Comunicazione via Web sul caso Brunello: solo contributo all’informazione, non fanatismo


Dopo la pubblicazione, a puntate, dapprima, qui sul sito Internet dell’Acquabuona, quindi, la seconda parte, qui, su WineNews, di un ampio articolo che poi avrebbe trovato, come annunciato, collocazione definitiva nell’uscita 33-34 (del 31 agosto) del settimanale dell’Unione Italiana Vini, il Corriere Vinicolo, avevo chiesto al direttore Marco Mancini di poter esercitare il mio diritto di replica.
Richiesta fatta non solo come ex collaboratore, per oltre quindici anni (sino allo scorso anno, quando a causa di quello che scrissi qui su Brunellopoli diventai persona non gradita ai maggiorenti dell’Unione – ed in particolare ad alcune aziende toscane investite dallo scandalo e oggetto delle indagini della Magistratura senese) del settimanale, ma perché mi ritenevo chiamato in causa, , non proprio correttamente, dall’autore dell’intervento.
Autore che parlando di “chiacchiere da blog”, aveva elegantemente sostenuto che “non c’è bisogno di andare sino in Afghanistan per incontrare i talibani. Nel mondo della comunicazione del vino ci sono e in questi giorni, dopo la chiusura delle indagini sul Brunello, stanno lanciando un’offensiva a largo raggio in cui, come al solito (sic), quello che prevale è più la voglia di gridare “al rogo, al rogo” “.
Con grande civiltà, da quel signore, oltre che vecchio amico, che è, Marco Mancini ha rapidamente pubblicato e senza tagli, come “lettera al direttore”, il mio intervento, facendolo seguire da una garbata replica dove apprezzando il mio “sforzo di equilibrio, sia pure un po’ vacillante”, mi ha riconosciuto “professionalità e autentica passione per il nostro mondo del vino”.
Tutto bello, peccato che Mancini abbia ritenuto, o qualcuno “delli capi” abbia pensato, che per bilanciare il mio intervento su un giornale che tante volte mi ha visto sostenere posizioni condivise anche dai massimi vertici dell’Unione (dai Presidenti d’antan, persone tutte d’un pezzo chiamate Gianni Zonin o Ezio Rivella) fosse necessario pubblicare anche una nuova postilla di chi aveva paragonato alcuni (quali di grazia?) wine blogger del vino italiani a dei talibani.
Una precisazione che, sempre per completezza dell’informazione e per mostrare come nel mondo del giornalismo del vino ci siano posizioni completamente diverse, e modi di comportarsi diversi nei confronti dei produttori, ritengo opportuno pubblicare a mia volta qui, prima di dare spazio alla mia precisazione, così correttamente pubblicata dal Corriere Vinicolo.
Scrive l’articolista: “Le lobby della rabbia hanno imparato a usare i nuovi media con maggiore efficacia dell’informazione classica. L’urlo attrae l’attenzione meglio della voce pacata, l’insulto fa più audience della domanda, la calunnia raschia più a fondo della critica”. Gianni Riotta, direttore del Sole 24 Ore, scriveva queste frasi nel suo editoriale di domenica 6 settembre, dal titolo “La caccia al lupo, la caccia all’uomo e la fine delle idee”, e io non credo che ci sia modo migliore per descrivere l’atmosfera che ha fatto da sfondo alla discussione sul Brunello dei mesi passati sui vari blog”.
Avete capito bene: “urlo, insulto, calunnia”, ecco quello nel quale noi wine blogger ci saremmo distinti, secondo quel collega, nel raccontare le vicende di Brunellopoli… Le stesse “argomentazioni”, vedi caso, di alcune delle aziende coinvolte nello scandalo…

