Tenuta di Trinoro 2007: per me il più grande dei vini “materici” italiani


Ma guardatela questa terra, guardatelo quel vigneto fitto (anche diecimila piante ettaro) sino all’inverosimile e all’assurdo, quella luce e quel paesaggio unico, che ho cercato di fissare e restituirvi nelle mie fotografie, e ditemi se non si può non rimanere soggiogati, quasi un colpo di fulmine, una rivelazione, sulla via del vino inteso come avventura, una volta che li si incontra!
Parrà strano, non sembrando esistere, in teoria e sulla carta beninteso, nessuna delle condizioni normali per cui io, sostenitore feroce del primato dell’autoctono vitigno, nebbiolista e sangiovista convinto, diffidente verso i vini diventati “cult” in breve tempo e dal prezzo diciamo così decisamente importante e a tre cifre, possa tomber amoureux di vini del genere.
Eppure quella che cercherò di raccontare e che ho già accennato in un altro post che ha sorprendentemente fatto un po’ di rumore, è la storia di un innamoramento a prima visita, l’unica che ho sinora fatto, ma altre seguiranno, ne sono certo, in quel posto speciale, magico, che è la Tenuta di Trinoro letteralmente “inventata” dal barone Andrea Franchetti in quel di Sarteano, altopiano situato tra la Val d’Orcia e la Valdichiana.
Ho detto inventata, perché sino al 1992, quando Franchetti, dopo aver girato il mondo ed essersela sicuramente spassata (benestante, nobile, uso di mondo, amico di molti amici, educato al culto della bellezza e dell’eleganza, come non ha potuto non godersela!), decise che proprio qui avrebbe costruito la sua Tenuta e estratto dal cappello del mago e dalla sua fantasia/intuizione un terroir di pregio che non esisteva se non nella sua mente, in queste colline solitamente frequentate da pastori sardi, da pecore e capre, di vigneti non ce n’era manco l’ombra. Nada de nada.
Eppure quest’uomo di grande coraggio, questo utopista alla ricerca di una sua idea di vino che potesse in qualche modo non impallidire al confronto con i grandi bordolesi e con i Riesling tedeschi ed i Bourgogne che fanno bella mostra nella sua (appetitosissima) cantina personale e che ama sopra ogni altro vino, rifiutò di far propria la conclusione, cui sarebbero normalmente arrivati gli altri (i non utopisti, i travet del far vino, i calcolatori e quelli che per vinificare si affidano ai wine wizard e ai tanti stregoni che ancora infestano le cantine italiane), secondo la quale se nessuno aveva mai piantato vigna prima non si potesse ottenere del buon vino.
E piantando per intuizione, anzi “per euforia”, come oggi ricorda sorridendo, si mise a piantare un po’ di tutto, a mettere alla prova, introducendo ogni anno nuovi impianti, e varietà assolutamente stravaganti (anche il frusinate Cesanese del Piglio, la pugliese Uva di Troia, ma anche Picolit  Moscato, Sauvignon e Petit Verdot) la risposta di quella terra speciale all’abbraccio con l’uva destinata a diventare vino, con sesti d’impianto diversi, con uno spirito di aperta e lucidamente folle sfida.
Questo con la consapevolezza del grande calore che regna in questa landa, del 40 per cento di componente argillosa nel terreno, della scarsità di acqua, del fatto che una persona normale non si sarebbe messa a fare vini che volevano essere grandi vini e costare come tali qui, a Sarteano, ma come hanno fatto in tanti (troppi) e con scelte spesso banali, a Bolgheri oppure in quella Bengodi che è stata sino all’altro ieri Montalcino.
Il risultato è che oggi Franchetti è diventato, con Trinoro e con l’altra azienda gemella che ha costruito, con pari fantasia e lucida follia, ma con basi più solide, sull’Etna, a Passopisciaro, un personaggio di cui si parla, inserito a pieno titolo, nella variopinta mappa dei produttori di vino italiani nel girone di quelli più discussi, quelli che o li si ama o si rifiuta sdegnosamente di averci anche lontanamente a che fare.

