E’ stata tutt’altro che una passeggiata, e non solo perché il mio amico Luciano Bertello, uomo di cultura e attivissimo, intelligente e colto presidente di quella realtà vitale che è l’Enoteca Regionale del Roero a Canale (che vale la pena visitare non solo per rifornirvi di vini locali, ma per pranzare/cenare in uno dei migliori ristoranti dell’intero circondario albese e dell’intero Piemonte, quello dove opera il talentuosissimo Davide Palluda chef intelligente, pragmatico e alieno da gastro-elucubrazioni) mi ha fatto uno scherzetto.
E nonostante l’accordo secondo il quale lunedì 14 avrei avuto da degustare 60-70 campioni massimo tra Roero Arneis e Roero mi sono trovato, per fortuna con l’intera giornata a disposizione, con 120 vini con i quali “divertirmi”…
E’ stata un’indubbia fatica (anticipo le obiezioni dei lettori: sempre meglio che tirare di lima o trascorrere otto ore alla catena di montaggio) la degustazione che avevo chiesto a Bertello per tentare un check up alla situazione produttiva attuale del Roero e per redigere un articolo per il numero di fine anno della rivista dell’A.I.S. De Vinis (dove pubblicherò le note di degustazione dei 35 vini che maggiormente mi sono piaciuti).
Eppure non posso che essere contento di questa giornata trascorsa in Enoteca, completata da una splendida cena a base di funghi targata Palluda e soprattutto da un istruttivo incontro (con franco scambio di idee e mie conclusioni sulla degustazione) con un folto gruppo di produttori roerini). Perché ho raggiunto l’obiettivo che mi ero prefissato e perché posso dire di avere le idee più chiare – idee che esprimerò organicamente molto presto in un paio di articoli – su luci ed ombre, cose che mi convincono e cose che mi lasciano invece piuttosto perplesso, del panorama produttivo di questa bellissima zona che se in bianco, con il suo Arneis, può tranquillamente sostenere di aver raggiunto una propria identità, anche se ho trovato troppi vini meramente tecnici, corretti, impeccabili da un punto di vista enologico, ma un po’ carenti di personalità, e qualche singolare divagazione aromatica (anche se mi dicono che lavorando in riduzione si sviluppano profumi vegetali che possono ricordare il Sauvignon… ), con il suo vino più ambizioso, il Roero, deve ancora lavorare.
In altre parole decidere cosa vuole fare da grande, quale identità precisa il suo Nebbiolo sinistra Tanaro debba avere, se i produttori vogliano lavorare per il consumatore, e farsi distinguere, apprezzare e bere, o preferiscano continuare a produrre una serie di imbarazzanti “vorrei ma non posso”, che potranno colpire certe guide, e mostrarsi in linea con uno stil novo che ormai è superato, ma una volta stappati e portati sul tavolo denunciano malinconicamente i loro limiti.
Intendiamoci, buoni Roero, soprattutto tra i 2007, dove cinque vini sui sette degustati mi hanno convinto, un po’ meno tra i 2006, e decisamente una minoranza tra i 2005, dove hanno corrisposto al mio personale gusto solo 4 vini su 22, li ho trovati, mi piace citare l’Audinaggio 2007 ed il Monpissano 2006 di Cà Rossa, i 2006 di Morra, Silvano Nizza, Careglio, Cantina del Nebbiolo, dell’Antica Cascina Conti di Roero, il Mai Vist della Contea, il 2007 di Matteo e ora sempre più Ornella Correggia, il Torretta 2007 di Porrello, il Castelletto riserva 2005 di Malabaila, e, incredibile dictu, entrambi i 2006 di Enrico Serafino (alias gruppo Campari), ma mi sono divertito di più e ho trovato cose pienamente convincenti soprattutto tra i Roero Arneis.
Sia tra i vini più giovani, i 2008, sia tra i vini di annate precedenti, tra i quali ha fatto la parte del leone una delle aziende storiche del panorama arneisiano, la Cornarea di Vezza d’Alba. Buono il 2007, ma ancora meglio i 2006 e 2004, e straordinario, posso dire che è stato forse il migliore vino di tutta la degustazione?, addirittura un vino di quelli che non ci crederesti, un Arneis di quasi trent’anni, 26 per la precisione, targato 1983.
