Come cambia Slow Food! Da “Viva Banfi” ad un premio a Franco Biondi Santi…

Eccome se sta cambiando Slow Food!
Un tempo quand’era “sposato” – anche se in regime di separati in casa – con il Gambero rosso gli toccava digerire che il capo dei soci esclamasse “Viva Banfi!”, o che premiasse i Brunello più disparati (ho scritto disparati, NON disperati).
Invece oggi, che viaggiano da soli, a Bra, in via della Mendicità Istruita hanno (finalmente!) cambiato registro e
hanno deciso di premiare, con un doveroso premio alla carriera, il “Grande Vecchio” del Brunello,
Franco Biondi Santi, che quest’anno festeggia 87 anni.
La premiazione avverrà nel corso del Wine show in programma a Torino dal 24 al 26 ottobre presso Lingotto fiere.
In questa occasione verrà proposta una fantastica degustazione verticale dei grandi Brunello del Greppo: riserve 1968, 1970, 1983, 1998 e 2001.
Che dire se non bravi, bene, bis? Il mitico maestro Manzi avrebbe detto che “non é mai troppo tardi”…

0 pensieri su “Come cambia Slow Food! Da “Viva Banfi” ad un premio a Franco Biondi Santi…

  1. Concedimi solo la soddisfazione di avere (facilmente) predetto la forte sterzata di SF. Come ti scrissi l’8 settembre (!!!) ci è voluto troppo tempo, ma alla fine l’abbraccio che stava diventando laocoontico, è finito. Ognuno per la sua strada, liberamente scelta.

  2. Sono felice per il riconoscimento a Franco Biondi Santi, da parte di SF.
    Doppiamente contenta, dopo aver letto una ‘dichiarazione’ di Franco Biondi Santi, in un virgolettato (che lascia presumere un’intervista all’interessato) sul Corsera di qualche giorno fa. FBS dichiara che ha “diminuito il prezzo dei suoi vini, come hanno fatto i francesi, che li hanno dimezzati”. Ho ri-citato a memoria, ma le parole (e il senso!) erano queste.
    Ho fatto letteralmente un salto sulla sedia, leggendo quella dichiarazione, perché quand’anche ciò corrispondesse alla realtà (inauspicabile) dei fatti, mai e poi mai gli si dovrebbe dedicare una tale dichiarazione (su un media nazionale); qualcosa che ha stupito non solo la sottoscritta, ma molti conoscenti e amici, che sono rimasti perplessi: un MITO qual è Franco Biondi Santi NON PUO’ ‘diminuire’ alcunché, nemmeno (soprattutto) il prezzo!

  3. Silvana, scusi, ma sono proprio i grandi ad indicare, con le loro scelte, le strade da imboccare, specialmente nei momenti difficili. Se lei avesse letto qua e la’ a quali prezzi stanno nelle varie zone le uve in vendemmia, forse si renderebbe conto che c’e’ una reazione evidente a qualcosa che ha falsato prima il mercato e che dovra’ pur ritrovare un certo equilibrio. Pena la crisi del settore, dove a perdere sarebbero sempre i piu’ deboli, cioe’ i piu’ onesti, quelli che, da veri signori, non sanno proprio diventare ne’ squali ne’ caimani perche’ sono sempre coerenti con i principi solidi del loro modo di lavorare. Franco Biondi Santi e’ da festeggiare anche per questo: con quella scelta, a 87 anni, ha dimostrato una gioventu’ notevole, una freschezza intellettuale ed imprenditoriale non comune.

  4. Hai senz’altro risposto, Franco, ma le nostre interpretazioni non erano sicuramente divergenti. Silvana (che ala, ragazzi!)… l’ha servita al centro con un rasoterra diabolico di quelli dei suoi ed io mi sono semplicemente smarcato al limite dell’area, come ai bei vecchi tempi di Niccolo’ Carosio, don Helenio, l’Alpino Peppino, il… quasi goal! Comunque mi trasferisco volentieri sul tuo nuovo post.

  5. @gentile Mario Crosta, non sono d’accordo né con lei, né con quanto ha postato Ziliani, a proposito dell’articolo apparso sul Corsera.
    Conosco i prezzi delle uve, vivendo a Montalcino, ma non è all’immediato che penso…

    Un conto sono (stati) i prezzi pompati di qualche anno fa, chiesti per pagare vini che non meritavano o che meritavano meno.

