VinoVip: il festival delle facce di bronzo e della scoperta dell’acqua calda

Interessante l’articolo che uno dei giornalisti più sensibili all’establishment del food & wine italiano, Paolo Marchi, ha dedicato ieri, su Il Giornale, alla rassegna, dal comicissimo titolo di Vinovip, che si è svolta nei giorni scorsi, per l’ideazione e l’organizzazione di una rivista del tutto inutile, in quel di Cortina.
Rinvio alla lettura, qui, dell’articolo di Marchi, per la cronaca di questa manifestazione, ma voglio limitarmi a sottolineare qualche “perlina” o involontario auto-gol rappresentato dalle dichiarazioni che alcuni dei “prestigiosi produttori”, come si legge sul sito della rassegna, hanno fatto, forse presi dall’ebbrezza delle cime.
Sorvoliamo, per non incorrere nel reato di blasfemia, sul valore di “conclave” che avrebbe avuto questa riunione di una cupola del vino che danza, come sul Titanic, sull’orlo dell’abisso, senza aver capito o facendo finta di ignorare, che i tempi sono cambiati e l’epoca della presa in giro del consumatore volge al termine, e sull’impudicia di intitolare “nulla sarà come prima” il confronto tra economisti e produttori che si è svolto, per passare al primo “capolavoro”.
Trattasi della dichiarazione del cavaliere del lavoro, produttore e banchiere di successo, Gianni Zonin da Gambellara, persona che ben conosco e stimo, il quale papale papale ha detto: “La risposta per noi italiani è nei vini autoctoni, in quelle uve che sono solo nostre perché se insistiamo con i vari chardonnay, quelli del sud del mondo costano meno”.
Domanda: caro cavalier Zonin, visto che anche lei sale, non è mai troppo tardi, sul carro dell’autoctono, mi chiedo se sia lei lo stesso Gianni Zonin che nella tenuta siciliana Feudo Principi di Butera, come si legge sul sito Internet aziendale, ha piantato, accanto a Nero d’Avola e Inzolia, “Merlot, Cabernet Sauvignon, Syrah, Chardonnay”, inserendo nella linea “Gianni Zonin Vineyards”, la selezione delle bottiglie d’eccellenza, come top wine, il “Calat”, da uve merlot; e il “Sanrocco”, a base di cabernet sauvignon”.
Nel caso non fosse lei quel Gianni Zonin, se si trattasse di un episodio di omonimia, la invito a rivolgersi al più presto all’autorità giudiziaria e denunciare quel tizio che spudoratamente spacciandosi per lei offusca la sua immagine e credibilità di prode difensore dell’’autoctono…
Leggo poi che un altro grosso calibro, il marchese Piero Antinori, produttore e presidente dell’Istituto del vino italiano di qualità Grandi Marchi, avrebbe dichiarato:“ Non è vero che “nulla sarà come prima”, almeno per chi lavora seriamente. La crisi servirà invece a fare pulizia di tanti improvvisatori, oltre a obbligare tutti a una maggiore efficienza”.
Egregio Marchese, lei che vanta una così secolare storia, come famiglia di produttori, un blasone infinito, ma doveva proprio aspettare che arrivasse la crisi per accorgersi, ma guarda te!, che quel mondo del vino di cui lei è uno dei più illustri esponenti, é stato inquinato in questi ultimi dieci-quindici anni, da “improvvisatori”, cialtroni, furbetti, magliari, venditori di fumo, abili propagandisti del nulla, eno-stregoni, una ciurma infinita che con la complicità prezzolata di molta stampa ha drogato il mercato e preso in giro il consumatore?
Perché non ha dato prima d’ora, quando é diventato fino e dà un certo tono proclamare nobili intenzioni e predicare bene (salvo magari razzolare come prima…), segnali di questa volontà dei produttori seri, quale indubbiamente va considerata la Marchesi Antinori, di prendere risolutamente le distanze da questo universo variegato di nani e ballerine?
E perché nessuno, altrimenti le cronache l’avrebbero riferito, dei presenti a Cortina alla sfarzosa rassegna di VinoVip, si è alzato in piedi e di fronte alle dichiarazioni del cavalier Zonin e del marchese Antinori, ha fatto notare le banali evidenze che ho sottolineato in questo post?
Molto semplice la risposta. Magari il vino italiano vorrebbe assicurarsi un “futuro felice”, ma per farlo deve prima liberarsi dalle tante facce di bronzo, dai conformisti, dai servi sciocchi, anche operatori dell’informazione, che pullulano in quell’ambiente.
E, ahimé, dai produttori che cercando di essere credibili e brillanti e per apparire sensibili all’aria di cambiamento che tira finiscono per dire cose che suonano vecchie e ahimé poco credibili… Urge cambiare repertorio e musica, please!