Sino allo scorso 22 luglio, quando mi sono deciso anch’io, per curiosità, perché spinto a farlo dalle sollecitazioni di una persona speciale alla quale a Trinoro dovrebbero dedicare un monumento, quella Erika Ribaldi che sino a pochi giorni è stata fa responsabile export nonché dea ex machina della Tenuta, di spingermi sino a Sarteano, ero convinto, condizionato da un insoddisfacente assaggio del vino principale fatto qualche anno fa, di far parte della seconda fazione.
Ora, con una scelta un misto tra razionale ed emozionale, tra istintiva e un pizzico provocatoria, mi sento di dover riconoscere che mi sbagliavo. Che non disponevo degli elementi necessari, innanzitutto l’essere stato in loco, l’aver capito in quale posto speciale mi trovassi, per poter giudicare.
Certo, i vini sono ancora quella cosa filosoficamente lontana, sarei quasi tentato di scrivere agli antipodi, da quel mio ideale “platonico” di vino, espressione fedele di un territorio, di un antico legame tra quella terra e un determinato tipo di uva che ivi si è lungamente ambientata sino a diventarne l’emblema, rappresentato dai Nebbiolo di Langa (Barolo e Barbaresco, ovviamente nelle espressioni più classiche e non inquinati da elementi di modernità e stravaganza) e dai migliore Sangiovese di Montalcino. E all’estero dal Pinot noir della Bourgogne, dal Riesling tedesco, dalla Syrah delle Cotes du Rhone, dal Chenin blanc del Vouvray, dall’Albariño della Galizia, dal Gewürztraminer alsaziano, che costituiscono altrettanti casi di vitigni e vini identitari simbolo di un mariage perfetto tra terroir e vite.
Certo, sia il secondo vino, Le Cupole, un mix di 40% Cabernet Franc, 22% Cabernet Sauvignon, 30% Merlot, 8% Petit Verdot (85 mila bottiglie nell’edizione 2007) che il Tenuta di Trinoro, nella sua versione 2007 calibrato assemblaggio di 40% Cabernet Franc, 30% Merlot, 20% Cabernet Sauvignon e 10% Petit Verdot di cui si sono ricavate circa 9000 bottiglie, sono vini che denotano una particolarissima idea di eleganza assai lontana, lo so bene, da quei “fine wines” che costituiscono l’oggetto del mio privilegio. Eppure…
Eppure, dopo aver camminato le vigne come diceva Veronelli, aver girato godendomi il panorama e quella luce, dopo essere rimasto abbacinato dallo spettacolo, sì, un vero spettacolo, dei vigneti, 20 ettari oggi, una parte non vendemmiati, perché Franchetti non ha perso il gusto delle sperimentazioni e quando si accorge che una parcella di vigneto non dà i risultati desiderati non provvede nemmeno a raccogliere le uve e dopo un po’ reinnesta, dopo aver visitato la cantina, semplice, razionale, minimale, con tante barrique naturalmente, (ma dove il vino sosta da 7 ad un massimo di nove mesi) ma anche botti grandi e vasche di cemento (oh yes), ho dovuto giocoforza, e senza tante difficoltà, sgombrare la mente dai pregiudizi e ho lasciato che fossero i bicchieri a parlare.
E la prova assaggio a dire se quei due 2007, le Cupole ed il Tenuta di Trinoro, fossero in grado di parlarmi al cuore e alla mente come avevano fatto il paesaggio, lo spirito del luogo, la personalità, schiva, scevra da protagonisti e arroganze (quanti altri nobili attivi nel mondo del vino se la tirano invece, anche se producono, affidandoli ai soliti consulenti da vini in batteria, emerite schifezzuole!) del barone Franchetti, che non vuole essere chiamato barone, ma Signor Franchetti e basta.
Prima, benissimo disposto dall’assaggio del Sicilia bianco Guardiola, è stata la volta delle Cupole, con la sua incredibile intensità di colore, quasi plastico, stratiforme nel bicchiere ma vivo e scattante, con i suoi profumi di crème de cassis, macchia mediterranea, terra, e soprattutto succoso, pieno, di ampia struttura e soddisfazione al gusto, ma dotato di un suo nerbo che emergeva come un nocciolo dalla polpa carnosa del frutto.
E poi mi è arrivato in tavola il Tenuta di Trinoro, non ricordo più nemmeno abbinato a che cosa (i vini li abbiamo de-gustati a pranzo), ma era un piatto di carne gustosa, ma non un’inutile ricercatezza, una cosa buona (pollo o coniglio mi sembra o forse era della carne alla griglia) che sarebbe piacevole mangiare tutti i giorni.
Ancora più buona in quel posto magnifico, con lo scenario di quel mondo speciale che è l’universo di Sarteano, di Trinoro, che si coglieva oltre la finestra, nella sala da pranzo dove in quattro (con noi c’erano anche due gentili signore, una delle quali una simpatica produttrice della zona di Lucca che conosco e apprezzo da anni), con un quid di sapore e di senso in più nei vini e nelle cose.
Bene, dal primo sorso ho avuta chiara la consapevolezza di come il mio eno-scenario fosse cambiato, di come si fosse arricchito di nuove complessità e ragioni, di come al mio mondo, al mio sancta sanctorum dei vini più veri, più espressione diretta di un posto unico e speciale, mancasse davvero il contributo offerto da quel mix di uve che continuo a non amare più di tanto, i due Cabernet, il Franc ed il Sauvignon, il Merlot, il Petit Verdot, che qui a Trinoro arrivano non si sa come a de-varietalizzarsi, ad essere meno riconoscibili, prevedibili, caricaturali, nel loro modo di manifestarsi, per acquisire una complessità, un carattere, un fascino tutto loro nel mischiarsi e complessizzarsi e diventare quasi una sola cosa, con tante sfumature e sfaccettature naturalmente, insieme.