    Altro è calare i prezzi di fronte alla crisi e allora mi permetterei di suggerire la lettura (magari lei l’ha già letto!) di Giampaolo Fabris (un signore pagato molto bene dalle imprese per fare gli obiettivi e raggiungerli) su Affari e Finanza di due lunedì orsono.
    “Non è abbassando i prezzi che si combatte la crisi” ha scritto e motivato con molta precisione Fabris …

    Altro ancora è calare i prezzi avendo in mente una strategia precisa e un altrettanto preciso ri-posizionamento del prodotto (e può anche darsi che qualcuno abbia in mente qualcosa del genere..).

    Infine, e ancora, può succedere che la crisi induca panico e che si calino i prezzi sull’onda di tale sentimento: una ‘non’ strategia che può avere risultati molto negativi.

    Se poi mi si dice che la combinazione di crisi dei mercati, idee confuse nel mercato del vino (italiano), problemi dell’immagine generale del Brunello, declino della reputazione dell’Italia, conflitti vari e inadeguatezze. Se di questo stiamo parlando, certo che occorre fare qualcosa, ma prima (forse) bisognerebbe aver ben chiaro che cos’è un vino rispetto a quello che è (sarebbe) il suo mercato, capire se alcuni fattori critici possono essere rimossi o modificati, accertarsi se qualità e numeri corrispondono ad altrettanti spazi e poi agire.
    Ma in nessun caso, ribadisco con forza in nessun caso anche se si abbassano i prezzi, lo si fa con una dichiarazione come quella che ho letto.
    Ci sono altri modi per farlo e per farlo sapere al pubblico senza deprimere il proprio prodotto.
    Stimo Franco Biondi Santi, lo stimo molto e penso che il suo vino e la sua storia debbano stare al di sopra di quanto ho letto.
    E temo anche che una tale dichiarazione possa essere usata male.

  6. E comunque non si deprime un prodotto allargandone la fascia di mercato, anche temporaneamente. I Paesi del Nuovo Mondo stanno invadendo, secondo le leggi di mercato che non sono certo pie illusioni, tutte quelle fasce di mercato lasciate libere da una politica ottusa, stantia, che hanno ridotto certi vini a oggetti di culto, a gioielli da cassaforte, a riserve bancarie, a futures finanziarie, fuori dalla democrazia della domanda e dell’offerta e dentro l’aristocrazia delle classifiche artefatte e truffaldine (“marchetting”, testuale). Se Franco Biondi Santi ha capito che occorre capovolgere la pericolosa tendenza degli ultimi decenni a rendere il vino un affare da casta di intoccabili, restituendo anche e soprattutto al Brunello di Montalcino quel che Siro Pacenti ci ha messo l’anima per gridarlo al mondo intero, ha fatto benissimo. E’ sempre grande, anzi e’ sempre piu’ grande. E speriamo che non rimanga il solo.

    • Mario, innanzitutto il Brunello di Montalcino non ha (non dovrebbe avere) proprio nulla in comune con i vini del Nuovo Mondo, che appartengono a ben altre logiche, culturali, qualitative, commerciali, promozionali, di marketing e che sono davvero, spesso, delle mere wine commodities senza pretese. La storia, l’allure del Brunello é (o dovrebbe essere) ben altra…
      Quanto all’uscita di Franco Biondi Santi, temo che non abbia calcolato bene la portata delle sue dichiarazioni o capito come potrebbero venire strumentalizzati da personaggi con i quale non dovrebbe avere nulla da spartire…

  7. Franco, hai ragionissima da vendere, ma non basta aver ragione quando le tue cantiene sono piene (meno male che il Brunello di Montalcino migliora di molto con l’affinamento in cantine adeguate!) ma quelle dei vini “altri” si svuotano invece ben presto. Non c’e’ un aumento di consumatori al mondo. I consumatori sono sempre quelli: se spendono per un vino, non spendono per un altro. Il Brunello com’e’ oggi rischia di fare la fine della lingua latina, diventata col tempo tanto nobile e inaccessibile al vulgo (ma solo per i dottori, i cerusici e il clero) che nessuno l’ha piu’ parlata, mentre nelle osterie si comincio’ a parlare ben altro, magari anche senza pretese, tanto poi ci pensarono i poeti, i vati, a dare una dignita’ anche al volgare. Bisogna democratizzare l’enologia. Attenzione, non sostengo che debba essere una strategia. Ma una tattica si. Anche temporaneamente bisognera’ decidere di allargare la fascia di mercato, far conoscere il Brunello (quello vero) anche a chi non l’ha mai comprato perche’ allo stesso prezzo si compra magari due Barolo, tre Barbaresco o quattro Amarone. Secondo me e’ a questo che ha pensato Franco Biondi Santi. Ma con i tuoi potenti mezzi (la tua sincerita’ e franchezza le conosce anche lui) vedrai che interverra’ di persona a spiegarsi meglio, appunto per non dar adito a strumentalizzazioni di sorta.

