Don Anselmo riserva 2005: una grandezza che francamente mi sfugge

Scorrendo sui siti Web le varie graduatorie dei vini top secondo le guide, ho visto che ha ottenuto quasi un generale consenso, qualcuna gli ha addirittura attribuito un super premio, un massimo riconoscimento “plus”, l’Aglianico del Vulture Don Anselmo riserva 2005 delle Cantine Paternoster di Barile, nel cuore del Vulture.
Un vino storico, trattandosi di una riserva prodotta per la prima volta e con tante ambizioni nel lontano 1985. Un vino importante, dal prezzo conseguente.
Eppure questo plebiscitario consenso mi lascia perplesso, perché la riserva 2005 ho avuto modo di degustarla, più volte, nel corso della mia recente visita in Basilicata per il Congresso dell’Associazione Italiana Sommeliers.
In un’occasione, nella migliore delle condizioni possibili, seduti a tavola, gustandolo in abbinamento ai cibi, in occasione della visita che i vertici A.I.S. hanno fatto alle bellissime, moderne Cantine Paternoster, visita nel corso della quale al Presidente della Basilicata, Vito De Filippo, è stato consegnato il riconoscimento di sommelier onorario.
Bene, cosa mi ha detto, e cosa ha detto anche ad importanti personaggi della sommellerie italiana che erano seduti al mio tavolo e che hanno condiviso le mie osservazioni (e che hanno poi trovato ben altre soddisfazioni in altri Aglianico del Vulture che ho proposto loro in seguito, tutti vini meno blasonati e meno costosi del Don Anselmo) questa riserva 2005?
Ha dato la chiara idea di un buon vino, molto curato, ma talmente “elegantizzato” e laccato, da aver tolto al vino gran parte del carattere, della grinta, data anche da una presenza tannica importante, che si deve far sentire, di un grande Aglianico del Vulture.
Vino tecnicamente ben fatto, innegabilmente, anche se con un filo di tecnica in eccesso rispetto all’anima, ma alla prova assaggio, mia e di altri fior di degustatori, sommelier di primario valore, sicuramente più esperti del sottoscritto, un vino che non entusiasma fatto, che lascia interdetti per la carenza di polpa, la persistenza ed il volume piuttosto ridotti, il finale un po’ troppo repentino (un vino piuttosto corto, in altre parole).
Troppo poco per dare l’idea del grande vino, della grande riserva, dell’Aglianico del Vulture top che pretende di essere e dicono sia.
Ben altro il riscontro, ben altra la soddisfazione, per il mio palato e per quella degli esperti, uno veramente un grande esperto, un degustatore A.I.S. tra i massimi oggi attivi in Italia, una persona che ha anche incarichi di grande responsabilità a livello istituzionale, con altri Aglianico del Vulture degustati, cito Eleano, Casa Maschito, il Titolo di Elena Fucci ed il vino di Basilisco, i vini di Donato D’Angelo.
E poi, degustati in altre occasioni, i vini di Colli Cerentino e Carbone, gran parte dei vini della Cantina di Venosa, di Armando Martino e di Sasso.
Questi sì che sono Aglianico del Vulture, che giustificano la fama, meritata, di questa zona e di questo vitigno, e del loro strettissimo legame, e che fanno venire a chi scrive una gran voglia di tornare presto (anche se in settembre ci sono stato due volte) in questa bellissima terra.
Vini dell’eleganza, della diversità, ma vini dotati di quel carattere saldo che è doveroso pretendere da un vino che nelle sue più alte espressioni appartiene alla nobiltà dei vini rossi italiani.

