Non è solo abbassando i prezzi che si risolve la crisi del vino!



A proposito di una dichiarazione di Franco Biondi Santi


Mi ha molto colpito che in questo articolo di Fausta Chiesa pubblicato sul Corriere della Sera il 23 settembre si sia sostenuto che il vino italiano possa rilanciarsi, soprattutto in chiave di export, adottando la politica, molto pericolosa, del ribasso dei prezzi.
Non mi ha affatto sorpreso che il general manager della Banfi, Enrico Viglierchio, sostenesse che “è il prez­zo, che nelle bottiglie di fascia media deve scende­re se il vino italiano vuole continuare a essere competitivo”.
E che in seconda battuta proponesse una sorta di union sacrée comunicativo-promozionale “nel frattempo dobbiamo imparare a fare squadra. Per esempio, se 35 produttori si mettono assieme e acquistano 35 pagine pubblicitarie su un’importante rivista enologica americana hanno la forza che invece non hanno 35 produttori che vanno da soli a comprare una pagina”.
In altre parole facendoci capire che presto sulla fedelissima Wine Spectator, che non perde una sola occasione per portare in palmo di mano l’azienda dei fratelli Mariani, vedremo tanti advertising (sperando che siano solo pubblicità e non publi-redazionali più o meno abilmente mascherati) finanziati da aziende italiane glamour con ambizioni di rilancio.
Ma quello che mi ha lasciato stupefatto è che a confessare di aver “dovuto abbassare i listini” sia stato Franco Biondi Santi, “proprieta­rio dell’omonima cantina storica, ereditata dal nonno Ferruccio che per primo alla fine del 1800 produsse il Brunello di Montalcino”,  rivelando “Ho dovu­to diminuire i prezzi anch’io – ammette – così come hanno fatto i francesi, che hanno quasi di­mezzato i loro listini”.
Questo a causa della crisi degli Stati Uniti, “proprio il Paese dove nel 1932 cominciò l’export del suo Brunello” Il proprietario del Greppo ha poi sostenuto che “per continuare a mantenere la qualità anche in periodi in cui il mercato non va bene” ci si debba rivolgere alle banche: “Aiuta­teci a continuare a fare qualità attraverso un so­stegno finanziario che, se necessario, possa avere una garanzia statale”.
Non entro nel merito di questa richiesta di aiuto economico, che avrebbe anche una sua ragion d’essere, ma trovo che sia stato un clamoroso errore strategico da parte del grande Franco Biondi Santi confessare una decisione che se anche corrispondesse al vero (e nessuno mette in dubbio che il prezzo dei vini del Greppo possa essere calato), nella particolare congiuntura in cui si trova Montalcino, dopo un anno e mezzo di Brunellopoli, e di un’inchiesta che non è ancora giunta alle sue naturali conclusioni (rinvii a giudizio, oppure proscioglimenti e tante scuse per tutti, perché vorrebbe dire che ci saremmo sbagliati tutti), rendere di pubblico dominio che l’azienda faro di questa storica denominazione abbia dovuto rivedere in basso i propri listini non vada bene.

Non va bene perché diffonde l’idea che anche i vini di Montalcino siano in crisi, che la loro richiesta sia in calo, che non siano poi così glamour, come in passato, per gli appassionati ed i collezionisti internazionali e che per vendersi debbano per forza abbassare le loro pretese.
Di più, che in passato siano stati venduti a prezzi ingiustificatamente superiori al loro effettivo valore. Cosa verissima, nel caso di tanti Brunello assolutamente mediocri, espressioni di vigneti piantati in posti assolutamente inadatti e non certo vocati, o di vini, prodotti con logiche industriali, di cui si sostiene in alcuni articoli che seppure prodotti in grandi numeri, non creino “semplificazioni o standardizzazioni, ma tutelano caratteristiche uniche e singolari”.
Che Franco Biondi Santi, dall’alto della sua lunga esperienza e saggezza non capisca che ammettendo di aver calato i prezzi (pratica che si può anche applicare, ma senza sbandierarla al vento) abbia finito con il lanciare al mondo un segnale secondo il quale il Brunello debba sempre più essere una wine commodity, piuttosto che un prodotto speciale, inimitabile, prezioso, la cui domanda dovrebbe sempre superiore di poco all’offerta (proprio il contrario di quello che accade oggi a causa di una scelta sciagurata di aumentare l’area di produzione e di conseguenza il numero di bottiglie), mi lascia molto perplesso.
E ma mi fa pensare che magari, anche sfruttando disinvoltamente le ammissioni, fatte con qualche ingenuità, ma sempre da galantuomo, dal Grande Vecchio del Brunello, a Montalcino e nel senese si stiano progettando manovre poco chiare e non certo favorevoli alla sua immagine e al suo prestigio a danno di Messer Brunello.
E che i produttori di Montalcino dovranno essere molto uniti e concordi tra loro per impedire che sul Brunello s’inneschino speculazioni che potrebbero essere ancora più dannose per i loro vini di quanto lo sia stato lo scandalo del Brunello, che, anche se qualche “fenomeno” prova ancora ad attribuirne le causa alla stampa scandalistica e ai blogger integralisti e talebani, è nato per colpa di alcuni che le regole, ricchi, famosi e potenti com’erano, hanno pensato di poterle modellare secondo loro comodo.
E che ancora non hanno capito che un’onorevole ammissione delle proprie colpe, senza nessuna “fucilazione” in piazza o esposizione al pubblico ludibrio, sarebbe i modo migliore, il più intelligente, per uscire dallo scandalo e fare in modo che al Brunello possa essere restituita piena credibilità e la possibilità di avere un futuro.

0 pensieri su “Non è solo abbassando i prezzi che si risolve la crisi del vino!

  1. Il mercato efficiente nel lungo termine ridimensiona gli eccessi positivi e negativi immotivati e penso che questa regola valga anche per il vino.
    Piu’ di dieci anni fa un noto istituto bancario emetteva obbligazioni con warrants che consentivano, esercitandoli, di acquisire bottiglie di Brunello di Montalcino (il nome della azienda produttrice è scontato) della tanto celebrata annata del secolo, il 97. Se il Brunello si è prestato ad essere il sottostante di un derivato significa, che ha tutti i requisiti di uno strumento oggetto di speculazione e oggetto del gioco della speculazione.
    In una nota manifestazione enologica mi sono trovato più di una volta a sopportare la supponenza e il protagonismo dei collaboratori della nota azienda sopraccitata per avere qualche goccia del sacro Greppo.
    Leggendo questa notizia, mi è facile produrre il pensiero che un bagno di umiltà fa bene a tutti e che nella vita capita a tutti.
    E senza entrare nel merito della vicenda Brunello, dico che se il mercato è questo, può capitare anche al signor Biondi Santi di dover ridurre i prezzi e non ci si deve più di tanto stupire; tanto di cappello se l’ha sinceramente comunicato.