Non conosco le ragioni di questo “miracolo”, ma penso sia utile, prima di procedere nella mia descrizione, che so essere lacunosa, incompleta, tutt’altro che tecnica, e piuttosto emozionale, riportare quello che sul sito Internet della Tenuta di Trinoro, viene scritto a proposito di quella vendemmia e delle condizioni di maturazione delle uve e delle impressioni dopo la vinificazione.
Si legge difatti “Uve raccolte in stato di “avanzata maturazione: l’impressione che quello fosse un anno di vendemmie anticipate si è subito diffusa e le vendemmie sono cominciate prestissimo in tutta la Toscana. A Trinoro i chicchi erano molto leggeri e il sapore sembrava poco convincente, così il 15 settembre, prima dell’alba, abbiamo sparso acqua nell’aria sopra le vigne, continuando a farlo per una settimana e solo alla fine di settembre è cominciata la raccolta dei primi Merlot. Il Cabernet Franc lo abbiamo vendemmiato dal 16 al 19 Ottobre e il Cabernet Sauvignon assieme al Petit Verdot alla fine del mese (dall’inizio di ottobre in Toscana le vendemmie erano, per lo più, finite)”.
E poi ancora, che “nel 2007 le uve più tardive, perché esposte più a lungo alle rugiade d’autunno, hanno dato il vino migliore. Mosti nerissimi facevano nelle pompe come un rumore di foglie secche, e le pompe si bloccavano per mancanza di materiale liquido. Il vino ha continuato a fermentare per mesi dopo la svinatura nelle barriques, e per tutto quel periodo si è mostrato duro e impenetrabile”.
E solo dopo mesi “ha cominciato rapidamente a prendere uno straordinario spessore di tutte le sostanze e a splendere, con un tono di frutta di diversa, insolita qualità; possiede anche uno scheletro duro e nascosto che permetterà un invecchiamento molto lungo”.
Come descrivere allora questo vino se non parlarne in termini di un “di tutto e di più” enoico, colore impenetrabile, ricchissimo, viscoso, intenso, concentrato, ma mai lutulento come in certi pseudo grandi vini, ma dotato di una sua regale maestosità, di una sorta di mistero cromatico, che lo rende profondo e ne denota la complessità al solo osservarlo. E poi il naso altrettanto ricco, con una presenza sempre più fitta e selvatica, terrosa, un carattere indomito e selvaggio scandito da note di ginepro, pepe nero, cuoio, liquirizia, e da un frutto vivo, succoso, polputo, ma mai con un solo accenno di marmellata, ma sempre fresco, pieno d’energia e soprattutto mai disturbato da invasioni di un legno che non penseresti mai sia stato utilizzato tanto è discreto e nascosto e che è rimasto sempre contenitore e mai protagonista.

