Perbacco quanto mi piacciono i “miei” vignaioli e produttori di Langa, quando invece di fare i “pesci in barile”, o i finto tonti per non avere rogne – proprio come hanno fatto nella stragrande maggioranza, con qualche rara eccezione, i cari amici produttori di Serralunga d’Alba, praticamente indifferenti, evidentemente perché la cosa non li riguarda, perché lo scempio al paesaggio avveniva in un altro borgo vinoso che non era il loro, di fronte alla vicenda del Resort sorto nel cuore del vigneto Boscareto, in quel di Serralunga d’Alba, tirano fuori gli attributi e fanno capire come la pensano sulle faccende vinicole locali.
Così, mentre devo tirare idealmente “le orecchie” a Sergio, Davide, Franco, Luigi, ecc, non posso che battere pubblicamente le mani e dire bravi, è così che si fa!, a quel “caterpillar” e teorico, e pratico, del parlà ciar che è Bruno Ceretto, titolare con il più diplomatico, prudente ed elegante, ma non meno incisivo, fratello Marcello, e con i rispettivi figli, di una delle più note case vinicole dell’albese.
Cosa ha fatto Bruno? Ha abbandonato le prudenze, le convenienze (e le ipocrisie) del politicamente corretto, per ricordare in un’intervista concessa a Salvatore Tropea, inserita in un bell’articolo pubblicato nell’ultima uscita del supplemento Affari & Finanza del quotidiano La Repubblica (leggete qui) un’evidenza solare e abbagliante chiarissima a tutti, e che anche se so bene non dovrei farlo, ci tengo a ricordare che da anni ribadisco e ripeto sino alla nausea.
Riferendomi al vino oggetto delle dichiarazioni cerettiane, ma anche del Brunello di Montalcino, che è arrivato ad avere i suoi guai (possiamo parlarne o scatta automatica la diffida del Perry Mason di turno?) proprio per un eccessivo ampliamento della zona di produzione.
Cosa ha detto l’imprenditore vinicolo albese? Semplice, come recita il titolo dell’articolo, che “troppo Barolo rovina il mercato”. Così, dopo aver ricordato, en passant, che “La crisi ha picchiato sodo sui grandi mercati e per recuperare si dovrà aspettare per lo meno fino al 2012”, e assicurato, con un pizzico di ottimismo quasi “berlusconiano”, che “la recessione si è avvertita ma passerà. Tutto dipende da come si saprà difendere la qualità dai rischi di una politica dissennata che minaccia di indebolire l’eccellenza italiana”, il più loquace dei fratelli Ceretto è finito non a dare, ma a parlare di numeri, considerato che negli ultimi dieci anni con assoluta incoscienza e totale assenza di una qualsivoglia idea di programmazione si è passati da 8 a 12 milioni di bottiglie di Barolo.
E qui Bruno Ceretto ha calato la carta, pesante, con una precisa chiamata di correo di cui nessuno, nel magico mondo della Langa, non può sentirsi estraneo. Perché a parte Bartolo e Maria Teresa Mascarello, Beppe Rinaldi, Teobaldo Cappellano, Giovanni e Roberto Conterno, Mauro Mascarello, e qualche raro cronista del vino, non nativo della Langa ma di quella terra innamoratissimo, tutti gli altri, produttori, enologi, responsabili di associazioni professionali, di consorzi, di associazioni sindacali, ecc. hanno preferito fare gli gnorri.
Perché finché il “mercato” tirava pensare di contenere la produzione di Barolo (e di Barbaresco) e delineare strategie che guardassero un po’ al di là del proprio naso, che costruissero un futuro solido per i grandi Nebbiolo di questa terra, era ozioso, roba da rompiballe, da vecchi barbogi ed eterni contestatori.
“E’ presto detto” dice invece oggi Bruno Ceretto: “si è permessa una costante e non controllata estensione dei vigneti. Negli undici comuni compresi nell’area del Barolo si è passati da 1200 a 1800 ettari. In meno di dieci anni c’è stato un balzo da 6 a 12 milioni di bottiglie di Barolo con una moltiplicazione dei produttori anche fuori dalle terre deputate a questo vino.
Chi fa il mestiere che facciamo noi sa benissimo che non basta stare dentro il perimetro di questo territorio o, peggio ancora, fuori per produrre un ottimo Barolo. La stessa collina può assicurare un prodotto di qualità sul versante esposto al sole e non altrettanto sul versante opposto.
Eppure intorno non c’è più un centimetro di terra libero e questo perché, a differenza di quanto accadeva una volta, oggi non si comprano i vigneti ma le cascine, pensando che poi basti ingaggiare un guru come consulente, uno quei personaggi che costano più di Richard Gere, che con l’aiuto della chimica crede di poter fare il miracolo di trasformare un modesto Barolo in un vino di qualità”.