  2. Sono calati i prezzi delle uve, Franco. Gia’ l’anno scorso in Sicilia c’erano i contadini che marciavano incazzati su Palermo. Adesso in vendemmia si registrano diminuzioni, in media, del 20-25 per cento, con punte anche del 45 per cento anche rispetto all’anno scorso. In alcune zone DOC vengono pagate meno di 20 centesimi il chilo. E a Montalcino non si e’ certo su un’isola felice. Franco Biondi Santi ha solo riportato alla realta’ un sogno spezzato, da altri. E si ricomincia con l’olio di gomito. Come ti ha scritto IlConsumatore, meglio di me, “un bagno di umiltà fa bene a tutti”, “il mercato è questo, può capitare anche al signor Biondi Santi di dover ridurre i prezzi e non ci si deve più di tanto stupire; tanto di cappello se l’ha sinceramente comunicato”. Bisogna democratizzare l’enologia, il buon vino non puo’ rimanere un bene di lusso a disposizione di una casta.

  3. Non che la Francia sia per forza il meglio, ma c’è una differenza sostanziale, bolle speculativa a parte, fra loro e noi in fatto di vini “importanti”. In Francia, ogni annata fa storia a sé. I prezzi – ripeto, bolle speculative degli ultimi anni a parte – cambiano, anche in maniera piuttosto netta, in rapporto alla qualità dell’annata. Da noi, ci siamo abituati ad aspettarci un ritocchino in su ogni anno, a prescindere dal valore effettivo della vendemmia. Loro fanno il prezzo prevalentemente (ovvio, non solo) in rapporto al valore intrinseco (o percepito) del vino. Noi esclusivamente in rapporto all’andamento del mercato. C’è ancora un sacco di strada da fare.

  4. Ciao Franco,
    questa volta non sono assolutamente d’accordo con te, l’abilita’ di un produttore deve essere anche quella di fiutare i tempi ed adeguarvisi. Di sicuro quella dei prezzi non e’ l’unica leva che puo’ traghettare un azienda fuori da questa crisi ma, ogni imprenditore ha il diritto/dovere di reagire a situazioni di crisi per limitare i danni.
    Per un comunicatore come te, questa azione deve essere vista molto positivamente perche’, il tuo cliente finale (il consumatore), beneficia di questa situazione, fermo restando che i prezzi di certi vini non trovano “nessuna” ragione nei costi ma, solo nel valore che si spera il mercato gli riconosca. Lavorare bene un vigneto in sicilia, non richiede meno ore lavorative che in Toscana, la vinificazione poi, potrebbe essere anche piu’ economica in assenza di tecnologia.

  5. carissimo Valentino, il tuo ragionamento non fa una grinza ed io, come ho scritto in questo articolo per la rivista dell’A.I.S. – http://www.sommelier.it/archivio.asp?ID_Categoria=5&ID_Articolo=1698 – sono sostanzialmente d’accordo sulla flessibilità e sul ribasso dei prezzi laddove sia necessario, purché non sia un clamoroso autogol. Nel caso di Franco Biondi Santi e di Montalcino in particolare credo invece che lanciare questi segnali di un vino che per vendersi deve “abbassare le pretese” e volare più basso, sia tatticamente e strategicamente sbagliato, perché poi si sa bene chi possa reggere la logica di un Brunello ridotto a wine commodity, prodotta in grandi quantità e con prezzi bassi, e chi, invece, finirebbe strangolato da “logiche” del genere… A Franco Biondi Santi, vista la sua esperienza, queste evidenze non dovrebbero sfuggire proprio…

  6. Credo che il problema sia – per Biondi Santi come per altri – che il ribasso ipotizzato non sia legato alla qualità dell’annata (cosa che, come è già stato scritto, sarebbe auspicabile) ma dalle condizioni del mercato. La recessione colpisce duro a 360°, in particolare nei settori dove si erano create bolle speculative. Nel settore vinicolo, specie su certe denominazioni, le bolle ci sono state, inutile discutere.
    Ha poi ragione Mario Crosta: i prezzi delle uve stanno crollando. In generale – anche per i vini di alta gamma – vi deve, o vi dovrebbe essere, un legame fra materia prima e prodotto finito. La cosa incredibile, semmai, è che il calo del prezzo delle uve avviene contestualmente ad un progressivo calo della produzione nazionale. Il che significa che davvero c’è una sovra-produzione enorme e che esistono enormi stocks invenduti da parte degli industriali (cioé di coloro che le uve le acquistano). Nelle Marche si parla di un calo dei prezzi del 20%, in Piemonte amici mi parlano di Barbera a 20 euro al quintale… E’ una situazione drammatica per i piccoli coltivatori, che magari conferiscono alle cantine sociali, o per molti piccoli vignaioli costretti spesso a far competizione di prezzo sui vini sfusi o sulle bottiglie meno prestigiose. Eppure pochi ne parlano. Men che meno la Fi.Vi. Lo sottolineo, Franco, viste le tue recenti visite in quel di Bra… Non credo che qualche euro in meno possano incidere molto sull’azienda Biondi Santi. Mentre sono devastanti per le miraidi di sconosciuti viticoltori che ancora oggi costituiscono il tessuto produttivo del vigneto Italia. Non voglio far retorica, ma troppo spesso dimentichiamo di parlare di agricoltura, cioé di gente che sta in vigna e che si guadagna da vivere col lavoro di campagna e non con le strategie di marketing. Il calo dei prezzi delle uve (e più in generale delle derrate agricole) si riflette maggiormente su queste persone. Con buona pace di OCM, Consorzi di Tutela o Denominazioni di Origine Protette. Ne vogliamo parlare?

  7. Franco, in un altro posto del tuo bel blog avevo gia’ raccontato quanto guadagnavo quando uscirono i primi Sassicaia e quanto costavano le loro edizioni su per giu’ di 20.000 bottiglie. Adesso quelle bottiglie sono dieci volte tanto e fatti i rapporti tra il prezzo e quel che e’ lo stipendio medio me ne potrei permettere 5 quando allora me ne potevo permettere solo 1. In 41 anni ne e’ piu’ che raddoppiata la convenienza per l’enoappassionato e non credo proprio che Incisa della Rocchetta si lamenti che guadagna poco o che subisce la crisi…
    Ecco perche’ mi piace molto sia quel che ha scritto Valentino (“l’abilita’ di un produttore deve essere anche quella di fiutare i tempi ed adeguarvisi”) sia quel che ha scritto Peretti (“In Francia, ogni annata fa storia a sé”).
    I vini eccezionali devono smettere di farsi oggetti di culto, da collezione, di speculazione per svolgere il loro ruolo di re della tavola almeno una volta nella vita in un’occasione importante anche a casa di chi normalmente non se li puo’ permettere. Altrimenti se li bevono solo in una casta, diventano un simbolo di casta, muoiono fossilizzati in quella casta. Non stiamo parlando di Rolex, Cartier, Ferrari, Timberland, dove fa effetto il lusso “che sberluscia”, ma di vino. Il costo di produzione di un vino eccellente non supera i 10 euro il litro in nessuna parte del mondo. Certo che una cantina non e’ una San Vincenzo de’ Paoli, mica lo deve regalare, mica e’ sbagliato guadagnarci per reinvestire e poterne produrre di meglio e di piu’. Ma un prezzo finale di 16, 20, 40 o 90 volte tanto come capita con i piu’ quotati del mondo significa solo farne un mito e non il miglior compagno a tavola com’e’ e deve restare suo compito.
    Ho capito bene i tuoi timori, che fai benissimo a rimarcare e a sottoporre a discussione (bravo!), come “abbassare le pretese” e volare più basso nella logica di un Brunello ridotto a wine commodity. Questo non credo proprio che sia nelle intenzioni di Franco Biondi Santi. Mi piacerebbe che si facesse vivo per spiegarti meglio il suo punto di vista. In assenza di una sua precisazione, se qualcuno prende le sue difese con gran rispetto sia per il vino di cui si parla che per chi ne discute con tanta passione come fai tu vuol dire che stai continuando a migliorare davvero molto il tuo blog, dimostrando una volta di piu’ anche ai miscredenti che sei un ottimo giornalista e non un talebano. Quest’ingiuria contro di te mi ha sempre dato davvero fastidio, caro il mio “un certo Ziliani”…

