Barolo: tra cultura e incultura


Riflessioni sul restyling colto di Borgogno e la caciarona kermesse della Festa del vino

Torno da tre meravigliose intense giornate equamente suddivise tra Langa del Barolo, Langa del Barbaresco e Roero (dove lunedì ho affrontato una super istruttiva interessantissima maxi degustazione di 120 vini tra Roero Arneis e Roero) non solo un po’ appesantito dalle quantità di tajarin, carne cruda, vitello tonnato, coniglio con i peperoni, et alia che ho gustato in tre dei miei ristoranti prediletti (Da Felicin, Agriturismo Il Torriglione, Enoteca del Roero di Davide Palluda) oltre che in ricchi spuntini consumati in cantine varie (chapeau alla bravura di cuoca di Ornella Correggia), oltre che nello storico ristorante della Fontanafredda, ma, oltre che sempre più innamorato di quei luoghi e dei loro abitanti, con una convinzione sempre più tenace.
Che sempre più a fare la differenza siano l’intelligenza degli uomini, la loro volontà, il loro gusto, la loro educazione e cultura.
E così a Barolo, capitale dell’omonima denominazione, non un posto qualsiasi, un bel borgo dove pure ho diversi amici (voglio citare Beppe Rinaldi, Maria Teresa Mascarello, i Brezza, i Vaira, Sergio Barale) e dove credo di aver realizzato qualcosa di innovativo con il sito Internet Barolo di Barolo, tra sabato e domenica ho avuto la riprova di cosa sia e come si traduca in fatti l’aver gusto o non averlo.
Sabato mattina, non avendo potuto intervenire, come ho già detto, venerdì, ho potuto godere di una presentazione tutta personale (condivisa solo con la cara amica sommelier Adua Villa) del restyling, ma che dico alla rilancio nella continuità, della facciata e del punto vendita della storica azienda Borgogno, decisa (e chi se ne frega se qualcuno mi darà del cortigiano o peggio per quanto dirò) con la consueta verve, vivacità, intelligente volontà di stupire e capacità di rinnovamento che caratterizzano il vulcanico Oscar Farinetti (che sabato mattina tra amenità varie, un Barolo del 1982, uno del 1967 e uno del 1961, battute e momenti seri, mi ha detto di avermi “sdoganato” presso Slow Food…).
E ho capito come alla storica, cara, ma polverosa, museale e statica Barolo potrebbe fare solo del bene farsi contagiare dalla provocazione mai fine a se stessa, dell’arguzia mercantile un filo coccodé e tanto grande imbonitore di Oscar (un tipo che in certe cose mi ricorda, ma decisamente in meglio, il Berlusca) e cercare di pensare, costruire, proporre un modo diverso e nuovo di proporre al turista e al visitatore enoico la sua secolare storia, leggenda e barolesca grandezza.

E poi domenica, avendo già il sospetto che questo “contagio” sarà difficile da realizzarsi, ho visto, in occasione di quella Festa del vino Barolo, che a Barolo considerano come momento più importante (prescindendo dall’attività svolta dall’Enoteca Regionale ospitata nel Castello Falletti), che nella capitale del più grande vino italiano e di uno dei più grandi vini del mondo preferiscano celebrare il Barolo in termini di kermesse, di sagra di paese, con l’allegra confusione delle bancarelle disseminate lungo il centro storico, da via Roma giù sino al Castello, con i prodotti enogastronomici della Langa, ma anche con l’inspiegabile presenza degli stand della fabbrica della pasta di Gragnano, dell’olio di Imperia, di tappeti un po’ così, girasoli di carta, fiori di collant, cianfrusaglie varie.
E ho capito che la loro “cultura” del vino vola ad un livello davvero un po’ basso, tra musiche, zuccheri filati e turisti che accorrono per la confusione e che ripartono senza aver assorbito granché della storia e della nobilitate di questo vino, accontentandosi magari di comprare due bottiglie, senza aver camminato un solo metro di vigneto, senza capire che si trovano in uno dei posti, enoicamente parlando più magici del mondo.
Sarò anche un po’ élitario e snob, dirà qualcuno, ma a me questo modo pasticciato, caciarone, variopinto, casuale e banale di proporsi, di risolvere il tutto a bancarelle e vino, a festa di paese dove manca solo che appaia qualche clown, oppure una velina televisiva o qualche pittoresco personaggio della cronaca per completare il tutto, mi ha proprio rotto i corbelli. Anzi, a dirla tutta, mi è venuto a nausea.
Caro Farinetti, prova un po’ tu, che hai spolverato così bene, con sapienza commerciale e giusto senso dello spettacolo, la polvere di Borgogno e che hai restituito a vita, a presenza nella quotidianità, una grande e storica cantina, produttrice di veri Barolo, come Borgogno, a convincere i barolesi che l’era delle sagre è finita e che per proporre e valorizzare al meglio i Barolo (di Barolo) occorrono autorevolezza, fantasia, leggerezza, garbo, ma anche tanta cultura e senso delle proprie radici e della propria storia, di quello che si è, da dove si viene e dove si va…
Dovessi riuscirci, forse questo sarebbe il più grande e clamoroso dei tuoi… “miracoli”…

0 pensieri su “Barolo: tra cultura e incultura

  1. Appoggio il Suo pensiero che non considero ne elitario ne snob. A Barolo la festa del Barolo e la festa della Trippa hanno il medesimo aspetto. Penso che il Barolo meriti una presentazione degna del suo nome.