Grande struttura polputa anche in bocca, carattere materico, stratiforme, grande ampiezza, larghezza, volume, persistenza lunghissima, eppure, nella cremosità d’assieme, mai una nota fuori posto o in eccesso, mai la percezione che il vino possa invaderti la bocca e lasciarti senza fiato, ma sì, invece, una piacevole sensazione di perfetto bilanciamento, di freschezza, di un modo calibrato di disporsi della materia senza esagerazioni, senza note astringenti e amare, con un palato che nonostante la “tanta roba” rimane sempre fresco e vivo con una misura che favorisce e non castiga la beva.

Lo so bene, costa tantissimo questo vino, una pazzia, forse troppo per le tasche dei comuni mortali quorum ego, per i quali 130-140 euro più Iva per una bottiglia di vino sono decisamente tanti.
Eppure è un vino, tra i più materici, ricchi, eccessivi, potenti che abbia mai degustato, tra i più imponenti, ma anche tra i più veri, tra quelli meno manierati, standardizzati, omologati, che proprio per la sua capacità di essere personale, non solo l’ennesima variazione sul tema uve bordolesi in terra toscana, ma autentico vin du terroir de Trinoro, credo giustifichi, non solo l’ammirazione per il posto e per la lucida, piacevolmente folle “utopia” del barone Franchetti, ma anche un pensierino, quando, semel in anno, anche in tempi di crisi, ci prende l’uzzolo di regalarci, allargando i cordoni della borsa, un momento di eno-follia, un vino di quelli che basta assaggiarli una volta sola, perché si accampino nella tua memoria degustativa per sempre….

0 pensieri su “Tenuta di Trinoro 2007: per me il più grande dei vini “materici” italiani

  1. Leggendo questo post – quasi la lettera di un innamorato – pensavo a che cosa potesse aver fatto fare “clik” o “!” nel cuore e nella mente di Ziliani, e mi sono chiesta, un po’ retoricamente: forse lo Ziliani ha colto in quel vino passione e talento, e zero speculazione? Se così fosse (e mi pare sia) confermerebbe che il vino è non solo cosa viva, ma anche cosa comunicativa; in grado di dire (a chi sa ascoltare) molto, di raccontare storie (non balle) di cui molti di noi hanno nostalgia. Storie di creatività, passione per la terra, investimenti affettivi e voli alti. Almeno quando si beve un bicchiere di vino, non si vorrebbe sentir dire da un produttore di grandi pretese:” Signora, a me interessano solo i soldi!”. Come è successo, a una che conosco molto bene, qualche tempo fa.

  2. Che piacere leggere i suoi articoli, questo su Tenuta di Trinoro l’ho letto e gustato tutto d’un fiato! Da buon toscano e appassionato di buon vino, nonchè di taglio bordolese di casa nostra, spero tanto di poter assaggiare un giorno anch’io queste magnifiche creazioni (visto il prezzo) magari in qualche degustazione-manifestazione che Lei saprà e potrà indicarci.
    Cordialmente e vino al vino da Alessandro Zingoni.

  3. Egr. Sig. Ziliani,
    Seguo quotidianamente il suo blog e colgo l’occasione per farle i complimenti non tanto per la competenza (scontata) ma per l’autorevolezza e la coerenza di una visione del mondo del vino che condivido pienamente.
    Incuriosito dal post precedente ho visitato la Tenuta di Trinoro a fine agosto accompagnato dalla Sig.ra Ribaldi che ringrazio e con la quale mi scuso per il piccolo malinteso a mio favore che ha permesso la visita.
    La sensazione che ne ho ricavato è di aver” visto” la realizzazione dell’idea romantica di un vino da parte di un nobiluomo dell’ottocento praticamente avulsa da logiche di mercato e questo con tutti i suoi pro, leggi ricerca estrema e senza compromessi della qualità per il Tenuta di Trinoro, ed i suoi contro, leggi monoproduzione decontestualizzata di sole 9.000 bottiglie di pregio.
    Ho degustato solo Le Cupole 2007, mi è parso equilibrato e ben fatto ma non mi ha lasciato un ricordo particolare. Spero, ma non ci conto più di tanto, che il magnum dello stesso vino mi riservi delle sorprese quando lo aprirò.
    Detto questo già lasciando Sarteano, ed a maggior ragione dopo aver letto il suo articolo, sono certo di aver perso un’occasione non assaggiando il Tenuta di Trinoro ma in tempi di crisi come questi forse è giusto sia andata così.
    Facendo gli auguri alla Sig.ra Ribaldi per la sua prossima avventura porgo distinti saluti ad entrambi.