    • sto già preparando difatti una nuova stampa dei miei biglietti da visita, con scritto “un certo Ziliani” e invece che giornalista, come figura attualmente “blogger talebano”. Il primo lo manderò di certo a quel mio “simpatico” e furbo collega…

  8. Bella questa! Una carta da visita sarcastica, tutta per gli amici, da incorniciare, complimenti!

    Ma per le solite mummie lascia pure quella vecchia, magari ristampala usando caratteri gotici e inchiostro nero…

  9. Ho letto tutti i post e mi pare che, passione in pugno, ci si dimentichi della cosa forse piu’ banale del mondo: che il vino, sui grandi numeri, e’ una merce come tante altre e come tante altre e’ soggetta alla logica domanda-offerta.
    Se cala la domanda cala il prezzo.
    Il rischio commodity mi pare lontano, un bene raggiunge il livello commodity quando non ha altri differenzianti se non il prezzo.

  10. E invece si,caro Franco. E’ proprio abbassando i prezzi che riparte il mercato. Il vino viaggia in parallelo alla ristorazione. E sai quali ristoranti sono in crisi?? Quelli dai 50 euro in su. Quello dei 2 piatti(due) a 50 o piu’ euro. Dove mangi primo,secondo,contorno,acqua e vino a 25/30 euro….pieno,sempre. Allora?? E’ finita la pacchia. Son finite le mode. Conta la concretezza.Vini che costano 20 devono costare 6/7. Quelli che costano 3o/40 devono costare 15, e cosi’ via. Dura da digerire,ma è cosi’.Chi lo capisce velocemente si salva. Gli altri saranno travolti da ettolitri invenduti.

  11. In effetti mi ha colpito molto questa ammissione pubblica di Franco Biondi Santi sulla necessità di ridurre i prezzi dei suoi vini. Premettendo che molti vini credo abbiano prezzi eccessivamente alti (nonostante l’indubbia qualità), questa ammissione è un autogol clamoroso per il mondo del Brunello, che già ha i suoi problemi!
    I prezzi dovrebbero diminuirli i produttori di molti vini che nella fascia dai 10 ai 20 euro vendono prodotti che ne dovrebbero costare al massimo 5!
    Concordo poi pienamente con Franco Ziliani che certe politiche di riduzione possono si esser fatte, ma devono restare nell’ambito della privata trattativa fra produttore e consumatore (importatore, enotecario, ristoratore).
    Già l’immagine del Brunello ha subito un duro colpo d’immagine, se poi uno dei produttori storici se ne esce con tali ammissioni….credo che soprattutto all’estero i dubbi possano purtroppo solo crescere nei confronti di questo nostro grande Vino!
    Trovo poi molto strano il fatto che solo lui abbia dovuto abbassare i prezzi, mentre parlando con ristoratori ed enotecari mi hanno detto che per avere alcune etichette italiane da 100, 150, 200 euro (non faccio nomi) bisogna fare una lotta col coltello fra i denti perchè si fatica ad averle dai produttori, in quanto pare che la domanda superi di gran lunga l’offerta!
    Possibile che la qualità ed il blasone di Franco Biondi Santi non bastino a superare questo momento di crisi?

  12. Leggendo certi commenti mi chiedo da dove venga l’acredine e la presunzione che animano certi commentatori: c’è chi novello deus ex machina vuole stabilire quanto deve costare un determinato bene, c’è chi altrettanto deus vuole stabilire quanto deve essere estesa un’azienda….. manca solo sentire nominare l’autarchia o i magazzini Gum.

  13. Non c’è nulla di male nell’abbassare i prezzi in un periodo di crisi come questo. Il prezzo è una delle leve di marketing più efficaci che le cantine possono adottare per superare la crisi. Tanti potrebbero anche obiettare dicendo che ne va dell’immagine dell’azienda, ma non è proprio così. Prima della crisi, praticamente tutte le cantine, da nord a sud, hanno approfittato della situazione (il vino come oggetto di culto e moda, i giudizi e le recensioni gonfiate a dovere da guide e giornalisti amici, etc.etc.) fissando prezzi decisamente sopra la decenza. E tutti a giustificare la cosa dicendo che era la domanda del mercato a far crescere i prezzi. OK bene, adesso la domanda si è ridotta, e loro, se vogliono sopravvivere e svuotare i magazzini, devono necessariamente ridurre i prezzi. La crisi durerà purtroppo ancora per diversi anni. Riusciranno i produttori a superare la crisi senza abbassare i prezzi? La maggior parte no!! La fedelta del consumatore ad un determinato vino è inversamente proporzionale al prezzo del vino stesso. Più il prezzo è alto e meno si è fedeli a quel vino, perchè facilmente sostituibile con uno di pari qualità.

  14. Io so che se di un certo vino – e non mi riferisco ai miti perchè la mia è una enoteca normale per gente normale – ribasso il prezzo in modo significativo ottengo due reazioni. La prima porta il cliente abituale a ringraziarmi, la seconda portsa lo stesso cliente a dubitare di me. O mi hai fregato prima o mi freghi adesso, questo è ciò che pensa.
    E’ indubitabile che troppi vini siano stati proposti a prezzi assurdi, come se il costo fosse direttamente proporzionale all’immagine elitaria fortemente voluta dal produttore e quindi appetibile per la clientela danarosa; è altrettanto vero che c’è un crollo della domanda a fronte della moltiplicazione dell’offerta, inte4sa sia a livello produttivo che a livello distributivo, per cui il costo reale di un vino non è più definibile in modo certo. La percezione del valore è crollata: e se una griffe come Biondi Santi non solo abbassa il listino ma dichiara di averlo fatto ( ed è questa la sola cosa che lo distingue da altri) significa che veramente siamo alla rivoluzione. Una botta di umiltà è indispensabile, ma il vero dramma è la sproporzione fra la domanda e l’offerta di vino, cui si aggiunge la schizofrenia del sistema distributivo, dove tutti indistintamente vendono – e intendo anche in nero a cominciare dai produttori – e dove il consumatore sguazza convinto che oggi la speculazione è un diritto.

  15. Franco non rimanere perplesso. La verità a volte disorienta, ma la questione reale per tanti produttori, mediamente, credo sia questa:
    negli ultimi anni sono aumentati i costi gestionali, quelli burocratici e i costi per la sicurezza e ambientali.
    Sono poi notevolmente aumentati i costi per fare qualità, in vigna e in cantina.
    Fino a prima dell’inizio crisi i listini dei vini potevano sopportare questi aumenti, oggi semplicemente no poichè la riduzione delle vendite, causa recessione, obbliga a diminuire i prezzi.
    Il problema vero purtroppo è che nel breve futuro la qualità dovrà dimuinuire per ridurre ancora i costi e quindi del prezzo. Almeno per i vini destinati alla fascia media dei consumatori.
    Non mi addentro in analisi di filiera lunga e ricarichi, ma la questione listini è davvero delicata.