0 pensieri su “VinoVip: il festival delle facce di bronzo e della scoperta dell’acqua calda

  1. Dire che concordo è poco.
    Le solite prese di posizione Italiane; quanti stanno salendo sul carro dell’ autoctono a tutti i costi (Montalicino?) , al biologico, al biodinamico, ecc.ecc.
    Salvo produrre vini mix di autoctoni/franzosi o addirittura mix di soli vitigni esteri…o fare vini bio perchè la salute del consumatore è importante, questo solo da poco tempo a questa parte…
    E nessuno si fà controparte a contestare queste prese di posizione cui fatico classificare …o meglio saprei come ma preferisco non farlo. Un silenzio assordante…
    Niente di nuovo da buona parte del fronte Italiano, purtroppo…

  2. Egregio Ziliani, diventa impossibile non condividere il suo articolo, dalla prima all’ultima riga! (anche quando, con arguzia, ci ricorda la rivista inutile…)
    In quanto all’assenza di repliche (perché nessuno si è alzato in piedi?) alle dichiarazioni di Zonin ed Antinori lei si dimentica una parola: paura!
    Ancora troppi giornalisti ed informatori (magari preceduti dal termine “pseudo”), oltre a quanto da lei detto, temono di far perdere alla propria testata i preziosi investimenti pubblicitari, ma così facendo, oltre a tradire il lettore, dimostrano di essere mercenari al soldo di chi paga di più! (si ricordino però che il lettore paga, sempre più di tutti!).
    Quindi un doppio grazie a lei.
    Alessandro

    • Grazie Alessandro, larga parte del mondo dell’informazione sul vino (e non) italiana é rappresentata da opportunisti, conigli, servi dei potenti e gente senza spina dorsale. Naturale che di fronte alle uscite dei due Grandi Personaggi del Vino Italiano abbiano taciuto. Che Marchi non abbia rilevato le assurdità delle affermazioni dei due non mi scandalizza: lui é un giornalista gastronomico, di buone capacità, visto il successo della formula di Identità Golose, delle cose del vino sa (vuole sapere) e forse anche capisce poco. E non lo sto insultando, sto pronunciando un’evidenza. Poi aspettarsi che sia lui a criticare grandi nomi che potrebbero anche diventare sponsor della sua manifestazione gastronomica é pura illusione. Così vanno le cose…

  3. Mi auguro che questo nostro vezzo di fare dichiarazioni, talvolta (o spesso?) smentite a tal punto da risultare ‘teoriche’, cessi. Perché è una dell nostre attitudini che ci stanno rendendo (inutilmente) famosi.

  4. Caro Franco
    ma noi il vero VinoVip lo abbiamo fatto a Melfi:-)))
    Io per la verità un preliminare a Cerignola (tiella di Agnello e Duca D’Aragona di Severino):-))
    Scherzi a parte, credo che si tratti di una autorappresentazione del mondo del vino assolutamente non adeguata al mondo che sta cambiando sempre più velocemente
    Come se si guardasse un varietà in bianco e nero

    • Luciano caro, ti annuncio domani, su queste colonne, una sorpresa (fotografica: do you remember in Melfi?) per te e per un nostro “simpatico amico” che abbiamo già trattato di barba e capelli qualche mese fa…

  5. La manifestazione e’ perfettamente in linea con la rivista che l’ha organizzata. Una rivista inutile, gestita da un clan familiare, non puo’ che organizzare una rassegna inutile.
    Sarebbe interessante, poi, verificare le inserzioni pubblicitarie dei “Vip” del vino sulla rivista. Io non posso poiche’, solo il titolo della pubblicazione mi provoca allergie.
    Stupisce solo l’assenza di Bruno Vespa e della mitica Irene Pivetti che aveva allietato passate edizioni.

  6. Già, dove era la vipperia negli anni di vacche grasse in cui calavano pirati e capitani di ventura con valigie piene di soldi (non è un modo di dire) e si compravano aziende, sbancavano, ruspavano, piantavano merlot, cabernet, alicante bouchet, syrà e compagnia bella e insegnavano ai poveri stolti indigeni come si fa a far vino e come si deve fare per arricchircisi alla svelta?
    Sia benedetta questa crisi che forse raggiunge il punto più basso proprio adesso.
    Vigne stressate dalla siccità e maturazioni in bilico,(se non piove in cantina ci arrivano raspi, semi e bucce) prezzi dell’uva in picchiata….. qualcuno ancora ha il coraggio di chiamarla vendemmia del secolo.
    Lo sarebbe davvero se tanti nani e ballerine si levassero dalle palle.