12 pensieri su “Don Anselmo riserva 2005: una grandezza che francamente mi sfugge

  1. Spettabile Sig. Ziliani, siamo alle solite. conosco anch’io questo vino e, a mio parere, lo trovo un po’ troppo leccato, pulitino, precisino. e’ come apprezare phil colins o i clash, semplicemente incompatibili. ami gli uni e “odi” di coseguenza l’altro, tertium non datur e noi siamo, da questo punto di vista , più “punk” della media delle guide. purtroppo ancora molti, come dimostra il post sui wine wizards, non hanno capito che la forza itakliaca sta nella richezza ampelografica, nei sui mille vitigni e non nel ricercare/inseguire un gusto medio “internazionale”, che, a mio parere, alla fine è come cercare da tutte le parti il mcdonald invece di sperimentae la cucina locale. invece di esaltare le differenze si tende ad appiattire il tutto in un sapore indistinto…mah, i segnali di una svolta credo si comincino ad avvertire, speriamo i produttori lo capiscano.
    saluti
    ps questo non vuol dire che qualsiasi vitigno autoctono abbia dignità/forza/caratteristcihe per poter produrre grandi vini e che vini di taglio più marcatamente “moderno” debbano essee esclusi a priori. Tutto dipende sempre e comunque dal come sono fatti…

  2. Franco, mi permetto di dissentire. Tu sostieni di aver assaggiato il Don Anselmo 2005 “nella migliore delle condizioni
    possibili”, il che mi pare un ossimoro, perché si tratta dell’ultima annata in commercio, uscita da pochissimo. “La migliore delle condizioni possibili”, più o meno, si verificherà a mio giudizio per questo millesimo attorno al 2012/2013. Per la mia esperienza, che comprende ovviamente assaggi ripetuti e comparati, nonché una verticale completa piuttosto recente (vedi Bibenda n. 29) si tratta di uno dei più grandi vini del Sud Italia in assoluto, per quanto tra i più complicati da leggere in gioventù. In effetti, per almeno un paio d’anni, appare in esso dissimulata la veemente mineralità che invece inizia a esibire, da quel punto in avanti, immancabilmente. E’ un comportamento bizzarro, ma regolare, e prevedibile una volta fatta esperienza specifica. Non resisto alla voglia di aggiungere che una buona metà degli Aglianico del Vulture denota eccome una “leccatura” tecnica che toglie senso agli sforzi di gente come i Paternoster. Non c’è una sola annata del Don Anselmo che in verticale non mostri una faccia di irresistibili fascino e complessità, quando non proprio di commovente adesione al territorio che gli ha dato forma (la 1994, per esempio) e che questo vino, in compagnia di pochi altri, ha contribuito a far percepire come tale e non ha mai nei fatti rinnegato.
    Nemmeno nel 2005, secondo me, ma magari tra un paio d’anni ci torneremo, e se avrò avuto torto farò volentieri pubblica ammenda.
    Una chiosa sul prezzo: non l’ho assolutamente mai trovato “conseguente” all’autentica grandezza del Don Anselmo, essendo facilmente reperibile a meno di 29 euro (sul “compralo subito” di Ebay, ad esempio). Lo facessi io, lo paghereste 50 euro. Diversi dei vini di punta della sua denominazione, anche se nati (magari in scintillanti bottiglie del peso di un siluro sottomarino) quindici o venti anni dopo, costano da una volta e mezza a due volte il Don Anselmo, e spesso non sono in grado di fargli da vassallo nelle degustazioni comparate di Aglianico del Vulture. Almeno a mio giudizio.
    ciao
    Armando

    • caro Armando, ammiro quello che dici, ma non sono assolutamente d’accodo con te. Non può essere un elemento a discolpa della non straordinaria caratura del Don Anselmo 2005 il fatto che in molti altri Aglianico del Vulture ci siano robuste tracce di laccatura tecnica. E’ il vino in sé, questa annata 2005, che mi lascia perplesso/indifferente: ed é una perplessità che risale allo scorso giugno, quando, come ho potuto rilevare dagli appunti relativi alle note di degustazione (alla cieca) date nell’ambito della rassegna Radici a Monopoli, al Don Anselmo 2005 avevo dato un punteggio, tutt’altro che esaltante, di soli 79/100.
      In quell’occasione, parlando anche di altri vini che per qualcuno sono vini dell’anno o azienda dell’anno o giù di lì posso dire che le mie valutazioni date ai vini, per me sempre sopravvalutati, di Gianfranco Fino, non raggiungevano gli 80 centesimi. Valutazione soggettiva, ma che conferma le mie idee in materia di gradimenti e sgradimenti di vini rossi del Sud…