  16. Buonasera.
    Lacio decantare il post di prima ancora un altro po’, vedo che qualcosa stuzzica, anche se non negli interlocutori ai quali mi rivolgevo io.
    Al signor Cianferoni e alle sue obiezioni vorrei far presente che l’unico vero grande vino emozionante (prodotto in n° 6000 bottiglie come riportato dal produttore in etichetta) assaggiato (e bevuto) nel 2009 stava (imperfetto perchè è OVVIAMENTE finito) in carta in un ristorante di medio alto livello a 19 €.

  17. Non mi dilungo sulle tecniche di marketing che ogni azienda puo’ o meno attuare ma, io da produttore, provo profonda stima per Biondi Santi, che con trasparenza dice cose che moltissimi altri famosi produttori hanno fatto e fanno negandolo. Non credo che si debba discutere molto sul fatto che la verita’ si debba o meno dire, il Sig. Biondi Santi ha ritenuto di dire la verita’ e questo lo rende agli occhi di tanti produttori molto autentico, come i suoi vini.
    Ora per gli amanti di questo vino, c’e’ una grande opportunita’ di risparmiare senza perdere nulla in qualita’ e sostenendo una persona sincera, io ne prenderei subito vantaggio.

  18. Cianferoni, qui non sarei d’accordo. La qualita’ non e’ mai in contrasto con i costi. Sono trent’anni che lavoro nella Qualita’ e posso dirle che non e’ vero che cio’ che costa sempre meno e’ sempre peggio. Ci pensi bene. Lei, solo per fare un esempio, quando giustamente scrive di spese, che ha fatto benissimo a farci notare, parla di costi, ma qualcuno parlerebbe della stessa cosa usando un’altra parola: investimenti. Sono due modi opposti di vedere la stessa cosa. Ha fatto bene a ricordarci anche che la questione listini e’ davvero delicata. A Danzica abbiamo trovato un Valpolicella a 16 volte il prezzo cui lo si trova in un supermercato a Verona. A San Pietroburgo si vendono vini italiani a 40 volte il prezzo con cui li consumate in trattoria, perche’ al ristorante non entrano nemmeno.

  19. Buongiorno.
    Caro Franco, buongiorno. ecco uno dei due deus ex machina e il libertario concetto da lui così espresso: “Vini che costano 20 devono costare 6/7. Quelli che costano 3o/40 devono costare 15, e cosi’ via. Dura da digerire,ma è cosi’”. Ipse dixit.

    • Ag, con tutto il rispetto per Arnaldo penso che il suo concetto, che tu hai riportato, sia difficilmente condivisibile. Io almeno, come te, non la penso come lui, anche se come consumatore che si rivolge ai consumatori piacerebbe anche a me che, nel migliore dei mondi possibili, e immaginari, i Brunello che uscivano dalle cantine a 30-40 euro oggi possano uscire, come dice lui, a 15. Ma questo, come ho già spiegato qui http://www.sommelier.it/archivio.asp?ID_Categoria=5&ID_Articolo=1698 é solo l’anticamera del suicidio e del fallimento del progetto Montalcino. A qualcuno, forse, farà piacere anche così e questo crollo rientra nei suoi disegni, ma io, come nel caso del Brunellogate, m’impegnerò a combattere – e spero che questa volta i produttori mi diano una mano e non stiano alla finestra a vedere – che questo disegno folle si realizzi

  20. Ed ecco l’altro esempio di libertà e liberismo: “gente che sta in vigna e che si guadagna da vivere col lavoro di campagna e non con le strategie di marketing. Il calo dei prezzi delle uve (e più in generale delle derrate agricole) si riflette maggiormente su queste persone.”
    Ipse dixit.

  21. Franco, ti daranno senz’altro una mano tutti quei produttori che, facendo bene i conti, ti dimostreranno di essere anche degli ottimi imprenditori e di credere nel loro prodotto. Conti alla mano. Ce ne sono tanti, non ne dubito. Anche a Montalcino. A speculare sono sempre soltanto alcuni che l’etica del buon lavoro l’hanno barattata con l’etica del guadagno facile. Ma non sono mai stati la maggioranza in nessuna zona di vino eccellente, perche’ dove c’e’ il vino eccellente la selezione e’ molto forte e ci sono puntati addosso tutti gli occhi del mondo. Mi pare che l’occasione di parlarne possa fare senz’altro bene. Mi spiace soltanto che il diretto interessato non si sia fatto ancora vivo, ma spero che sappia del dibattito e che decida di farlo.

    • Mario, purtroppo tendo ad escludere che il diretto interessato si faccia vivo per spiegare bene il senso della sua uscita. Ma stai ben certo che a Montalcino, dove questo blog viene attentamente letto e soppesato, ci sarà sicuramente qualcuno, magari un cattivo consigliere, che gli segnalerà che si sta parlando di lui e della sua dichiarazione in materia di ribasso dei prezzi, in questo post…

  22. Si, amico mio, perche’ effettivamente tu stai dando una bella occasione di confronto. Piu’ leggo i commenti e piu’ vengono fuori considerazioni di un certo peso, un dibattito serio, di spessore su un argomento strategico. E non siamo agli Orazi e Curiazi, anzi son certo che, scava scava, alla fine ci troveremo pure a sanare le reciproche divergenze davanti a una bella bottiglia.

  23. Tutto e’ possibile, ag. Si legga bene il titolo del post. “Non è solo abbassando i prezzi che si risolve la crisi del vino!”. C’e’ un avverbio interessante, perche’ non contrappone una cosa alle altre, che sana diverse interpretazioni appunto proponendo il concorso a ricercare un contributo da tutti. Per la bella bottiglio avevo in mente un Brunello di Montalcino Tenuta il Greppo di Biondi Santi del 1964. Tra quelle da degustare in verticale per il compleanno non c’e’, ma sono sicuro che in cantina ne hanno ancora tante. Portarne qualcuna, anche di sorpresa, ed offrirle all’attenzione dei degustatori porterebbe perfino Franco Ziliani al settimo cielo.

  24. Signor Crosta, neanche una magnum di Monfortino 67 mi farà mai pensare le cose che hanno scritto il signor Arnaldo o il dott. Dottori (in altri termini) o il signor Cianferoni (in altri termini ancora). Se loro dopo essersi goduto quel nettare vorranno
    “convertirsi”, benvenuti, ma non conti certo sulla mia, di conversioni.
    Si scherza, ovvio…..

    • guarda, ag, che una magnum di Barolo Monfortino di grande annata come quella che indichi può fare miracoli. Potrebbe persino farmi confessare che sono tentato di diventare juventino, sostenitore di Di Pietro, e fan di Fabrizio Corona. Non sfidare il potere infinito, magico, insondabile di una grande buta di Barolo di quelli veri!

  25. L’ho scelto apposta, ma elettore di Di Pietro o fan di Corona (forse la Rodriguez in versione professoressa di latino ci potrebbe riuscire) o “altro”, MAI!