    • perdonatemi il francesismo, ma quei nani e ballerine del vino ci hanno rotto abbastanza e che si levassero davvero dai… Nessuna lacrima, nessun rimpianto, se cantine di quel tipo falliranno e chiuderanno bottega. Spiace solo per i dipendenti, per il resto ai ricchi scemi che hanno investito miliardi entrando in un mondo di cui non facevano e non faranno mai parte, sta solo bene perdere un po’ di soldi e prendere qualche salutare nasata.
      Sarebbe interessante vedere quanti di questi nani e ballerine del vino italico siano presenti nel Comitato Grandi Cru d’Italia
      http://www.grandicruditalia.it/ di cui Piero Antinori é stato presidente prima di passare la mano ad un collega marchese. A sua volta finito nell’inchiesta sui vini di Montalcino non conformi al disciplinare di produzione. Per la serie tout se tient…

  7. I dipendenti di nani e ballerine generalmente sono tenuti a nero, manovalanza reclutata dove capita o per passaparola.
    Sennò che nani e ballerine sarebbero?
    Nessun rimpianto per la crisi che soffrono questi “signori”, un peccato davvero per le tante, molte aziende serie che navigano a vista.
    Resistere. Come il Sangiovese, pianta non a caso abituata a patire fra i sassi e i terreni aridi del Chianti

  8. Più che scandalizzarmi per le giravolte dei nostri pseudo big rimango basito…. dall’articolo di questo Marchi, ma in che italiano scrive? frasi smozzicate scollegate tra loro, mah, leggete le ultime tre righe. ma che vuol dire e “che c’azzecca” con quanto detto prima? E l’apertura, con la chiosa sulla qualità francese che vince sempre? mah, mi sembra un enodelirio

  9. E’ vero che questa crisi potrà spazzare via aziende che io definisco “l’industria del vino”, ma speriamo lo faccia in fretta, in quanto questi “eno-fenomeni” stanno facendo seri danni al territorio e di conseguenza alle aziende fatte da famiglie che, con l’agricoltura del vino vivono.

  10. Io c’ero, a Cortina. Splendida cornice, grande opportunità, ma poco, pochissimo cuore.
    Nessuno ha mai parlato della testa e della coda del problema vino: vale a dire di quanto e di cosa si produce e di come lo si vende. Un grande assist alla stampa nel ripetere un poco artificiosamente che il vino è stato comunicato male e che bisognerà fare di più e meglio (cosa peraltro giustissima), ma sul fatto che ne sia stato prodotto troppo e male e venduto malissimo neanche una parola. Col cuore in gola fra tanti potenti, ho preso la parola per parlare di cultura, di scatto di orgoglio nel riconoscere la propria storia e nel metterla a frutto con politiche produttive e distributive più intelligenti e dal silenzio generale che ha acocolto le mie parole mi sono accorta che tutti avevano ben capito ma nessuno voleva parlarne. E a giudicare dai tanti che “dopo” mi hanno fermata per dirmi quanto fossero stati colpiti dal senso delle mie parole, credo proprio che ci voglia una iniezione di puro coraggio, e anche di rispetto per gli sforzi che in troppi stanno compiendo per reggere alla crisi mentre i grandi pensano a milioni di bottiglie senza porsi il problema di cosa farne.
    E il tutto avviene mentre dalle mie parti si è scatenata la guerra santa contro l’alcol; mentre il locale Club Alcolisti in trattamento sentenzia ai quattro venti che Cristo dovrebbe tornare sulla terra per trasformare il vino in acqua, e valenti medici e professionisti affermano che preferiscono che il figlio fumi uno spinello piuttosto che si ubriachi. Io che bevo regolarmente vino a pasto dovrei sentirmi una delinquente potenziale, dovrei ritenermi una mentecatta perchè credo nel gusto e ritengo che bere vino sia un gesto sapiente e non un vizio; dovrei ritenermi ignorante perchè credo che parlare di vino sia una cosa e di alcol tutt’altra? Come accettare che ci si faccia beffe della mia integrità e della mia logica con campagne di stampa deliranti e veramente inutili mentre i grandi e potenti produttori fino ad ora sono stati zittissimi???. Altro che parlare semplicisticamente di migliorare la comunicazione: qui siamo a meno dell’ABC e bisogna rifondare l’educazione basilare da cima a fondo.
    Credo allora che fra la terra e la luna ci sia meno distanza che fra VinoVip e la realtà.