Non voglio con questo dire che alla luce di questa bottiglia emozionante, speciale, da ricordare (di cui spero di poter gustare presto altri esempi, come di precedenti vecchie annate, in una visita in azienda che mi riprometto di fare presto) si debba concludere che l’Arneis del Roero si sia trasformato in un vin de garde, in un bianco da lungo invecchiamento stile grandi Riesling tedeschi o super Bourgogne.
La serbevolezza assoluta, la capacità di evolvere e di sviluppare inusitate complessità di questo Arneis, una delle prime prove aziendali, se si tiene conto che i primi impianti di Arneis della Cornarea risalgono al triennio 1977-1979, posti su terreni sabbiosi e argille ferrose situati a 280 metri di altezza, fanno però pensare che nel Roero potrebbero sforzarsi di pensare all’Arneis come ad un vino meno “mordi e fuggi”, dell’attuale. Un vino che possa essere bevuto e gustato anche a qualche anno di distanza dalla data della vendemmia, e che si possano, con le metodologie tecniche attuali, e senza ricorrere ad eno-stregonerie, ma scegliendo le situazioni ed i terroir migliori e studiando l’epoca esatta di raccolta, ottenere vini un po’ più ambiziosi e a gittata più lunga.
Perché mi è piaciuto, e tanto, quel 1983 della Cornarea? Per la sua personalità, freschezza e vivacità, per il suo non essere solo una curiosità che ci si limita ad assaggiare, ma come un vino che viene la voglia di bere e di gustare soprattutto a tavola, per la sua integrità.
Colore paglierino oro splendido, brillante luminosissimo multi riflesso, naso intensamente affumicato e minerale, ancora con una grande freschezza fresco vivo, fragrante, incisivo, con leggere note di incenso e spezie orientali, un palato dove continua e si riverbera la nota leggermente dolce, affumicata, speziata, con grande ricchezza di sapore, accenni di miele, acidità nervosa che spinge e poi note terziarie di sottobosco e zafferano che tendono a svilupparsi e aprirsi nel bicchiere, e una bocca ancora con grande allungo, energia e vitalità e una bella componente minerale.
Un vino, in sintesi, di sorprendente personalità e classe. Ecco il Roero (non gli assurdi concentrati di legno, caffè e cioccolato amaro!) che mi affascina e mi piace!
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0 pensieri su “Arneis Cornarea 1983: ecco il Roero che mi piace!”
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Ciao ! non posso che essere contento, da tempo sono un’estimatore dell’arneis di cornarea , penso che abbia una piacevolezza di base assoluta ed anche una capacita’ di invecchiamento , anch’io avevo dimenticato alcune bottiglie e le ho bevute qualche anno dopo ( solo 5 o 6 non le 26 della bottiglia da te assaggiata )ma soprattutto ho la conferma dei clienti :la quasi totalita’ lo gusta con piacere e sono innumerevoli quelli che chiedono notizie sul produttore . tanti saluti Nino
L’Arneis comincia ad essere capito dopo 20 anni di tentativi. La mineralità ci deve essere per la natura del terreno, invece 5 vini su 10 sono passati in legno in nome della moda, 3 su 10 eccedono nei solfiti, col risultato che la maggior parte degli Arneis che il consumatore conosce non si discostano da un banale chardonnay. Si rischia di far cadere nel dimenticatoio un vitigno che, come il Gavi, ha bisogno di essere capito, come bene ha detto il sciùr Franco prima e necessita di tutt’ altre cure. Il Cornarea è la dimostrazione che anche noi possiamo essere a livello dell’Alsazia senza timori.
Sono tra i fornunati mortali! Ho avuto infatti l’occasione ed il piacere di degustare l’Arneis ’83 di Cornarea; l’impressione è quella di essere teletrasportati a nord di 400 Km, in Borgogna: complessità, finezza e mineralità di questo livello sono difficili da trovare in un bianco italiano.