  26. Eccolo qui. Lo aspettavo. E’ arrivato! Bravo Franco! Io non scendero’ mai da quel cielo se il primo a salirci sei proprio tu! E pensare che con un Monfortino del 1952… c’e’ pure l’ascensore!

  27. Lasciando stare battute più o meno serie, sono assolutamente convinto che l’unico modo per rimediare alla sovraproduzione italiana di vino di ogni tipologia la riduzione della produzione conseguenza della selezione delle superfici vitate. Come ho scritto sul bolg di Andrea Pagliantini (lì riferito al Chianti Classico) “Si sradicano coattivamente il 30% delle vigne (con preferenza di IGT) e si distilla il 90% di tutto. Tanto ne rimane abbastanza per tutti, grandi e piccoli. Si ricomincia da capo.
    Ah questo vale per le 3 grandi DOCG rosse senesi. In altre zone (Maremma) si sradica il 60%.”.
    La riduzione del prezzo (commercialmente conosciuta come scontistica e non valutazione qualitativa dell’annata) a risolvere i problemi di sovraproduzione è un triplo errore dell’imprenditore: 1- significa che si sono sbagliati i budget 2- lo sconto squalifica l’intera denominazione 3- ingolfa il mercato a danno di tutti i produttori della denominazione.

  28. Sì esatto. Via il 30% di superficie vitata. Indennizzo. E fine. E’ l’unico modo per continuare a mantenere i valori dei marchi e delle proprietà. E parlo nella fattispecie delle DOCG rosse. Per le DOC è necessario forse forse il 50% di espianto.

  29. Caro ag, arrivo un po in ritardo, ma vorrei solo sottolineare che avrei dovuto scrivere che “a seguito della diminuzione dei prezzi la qualità POTREBBE diminuire”. Naturalmente è solo un’ipotesi che sicuramente non avverrà nei vini di qualità già consolidata.
    Seconda cosa, non te la prendere a male, ma spesso non riesco proprio a seguirti…

    • produttori toscani, la fa ag, che é toscano e senese, questa proposta. Prima di dare l’assalto a questo blog, prendetela con lui. Che tra l’altro esprime un concetto – relativo all’eccessiva estensione di molte denominazioni, decisa, per la serie “ti ho sposato per allegria”, in preda ad un entusiasmo un po’ miope e senza capacità strategiche – che largamente condivido. Ma non vedo, passando dalle idee alla pratica, come si possa realizzare, in concreto, quanto ag sostiene…

  30. Franco sai come me e come tanti altri qui che la (ri)nascita del vino italiano (inteso come movimento) è figlia della terribile tragedia del metanolo e della successiva misura del set aside volta all’espianto. Un esempio che viene dal passato (anche abbastanza efficace a giudicare dai risultati) quindi lo abbiamo. Impariamo da quello riadattiamolo a tempi sicuramente diversi.
    Ciao Paolo, quello che intendevo è che se un grande vino costa in un ristorante di nome 19 € significa che si può fare grande qualità e profitto a costi e prezzi concorrenziali. Per tutti. Per il produttore, per il ristoratore, per il cliente. Tutto qui.

  31. Sicuramente è possibile fare grande qualità con pochi mezzi, ma solo per pochi virtuosi. La maggior parte delle case vinicole deve impiegare enormi mezzi di marketing, che personalmente ripudio poichè il consumatore paga questi costi aggiunti, per poter vendere il prodotto.
    La mia riflessione si basa sul fatto che molte aziende produttrici potrebbero cercare il risparmio, per continuare a vendere a prezzi ribassati, sugli addetti in vigna e in cantina. In parole povere i licenziamenti alla produzione.
    D’altra parte anche chi conferisce uve o vini alle aziende, costretto a resistere con pochi euro al ql, potrebbe risparmiare eliminando tante piccole attenzioni (“tanto ‘un costa più nulla”), che potrebbero influenzare notevolmente la qualità media.
    Per cui dico: ben venga la riduzione dei prezzi se questa riduzione proviene da un risparmio di marketing, risparmio sulla bottiglia di vetro pesante o su tutti i valori aggiunti, ma attenzione ai risparmi quando questi vengono dalla fonte, cioè alla produzione (è risaputo che il vino buono si fa in primis vigna…).

  32. Buongiorno.
    Mi sorprende un po’ l’essere ancora intero e non ridotto a un cumulo di cenere……
    Paolo hai toccato il nocciolo del problema: è proprio la qualità media che ne risentirà riducendo con somma lungimiranza le cure in vigneto e in cantina. Questo comporterà che i “grandi” pagheranno ancora meno le partite di scarsa qualità innescando una spirale al ribasso catastrofica. La riduzione DRASTICA della produzione è l’unica soluzione.
    Una cosa non capisco: ma il termine marketing come mai suscita tanto sdegno in te come in altri partecipanti a questo blog? Se uno nella vita decide di fare l’imprenditore, credo lo faccia di sua propria scelta, non mi risulta a nessuno venga puntata un’arma addosso, no? Imprenditore e marketing non sono forse sinonimi nella pratica?
    Buona giornata.

  33. Forse secondo lei dopo aver coordinato le risorse finanziarie, tecniche e umane dell’azienda, si va a casa senza preoccuparsi di quello che si è fatto?

  34. Non sinonimi, ma se uno fa l’imprenditore e non ha gli strumenti per stare sul mercato, è un imprenditore un po’ anomalo.

    A proposito di marketing: ho notato che ogni volta che si parla di “Brunello” si scatenano gli interventi; immagino anche gli accessi al blog?

    Mi pare un segnale formidabile – positivo, in tutte le accezioni che può avere quest’aggettivo – di cui terrei conto, se fossi un produttore.

    • il Brunello è sicuramente un argomento che “tira” e cattura molte attenzioni ma é tutto Vino al Vino che cresce, come dimostra il fatto che nel mese di settembre le visite sono ulteriormente cresciute del 25%. Insomma, viene letto sia che si parli di Brunellogate, che di Barolo, di vini del Sud o di conflitti di interesse nel mondo del vino.

  35. Molto onore, molti nemici, Franco, come d’altronde hai potuto constatare in diverse occasioni. Anche se poi gli stessi nemici “portano acqua” al tuo mulino, bontà loro, (s)parlando di Vino al Vino ma facendogli comunque pubblicità…
    E’ vero che alcuni argomenti in particolare raccolgono in poco tempo una valanga di commenti, ma esorto Franco a continuare sulla strada della divulgazione anche di argomenti, vini e realtà forse non sempre altrettanto “attraenti” per i commentatori, ma sicuramente per i lettori, come me, che apprezzano e vogliono conoscere un po’ di tutto.

  36. Sradicare? Esprimo la mia semplice opinione: sradicare o abbandono di parte delle vigne sarà il risultato finale.
    Banalmente, la storia economica recente o meno recente insegna che i settori in voga, che fanno profitto o per cui ci siano attese di profitto attraggono nuovi operatori economici. A livello nazionale si puo’ ricordare il boom delle società di leasing, dei venditori multimarche di auto, a livello globale recente il settore immobiliare, il settore hedge funds e il vino, per motivi diversi. E per motivi diversi, il settore, che giunge alla sua maturazione, per un evento esogeno, se nulla o poco è davvero cambiato stabilmente nel modo di comportarsi del consumatore, elimina chi economicamente non può sopravvivere, quando i profitti non superano i costi. E cosi, come è avvenuto nel passato, per riequilibrare l’offerta alcune vigne verranno abbandonate (come negli anni passati è avvenuto in Valtellina, ad es.)

