Gravina Poggio al Bosco 2008 Botromagno. Per andare oltre il derby…

E’ confermato: nessuno è perfetto e tutti, anche quelli che sembrerebbero teoricamente a prova di difetto (o abili a nasconderli…), hanno dei limiti.
Così, nonostante sia un milanista (e per di più ex berlusconiano ampiamente pentito), per quella forma di umana pietas che necesse est nei confronti di chi sabato scorso nel derby di andata si è beccato quattro pere, e a casa, non posso non venire in soccorso del vecchio amico (ci conosciamo dal lontano 1994) Beniamino D’Agostino (nella foto), deus ex machina delle Cantine Botromagno di Gravina nella Murgia barese, e parlare bene, come mi riprometto dal Vinitaly, da quando li ho assaggiati freschi d’imbottigliamento, e da un mese fa, quando li ho gustati nuovamente nel corso di una nostra cena all’ottimo Fornello da Ricci di Ceglie Messapica, di due nuovi vini che questa eccellente cantina ha recentemente posto in commercio.
Così convincenti che mi sa che sabato sera chiederò nuovamente di berli, insieme al Gravina base al rosato Silvium, quando farò visita all’Osteria Grano e Vino che la famiglia D’Agostino, imprenditori sin nel midollo e apprezzati costruttori, ha aperto da qualche mese, così, tanto per diversificare.
Due vini figli della new wave che è arrivata in cantina con il passaggio dal vecchio, insuperabile, bravissimo enologo storico, Severino Garofano, al nuovo wine maker consulente subentrato, Alberto Antonini.
Tale è l’entusiasmo che riscontro in Beniamino, che purtroppo non posso vedere così frequentemente come vorrei, ma che è veramente un amico, di quelli che basta sapere che ci sono e su cui sai di poter contare, qualsiasi cosa possa accadere, che ho dovuto giocoforza vincere il mio iniziale scetticismo che non ho mancato di palesare una volta conosciuto da lui il nome della persona chiamata a succedere a quel grande personaggio che è stato, che è ancora, Garofano.
Vini più grintosi, più puliti, meglio definiti e soprattutto una motivazione, una carica, un desiderio di rimettersi in gioco e provare nuove strade che in Beniamino non vedevo da tempo.
Morale della favola, accanto ai vini tradizionali, al Gravina, che io considero il miglior bianco da rapporto prezzo qualità di tutta la Puglia, e agli altri vini che sono tutti pienamente affidabili e a misura di consumatore (niente paturnie e s…e mentali rincorrendo il favore delle guide) quest’anno sono saltate fuori due novità.
E che novità, addirittura due cru o quanto meno selezioni di vigna, il che per il panorama pugliese costituisce una cosa abbastanza rara.
Il primo vino, denominato Poggio al Bosco, è, come mi ha raccontato Beniamino, una “selezione particolare di un vino prodotto da vigna singola, situata in una zona incontaminata al confine con il Bosco Difesa Grande, il più importante polmone verde della Puglia Centrale, a 600 m s.l.m.
Un vigneto impiantato nel 1991 con il preciso obiettivo di trarne delle uve di grandissima qualità. 5.000 ceppi per ettaro, spalliera,con potatura Guyot con uve da selezione zonale durata oltre 10 anni in collaborazione con l’Università di Agraria della Basilicata, su terreni dotati di buon scheletro e ciottolo bordolese, elevata escursione termica tra giorno e notte e ventilazione costante ed ottimale”.
Si tratta sostanzialmente di un cru di Gravina Doc, da uve Greco Mascolino e Greco (40%) e Malvasia (60%), con resa notevolmente bassa, 50 quintali per ettaro, vendemmiate tra fine settembre e inizio ottobre, con fermentazione in acciaio, malolattica non svolta e affinamento in vasca di acciaio in presenza di lieviti per 4/5 mesi.