  4. Davvero complimenti Ziliani
    per il soffio di emozione e trasporto
    che ci ha regalato con questo bellissimo pezzo.. Anche io sono di sana d’impostazione “scettica” su un certo modo di fare e intendere il vino che lei come sempre ha ben stigmatizzato qui, e sentire parlare
    di trinoro in questi termini puliti e veri mi spinge trepidante a mettere quest’azienda in “lista d’attesa” per la mia personale scoperta…

  5. in effetti è un vino favoloso, specie in annate super ma da qui a giustificare 250 euro (prezzo medio in enoteca, altro che 120+iva) ce ne corre.
    Però in effetti costa quanto un Soldera….

  6. Sicuramente una delle vette qualitative in assoluto più alte della Toscana. Peccato da molti considerato un vino virtuale, in realtà un vero e proprio rinascimento.

  7. Mi permetto di dire che sono sorpreso da questo racconto emozionale, quasi lei si fosse trovato all’improvviso al posto di Alice nel paese delle meraviglie. Lei stesso dice che quei vini sono agli antipodi del suo modo di pensare e parla di vini che, come qualcuno ha già ricordato sopra, costano la bellezza di euro 200 in enoteca. E’ sempre bello bere un ottimo vino nel luogo della sua produzione e le sensazioni e i ricordi sono spesso arricchiti dalla piacevolezza del momento e da tutto ciò che i nostri sensi possono recepire. Fino agli inizi del 2000 di questa azienda in Italia quasi non se ne sentiva parlare, in quanto probabilmente buona parte della produzione veniva esportata. Poi è comparsa nelle note guide…Personalmente li trovo vini ben fatti e nulla di più. Personalmente le emozioni le trovo in altre bottiglie.

  8. Saro’ probabilmente in Kazakhstan l’anno prossimo, anziche’ a Danzica, ma ho gia’ promesso a mia moglie che faremo un salto in Sicilia ed andro’ a trovare una barca di amici fra i vigneti da tutte le parti. Mi hai dato la tua dritta per la Tenuta di Trinoro e spero di andare ad annegarmi nei suoi vini. Ma sento gia’ il possente gra gra delle cicale sotto il sole, il canto immenso dei grilli la sera, i cani che abbaiano alla luna nella notte e spero di corrisponderti nei sentimenti che hai appena suscitato in mezzo mondo. Se l’Inter vince un altro scudetto un paio di centoni non mi peseranno di certo. Se vincesse una buona volta anche una coppa che conti come quelle di Don Helenio mi farei pure una cassa di bottiglie straordinarie, passando al ritorno anche da Soldera, da Rinaldi e da Vallana. Senno’ mi metto ad acqua minerale per un altro anno…

  9. Gentile signor Ziliani, sembra proprio che lei abbia incontrato il nuovo messia… dei vini. Battuta a parte, ho avuto la possibilità di assaggiare, giusto un paio di mesi fa, il Tenuta di Trinoro, e devo ammettere che era si buono, ma non spettacolare. Forse perchè nel giudicare i vini do sempre parecchia importanza anche al prezzo. E in questo caso il prezzo è veramente spropositato. Con gli stessi soldi infatti, è possibile comprare una cassa di buon vino di pari qualità, fatto da produttori che ci mettono la stessa passione del signor Franchetti per produrlo.

    • nessuno, ed io per primo, si sogna di proporre il barone Franchetti come il “nuovo messia” del vino, cosa che lui stesso non si sogna nemmeno lontanamente di essere. Sul prezzo sono totalmente d’accordo e mi sembra di averlo detto chiaramente: é un prezzo “d’affezione”, importante, forse eccessivo. Ma vogliamo mettere giù una lista di vini da 50-60-70 e più, ne ho in mente un paio nelle Langhe, con etichette animalesche, e svariati altri tra Montalcino e Bolgheri, che non sono degni di allacciare le stringhe delle scarpe al Tenuta di Trinoro, ed entrare nell’ordine di idee, come ho scritto, che nel caso di una enopazzia da semel in anno, questo vino materico io lo consiglierei cento volte di più di quelle pseudo bontà? Questo volevo esprimere nel mio post, rendere omaggio ad un visionario (ed io di visionari me ne intendo) e raccontare le emozioni che Trinoro, il vino, il terroir, l’atmosfera, il personaggio Franchetti ha suscitato in me. Il resto – continuo a privilegiare vini più scarni, meno materici e potenti, l’eleganza é quello che amo di più come nelle donne nei vini – sono solo congetture che lasciano il tempo che trovano…
      p.s.
      scopro che un autentico caso umano a proposito di questo post dedicato al Tenuta di Trinoro ha commentato che “per farmi notare fa lo sborone a degustare vini da 250 euro”. Sicuramente non ho scritto questo post per personaggi di scarsa intelligenza, e non solo enoica, e di assoluta mala fede come lui, poverino… Sono altri i lettori, e soprattutto le intelligenze e le sensibilità cui questo blog si rivolge…