Bravo bene bis, verrebbe voglia di dire a Bruno, consenso senza se e senza ma, confermato dal fatto che i Ceretto non hanno proprio esitazioni ad opporsi a quella che definiscono ”una tendenza suicida” “contro la quale occorre capire che vince la vigna e non l’enologo, “che non basta qualche anno per arrivare a produrre un Barolo degno di questo nome e che non pagano le scorciatoie verso produzioni drogate col rischio di dover sottostare, come sta accadendo oggi, a «declassamenti» di Baroli e Barbareschi a Nebbiolo.
Senza contare il problema di dover fare i conti con la grande distribuzione che mette in vendita Barolo industriali a 14-15 euro”.
Per plaudire a questa esemplare uscita dei Ceretto allora cosa ho fatto? Semplicissimo, mi sono stappato una loro bottiglia, una di quelle che rappresentano la loro produzione non tradizionale, direi quasi “alternativa”, ovvero non legate alle uve autoctone, dei Ceretto, ovvero un Langhe Arbarei 2005, in altre parole un’altra lettura del Riesling fatta in terra albese.

Lo dico subito, il vino seppure molto buono e sicuramente ben riuscito, non ha la febbre, lo scatto, la “moselliana riesligaggine” dell’Herzu di Sergio Germano, o la classe del Langhe bianco dei Vajra.
Ma è comunque, nato da un vigneto di circa tre ettari, impiantato nel 1995, a 630 metri di altezza, su terreni in larga parte a base di sabbia e limo, oltre che di argilla, posti in un luogo magico (quanti bei ricordi!) come Albaretto Torre, Arbarei in dialetto, esattamente sul confine dei comuni di Sinio e Albaretto Torre, vigneto creato per “recuperare un territorio reso quasi disabitato dall’esodo degli anni ’60 verso valle, nella Langa più redditizia”, mediante “una serie di terrazzamenti volti a limitare la pendenza della collina” che “riesce a sfruttare favorevolmente la notevole escursione termica fra il giorno e la notte, nella tarda estate e nei primi d’autunno, quando si sta compiendo la maturazione dell’uva”, un bell’esempio di Riesling renano langhetto.
Colore paglierino verdognolo brillante, luminoso, di grande vivacità, mostra un naso, decisamente varietale, scandito da note petrose di pietra focaia sapide e minerali, con sfumature di agrumi, biancospino, e un fruttato che dapprima timido prende poi quota e buona larghezza, il tutto in un quadro di grande precisione e con un nerbo aromatico elegante e ben delineato.
La bocca, sebbene a sua volta caratterizzata da un nerbo petroso, un’eccellente sapidità, una freschezza favorita da un’acidità ben sottolineata e ben precisa, lunga e verticale, regala sensazioni di buona rotondità succosa, salda consistenza, di larghezza calda e piena, da vino di insospettabile struttura e persistenza, avvolgente e caldo sul palato.
Un vino che, proprio come la presa di posizione barolesca di Bruno Ceretto, mi provoca una sola replica possibile: chapeau!
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0 pensieri su “Ceretto: troppo Barolo rovina il mercato. Quando i produttori di Langa parlano chiaro”
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Buongiorno Franco.
Ma allora si riesce a vedere anche dalla sommità del cucuzzolo e non solo dal basso del fondo valle…..
La solita storia degli italiani: un manipolo di gente onesta e capace in grado di esprimersi ai massimi livelli e legioni di furbetti ignoranti ed assetati di denaro in grado di esprimere solo il peggio, dentro e fuori dalle bottiglie. Non cambieremo mai…
Ovvio che dal cubo o dall’acino si veda bene ciò che c’è intorno. Ovvio che un grande imprenditore come Ceretto, che si avvale di una delle principali multinazionali del beverage per le esportazioni, ben sappia qual è la situazione attuale del mercato. Ovvio che si lamenti della situazione attuale, visto che in questi ultimi anni si è raddoppiata l’offerta di Barolo, con un abbassamento della qualità media del prodotto. Personalmente mi mette tristezza e non so cosa d’altro, vedere su scaffali della grande distribuzione italiana ed estera, bottiglie di Barolo spesso dalla qualità inferiore al Nebbiolo di un piccolo produttore langarolo. Riguardo al Riesling, trovo ben fatto quello di Ceretto (legno presente però), ma resto del personale parere che è sempre meglio attingere per tale vitigno tra i prodotti di lassù nel SudTirol, più aromi, più Riesling.
Consumatore, talmente “presente”, il legno, che il vino ha fatto solo acciaio…
Ma quando Ceretto dice “si è permessa una costante e non controllata estensione dei vigneti” e “una moltiplicazione dei produttori anche fuori dalle terre deputate a questo vino” si riferisce ad eventi avvenuti nel rispetto delle leggi e dei disciplinari o in maniera non legale?