Un vino che è notevolmente cresciuto e si è sviluppato dal primo assaggio a Verona ad oggi, colore paglierino carico, oro, con leggere sfumature verdognole, dalla grande intensità aromatica, fragrante, solare, mediterraneo, profumato di agrumi, pesca gialla, una vena di mela e poi mandorle e nocciole ancora non tostate, fiori bianchi, molto elegante e continuo.
Molto largo, ampio, ma sapido, nervoso, al gusto, dal nerbo acido lungo e ben pronunciato, dolce nel suo disporsi in bocca, ma sempre fresco, vivo, scattante, con un finale vivo e verticale, di buona persistenza, si rivela un Gravina in grado di misurarsi, alla pari, con tutti i migliori vini bianchi del Sud. Soprattutto quelli giocati su vitigni autoctoni.
Con il secondo vino, altrettanto buono, entriamo nel campo, delicato e minato, dei vini rosati, con un mix Montepulciano 60%, Nero di Troia 40%, che merita sicuro interesse e fa del Rosato Murgia Igt 2008 Rosé di Lulù, cosi chiamato come dedica “a mia figlia Lucia Pia che affettuosamente i cuginetti hanno battezzato Lulù”, un rosè di cui tenere attentamente in considerazione lo sviluppo.
Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad una selezione di vigna, la cosiddetta Vigna del Trono, più che di uve, provenienti da una vigna antica, piantata nel 1971 e situata a 700 metri sul livello del mare nel punto più alto di Gravina, posta in un terroir unico che consiste in un terreno sabbioso a bassissima fertilità naturale dove la vite per sopravvivere ha imparato a soffrire ad a produrre pochi grappoli di straordinaria intensità.
Per i fanatici dei dati tecnici dirò che il sistema di allevamento è la spalliera con potatura a cordone speronato e la resa è contenuta anche in questo caso in 50 quintali per ettaro e che la malolattica è parzialmente svolta.
Il risultato è un rosato di quelli a tinte forti, dato il colore intenso, un cerasuolo rubino acceso, e la notevole struttura all’insegna di una grande carnosità succosa, ma ben bilanciata nell’acidità e nella freschezza, sia dal punto di vista olfattivo, dove sono la ciliegia e accenni quasi di more di gelso e di ribes a emergere, insieme a sfumature che richiamano la rosa, sia da quello del gusto, che è pieno, di grande soddisfazione, ricco, quasi cremoso e di fruttuosità piena e lunga persistenza, tale da consentire l’abbinamento anche a piatti un po’ più impegnativi di quelli ai quali si è soliti abituare i rosati, anche preparazioni di carni alla griglia, o come i cavatelli pomodorini e funghi (naturalmente i carnosi carboncelli della Murgia), l’agnello allo spiedo su carboni, che mi sa tanto che non mi perderò sabato sera a Gravina.
Quando al tavolo, davanti a buone cose e buoni vini, e presi dal piacere di rinnovare l’antica amicizia, saremo i primi a scherzare e ad auto-ironizzare sul “rumore dei nemici” e sull’essere io milanese, lui pugliese della Murgia, avversari per fede calcistica, povero diavolo casciavit milanista lui ed interista un po’ bauscia io…

0 pensieri su “Gravina Poggio al Bosco 2008 Botromagno. Per andare oltre il derby…

  1. un vero unguento taumaturgico spalmato sulle quattro ferite sanguinanti sulla mia schiena.
    Franco ti rivelo una cosa che solo ora mi sono reso conto di non averti mai detto in questi lunghi anni di stima e amicizia sincera.
    Io sono nato a Milano, lì lavorava da ragioniere emigrante il mio Babbo nel lontano 1964, all’età di 5 anni sono divenuto milanista in virtù del nome della squadra, dell’abatino Rivera e del fatto che ignorassi che l’Internazionale fosse una squadra di Milano.
    Pensa tu che rischio che ho corso.

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