  10. In effetti se dovessimo stilare una lista di vini italiani sopravvalutati, e venduti a prezzi indecenti, i vini delle langhe occuperebbero sicuramente una buona parte della lista. E ci sarebbero anche quelli con le etichette animalesche, per quel che mi riguarda.

  11. Buongiorno.
    Caro Franco, buongiorno. Si sente che il tuo post è veramente figlio di questo nuovo eno-amore. Bene! senza emozioni che vita sarebbe….
    Però, però….. ora, che Sarteano e quel brullo altipiano a conca, grigio-cretoso, al confine con la provincia di Viterbo siano un luogo magico, permettimi, mi sembra una pura licenza poetica se comparati all’infinità di posti veramente magici che ovviamente già conosci (ah, Montalcino non è tra questi) della provincia di Siena.
    I vini di Trinoro: per me, ad oggi, il vero tratto saliente è la diversità qualitativa tra le diverse annate sia del Cupole che del Tenuta. Molto probabilmente dipenderà dalla gioventù delle vigne e, come sottolineavi tu, dalla particolarità degli impianti (10.000 viti di merlot et similia piantate su creta in una conca dove in estate la norma sono 40° mi sembrano davvero eccessive, a me, ovvio). Poi, personalmente non amo i Bordeaux e i Trinoraux (permettetemi) non sembrano entusiasmanti. Buono il Cupole, sì (ma meglio l’Etna), troppo caro il Tenuta.
    Ma giustamente tutto questo (neanche le mie parole) non sarebbe mai potuto essere pensato nè esistito senza la presenza di Andrea Franchetti, lui sì davvero persona eccezionale per competenza, passione e comunicativa, una di quelle persone di cui mi dolgo di essermi incrociato una sola volta finora.
    E qui mi fermo, per gli altri apprezzamenti mi associo appieno ai tuoi, Franco.
    Buona giornata.

    • pronta risposta Antonio e mi scuso per la licenza lessicale, che magari qualche purista e cultore della formalità nella descrizione dei vini mi contesterà. Definisco “materico” un vino che, come si capisce dall’aggettivo, ha tanta materia, é ricchissimo, multistrato, quasi un vino da tagliare a fette tanto é denso, concentrato, strutturato. Spero di essere stato più chiaro così

  12. IO SONO UN CONSUMATORE, E NON UN INTENDITORE DI VINI !!!
    SE PERMETTETE, QUESTO VINO LO LASCIO BERE A VOI.-
    Sia che costi 150 o 250 €….il prezzo di questo vino è alto per il suo valore.-
    Cmq questo è un mio giudizio niente di più.-
    Saluti a tutti

    • Tommaso, ed é un giudizio importantissimo, fondamentale. Io sono un consumatore che comunica e si rivolge ai consumatori ed il suo punto di vista é di primaria importanza. Sono i consumatori che determinano o meno il successo ed il valore di un vino. Il prezzo di Trinoro si commenta da sé. Ma é un post che mi sono sentito di dover scrivere, perché in questo momento particolare in cui si tende un po’ a sparare ad alzo zero sui vini cari, occorre distinguere il grano dal loglio e dire che ci sono vini cari che non valgono un tubo e sono una sola per il consumatore, e altri, come questo, che meritano rispetto. E poi mi sono talmente innamorato di quel posto, che ho sentito come un dovere scrivere quel che ho scritto. Sono felice che a parte qualche “fenomeno” la maggior parte dei lettori abbiano capito lo spirito di questo post

  13. Buongiorno,
    sig. Tommaso mi auguro (anche se sono convinto lo si già) che affermando di essere un consumatore di vino ne sia anche un estimatore mosso da fervida curiosità che la spinge ad approffondire la propria conoscenza …. solo in quel caso sarebbe un Buon consumatore e potrebbe definire eccessivo il prezzo di una bottiglia.