  37. L’imprenditore è sempre esistito nella storia ed è una persona fisica, o una società di persone o di capitali. Il marketing è cosa ben più recente ed è, sostanzialmente, una tecnica. Può esistere l’imprenditore senza il marketing non può esistere il contrario. Dunque i due termini non possono essere sinonimi.
    Detto questo, ag legittimamente si chiede perché il termine marketing “suscita tanto sdegno”. Per quanto mi riguarda non ho nessun problema col marketing. Ma se una economia, qualsiasi economia, investe più in marketing che in ricerca e sviluppo credo che sia una economia morente. Poiché questo accade anche nel vino, credo che qualche preoccupazione sia legittimo averla. Una questione va, però, chiarita: la commercializzazione è cosa ben distinta dal marketing. Si può tranquillamente vendere un prodotto senza fare marketing. Soprattutto se il prodotto in questione è una bottiglia di vino.

  38. Buonasera.
    Signor Dottori, mi permetta un pensiero di pura presunzione. Lei ha un concetto del termine imprenditore tutto suo. La definizione data dal codice civile (che ho citato sopra) parla chiaro: il fine dell’azienda è lo scambio di beni e servizi.
    Se un’azienda produce beni o servizi di qualità tecnica scadente o in quantità eccessiva, l’imprenditore compie un errore.
    Se i clienti scelgono un’altro produttore dello stesso bene (concorrente) perchè il prezzo che io pratico è troppo alto o troppo basso, l’imprenditore compie un errore.
    Se i clienti scelgono un’altro produttore perchè non trovano il bene che io produco, l’imprenditore compie un errore.
    Se i clienti scelgono un’altro produttore perchè lui è percepito migliore di me, l’imprenditore compie un errore.
    Questo è il marketing, questa è la concorrenza, questa è quella entità chiamata mercato, signor Dottori. L’esserne parte, cioè essere imprenditore, significa fare marketing. Il non fare marketing, il non confrontarsi con i concorrenti e i clienti significa fare un’altro lavoro. Oppure, come ho scritto altrove a proposito di suoi colleghi, fare marketing al contrario.
    E mi permetta un’ulteriore nota: non è un successo far scegliere una volta i propri prodotti, il successo imprenditoriale è farsi scegliere, scegliere e scegliere ancora……..

  39. Ag, sei lo stesso ag che poco piu’ sopra lamentava l’assenza di liberta’, di liberismo e di libertarismo negli interventi di alcuni definiti “deus ex machina”? Concetti come quello dell’espianto coatto mi sembrano appartenere a ben altro che il pensiero liberoscambista. Siamo invece coerentemente libertari e speriamo (con notevole dose d’ottimismo, devo riconoscere) che il sistema delle denominazioni sappia autoregolarsi si’ alla riduzione delle superfici vitate, si’ alla selezione di queste, ma tramite meccanismi virtuosi che agiscono spontaneamente. Sarebbe sufficiente fare una zonazione degna di questo nome e ovviamente rendere pubblici e trasparenti i dati degli albi vigneti, dei fascicoli aziendali (che non si capisce in nome di quale “privacy” sono assolutamente riservati). A quel punto e’ difficile che non si crei una segmentazione delle valutazioni che dovrebbe (dovrebbe…) portare alla scomparsa spontanea di certi capo d’opera ammirabili lungo i borri, in non pochi appezzamenti di fondovalle.

    A proposito del “Marketing”: non capisco per quale motivo il concetto e’ generalmente circondato di un’aura negativa come se fosse una tecnica di persuasione piu’ o meno occulta, un sottostrumento da piazzisti. Marketing e’ la disciplina che si occupa della domanda fondamentale “per quale motivo il mondo dovrebbe interessarsi a me e al mio prodotto?”, la quale porta con se’ le domandine complementari “chi (e quanto, e perche’) realmente e’ interessato ad esso?”, “come faccio a entrare in relazione con costoro?”, eccetera. Tutte domande che mi sembra piu’ che sano, direi quasi doveroso, porsi e cui cercare di rispondere. O e’ forse mai esistita un’industria umana che si e’ potuta permettere (in modo duraturo) di snobbare il problema di soddisfare dei bisogni reali di qualcuno realmente esistente?

  40. @Silvana Biasutti
    Lo ignoro. So che in enoteca dopo l’uscita dell’articolo sul Corsera almeno due clienti sono venuti a cercare il Brunello Biondi Santi scontato. Ovviamente sono poi le enoteche che passano per ladri, no?
    Il fatto è che dall’articolo che trattave dell’export, si evinceva abbastanza chiaramente che si trattava di riduzioni di listino per il mercato estero. Ma la percezione comune è stata: Bioondi Santi ha abbassato i prezzi. Tant’è che anche tutti i commenti (che si presume siano fatti da lettori avveduti la cui cultura è superiore alla media dei consumatori) su questo post hanno dato per assodato che la riduzione fosse generale e quindi com- prendesse anche l’Italia. E’ normale che un consumatore dopo aver letto l’articolo pensi che in enoteca lo avrebbe trovato meno costoso di una settimana prima.
    Se questo sia un autogol o una straordianria e lucida iniziativa lasciamo il giudizio agli altri.

  41. Evito volutamente di replicare ad ag e Filippo Cintolesi. Sulla questione si potrebbero citare Schumpeter, Marcuse e lo stesso Mario Soldati (pensando specificatamente al settore del vino). Lasciamo perdere, che di lezioni e di professori ne abbiamo avuti abbastanza in gioventù… Credo, però, che se esiste davvero una sensazione negativa sul marketing una ragione ci debba essere e sarebbe più onesto capirne di più.

  42. A me sembra che “la sensazione negativa” relativa al marketing esista solo presso i “cugini di campagna”, e che pervenga agli …onori di una discussione sul tema in tempi in cui il mercato del vino viene infine percepepito come tale.
    O, in altre parole, quando il vino cessa di essere VINO e ha inizio l’insieme di fenomeni tali per cui sotto l’ombrello VINO maturano e si segmentano fasce, nicchie, marchi, èlites, miti, desideri.
    Chi ha lavorato tra detersivi e cosmetici, merendine e soft drinks, Nutella e auto, sa bene di che si tratta.
    Superovvio che – anche nel mondo/vino – il marketing (interpretato in modo ‘istintivo’ o ‘scientifico’) è indispensabile per stare sul mercato. Anche se al marketing non si può chiedere di forzare le macro tendenze (tipo vender salami a chi non può mangiare maiale, e simili); esso però è l’insieme di conoscenze, esperienze e regole, indispensabile per aprire nuovi mercati e inventare prodotti…
    A me hanno insegnato che la prima domanda a cui bisogna saper rispondere è:
    “il mio prodotto può essere ‘desiderabile’?”; poi arrivano tutte le altre, come @Cintolesi scrive, qui sopra…(e qual è il target, e dov’è, e quanto costa raggiungerlo?, cos’è e quanto vale per lui il mio prodotto?), per finire con la domanda cruciale: “tutto ciò, economicamente, ha un senso?”.