  8. @Caro Crosta, la partita è bella e appassionante, e…cogente!
    Sono d’accordo (issimo) con lei a proposito di vino (questo) che non deve diventare status symbol, né essere occasione di mutuo (vedi asciugamani acquistati per i nostri senatori a 85eu cad.), semmai segno di passione per l’eccellenza, eccetera!
    Il Brunello, come lo intende lei, caro Crosta, è esattamente tal quale lo penso io.
    Una delizia, che ci regala uno sguardo e un assaggio di una terra meravigliosa E UNICA (come sottolinea qui sopra il nostro @Zeta), costosa per tutte le ragioni che sappiamo. MA NON PROIBITIVA.
    Con variabilità di prezzo che assecondano le migliori o meno felici annate. Dunque un vino che non è fatto in modo industriale né su scala industriale (anche quando la cantina è grande). Un vino che non nasce per la ‘tavola quotidiana’, tuttavia non proibitivo, eccetera (mi scuso per gli ‘eccetera’).
    Io eccepisco altro, e cioè la platealità e il tone of voice di una dichiarazione che avrebbe potuto anche annunciare una diminuizione di prezzo (chiamala se proprio vuoi, contenimento, per favorire uno specifico mercato, ecc.) ma non così: totalmente decontestualizzata, nel testo e nel senso.
    Anche se i prezzi devono tornare ad essere sensati, non solo quello del Brunello, anche tutto ciò che sta a monte e intorno; ma entro in un argomento immenso…

  9. Io penso che a decontestualizzare la dichiarazione ci abbiano pensato gli autori dell’articolo del Corriere in cui e’ comparsa “virgolettata”. Non credo che si possa parlare con lui per meno di due minuti, di quei due due minuti virgolettati. Come minimo avranno parlato un’ora con Franco Biondi Santi e lui di cose in un’ora ne avra’ dette tante, anche spiegando qua e la’ quello che poi appare soltanto freddamente, lapidariamente riassunto. Spero che lui stesso intervenga in modo da soddisfare Silvana e Franco in cio’ che giustamente dicono quotandosi reciprocamente in toto, tra cui “avrebbe potuto anche annunciare una diminuizione di prezzo (chiamala se proprio vuoi, contenimento, per favorire uno specifico mercato, ecc.) ma non così”. Vedrete tutti e due che come al solito di un pensiero importante si riportano ormai solo le frasi ad effetto, i titoli. Ormai di giornalisti ce n’e’ pochi, ma siamo un popolo di titolisti. Come siamo tutti allenatori di calcio (per esempio, che ha fatto ieri la beneamata a Genova, eh…?)

  10. Postavo stamattina il mio ultimo commento, quando ha fatto capolino da me un produttore – nota, grande, importante azienda agricola – il quale ha ri-commentato quello che avevo postato (e gli ho fatto leggere) così: “certo che ci sono stati quelli che hanno esagerato (nessun accenno a FBS) e ci son stati quelli che hanno speculato; inoltre ci sono state una serie di altre faccende (!), ma, a proposito dei prezzi che il consumatore si trova a pagare, che dire dei ricarichi (soprattutto ristoranti)?”
    Il mio amico produttore prosegue poi con una chiosa: “quelli che scrivono qui sanno che cosa comporta produrre Brunello?” (intendendo il percorso produttivo considerato nella sua interezza e, ovviamente, correttezza…
    E – peccato – che i molti, che avrebbero da dire sulla sostanza della dichiarazione (io, insisto a sottolineare, ho commentato la forma e soprattutto il contesto!), i diretti interessati, i produttori insomma, non siano inclini al commento. Peccato perché conosco, e stimo, il loro lavoro e (vabbé adesso c’è la vendemmia…) in certe circostanze il loro contributo sarebbe prezioso (soprattutto per loro!).

