Bologna conferma la grandezza del Barbaresco, che deposto il “re” torna più che mai padrone del proprio destino


Sono molto contento dell’andamento della Serata Barbaresco, (leggere qui tutti i dettagli) che ho avuto il privilegio di poter condurre, lunedì sera a Bologna, su invito della locale delegazione della città felsinea.
Un bel pubblico, oltre ottanta persone, ottima organizzazione, curata dallo staff dell’A.I.S. Bologna guidato dal delegato Aurora Cacciari, con la fattiva collaborazione di Luca Ariani, Claudia Nicoli e Mauro Manfredi, e ottimi vini, esattamente il Roncaglie dei Poderi Colla, il Marcarini della Cantina Elvio Pertinace, il Montersino di Orlando Abrigo, il Bric Mentina di Cà Nova, il Sorì Montaribaldi di Montaribaldi, il Tre Stelle di Cascina delle Rose ed il Pajoré Suran della Cantina Rizzi, che ci hanno dati tutti, qualcuno con più forza degli altri (com’è normale che fosse), con più espressività, la testimonianza della grandezza di questo grande vino.
Un vino, il Barbaresco, che solo uno stupido o un disinformato potrebbe oggi definire come “il fratello minore del Barolo”, (e se lo dice un “barolodipendente” come me, potete crederci…), e che va invece definito come l’altra grande espressione del Nebbiolo in terra di Langa.
Espressione diversa da quella del Barolo, perché diverse (e non solo nell’estensione, 682 ettari del Barbaresco contro 1797 del Barolo, e nel numero di comuni coinvolti nelle due denominazioni) sono le zone, diversa l’età, la natura, la geologia dei terreni, diversi i microclimi. Tutte quelle sfumature, insomma, che determinano la personalità e l’unicità dei diversi terroir: quelli del Barolo e quelli del Barbaresco.
Nella recente storia del Barbaresco c’è sempre stato un rapporto contrastato con il Barolo, avvertito come il “grande avversario”, come la realtà su cui regolare, giocoforza, la propria corsa.
Oggi, deo gratias, come ho detto a Bologna e come ho sempre piacere di ricordare in ogni occasione in cui mi sia consentito di parlare del Barbaresco, questo grande vino ha finalmente deciso, con profonda convinzione condivisa dalla larghissima maggioranza dei produttori, con una nuova coscienza e orgoglio “barbareschiano”, e si è convinto senza esitazioni, di dover essere se stesso, di rinunciare a provare di “imitare” la potenza del Barolo. Un carattere più strutturato, una potenza che difficilmente poteva raggiungere, restando nel campo della naturalità e senza troppo intervenire con scelte di cantina.
E ha scelto, e in quanti vini oggi lo si riscontra con estremo piacere!, la carta della diversità, fatta di eleganza, di finezza e complessità aromatica, di sfumature, di tannini che tendono ad essere più dolci, vellutati, rotondi, succosi, di quello di gran parte dei Barolo.
Per arrivare a questa nuova consapevolezza, credo sia stato fondamentale, anzi scatenante, un accadimento che inizialmente era apparso potere mettere il Barbaresco in ginocchio.
Mi riferisco alla decisione di un personaggio che pure ha fatto molto per fare conoscere il Barbaresco, soprattutto il suo Barbaresco, nel mondo, Angelo Gaja, annunciata nell’aprile del 2000 (leggere qui la cronaca di quel simpaticone di Mauro Remondino pubblicata sul Corriere della Sera) di declassare i suoi prestigiosissimi cru di Barbaresco, Sorì San Lorenzo, Sorì Tildin e Costa Russi a Langhe Nebbiolo a partire dall’annata 1997. (che in verità era il 1996 – ndr).
Una scelta, scriveva Remondino, “che ha il sapore della rinuncia soltanto per gli sprovveduti, per chi pensa che si tratti di un declassamento di vini che il mondo ci invidia. Un diavolo potrebbe sostenere il Barbaresco che ritorna Nebbiolo, non Angelo Gaja di sicuro, che dal suo eremo ha già previsto le mosse.
I suoi vini sono costosi, gli affari sono affari, ma il gusto ha una parte preponderante nell’ economia di una bottiglia. E qui sta la mossa del produttore piemontese. Perché non rinfrescare quel gusto con u vaggi internazionali come Merlot, Cabernet, Sauvignon, Syrah e quindi riproporre sul mercato mondiale i suoi cru riveduti e corretti? Il dispositivo della Doc lo consente nella misura del quindici per cento.
Gaja può apparire scontroso e riservato, ma sicuramente sa fare del marketing, prima ancora il vino, e tanto meno ha bisogno di creare polemiche. Non avrebbero senso verso il legislatore, tanto più che rimarrà nella sua produzione, 400 mila bottiglie l’ anno, il Barbaresco generico, in purezza, e naturalmente Docg”.
Analoga decisione venne presa per il Barolo Sperss, anch’esso trasformato in Langhe Nebbiolo.
Una volta comunicata questa decisione, che la stragrandissima maggioranza dei giornalisti italiani accolse come sacra, incontestabile, da prendere come oro colato e oggetto di fede, e che solo il sottoscritto, su WineReport (do you remember?), ebbe l’ardire di contestare e commentare negativamente (leggete qui, qui e poi ancora qui) ci fu un vero e proprio sbandamento nell’ambito della denominazione (un “re” o presunto tale che declassa ad una Doc inferiore per storia e lignaggio e immagine i suoi vini più prestigiosi non può che far pensare che quel re in quella denominazione non ci creda più di tanto, rimanendovi solo con il suo, talora ottimo, vino base…).
E ci fu, ad esempio l’amico e collega Nicolas Belfrage, master of wine, un’autorità che solo una persona disinformata può liquidare definendolo come ha fatto recentemente “un broker di vini che vive in Inghilterra, e che scrive anche”, chi parlò del passaggio dei Barbaresco di Gaja alla denominazione Langhe Nebbiolo come di “un gigantesco passo indietro nel contesto della serie di denominazioni di origine albesi”.
Ripresisi dallo sconcerto, dallo sbalordimento, e da una forma di vertigine, lentamente ma progressivamente i produttori della zona del Barbaresco non solo non hanno seguito l’esempio di Gaja, rimanendo tutti nella storica denominazione (solo un produttore di griffe enoiche come Gaja può tranquillamente rinunciare a mettere in etichetta termini – segnale come Barolo e Barbaresco), ma dopo aver “elaborato il lutto”, rappresentato dal passaggio a Langhe Nebbiolo degli ex super cru di Barbaresco di Gaja, hanno capito che il Barbaresco, pur avendo sempre avuto accanto ad un re (o presunto tale) altri nobilissimi esponenti (da Bruno Giacosa a Alberto di Gresy della Tenuta Cisa Asinari, dalla storia cantina Produttori del Barbaresco al Castello di Neive) per diventare ancora più grande, per emergere con la propria immagine di supremo vino base Nebbiolo di Langa, doveva e poteva sopravvivere e prosperare benissimo anche senza monarchi.
E si sono messi a lavorare, i vignaioli del Barbaresco, ognuno con il massimo impegno, perché dopo la deposizione (o abdicazione) del re, il Barbaresco tornasse ad essere democraticamente padrone del proprio destino. E dotato di un destino deciso, responsabilmente (ognuno con la propria sensibilità, le proprie scelte stilistiche) da tutti i protagonisti della denominazione.
E così, “morto” il re, o meglio deposto il re, il Barbaresco è ora più vivo, più in salute, più interessante per noi consumatori che mai. Non dobbiamo forse rallegrarcene e festeggiare, stappando Barbaresco ovviamente?

