sulle produzioni montane siciliane non dovrebbe sorprendermi, ma in quest’italia, dove i leghisti nemici giurati di “roma ladrona” sono a roma a governare, tutto mi sembra surreale!!
    Ma i siciliani si sentiranno tutelati o un pò presi in giro??

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