  11. Salve dottor Ziliani,sono io pure convinto che abbassare i prezzi possa essere equivocato e utilizzato come strumento di polemica sui prezzi e sulla qualità dei vini di Montalcino, e non solo quelli,ciò non di meno,ho conosciuto da poco il dottor Franco Biondi Santi,e stento a credere che non abbia accuratamente ponderato le sue dichiarazioni,è un uomo d’eccezione,che ha maturato una saggezza,e una eleganza,non comuni,la qualità dei suoi vini nel tempo lo dimostra,e la qualità dell’uomo è al di sopra di ogni sospetto,l’unica è stare a vedere quali e quante conseguenze produrrà questa linea di condotta,volta a contrastare la crisi generale che riscontriamo un po’ dappertutto.
    Smetto di occuparle tempo,non prima di complimentarmi con lei,la leggo spesso,ogni qual volta trovo suoi articoli,sulle news di aissommelier,specialmente dopo aver sentito la conferenza stampa su brunellopoli,la sua determinazione,e i suoi argomenti erano tali,e tanti e totalmente condivisibili, che la parte avversa ha avuto ben poco da eccepire,nonostante i tentativi e le allusioni a sminuire le tesi altrui,persino quelle di chi non c’era e non poteva difendersi,ben magra figura,continui a sostenere la causa della qualità,della tipicità della verità,e della legalità siamo con lei,e la ammiriamo per avere il coraggio di affrontare colossi,opponendo loro un ideale,una passione,e una onestà di fondo che le fanno onore,un pensiero commosso alla memoria di TEOBALDO,( che ho conosciuto a casa sua a serralunga)anche lui come il Dott Biondi Santi,combatteva contro le modernità spesso spacciate per qualità,e mascherate,con un 15% di qualcosa non previsto dai disciplinari e non dichiarato in etichetta.Rinnovo il mio plauso,e la mia stima.con amicizia.Piano Adriano.

  12. Buongiorno caro Franco,

    purtroppo per uno Slow Food che cambia in meglio, smettendo di glorificare Banfi, dobbiamo annotare un Bibenda che cambia in peggio, con un disastroso aticolo sull’ultimo numero in edicola, che inneggia a Castello Banfi, ai suoi vini e a come tale cantina, nonostante i grandi numeri si erga a paladina della territorialità di Montalcino.
    non suona un po’ strano, e stonato, che con tutte le splendide cantine di cui si può scrivere in Italia, la scelta sia caduta proprio su Castello Banfi, e proprio nel momento in cui tale produttore ha più bisogno di una rispolverata positiva alla propria immagine, sulla quale è calata un’ombra di dubbio in seguito alla vicenda Brunello?
    Io posso anche capire che la logica commerciale possa spingere una pubblicazione come Bibenda a non schierarsi contro, a non schierarsi e basta, a far finta che nulla sia successo, ma addirittura pubblicare un articolo con tono elogiativi è davvero troppo. credo che il lettore “medio” di Bibenda non possa che rimanere spiazzato e dubitabondo da una tale caduta di stile.
    a questo punto chiedo il suo parere, si tratta di colpa o dolo?