Perchè se il tutto è avvenuto con l’avvallo dei sacri sigilli mi sembra una critica ex-post poco efficace.
Sul fatto che alcuni facciano un Barolo di scarsa qualità a prezzi stracciati è una politica che sarà il mercato a giudicare a meno di pensare che il brand (Barolo o Brunello che sia) dia diritto a una politica di pricing elevata a prescindere. Si fa presto a parlare della qualità ma mi risulta che nelle annate non di grazia 2002 e 2003 di questi prodotti il prezzo non ha seguito certo l’andamento qualitativo, anzi.
Ringrazio per l’appunto e mi scuso per l’imprecisione.
Thank you…this needed saying and continue to do so. Do I hear the rooster crowing in Piedmont, in Italy? Sleep time is over.
Battaglie commerciali illuminanti: Fontanafredda batte Terre del Barolo per fornitura alla GD di Barolo a euro 4.30 piuttosto che 4.50: parlo di 500.000 bottiglie.
Parole illuminanti: “si è permessa una costante e non controllata estensione dei vigneti” e “una moltiplicazione dei produttori anche fuori dalle terre deputate a questo vino”: ( idem in tutta Italia, a acominciare da Montalcino) proprio in questi giorni è arrivata ai produttori langaroli la documentazione per inoltrare domanda di condono dei vigneti abusivi.
Illuminateci: ma possibile che si debba sempre parlare a posteriori?? Vivaddio che Ceretto si è espresso, ma sono anni che si va in una certa direzione. POssibile che nessuno parli nel momento e nel posto giusto e che – se e quando questo accade – chi decide se ne infischia?
Solo ora che i mercati sono saturi – e non solo di Barolo!!!! – i produttori capiscono che il troppo stroppia e iniziano a invocare un recupero salvifico di razionalità nella gestione dei territori e nella concessione di quote di produzione? I commercianti imperversano con offerte strabilianti di masse di vino che ritirano da vignaioli piccoli medi e grandi che devono fare posto in cantina e svendono a tutti i patti e noi siamo qui a parlare di condono di vigneti abusivi??
Non sono assolutamente in accordo con IL CONSUMATORE sul fatto che negli ultimi anni la qualità media del Barolo si sia abbassata… non è vero! E’ possibile che ci siano prodotti meno buoni, ma il livello medio è cresciuto esponenzialmente, soprattutto per una questione culturale di chi produce l’uva, siano questi produttori che poi imbottigliano il proprio prodotto o conferenti a cantine.
X Diego: quando le uve nel 1999 valevano 10.000 lire al Kg e tutte le vendite di prodotto finito erano alle stelle, tanto che il vino sfuso valeva 18/20.000 lire al litro, l’ispettorato per l’agricoltura ha dato il permesso di piantare il Nebbiolo da Barolo e da Barbaresco perfino nei vasi di gerani. Adesso ne paghiamo le conseguenze. Infine il prezzo del prodotto non viene sempre determinato dalla qualità, ma bensì dal rapporto tra domanda e offerta e così mi collego al post di Patrizia, tristissimo che questi prezzi siano pubblici….. ma come vince Fontanafredda neo insignita dei 3 bicchieri???? Va bhè questa è un’altra pagliacciata, lasciamo perdere….
Daccordo con Diego e Patrizia
@max: condivido che la produzione già esistente 15 anni fa abbia conseguito un miglioramento qualitativo col finire degli anni 90. ma i 6 milioni di bottiglie prodotti in più, piantando vigne dove c’erano noccioli e boschi e sui versanti esposti a nord, non possono che avere peggiorato la qualità globale. non è il caso che mi metta a fare un elenco di nomi e rispettivi quantitativi prodotti.
se ben ricordo negli anni 97-99 ci sono stati nuovi permessi di impianti per un totale del 10% del già esistente… cosa sia poi successo con quei numeri non so, sinceramente! Ricordo che c’erano anche delle “classifiche” di merito per l’ottenimento dei nuovi permessi e dei controlli in campo piuttosto severi nella zona del Barbaresco. è anche vero che alcuni furbetti hanno impiantato vigneti abusivamente senza poi ottenere le DOC e DOCG. Se le ottengono ora… non è certo un segno positivo.
Ma i prezzi bassi alla GDO e sul mercato dello sfuso (ancor peggio perchè i vini sono stati venduti con le certificazioni a cani e porci!) sono sulle quantità, ovvero provengono da cantine con grandi produzioni. Queste hanno disastrato l’immagine sui mercati, abbassato i prezzi e la qualità nei grandi numeri e confuso il consumatore normale. Aggiungiamo i falsi che sono stati rinvenuti all’estero con fascette taroccate…