    • Patrizia, il nostro GRAZIE più sincero per aver portato in quel raduno di passatisti del vino, di gente che continua a considerarlo come un prodotto (come fossero viti o portachiavi), che s’illude di tornare a lavorare, male, come prima, passata la nuttata, la parola di chi al vino guarda con passione, cuore puro, intelligenza. In quel covo di enoici infedeli, la parola di chi ha fede in Bacco e nel vino vero. Grazie ancora

  11. Gentile Patrizia@, con qualche eccezione (come mosche nel latte) i grandi potenti produttori e il giornalismo del vino che vive nella loro scia non parlano di cultura perché non hanno ancora capito che la cultura ha grande rilevanza economica (tutta gente che legge poco); la politica non è da meno (indipendentemente da parti e partiti).
    Inoltre mi domando se quelli che hanno ‘aperto bocca’ per dire che bisogna fare di più per comunicare il vino sappiano che cosa ciò voglia dire, o se invece pensano (il modo indicativo è di rigore) che bisogna far spendere più soldi per farlo.
    Con più cuore (come lei osserva) si potrebbe già fare molto, con gli stessi danée di prima

  12. Lascio molto volentieri campo libero a queste due donne del vino intervenute con tanta passione perche’ credo che miglioreranno di molto il post. Franco, beato fra le donne!!!

  13. Proverbi e massime marziane:

    1) Oltre le 2000 bottiglie vendute, ogni vignaiolo diventa giornalista (variante dell’emisfero sud: oltre le 2000 bottiglie vendute, ogni vignaiolo diventa editore)
    2) La penna e l’imbuto sono cose diverse
    3) Il vino si fa con l’uva, i giornali con la carta
    4) I vini di carta (intendasi quelli che vivono di pubblicità) finiscono al macero
    5) Un topo nel vino prima o poi affoga

    Brisky 🙂

  14. Caro Franco, a proposito d balle ho sentito un servizio al tg1, quello del mago Minzo, che annunciava la solita vendemmia del secolo (ma “de che?” se va bene siamo nella media)e diceva che per i “grandi” vini non c’è crisi e tutto va bene, probabilmente sulla base di qualche velina arrivata da Cortina. Peccato che invece dagli USA e non solo (e pure dall’Italia) tutti gli operatori veri dicono l’esatto contrario, cioè che sono propri quelli i vini che da quasi un anno non battono un colpo, mentre il solo vino che si vende (o quasi) è quello che parte da qui a meno di 3 euro alla bottiglia. La cosa che trovo sorprendente è che qualcuno legga ancora giornali come quello a cui alludi e qualcun altro gli compri la pubblicità. Come si spiega? Oltre che facce di bronzo sono anche pirla? Aiutatemi, perchè non trovo spiegazioni.

  15. …caro Andrea ,scusandomi x il ritardo,aggiungo al tuo commento anche la nostra malvasia(”malvagia”) del chianti…tanto snobbata …persino eliminata dai disciplinari (x i vip)….

  16. Riporto qui di seguito la newsletter di VQ su VinoVip:

    Crisi dei consumi? Non per i grandi vini. Le produzioni d’eccellenza tengono e il 2009 si chiuderà con gli stessi valori dell’anno precedente. Così, da Vino Vip, manifestazione svoltasi a Cortina d’Ampezzo (BL) agli inzi di settembre, il presidente dell’Istituto del vino italiano di qualità Grandi Marchi, Piero Antinori, ha commentato la congiuntura del mercato enologico italiano. Il trend negativo non influisce in modo determinante sulle 17 firme icona dell’enologia nazionale, che insieme valgono un fatturato di oltre 500 milioni di euro, con una quota export pari al 60% delle vendite. “I consumi del vino a livello globale continuano ad avere in prospettiva un trend positivo – sottolinea Antinori – e questo è un aspetto fondamentale per comprendere come la crisi sia congiunturale”. Di parere completamente diverso l’avvocato Diego Maggio, consigliere delegato del Consorzio Volontario per la Tutela del Vino Marsala, dal quale riceviamo questo scritto: “Sentivamo parlare della crisi. Ma ci sembrava una cosa da telegiornale. (…) Ora ce l’abbiamo in casa nostra. Ma ce ne renderemo conto solo quando, dopo la vendemmia, non ci resteranno che gli occhi per piangere. Tutto aumenta: la benzina dieci volte in dieci anni, il pane arrivato a costare quasi come la carne, lo scontrino del supermercato che prosciuga la busta-paga malgrado il carrello vuoto. L’uva, invece, diminuisce. Anzi addirittura dimezza. (…) Come faranno a mandare i figli a scuola quelli che campano di vigna? Che ne sarà delle nostre campagne? Cosa ci metteremo a fare dopo dieci generazioni di racìna e di vino? (…) Cambierà fisionomia la Sicilia ad occidente, trasformandosi – forse – in un disordinato contenitore turistico o in un deserto di zolle rivoltate da un’estirpazione inesorabile. Dice Emilio Pedron, amministratore delegato di Giv, che di uva ne compra davvero tanta: “C’è un limite a tutto, anche ai bassi prezzi. Se continua così, a saltare è tutta l’agricoltura!”.

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