8 pensieri su “Bologna conferma la grandezza del Barbaresco, che deposto il “re” torna più che mai padrone del proprio destino

  1. Pienamente d’accordo. Mi son avvicinato al nebbiolo con il Barolo. Poi c’è stato il Barbaresco. Mi ha sedotto e io mi sono lasciato sedurre. Un cappello abbassato per Roberto di Cascina Luisin e al genuinissimo Teobaldo Rivella. Forza!

  2. Caro Ziliani, sabato scorso ho avuto la fortuna di partecipare all’iniziativa “Piacere Berbaresco” nel comune omonimo con la possibilità di degustazione di 50 vini per la modica cifra di 8 Euro. Mi sono fermato ad una quindicina di prodotti, tutti ottimi, anche se in buona parte, ovviamente, bisognosi di ulteriore affinamento. Le devo confessare che con mia grande sorpresa il vino che mi ha colpito di più è stato quello di Bruno Rocca, cioè di un produttore noto come “modernista” (come lei ho sempre detestato i vini iniettati di legno in dosi massicce). Il suo Barbaresco mi è parso mantenere il grande carattere di questo vino in abbinamento ad una finezza da vero fuoriclasse. Mi sorge quindi un dubbio e mi piacerebbe conoscere la sua opinione: forse è possibile coniugare tradizione e modernità ed arrivare ad una sintesi di grande efficacia come mi è parso almeno in questo caso. La ringrazio inoltre per avermi dato la possibilità con il suo post di conoscere un magnifico personaggio come Teobaldo Rivella: il suo Barbaresco 2004 è splendido (il 2006 sarà pronto in futuro).

  3. recentemente con amici,ho pranzato divinamente in un locale
    dell’astigiano,per(cucina,servizio,ambiente)dopo oltre tre ore di(paradiso)al congedo come sovente succede,non è obbligo,
    ma alla domanda di gradimento sul pranzo,la mia risposta alla Sig.Marisa è stata,oserei dire tutto perfetto,l’unico neo
    non dipendeva da Lei,perchè riguardava un vino Albese scelto
    dal sottoscritto,che come chi mi preceduto nel commento ha definito noto modernista,e non lo nascondeva,tanto da sembrare
    vino della premiata falegnameria,anche se non Brianzola.

  4. recentemente con amici,ho pranzato divinamente in un locale
    dell’astigiano,per(cucina,servizio,ambiente)dopo oltre tre ore di(paradiso)al congedo come sovente succede,non è obbligo,
    ma alla domanda di gradimento sul pranzo,la mia risposta alla Sig.Marisa è stata,oserei dire tutto perfetto,l’unico neo
    non dipendeva da Lei,perchè riguardava un vino Albese scelto
    dal sottoscritto,che come chi mi preceduto nel commento ha definito noto modernista,e non lo nascondeva,tanto da sembrare
    vino della premiata falegnameria,anche se non Brianzola.

  5. Come condivido! Ti conosco ancora poco, ma il tuo parlare schietto non può che trovarmi d’accordo.
    Amo il vitigno nebbiolo in tutte le sue espressioni e non sono mai riuscita a pensare al Barbaresco come al vassallo del Barolo, e nemmeno ad accettare che altri lo facessero….

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