La comunicazione via Web sul caso Brunello: “contributo all’informazione, non fanatismo”
dal Corriere Vinicolo n° 37 del 21 settembre
“Caro Direttore, ho letto, come molti altri lettori immagino, l’ampio intervento sulla questione Brunello di Montalcino intitolato “Piano di rilancio e duttilità concretezza antifanatismo” che hai pubblicato, con ampio rilievo, sul numero 33-34 del Corriere Vinicolo.
Come vecchio collaboratore (anche se ormai ex) e giornalista che si è ampiamente occupato di Brunellopoli e dintorni ti chiedo cortesemente di poter dire anche la mia.
In primis, a differenza di quanto scrive trionfalmente l’autore della lunga lettera al direttore, non credo che il passaggio dalle centomila bottiglie dei primi anni Settanta ai circa 7 milioni di pezzi di oggi sia la causa di quello che viene definito “il grandioso successo di Montalcino e del Brunello”, ma l’equivoco di partenza che ha portato a quei fatti, ben noti, di cui si sono occupate, con indagini molto scrupolose, sequestri e declassamenti, la Guardia di Finanza e la Magistratura.
Nel nome della crescita, di una crescita incontrollata, si è piantato troppo e molto spesso nei posti sbagliati, non solo non vocati, ma inadatti, dove il Sangiovese fatica a maturare compiutamente. In tal modo facendo pensare a qualcuno che quel Sangiovese dovesse essere in qualche modo “aiutato” con altre uve… A dispetto del disciplinare di produzione vigente.
Del resto, anche se l’autore dell’articolo cui faccio riferimento, si sforza, da aspirante pompiere, di minimizzare, giustificare, ridurre il fenomeno a numeri risibili, un qualcosa di “strano” a Montalcino in questi anni c’è stato, e di proporzioni cospicue, visto che lui stesso scrive che “quel Brunello “taroccato” piaceva e pure molto, e ha dato a tutti la possibilità di crescere e di sviluppare il territorio”.
Peccato che questa crescita e questo sviluppo siano stati un po’ “disordinati” e abbiano dato luogo a forzature e interpretazioni un po’ troppo libere del tema Brunello che hanno portato inevitabilmente allo scoppio di uno scandalo che oggi danneggia tutti.
Un rilancio condiviso