    • Gentile Massimiliano, ho letto anch’io, con stupore l’articolo che lei mi segnala e senza voler in alcun modo criminalizzare le scelte, legittime, della rivista (che rispetto ad altre quantomeno non correda l’articolo con pagine di pubblicità dell’azienda) mi sono chiesto come sia possibile dare un’immagine della realtà, in questo caso della realtà di quell’azienda e dei suoi vini, che – IMHO – ma credo di non essere il solo a pensarla così, appare francamente iperreale.
      Non voglio contestare in alcun modo il fatto che ognuno sia libero, se lo pensa, di scrivere testualmente, “si è svolto a Roma uno spettacolare banco di assaggio dove è andata di scena la grande produzione di Banfi, uno dei marchi più celebri e rappresentativi del vino italiano nel mondo. Più che un incontro di degustazione, l’evento è stato una vera e propria festa dove protagonista era il vino, circondato dai suoi amici, che lo degustavano e si confrontavano parlando di lui”.
      E poi di aggiungere: “con l’occasione l’azienda ha proposto tutta la gamma (…) lasciando a bocca aperta la platea impegnata anche nell’assaggio della verticale del Brunello di Montalcino Poggio alle Mura. Oltre che di un vino importante, si tratta del simbolo di un percorso che l’azienda ha fatto sin dalla sua nascita, è un Brunello che racchiude e concretizza il progetto tecnico di sviluppo aziendale, di ricerca e valorizzazione di una varietà nobile come il Sangiovese e, non ultima, la volontà di affidare a ogni bottiglia il compito di raccontare le caratteristiche uniche del territorio ilcinese”.
      E poi ancora, terza citazione, rilevare che: “le chiacchiere poetiche e romantiche tutte italiche su quello che è e deve essere il vino, dinnanzi ad un “gigante buono” come la Banfi stanno a zero”. Ma, con tutto il rispetto dovuto all’articolo e alla rivista, a me sembra una costruzione del tutto fantastica, una visione del tutto personale, il sostenere che “in poco più di trent’anni di attività l’azienda di Banfi ha palesemente dimostrato come ad una produzione in larga scala, costituita da una serie ben assortita di prodotti, si possa associare il concetto di tipicità del prodotto. In altre parole la Banfi continua a puntare su vini di qualità, seppure in grandi numeri, senza creare semplificazioni o standardizzazioni, ma tutelando caratteristiche uniche e singolari”.
      E per di più concludere che “questa azienda, pur avendo dimensioni anomale rispetto alla media di Montalcino, è gestita e condotta con giusta motivazione da un gruppo affiatato – perché chi fa la differenza è sempre l’uomo – che riesce ad interpretare in maniera ottimale il territorio. La quantità, insomma, non è necessariamente la negazione della qualità se c’è passione e se gli uomini che gestiscono il territorio e la cantina hanno un obiettivo comune, quello di trasferire nella bottiglia il terroir”.
      A me sembra invece, e corredo questa valutazione, con le mie note di degustazione dei due Brunello 2004 di Banfi degustati, totalmente alla cieca, nell’ambito di una recente degustazione di 93 Brunello di Montalcino 2004 fatta il 10-11 settembre a Londra (Brunello Poggio alle Mura 2004: the impression of an absurde premature evolution, overripe fruit, marmalade, with too much sweetness and oaky toasted notes. The mouth is very rich, but lack completely of balance and elegance, layers of ripe fruit, bitter tannins, long and boring persistence: a modern stupid wine” 11/20 – Brunello Castello Banfi 2004 “unclean aggressive, extractive, green notes on the nose. the palate is rich, with a good lenght and richness and solid tannic structure, but the final is not perfectly balanced with some dry, astringent, bitter notes: still very young” 14/20) che la mia personale esperienza di degustazione, nonché la realtà dei fatti emersi a partire dal marzo 2008 dimostrino altro.
      Ovvero che la Banfi quantomeno non sia riuscita, sicuramente ci ha provato, ma i risultati non hanno corrisposto all’impegno, a “valorizzare una varietà nobile come il Sangiovese” affidando “a ogni bottiglia il compito di raccontare le caratteristiche uniche del territorio ilcinese”. Quanto al “concetto di tipicità del prodotto”, si tratta ovviamente di una visione del tutto oggettiva, a me può apparire “tipico” il Brunello di Montalcino di Case Basse, di Poggio di Sotto, del Greppo, quello di Gianni Brunelli o di Col d’Orcia, mentre altri possono trovare “tipici” i vini di Castelgiocondo Marchesi Frescobaldi, Pian delle Vigne Antinori, Valdicava, Casanova di Neri, Fanti, questione di gusti e di idee sul Brunello, ma credo sia davvero originale e del tutto personale sostenere, come si legge nell’articolo citato, che “la Banfi continua a puntare su vini di qualità, seppure in grandi numeri, senza creare semplificazioni o standardizzazioni, ma tutelando caratteristiche uniche e singolari”. Rispetto, doveroso e dovuto, per il ruolo di divulgazione (e forse anche banalizzazione) del Brunello avuto dall’azienda cui sono dedicate 14 pagine di articolo, ma di lì a trasformarla in araldo della tipicità del massimo vino base Sangiovese italiano e di “traduttore” della voce e dei valori del terroir nella bottiglia, credo, in tutta coscienza, e cercando di essere il più oggettivo possibile nel giudizio, ce ne corra proprio…

  13. “Quelli che scrivono qui” ringraziano della considerazione e rilanciano a “Quelli che non sono inclini al commento” l’invito a venire appunto a parlarne, che qui le porte sono sempre state aperte e qualora occorresse Franco le allargherebbe ancora.

  14. Il Franco Tiratore gliele avrebbe cantate con un apposito spazio a questi di Bibenda che confondo il finto Brunello americano col vero Brunello italiano.
    Ziliani, tiri fuori arco e frecce.
    Ci dimostri che pur al soldo dell’Ais lei è libero e indipendente come al solito.
    Forza….

    • come avrà letto ho commentato e detto la mia. Una sola precisazione, per sua norma: io non sono “al soldo dell’A.I.S.”, ma sono un collaboratore dell’A.I.S. Collaboratore e non dipendente. Quindi, come ho già fatto, basta leggere attentamente il mio commento, continuo ad essere indipendente e a pensarla liberamente

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