  2. Francamente questo volare alto per la Festa del Barolo mi sembra eccessivo.
    Confondere un vino così prestigioso con la salamella non è il massimo, e lì bisogna lavorarci, ma non bisogna passare dal pecoreccio (se c’è) all’elitario ovvero al fatto che certi vini e certi eventi possano essere ad appannaggio solo di chi può permetterseli, perchè questo è il rischio nel prendere certi indirizzi in modo spinto. Anche se è umanamente e commercialmente comprensibile che qualche russo in più e qualche turista della domenica in meno farebbe certamente più piacere a chi di Barolo ci vive.

  3. tra il trsh e l’elitario, come giustamente fa notare , c’è il giusto equilibrio. Fa davvero soffrire che in luoghi come Barolo si canti piemontesina bella invece dell’inno alla gioia . Mi scuso per l’esempio elitario. Il vino, soprattutto se è “antico “,ha bisogno di idee nuove . Dove saranno mai? io spero sempre …

  4. La presentazione dell’annata del Barolo si tiene nel mese di giugno. E in quell’occasione l’unico vero protagonista è davvero il vino.

  5. Caro Franco, anche se mi hai punta sul vivo con questa critica alla nostra festa del paese di cui serbo bellissimi ricordi, condivido le tue preoccupazioni. I tempi sono cambiati, mio papà direbbe purtroppo, Barolo è ormai diventato uno dei borghi più gettonati dagli amanti del buon vino e punto di riferimento per enoappassionati e giornalisti del settore.
    E’ chiaro che questo crescente interesse risvegli le ambizioni di ricchi imprenditori che si sentono improvvisamente vocati a produrre un prestigioso vino. Ben vengano queste fresche ventate di ottimismo unite alle esperienze commerciali di persone di successo, soprattutto se mosse dal desiderio di valorizzare il nostro territorio.
    Vorrei però spezzare una lancia a favore di noi giovani produttori di vino che da un po’ di tempo stiamo cercando di organizzare eventi dedicati al Barolo di Barolo, con l’intento di aggregare i suoi protagonisti e presentare al meglio la nostra realtà. Ti assicuro che il compito non è facile, ma grazie all’aiuto di valenti collaboratori come Paolo Annoni del Museo dei Cavatappi, di altri esercenti del paese e della stessa Pro Loco, ci stiamo provando. Spero potremo dartene presto prova e che continuerai a darci dei buoni consigli.

  6. Consideriamo la Festa di Barolo di settembre una delle più riuscite, partecipate e gioiose feste popolari di paese di tutte le Langhe. Ci chiediamo se il Sig. Ziliani abbia mai effettivamente preso parte a una delle feste paesane dei Comuni a noi limitrofi, dove spesso il momento più elevato della manifestazione è rappresentato dalla costinata collettiva. Che dire poi della grande Fiera del Tartufo bianco, invasa da una miriade di banchi di prodotti orientali e magrebini, che forse per questo le hanno conferito il titolo di “Internazionale”?
    Il Barolo di Barolo, nella ricca gamma di etichette, per una volta, viene proposto senza troppe ridondanze, pur se da persone competenti, nell’austera cornice dell’atrio del castello comunale, nel quale è in allestimento il Museo del Vino (anche questa iniziativa eminentemente culturale è da considerarsi frutto di staticità polverosa e di pigrizia mentale?)
    Che bello vedere così tanti giovani innalzare i calici!!! E dire che loro non bevevano gratis!
    Va detto che, contestualmente, i molti visitatori hanno modo di accostarsi al Barolo e agli altri vini locali, secondo i canoni classici, presso le diverse cantine o botteghe aziendali, presso l’Enoteca Regionale del Barolo o i ristoranti del paese.
    Non è sempre facile coniugare l’applicazione pratica delle idee con le attese economiche dei diversi operatori (esercizi pubblici pieni, ospitalità al completo, produttori soddisfatti per i contatti stabiliti).
    E’ vero che nella festa si insinua sempre qualche ambulante (tre, quattro?) non invitato. Ma suvvia, cosa sono poche bancarelle esitanti oggetti impropri collocate ai margini della festa, rispetto alla pluralità delle offerte di qualità somministrate, cosa rara, con stoviglie in materiale biocompostabile al 100%?
    E’ altrettanto vero che Oscar Farinetti è uomo di molta fantasia e creatività, di grandi intuizioni. Da lui i Barolesi vengono e verranno di sicuro “contagiati” da preziose idee e sollecitazioni. A tal proposito, poiché evidentemente il Sig. Ziliani non ha avuto il tempo o il rigore di documentarsi, gli segnaliamo che è stato lo stesso Farinetti a regalare alla Pro Loco la pasta di Gragnano, visto che per motivi organizzativi non ce l’ha fatta a cucinarla in proprio e a distribuirla davanti alla Cantina Giacomo Borgogno, appena riaperta dopo il pregevole restyling.
    Cosa naturale, nello spirito della festa che da decenni presenta l’incontro tra prodotti tipici langaroli e le eccellenze di altri territori, in abbinamento con il Barolo e le varie doc che hanno modo di dimostrarsi sempre versatili.
    Su come si possano costruire ad arte valutazioni giornalistiche che si basano sulla disinformazione, lasciamo ogni più sereno giudizio ai lettori.

