Nuove mode vinose: sparare su Wine Spectator. Calci dell’asino e rapide giravolte

Diciamolo francamente, se fossi nei panni di Wine Spectator comincerei a preoccuparmi. Tira un’arietta strana sulla stampa italiana nei confronti di quella che una volta veniva sussiegosamente chiamata, leggete ad esempio qui, poi qui e poi ancora qui, la “Bibbia del vino”. Roba da indurre a bestemmiare anche l’enoappassionato più pio…
Da qualche tempo, e non solo da parte di quel provocatore del sottoscritto, che le bizzarrie della rivista edita dalla Marvin Shanken communications ha messo alla berlina, in totale solitudine, già anni orsono, nel Paese che forse più di qualsiasi altro si era messo in mostra nell’esercizio di prendere per oro colato e sacro Verbo gli stravaganti vaticini, i punteggi, le predilezioni e gli “sgradimenti” espressi dalla rivista e dal suo mitico editor, quel fenomeno del Giacomino Suckling, il consenso su cui WS poteva contare, soprattutto da parte dei produttori, mostra pericolosamente qualche incrinatura.
Ultimo episodio di questa progressiva disaffezione (o vogliamo chiamarla piuttosto risveglio e riconquista di un sano senso critico?) verso la rivista che prima della crisi aveva l’indubbio potere, con un punteggio di 95/100 elargito generosamente ad un vino, di condizionare il mercato americano e di rendere una notorietà un produttore che sino al giorno prima era uno sconosciuto, è un articolo, pubblicato la scorsa settimana sul celebre news magazine Panorama, che già dal titolo dimostra inattese velleità bellicose, visto che si legge “ Il vino dà alla testa ai critici americani … Polemiche ad alta gradazione. “Wine spectator”, il mensile Usa per cultori del buon bere, fa una classifica con tante pecche e molte assenze”.
Intendiamoci, non si sta parlando della super discussa e spesso burlesca classifica di fine anno, quella dei Top 100, che ad ogni uscita ci regala momenti di sana comicità e qualche, sempre più rara peraltro, incazzatura, bensì di un’altra specialità e occasione di business (visto che ogni partecipante versa 250 dollari per prendervi parte) per Wine Spectator, precisamente il Restaurant Awards, il premio insindacabile conferito ai ristoranti “wine friendly”, ossia quelli che teoricamente dovrebbero essere dotati delle migliori cantine.
Autrice dell’articolo sulla classifica delle migliori cantine italiane fatta dalla sopravvalutata Wine Spectator, corredato di contro classifica di Panorama, non è una giornalista del vino, ma un volto abbastanza noto della televisione, ovvero quella Fiammetta Fadda che oltre ad essere “direttore di Grand Gourmet, prestigiosa e raffinata rivista d’alta cucina, e gastro-penna di Panorama” è, come si legge nella presentazione de La7, co-protagonista del programma Chef per un giorno.
Sorprendentemente la Fadda parte all’attacco (si leggano anche il post pubblicato sul blog del Papero giallo ed i commenti)  e nel suo articolo ricorda che Wine spectator, “la rivista di vino più diffusa al mondo” contava “in Italia su un’immagine “già appannata a causa di un infortunio l’anno scorso, quando premiò fra i nuovi ingressi una sedicente Osteria L’intrepido di Milano, locale letteralmente inventato da un burlone”.
E non contenta parla, per l’edizione di quest’anno dei Restaurant Awards, di “una bizzarria: Wine spectator segnala la Taverna Banfi di Montalcino, le cui rastrelliere contengono soltanto bottiglie prodotte da Banfi: davvero sono in grado da sole di fare grande una cantina? Resiste tuttavia una forte sudditanza psicologica nei confronti di questa rivista soprattutto da parte dei produttori, i quali farebbero carte false per ottenere punteggi lusinghieri. La stravaganza dei giudizi sui ristoranti prosegue fra vecchie glorie, inspiegabili nuovi ingressi e clamorose assenze”.

Il che, aggiunto ad altri giudizi molto netti e tranchant, tipo “le scelte di “Wine spectator” sembrano costruite solo sulla base del numero delle etichette e delle bottiglie in cantina, con un telegrafìco riferimento alle tipologie dei vini e una generica valutazione dei prezzi. Manca nei fatti, per i ristoranti italiani, una chiave di lettura plausibile sui criteri con i quali si giudica una cantina di qualità. Innanzitutto non un elenco di etichette che fanno scena, ma una selezione ragionata per tipologie e denominazioni dei vini. Poi la corrispondenza tra ciò che è scritto nella carta e ciò che effettivamente c’è in cantina”, fa pensare ad una vera e propria condanna, da parte della giornalista italiana, del premio.
Ben altra musica, quella suonata, con una sorta di calcio dell’asino, o di maramaldeggiamento verso un ex potente ora in difficoltà, dalla Fadda, molto diversa da quella che la stessa rivista che ha ospitato il suo articolo, Panorama, suonava, oltre che per gli interventi, mai negativi verso la rivista americana, del suo “wine columnist”, Bruno Vespa, ad esempio nel gennaio 2003, con questo articolo,  dove si scriveva di “autorevole Wine spectator”, della “certificazione di qualità” conferita agli italiani dalla prestigiosa testata di settore Wine spectator, che a fine 2002 tra le prime 10 etichette del mondo ne ha selezionate tre di Brunello di Montalcino, una delle quali, quella prodotta da Villa Banfi, si è classificata seconda” e dei Top 100 come del “verdetto più atteso dal mondo dell’enologia internazionale” tale da decretare, per l’Italia, “un trionfo: 21 etichette sono entrate nella prestigiosa graduatoria e tre nelle prime dieci. Tre brunelli per l’esattezza: il Castello Banfi al terzo posto, il Pian delle Vigne Antinori al settimo e il Castelgiocondo dei Marchesi de’ Frescobaldi all’ottavo”.
Tutti nomi che, curiosamente, abbiamo trovati citati, in ben altro contesto, lo scorso anno, in occasione dell’ancora non concluso e chiarito scandalo del Brunello…
Ben diversa, la musica, anche dall’articolo di un altro giornalista, più esperto di cibo che di vino, Paolo Marchi, che nel 2001, leggete qui, scriveva, e senza ricorrere a “virgolettati” prendi distanza, di “Wine Spectator, la bibbia del vino, ci ha “rovinato” il Natale:: non appena si è saputo che negli Stati Uniti l’Ornellaia ’98 di Ludovico Antinori è stato eletto vino dell’anno, il suo prezzo è esploso”.
E’ sicuramente giusto che oggi come ieri la stampa italiana e soprattutto i produttori italiani (oltre ad enologi e importatori complici) prendano in qualche modo le distanze e non considerino più “la bibbia” o l’indispensabile punto di riferimento, da blandire e compiacere e ai cui desiderata adeguarsi, per il loro agire.
Ma vedere che anche chi, sino a ieri, aveva celebrato Wine Spectator e mai si era sognato di contestare o mostrare le contraddizioni, i limiti, le assurdità (eufemismo) delle sue scelte, dei vini che premiava e di quelli che invece volutamente ignorava o trattava male, prendersela con questa rivista, fa venire una gran voglia di prenderne le difese, quasi da esclamare, provocatoriamente, con un beau geste un po’ futurista, viva Wine Spectator, lunga vita a James Suckling!

0 pensieri su “Nuove mode vinose: sparare su Wine Spectator. Calci dell’asino e rapide giravolte

  1. E’ di moda infierire su chi è caduto in disgrazia e ha puntato sui vini fatti con la bacchetta magica!!!
    Prendiamo un ampio foglio bianco, una riga nel centro e a destra mettiamo chi ha difeso sempre Wine Spectator e gli assaggi di Giacomino, a sinistra chi ora ne parla male.
    Tranne poche eccezzioni (come lo schietto e capace padrone di casa) i detrattori saranno le stesse persone che prima leccavano a piene mele.
    Bella immagine di coerenza.

  2. I tuoi amici piemontesi staranno pensando “varda mach, belesì che bastian cuntrari”.
    (così ho l’occasione di sottolineare il mio noto polilinguismo..ad usum boccaloni).

  3. Sono abbonato a Wine Spectator on-line da qualche anno, ma il rinnovo 2009 l’ho fatto quasi a malincuore, promettendomi di farla finita nel 2010 a meno di miglioramenti.
    Perche’ sono deluso:
    – mi sembra che la copertura da parte di WS dei vini italiani si stia riducendo; quest’anno ad esempio ho visto parecchio sulla Toscana, un po’ di Piemonte (Barolo 2005) e poco altro. Noto anche che sono piu’ o meno i soliti produttori ad essere recensiti, ad esempio in Toscana. Molta scarsa la copertura dei grandi bianchi campani, giusto per fare un’esempio.
    – la copertura data da Giacomino alla faccenda Brunellogate e’ stata ridicola e faziosa; c’e’ stato un articolo all’inizio (e tutta la stampa italiana e mondiale a dire che Giocomino ha rivelato lo scandalo) e dopo il rinvio a giudizio un articolo veramento nullo dove M. Suck… ha chiesto ai produttori sotto inchiesta ‘ voi ne sapete qualcosa?’ ed ha riportato il commento degli inquisiti ‘noi non ne sappiamo niente’ come oro colato, con una battutina sulla giustizia italiana ‘incomprensibile’ per un americano. Si sono veramente sputtanati con questa cosa.
    Tornando al primo punto (mancanza di copertura) sembra che il vino italiano sia meno di moda negli states, quindi WS se ne fraga un po’.
    Riassumendo ci siamo illusi che WS avesse un approccio globale al vino (equilibrato) ma si sta sempre piu’ rivelando come ‘the US wine magazine of the big producers’.

  4. Molti di voi penso abbiano visto il documentario “Mondovino” dove tra cose abbastanza comiche ce ne sono alcune serie. Delle quali mi ricordo:
    1) Parker che dice di aver imposto il gusto americano nel vino per la serie “noi americani condizioniamo il mercato e quindi voi producete quello che vogliamo noi”
    2) un addetto a una specie di Agenzia delle Entrate di Francia che dice che il contenuto dei vini di Bordeaux è radicalmente cambiato tanto da parlare di contraffazione rispetto alla tradizione (non al disciplinare)
    Piaccia o no WS si inserisce come capofila in questo trend e il fatto che se ne parli certifica la sua potenza e autorevolezza.
    Pur non condividendo la sua filosofia quello che dobbiamo chiederci, poichè dovrebbe starci più a cuore, è: ma le guide italiane agiscono con logiche tanto differenti da WS? Avranno un gusto differente da quello dei taglialegna ma che la logica sia diversa non ci metterei la mano sul fuoco…

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