    Naturalmente anch’io ritengo spropositato tale prezzo nonostante il fascino che ruota attorno a tutto ciò che ha contribuito alla sua produzione, ma capisco (invidiandole!) le emozioni che ha provato il sig. Ziliani durante l’assaggio.

  14. Egr. Sig. Ziliani,

    Dopo ave letto questo articolo.
    Ho una sola voglia… strappare una bottiglia!!
    è questa sera sarà “le cupole” 2004
    Complimenti,
    Alfonso

  15. Quando assaggiai un grande rosso siciliano, la Riserva del Conte 1971 di tasca d’Almerita, costava la bellezza di 7.000 lire a Milano da Solci. Il Sassicaia del 1973 costava allora 17.000 lire. Devo dire che preferivo certo il Sassicaia, ma guadagnavo allora soltanto 220.000 lire al mese e con degli amici a cena mi sarei comprato quel grande vino siciliano, per poter offrire una bottiglia in piu’ e non mangiarci soltanto degli spaghetti al ragu. Oggi il rapporto tra il prezzo del Sassicaia e di questo gran vino siciliano e’ esattamente capovolto. Ma il Sassicaia grazie a quei prezzi ha trovato allora dei capitali e ha investito, ha moltiplicato per 15 la sua produzione, rimanendo sempre se stesso. Spero dunque che anche questo valga lo sforzo di pagarlo cosi caro adesso in modo che la sua produzione aumenti di 15 volte e diventi di prezzo piu’ abbordabile fra una decina, una ventina d’anni, rimanendo sempre se stesso. Il consumatore ha sempre ragione, ma l’amatore e’ un idealista e qualche soldo in piu’, se e’ ben investito, lo sborsa anche volentieri perche’ sa dove poi va a finire. Perche’ non dobbiamo far bere meglio i nostri figli e nipoti? Se non diamo a “questi pazzi delle macchine volanti” la possibilita’ di volare, poi volano soltanto i passerotti…

  16. Io non ce la faccio, davvero. Chiaro, il mio pensiero è purtroppo vincolato (anche) dal mio stipendio (1100€ al mese, lavorando su 3 turni).
    L’esperienza mi dice però che gente onesta che sa fare il bene proprio lavoro mi permette di bere ottimi vini spendendo anche, a volte, meno di 10€.
    200 o più € per una bottiglia non riesco a giustificarle, posso capire che la ricerca della qualità assoluta da parte del produttore ha dei costi che vanno ammortizzati, il prestigio di certi vini si paga, e altre cose, ma la differenza che talvolta è necessaria per avere in tavola bottiglie così blasonate per me è veramente troppa.
    E questo lo dico sia che sull’etichetta ci sia scritto Trinoro, Soldera, Gaya, Dal Forno, Quintarelli o Giacomo Conterno. Ho messo nomi importanti dalle cui cantine sono uscite ed escono probabilmente le migliori bottiglie delle rispettive denominazioni, ma io che continuo ad essere un operaio appassionato mi accontento degli eccellenti compromessi che il mio portafogli può permettermi.

    • caro Gabriele, grazie per la sua testimonianza. La penso come lei, ci sono validi vini che si possono acquistare e gustare a prezzi molto più umani e alla portata delle persone normali, con i bilanci normali di cui dispongono, ottimi vini. Mi sono permesso, nonostante questa consapevolezza e rivolgendomi soprattutto a normali consumatori, questa digressione su un vino carissimo e da happy few come Trinoro. Spero che questa scelta non passi per un atteggiamento snobistico o peggio nei confronti di chi ama il vino, ma deve tirare la cinghia e fare i conti con i bilanci familiari. Cari saluti

  17. Assolutamente no, non passa per nessun tipo di atteggiamento snobbistico e capisco l’entusiasmo dell’incontro con Mr. Franchetti che è sicuramente persona interessante e di indubbio fascino e classe, con un vino che probabilmente piecerebbe molto a me e a molti altri, l’idea di realizzare un sogno costi quel che costi.
    Io per primo faccio ogni tanto qualche “pazzia”, che può essere 60€ per un barbaresco riserva 98 di Roagna o una bottiglia di W. Deutz 96 stappata a capodanno con la mia bella. Pazzie, si fa per dire, che mi permetto solo perchè adesso non ho ancora una famiglia da mantenere e che, quando sarà, saranno ben più rare di quanto già sono.
    Con sincera stima.