    Un gruppo di Barolesi informati dei fatti.

    • voglio solo fare notare ai “barolesi informati” che avrebbero potuto benissimo palesarsi con nomi e cognomi, dimostrando quel coraggio civico che ricorrendo all’anonimato non mostrano. Quanto alle “valutazioni giornalistiche che si basano sulla disinformazione”, beh, respingo al mittente l’accusa, perché sono solito informarmi prima di scrivere, come dimostra il fatto che prima di bollare com’é, ovvero una caciarona kermesse, la loro festa, ho fatto un salto a Barolo, scattando le foto che illustrano il mio post. Signori barolesi “informati” invece di insultare gratuitamente, accettate le critiche e provate a fare meglio invece di dormire, come fate da troppo tempo, sugli allori…

  7. Quoto in toto Franco: barolesi svegliatevi! Esempio lampante, Monforte d`Alba non porta i nome del re dei vini eppure é una spanna sopra di voi. In tutto, purtroppo.

  8. @i Barolesi informati. Personalmente non parlo sulla base di informazione disinformata, ma avendo vissuto gli eventi. Ribadisco che la festa del Barolo è molto simile alla festa della Trippa che si tiene nelle stesse vie alla fine di Ottobre.
    E la visita all’Enoteca del Barolo mi lascia solo la voglia di non tornarci più, data l’atmosfera decadente che vi respiro.

    Personali sensazioni, ma che non ho problemi a descrivere per averle vissute e non per sentito dire.

  9. A me l’Enoteca del Barolo, ma anche il castello, hanno invece lasciato il desiderio di tornarci ancora, dato che non c’e’ mai una gran caciara di turisti chiacchieroni e ci sono ampi spazi di silenzio (e non soltanto nelle sale) che invitano alla meditazione. Il vino ha bisogno di calma e di respiro, non certo di confusione. Spero che i “barolesi informati” traggano da questo post non una ragione per inalberarsi, ma un valido motivo per migliorare anche e non solo l’atmosfera . Come il loro vino, che rimane il re dei vini.

  10. Se ho capito bene, Ziliani ha invocato “miracoli” da parte di Farinetti apparso or ora nell’ “inerte” Barolo dall’alto della sua gloria. Un primo miracolo è già avvenuto: l’offerta della pasta di Gragnano che lo stesso Ziliani ha con veemenza bollato come “inspiegabile presenza” alla festa.
    Ziliani si metta d’accordo con se stesso.
    Quanto al tizio che inneggia a Monforte d’Alba (si sa che un pugno di privati cittadini, danarosi quanto illuminati, realizza da anni una bella rassegna musicale all’Auditorium), vorrei che mi indicasse quali iniziative pubbliche/private colà vengono dedicate alla promozione dell’enogastronomia. E’ forse la merendina in strada a pasquetta? Forse le braciolate di frazione? Sarà magari la Fiera dei beru in autunno??? Bah…
    Beppe, langarolo doc che frequenta le feste di paese

  11. @ Beppe F.
    Promuovere enogastronomia a Monforte d’Alba? Si, certo si può fare sempre di più, ma signor Beppe, si faccia quattro passi (o 4 km), soprattutto nelle sere dei fine settimana , a Monforte e poi a Barolo e poi vedrà la differenza. Nel primo caso locali sempre pieni e paese vivo, nel secondo caso locali semivuoti e strade deserte. Ora lei mi dirà che ristoranti e ed osterie non sono tutto per valorizzare un paese, certo, sono d’accordo, però iniziate anche da questo. Ho molti amici svizzeri e tedeschi, ebbene, i primi tempi che li portavo in zona, Barolo, Serralunga, La Morra, Monforte, Dogliani ecc. chiedevo loro dove volessero fermarsi a mangiare e puntualmente la risposta era Monforte o La Morra. Chissà perchè? Anche questa è una forma di promozione enogastronomica.
    Loris, langhetto doc

  12. @ Beppe F.
    Beppe F. sono d’accordo con me stesso, non si preoccupi! Quello che chiedo a Farinetti, nei confronti della polvere e delle ragnatele di Barolo, non é tanto di portare la pasta di Gragnano o il banco del Parmigiano Reggiano alla sagra di paese, pardon, alla Festa del vino Barolo, ma di dare una scossa ad un immobilismo e ad un ragionare molto in piccolo, da provinciali, che si traduce proprio in una kermesse come quella. Se il rinnovamento farinettiano dovesse limitarsi alla pasta di Gragnano in una caciarona sagra paesana, saremmo proprio a posto… Ma non credo che la “scossa” si limiterà a così poco… Sveglia barolesi, più o meno informati, sveglia!

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