Chi ha sbagliato (e nessuno, rassicuro il suo articolista, vuole metterlo alla gogna, basta che ammetta gli errori, paghi secondo quanto dispone la legge e cambi registro, e faccia capire chiaramente, con parole e impegni precisi, di voler cambiare registro e si metta a lavorare per il Brunello, perché per il suo rilancio c’è bisogno di tutti) e chi ha rispettato la legge.
Perché oggi, in Italia e soprattutto nel mondo, ad essere messi in discussione, sono la credibilità, il prestigio, il fatto che per acquistarne una bottiglia occorra spendere una bella cifra, l’unicità e la “inimitabilità” del Brunello, di tutto il Brunello, quello delle Grandi Aziende, che hanno contribuito, esattamente come hanno fatto le piccole e le medie, a costruire il mito del Brunello, e quello delle tante altre meno ricche, potenti e mediatiche che formano il tessuto connettivo di questa magnifica denominazione alla quale tutti, anche i cosiddetti “talebani”, vorrebbero dare una mano per risollevarsi dalla situazione di difficoltà in cui versa.
Una nuova via
Attribuire queste difficoltà e “quanto è successo a Montalcino” anche a “vecchie ruggini mai sopite tra le aziende, conflitti mai risolti tra grandi e piccoli, invidie e sospetti tra vecchi e nuovi”, oppure alla “pressione mediatica”, come fa l’autore dell’articolo, non aiuta di certo a voltare pagina, anzi.
E non aiuta a studiare, tutti insieme, in primo luogo le aziende, un rinnovato e più attivo Consorzio, ma anche noi comunicatori dell’informazione, anche quelli che operano, magari demonizzati per questo, sulla Rete, una nuova via, perché il Brunello torni ad essere il Brunello e nessuna ombra possa oscurarne la fama e lo splendore.
Certo, per fare questo saranno necessarie non solo la chiarezza, una decisa assunzione di responsabilità, una dichiarata disponibilità a riconoscere gli errori e a non ripeterli, ma anche molti sacrifici, tra i quali non ultimo una riduzione della produzione, come quella che parlando di Amarone della Valpolicella e non di Brunello, suggerisce per il vino della sua terra Romano Dal Forno, quando osserva che “stanno depauperando il patrimonio dell’Amarone.
Una serie di circostanze positive avevano mandato questo vino sugli altari, ma noi non stiamo facendo nulla per tenerlo fuori dai casini della Valpolicella, non lo stiamo proteggendo. E proteggerlo, secondo me, significa operare una riduzione drastica della produzione”.
Perché sette, otto milioni di Brunello di grande qualità, espressione esclusiva del Sangiovese di Montalcino, non si possono di certo produrre. E lo si sa bene da anni. Meglio dunque ridurre la produzione di Brunello, e che il resto, quel “Brunello “taroccato” che piaceva e pure molto”, finisca in altre accoglienti denominazioni, Doc e Igt, che a Montalcino non mancano certo, anche se hanno meno appeal.
Talibanblog
Un’ultima osservazione in chiusura, a proposito del comportamento dei comunicatori, ed in particolare di quelli che l’autore dell’articolo definisce “integralisti” o “talebani”, e che magari hanno operato su siti Internet e blog, durante quello che la stampa di lingua inglese ha definito Brunellogate.
Sono persuaso, ma nella stessa Montalcino sono in parecchi a pensarla così (e anche in un piccolo giornale di provincia chiamato New York Times, che ha più volte riferito e giudicato come serio e attendibile l’informazione assicurata da qualche wine blogger italiano), che quei comunicatori non abbiano arrecato danno alla causa del Brunello, ma abbiano assicurato quell’informazione, attenta, tempestiva, appassionata (perché quando si reputa una cosa importante ci si appassiona per difenderla) che spesso, sulla carta stampata e sui siti Internet istituzionali o espressione dell’establishment, non si trovava.
Informazione tempestiva
Hanno agito da stimolo, senza inutili attese di “rese dei conti finali”, senza roghi o cacce alle streghe, perché il Brunello continuasse ad essere tale, perché il suo disciplinare non venisse modificato quasi a giustificare le “variazioni sul tema” fatte da alcuni, e perché il consumatore, quello che determina il successo o meno del prodotto vino, fosse messo a conoscenza di quanto stava accadendo, delle posizioni in campo, della posta in gioco.
Che facendo questo quell’informazione si sia meritata o meno di essere definita “integralista” o “talebana” è solo un parere opinabile, un punto di vista personale, quello dell’autore dell’autore del memorandum per una “migliore comprensione della realtà di Montalcino”, e non può certo assurgere a valore di Verità.
Grazie per l’ospitalità  Franco Ziliani, giornalista e wine blogger (Vino al Vino).

0 pensieri su “Comunicazione via Web sul caso Brunello: solo contributo all’informazione, non fanatismo

  1. trovo allucinante che un suo collega arrivi a definire “urlo, insulto, calunnia” l’utilissima azione d’informazione svolta da blog come il suo in occasione dello scandalo del Brunello. E’ un modo, offensivo e insultante, di giudicare quello che avete fatto, che denota fastidio e nervosismo (ma a scrivere é un giornalista o un produttore finito sotto inchiesta?) perché non tutti accettano le “verità” di comodo e preferiscono, invece, dire le cose come stanno. Non si faccia intimidire e vada avanti

  2. Concordo su quasi tutto.
    Ma non dimentichiamoci mai che su una cosa il giornalista ha ragione: il 96 e passa % dei litri di vino erano a posto e anche i rispettivi produttori.
    Spero che paghi chi di dovere, ma non il Brunello di Montalcino…

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