    Ma la parola “Marketing”, ai tempi della pubblicità (prima del tempo della comunicazione!), già faceva schifo a quelli di sinistra, con l’esclusione di quelli di sinistra che lavoravano in pubblicità.
    Dispiaceva, allora, anche ai giornalisti che affermavano (alcuni continuano a farlo) di ‘fare della comunicazione’, anziché occuparsi di fare dell’informazione, dando conto dei fatti e aggiungendo ad essi commenti e opinioni.
    Mentre la comunicazione (di prodotto)ha un’accezione squisitamente
    promozionale.
    La diversità è evidente.
    L’informazione può (deve)riportare anche aspetti di critica e ha (dovrebbe avere) come obiettivo la verità (e non piace al potere proprio per questo).
    La comunicazione invece è sempre a pagamento e ha come obiettivo l’affermazione del prodotto, il fatturato,il successo.

  43. Questo post sta attirando notevoli riflesioni. A questo punto però vorrei sottolineare il mio parere sul marketing, con semplici parole. Il marketing, per tutti i valori che elenca ag, è sicuramente un fatto necessario e positivo.
    Il marketing però, nel nostro mondo, rappresenta spesso un mezzo utilizzato in modo abnorme. Gli investimenti nel marketing, secondo me, spesso rappresentano la fetta maggiore delle spese per produrre un determinato bene, in questo caso parliamo di vino. E’ giusto? Consideriamo che queste spese sono sempre finanziate dai consumatori quando comparano il bene. Quindi il marketing eccessivo, prevalente per i costi nei confronti della produzione, non è un fatto positivo per il consumatore.

  44. O’ MIRACOLO!!!! addirittura due argomenti nei quali andiamo d’accordo, Filippo….. che succede?
    La mia, sopra, ovviamente era una provocazione, per vedere le reazioni dei produttori di fronte al problema della sovraproduzione e quali soluzioni avreste potuto suggerire.
    Signor Dottori, il suo marketing è andare contro il marketing. E’ una strategia. Glielo ho già detto: si trova in molti libri sull’argomento. Non provochi inutilmente.

  45. Caro corrado dottori, che fa? Replica o non replica? Le va di farlo ma non le va di sostenere la discussione conseguente, mi par di capire. Sulla questione che fa? cita oppure non cita Schumpeter, Marcuse e lo stesso Mario Soldati? Li cita, eccome, ma obliquamente in modo che neppure i tre succitati potrebbero argomentare a pro delle loro stesse tesi, irriconoscibili.
    Spiace constatare il cattivo rapporto che in gioventu’ lei deve aver maturato con lezioni e professori. Io, se lei desidera, una qualche idea sul perche’ “esiste davvero” (ma presso chi? questo e’ il punto, da lei evaso) una sensazione negativa sul marketing gliela suggerisco e proprio in nome di quella onesta’ (presumo intellettuale) che lei stesso evoca: tale sensazione negativa alberga nell’animo nelle persone superficiali vittime di altri superficiali (ovvero di disonesti intellettuali) che per dirla con Nanni Moretti parlano male perche’ pensano male, persone cioe’ abituate non al ragionamento che cerca di andare al fondo delle cose, ma all’abuso di linguaggio, alla frase flash, d’effetto, tuttavia vuota di significato reale, e anche meglio se essa e’ condita di velato disprezzo, tanto gratuito quanto appunto superficiale, verso qualcosa o qualcuno contro cui istigare l’acredine delle folle: sia questo qualcosa il marketing, le lezioni o i professori.

  46. Mi scuso con Franco – se non pubblicherà questo mio noioso commento gli darò pure ragione – ma di fronte a certe esagerazioni resto francamente sbigottito e qualche parola devo a questo punto dirla. Chi ha letto l’intero scambio può facilmente notare come il sottoscritto ha scritto un commento assolutamente tranquillo ed è il signor ag che ha iniziato a provocare, oltretutto con argomenti decisamente folli come lo “sradicamento coatto” o la sinonimia tra “imprenditore” e “marketing”, vera e propria bestemmia economica. Resto poi basito di fronte all’ultimo messaggio di Cintolesi che mi pare un attacco personale gratuito.
    Detto questo, vengo al punto. Personalmente non ho nulla contro il marketing in generale. Trovo superficiale, e questo me lo dovete concedere, ridurre quello che è stato chiamato “sdegno” o “sensazione negativa” alle solite lamentele o al trito bagaglio culturale di quattro gatti di una sinistra oramai extra-parlamentare e logora. E non credo che riportare semplicistiche definizioni di mercato, marketing o concorrenza agevoli le spiegazioni.
    Io penso, ad esempio, che l’eccesso di marketing sia una delle cifre costitutive dell’economia del nostro tempo. Una economia (e dunque degli imprenditori) che ha un tasso di innovazione decisamente inferiore rispetto al passato e, dunque, necessita per sopravvivere di dosi sempre più massicce di doping immaginifico e comunicativo, magari condito di qualche scosciatura, non solo per soddisfare bisogni ma anche per crearne di nuovi (e spesso inutili). Non a caso, il marketing non è pratica innata nell’uomo come qui si vuol far credere, ma una scienza nata negli anni cinquanta/sessanta quando iniziava la produzione di massa di beni e servizi e si dovevano sviluppare strategie per vendere prodotti “di massa”. Il marketing nasce per vendere detersivi, prodotti sostanzialmente uguali dal punto di vista del prodotto, ma su cui bisognava creare “immagini commerciali” differenti. Il marketing si è poi evoluto e raffinato negli anni ma è evidente che risulta maggiormente necessario laddove minore è la competizione sul prodotto e maggiori sono i mercati di riferimento. Ma queste – si dirà – sono opinioni.
    Veniamo ai fatti, allora. Questi, ci dicono, per esempio che da quasi trenta anni le industrie farmaceutiche non innovano più. Usiamo da trenta anni, cioé gli stessi principi attivi che cambiano semplicemente nome commerciale (e pubblicità). Se si guardano i bilanci delle aziende farmaceutiche si scopre che esse investono cifre enormemente superiori in marketing che in ricerca e sviluppo. Parliamo di un settore cruciale per la vita dei cittadini-consumatori nonché di un settore che dovrebbe essere ad alto contenuto tecnico-scientifico. La situazione è talmente grave che alcune istituzioni (l’agenzia del farmaco, non la Comune di Parigi del 1848) si muovono per tassare le spese di marketing delle multinazionali per creare fondi indipendenti per la ricerca. Mi spiego? Peraltro quando un imprenditore smette di innovare, secondo Schumpeter, smette di svolgere la funzione imprenditoriale. E poiché smette di innovare perchè fa investimenti non più sul prodotto ma sulla immagine percepita di quel prodotto, si arriva, in questo caso, addirittura alla probabile antinomia fra i concetti di “marketing” e di “imprenditore”. Questo solo per dire che gli investimenti in marketing e comunicazione non fan parte della gestione caratteristica di una impresa.
    Avendo nella mia vita precedente bazzicato un pò il settore bancario-finanziario posso a ragione affermare che anche le banche investono oggi una larghissima parte dei propri budgets per fare marketing (oltre che speculazioni finanziarie ai danni degli stessi cittadini-consumatori di cui sopra). Se questo sia un bene lo lascio decidere alla vostra sensibilità. Vogliamo vedere altri settori? Vogliamo approfondire che cosa stia diventando la nostra società grazie agli sforzi profusi nel marketing delle aziende di telefonia mobile? Credo che possiamo farne a meno.
    Qui non si tratta di chiedersi, un pò ingenuamente “per quale motivo il mondo dovrebbe interessarsi a me e al mio prodotto?”. Qui si tratta di ammettere, senza essere sdegnati ma con realismo, che viviamo in una economia quotidianamente distorta dall’eccesso di comunicazione, e che i nuovi prodotti non si creano col marketing ma con la creatività, la ricerca, la tecnologia, l’innovazione. Il marketing è uno strumento come un altro. E’ il cattivo marketing, così come il suo abuso, che sviluppano l’idea che la qualità, l’innovazione, i processi produttivi, l’economia reale non siano più “rilevanti”. E’ l’eccesso di marketing, la sua idolatria, che rende possibile l’assunzione di Corona come testimonial di una casa vinicola.
    Veniamo al vino, dunque. Vengo da una regione dove il principale vino è ancora oggi conosciuto più per una operazione di marketing (la famosa anfora) che per la qualità del vino in questione. Vi assicuro, da produttore, che questo fatto, dopo una iniziale euforia, ha solo creato danni di immagine a quel vino. L’intero Vino al Vino di Soldati, cui questo blog deve il nome, è una splendida elegia contro un certo modo di intendere il mercato del vino. Perché? Perché il vino di qualità non ha bisogno di marketing. O, perlomeno, di eccessi di marketing. Non è un prodotto di massa, inteso nel senso del consumismo. Non è un prodotto omogeneo. E’ naturalmente differenziato e segmentato. E’ facilmente comunicabile, da questo punto di vista. Si sono rese necessarie politiche di marketing quando si è cominciato a renderlo omogeneo per fare vini standardizzati, che è esattamente quello che in questo blog generalmente si contesta. Vini sempre più simili ed omogenei necessitano di marketing sempre più aggressivi. E’ questa la nostra strada? Vini di territorio hanno tutto al più bisogno di marketing territoriale e politiche di promozione culturale ed informazione, ma questo non lo possono fare le singole aziende, dovrebbero farlo i Consorzi, le Camere di Commercio, le Enoteche regionali.
    Concludo questo commento ricollegandomi al primo che ho postato, anche perché il prezzo di Franco era sul calo dei prezzi di Biondi Santi (peraltro smentito, a quanto pare). Il concetto che dovrebbe passare, a mio avviso, è che vi dovrebbe sempre essere un legame fra costi di produzione, prezzo delle uve e prezzo dei vini, perlomeno per quelle tipologie di vino che non fanno parte delle “mitologie”. Se ciò non accade significa che ci si è spinti troppo oltre nel posizionamento del prodotto e che il prezzo è un cattivo indicatore della qualità intrinseca. Si è fatto cattivo marketing e si dovranno rivedere i prezzi. Questo se una economia è sana, e la nostra apparentemente non lo è. E’ evidente, altresì, che tale ragionamento non si applica alle “leggende”, vini che godono di naturali rendite di posizione, per motivi storici o culturali o territoriali, e che, dunque, come già diceva Marx nei manoscritti, sono fuori dai normali meccanismi del mercato.