  18. Bravo, Gabriele, ti auguro di riuscire a farle, quelle “pazzie” ogni tanto nella tua vita, come le ho fatte io quando avevo stipendi da operaio a Milano e per la casa spendevo la meta’ dello stipendio. Oggi che potrei permetterle piu’ spesso, invece, vado piuttosto a cercare sotto i 20 Euro, perche’ convengo con te che si possono bere ottimi vini spendendo anche, a volte, di meno ed e’ giusto segnalare al grande pubblico questi gioiellini che non fanno piangere il portafoglio. Vivo in Polonia e qui una bottiglia di Gaja costa in enoteca come lo stipendio di un medico d’ospedale e una bottiglia di Soldera come lo stipendio di un primario..

  19. Buongiorno sig Ziliani, leggendo il post è sopraggiunta una curiosità. Premetto che le descrizioni dei vini e dei vigneti fanno onore al buon Franchetti. Tra l’altro il Tenuta che ho avuto modo di assaggiare al Vinitaly era come lei lo racconta e forse qualcosa in più. nell’articolo lei mette anche in risalto che non si è “folgorato sulla via di Damasco”; sembra quasi che il progetto di Trinoro, oramai più che stabile e consolidato, tendesse a convincerla che qualcosa di buono è stato fatto. Tuttavia il progetto Trinoro non è diverso da quello di Petra o Podere Sapaio, Rocca di Frassinello o decina di altre, comprese le “internazionali” di Antinori e Zonin
    Vitigni internazionali su terroir diversi. Capisco la sua poca propensione ad appassionarsi a questo tipo di aziende, oramai stessi procedure in vigna ed in cantina e vini tutti uguali.
    Credo che un giornalista con la sua capacità di analisi dovrebbe verificare quali di quei progetti diviene un entità vitivinicola con una propria identità e quali no; e non cercare ancora una volta il dinverso fra i diversi quando in realtà sono tutti uguali.

    Grazie al solito per l’attenzione
    Lei non crede, che

    • Zimone e zeta, sono io che le faccio una domanda: é in perfette condizioni di lucidità quando sostiene che “il progetto Trinoro non è diverso da quello di Petra o Podere Sapaio, Rocca di Frassinello o decina di altre, comprese le “internazionali” di Antinori e Zonin. Vitigni internazionali su terroir diversi”? Lei paragonerebbe nei risultati, nei vini che possiamo bere, il Tenuta di Trinoro con gli altri vini delle altre aziende che cita? Mi sembra che siamo distante anni luce, perché se anche il vino del barone Franchetti é un vino a base di uve internazionali come gli altri, la qualità sia assolutamente imparagonabile con la qualità dei vini delle altre tenute. A Trinoro ci sono sicuramente un terroir d’eccezione, un produttore geniale, un genius loci, altrove non direi proprio…

  20. Tralasciando le mie condizioni di lucidità….avendo lavorato in una di quelle aziende, anche a fianco di un ottimo enologo Francese, le assicuro che le metodologie sono identiche; sulla qualità nessuno discute, ma Franchetti ha 10 anni di vantaggio.
    Lei se la senta francamente di asserire che il resto della ciurma ha sbagliato completamene zonazione?
    Il Buon Bernabei durante una verticale di Fontodi asserì che dopo diciotto annate siamo in grado di capire la bonta di un progetto, dopo trentacinque la grandezza o meno del vino.
    Ribadisco la stima per Tenuta di Trinoro, ma variando il finale del mio post prcedente non posso che definirlo il migliore tra gli uguali.

    PS: non a caso sono venuto a San Gimignano, la vernaccia la fanno solo qui!!

  21. Assaggiato alla presentazione della Guida Espresso, faccio sinceri complimenti ad Andrea Franchetti per il veramente grande Passopisciaro 2007. Una crescita qualitativa costante arrivata spero non al massimo ma a livelli assoluti. Complimenti ancora.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *