Rabajà, Premier Cru del Barbaresco e Cortese ne illustra la grandezza

Nessuno penso possa discutere che in una valutazione serena e oggettiva di quelli che si potrebbero considerare i migliori cru (Grand Cru o Premier cru li si voglia chiamare) del Barbaresco, anche dopo che sono state individuate e rese note le “menzioni geografiche aggiuntive”, quello del Rabajà a Barbaresco si possa considerare come uno dei vigneti in assoluto più vocati. Sono in diversi, da Bruno Giacosa a Castello di Verduno, Produttori del Barbaresco, Cascina Luisin (ce ne sono anche altri, con porzioni di vigneto vocatissime, ma visti i vini che ne ottengono, che non mi piacciono assolutamente, non mi va nemmeno di citarli) ad avere il privilegio di avervi piantato Nebbiolo da Barbaresco.

Questo considerando che anche secondo il fondamentale Atlante delle vigne di Langa (I grandi cru del Barolo e del Barbaresco) che resta uno dei più alti risultati messi a segno da Slow Food editore, (lavoro, va detto, ispirato anche ad un precedente studio sul Barbaresco fatto da Alessandro Masnaghetti quando collaborava ancora con Luigi Veronelli) quando si parla di Rabajà si parla del “maestoso cru che si estende con una certa uniformità dal bricco più alto di Barbaresco (311 metri)”, un cru “esposto a sud ovest, tranne la parte che guarda a sud” che rappresenta “uno dei vigneti più noti e celebrati di tutto il Barbaresco”.
Tra le realtà produttive di Barbaresco, una delle realtà più affidabili, per qualità intrinseca, costanza qualitativa, serietà della cantina e prezzi rimasti sempre con i piedi per terra, senza assurdi voli pindarici ed esagerazioni, è, sicuramente, l’azienda Giuseppe Cortese, giunta con Pier Carlo Cortese alla sua terza generazione dopo il nonno Giacomo ed il padre Giuseppe.

Proprietari di otto ettari posti proprio nel cuore del Rabajà, i loro quattro ettari di Rabajà destinati al Barbaresco vantano un’esposizione a sud – sud ovest e un’età variante  tra i 38 anni (impianti del 1971) ed i quasi sessanta. Fino al 1971 le uve del Rabajà venivano vendute e poi dal 1980 è stato imbottigliato regolarmente destinando, ma solo nelle grandi annate, le uve provenienti dalle vieilles vignes alla versione Riserva, che si affina in legno (botti di Rovere di Slavonia ma negli ultimi anni anche legni francesi, con dimensioni variabili tra i 17 ed i 25 ettolitri) da un minimo di 18 mesi per la versione normale a 30, ma anche 40 o addirittura sessanta mesi, seguiti da un paio d’anni in bottiglia, per la riserva.
Un Barbaresco di stile assolutamente tradizionale il loro, di quelli pensati per durare nel tempo, come dimostrano le scelte di vinificazione, che privilegiano fermentazioni e macerazioni lunghe, nell’ordine dei 25-28 giorni, che trovano coronamento e coerente conferma nella scelta dell’affinamento non in barrique, bensì, come già detto, in fusti di medio-grandi dimensioni.

Per avere un’ennesima conferma della grandezza di questo vino e verificare la sua straordinaria evoluzione nel tempo, soprattutto nelle grandi annate, ho chiesto a Pier Carlo Cortese di poter fare una degustazione verticale di un buon numero di millesimi, anche con qualche annetto sulle spalle, di Rabajà. Un’esperienza straordinaria (le annate degustate sono state: 2004, 2003, 2000, 1998, 1997, 1996, 1995,  1989, 1986, 1978, 1971) che ho cercato di raccontare in un ampio articolo – potete leggerlo qui – che ho pubblicato sul sito Internet dell’Associazione Italiana Sommeliers.
Come ho scritto, che dire dopo una verticale del genere, se non esclamare evviva il Barbaresco, evviva il suo Grand Cru Rabajà ed i suoi più degni e fedeli interpreti come i Cortese?

0 pensieri su “Rabajà, Premier Cru del Barbaresco e Cortese ne illustra la grandezza

  1. Premier e Grand Cru sono indicazioni riservate a grandi vini francesi e per l’attribuzione di queste, oltre a ragioni storiche, di terroir etc., vengono nominate apposite commissioni.
    Mi sembra quantomeno improprio adoperarle per vini italiani (anche se grandi.

  2. Grandissimo vigneto, il Rabaja’ e brava la famiglia Cortese!

    Vinificato tradizionalmente (come da Cortese o dai Produttori) ed invecchiato in cantina fresca per una decina d’anni, ci sono pochissimi rossi al mondo che regalano il profumo, l’eleganza, e la sapidita’ di questo vino “Rabaja’.

    Triste, pero, essere “assagiatore” di vini; meglio stappare una bottiglia di Rabaja’, decantarla e gustarla in compagnia, con una bella cena invernale!

    Marco Raimondi (Chicago)

    P.S. Mi ricordo il giovane Pier Carlo, che a circa 10-12 anni (?) gia aiutava il suo papa’ in cantina quando sono andato a prendermi qualche bottiglia 25 anni fa’!

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