  47. Signor Dottori, ovviamente non sono d’accordo con niente di quello che ha scritto, tantomeno quel deplorevole sentimento di fondo che anima le sue parole.

  48. ag, anche se non sei daccordo con Corrado Dottori, prova almeno a non offendere usando brutte parole tipo “deplorevole sentimento”. La tua è solo un’aggressione, prova a rispondere con cognizione e basta.

  49. Aritanga con l'”attacco personale gratuito”… lamentato poi da chi, con scarsa educazione (come minimo), se ne esce con un “evito volutamente di replicare a […] Filippo Cintolesi” salvo poi lasciar intendere che “potrebbe” citare fior di auctoritates, ma non lo fa. Potevo fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco di manipoli. Potevo, ma non ho fatto, almeno per il momento, eccetera.
    Proprio un bello stile di discussione, non c’e’ che dire.

    Preciso che io non ho mai detto ne’ cercato di far intendere che il marketing sia pratica “innata” del genere umano. E’ semplicemente una pratica (pratica, appunto, e non disciplina) antica quanto il vivere economico (ossia il vivere diverso dal soddisfacimento diretto e immediato delle proprie personali esigenze). La sua sistematizzazione come disciplina consapevole e’ un altro discorso.
    La domanda da Dottori ritenuta “ingenua”, e’ in realta’ una mia resa volutamente naive di tutto un complesso di questioni che e’ inevitabile porsi nel momento in cui ci si mette a produrre qualcosa (si produce quel che si vende, non si vende quel che si produce).
    A parte questa annotazione mi limito ad osservare che Dottori critica il marketing senza potersi esimere dal praticarlo: e’ come minimo paradossale affermare che “il vino di qualità non ha bisogno di marketing” e giustificare questa affermazione con quella che altro non e’ se non un’analisi di pretto marketing: “Non è un prodotto di massa, inteso nel senso del consumismo. Non è un prodotto omogeneo. E’ naturalmente differenziato e segmentato. E’ facilmente comunicabile, da questo punto di vista.” QUESTO, caro Dottori, e’ marketing, questi sono i discorsi che si fanno quando si conduce un’analisi di marketing.
    Non sara’ che si sta confondendo “marketing” con una sua componente, peraltro concettualmente minoritaria nel complesso dell’edificio del marketing? Che si confonde cioe’ “marketing” con “promozione”, “advertising” e simili?

  50. Come dimostra la coincidentia oppositorum (inaspettata lo ammetto ma ben concreta in questo caso) tra me e Filippo Cintolesi (ma anche con te), se si ha voglia di confontarsi serenamente senza barriere, due interlocutori possono capirsi nonostante la notevole distanza.
    Se al contrario, si continua a fuggire il confronto aperto (e certe parole lo dimostrano), dato che non considero il signor Dottori uno stupido, ho (magari sbagliando) attribuito la responsabilità della ritrosia che continua a mostrare a fattori non fisilogici. Tutto qui.

  51. Immagino che ag si riferisca alla divergenza sull’espianto coatto. Continuo a chiedermi come possa conciliare una simile misura con il pensiero libertarian che sembra caldeggiare.

  52. Infatti, ag, mi erano totalmente sfuggiti due o tre post, sia il tuo in cui spiegavi che l’espianto coatto era una provocazione, sia quello di Silvana Biasutti che sostanzialmente diceva (meglio) quello che poi ho ripetuto inconsapevolmente io. Giurerei che nella lista di commenti cui avevo replicato originariamente, non ci fossero; ma meglio evitare eccessive sicurezze, per cui mi s cuso della disattenzione.
    A questo punto, ag, mi resta solo da chiederti di quali oppositorum registri su questo argomento la da te inaspettata coincidentia.

  53. Infatti avevo già gridato al miracolo (sopra), per fortuna c’è rimasto il buon Dottori a fare l’eccezione (è una battuta non se ne abbia a male).
    Guarda, sull’onda di questa “rivelazione” potrei proporre un incontro quando passi in città.
    A proposito com’è andata la vendemmia?

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