  3. Ho avuto la stessa sensazione con l’Edizione Cinque Autoctoni Farnese. Sono dei grandi vini, da Giuliani quest’ultimo sfiorava le cinque chiocciole, ma come hai scritto bene tu “talmente elegantizzati e laccati da aver tolto al vino gran parte del carattere, della grinta” e, come aggiungo io, fatti per scioccare al primo bicchiere, massimo due, con un fruttato addirittura esplosivo, grandioso, spettacolare, per poi mostrare piu’ tecnica che anima, carenza di polpa e di armonia. Intendiamoci bene. Sono vini davvero ben fatti. Ma la delusione e’ forte quando si hanno in mente quelli ben piu’ concreti, terra terra, profondi, avvolgenti, dei nonni e dei bisnonni. Con tutti i difetti che gli si potevano trovare da un’annata all’altra, erano vini sempre perfettibili ma entusiasmanti. Oggi sono tutti dei bei Rolex, sono tutti d’oro, ma non per il mio polso.

  4. Se ricordi neanche a Radici ci ha colpito particolarmente, eppure lo abbiamo bevuto e ribevuto
    E’ un vino che io definisco da “ansia da prestazione”, forse dovuta al ventennale. Ti sembrerà strano, il Rotondo a mio giudizio è più coerente al suo progetto di partenza.
    Al tuo elenco aggiungo Eubea del professore Sasso e Musto Carmelitano
    Ma in finale, l’Aglianico può essere bevuto solo dopo dieci anni

  5. Luciano, ti darei ragione se la stessa cosa che hai scritto fosse stata rivoltas per esempio a me. Franco e’ abituato a degustare Barolo e Barbaresco giovani, anche dalla botte, azzeccando perfettamente giudizi che si potrebbero confernmare fra 10 0 12 anni. Quindi penso che sia senz’altro in grado di estendere lo stesso metro di giudizio all’Aglianico. Lo so anch’io che non ha la tua stessa esperienza, maturata in loco, e una certa importanza ce l’ha anche quella, ma ho qualche dubbio che si sdbagli sugli attributi fondamentali. Io stesso ho avuto degli attimi di panico quando ho letto i giudizi di Roberto sull’Edizione. Ottimo vino, al primo bicchiere gli avrei dato anch’io dalle quattro alle cinque chiocciole. Ma io non sputo: bevo. E al terzo bicchiere ho cominciato ad avvertire qualcosa che non andava, non nella materia prima, davvero eccezionale, ma nel metterla insieme. Anche Dio modellandoci non ci ha fatto perfetti. Eravamo a sua immagine e somiglianza, ma non la sua fotocopia. Lo so che non e’ facile “ascoltare” Franco quando parla col cuore. Pero’ bisogna riuscire a farlo, anche perche’ certe volte mette delle pietre miliari sulla strada dell’enologia.

  6. @Mario
    Forse non mi sono espresso bene: concordo con il giudizio di Franco e non ho alcun dubbio che lui riesca a decifrareun Barolo come un Aglianico o qualsiasi altro vino altrimenti non sarei tra i suoi lettori. Non a caso questo è uno dei pochissimi siti in cui commento.
    La battuta sui 10 anni è riferita a tutti, commercianti, enologi, appassionati. Un concetto sempre più emergente da ripetute degustazioni e in quache modo anticipato anche dall’intervento di Castagno.
    L’Aglianico in purezza ha bisogno di tempo, molto tempo, a meno che non sia annacquato con merlot

  7. Luciano, sei sempre meraviglioso come fu Bettega (te lo dice un interista)quando incorni di testa in questo modo gli assist. Non per nulla sono uno dei tuoi piu’ assidui lettori dall’estero. “L’Aglianico in purezza ha bisogno di tempo, molto tempo, a meno che non sia annacquato con merlot”. E vuoi vedere che lo stesso vale per i nebbioli e per i sangiovesi, questa splendida trimurti dei vini d’ecellenza del nostro Paese? Qualcuno ha scoperto che il merlot, come dici bene tu, riduce i tempi di maturazione e quindi i costi aziendali, e anche di molto. Diciamo che li riduce anche all’osso, infatti sto bevendo un merlot cileno del 2008 che sembra invece avere gia’ sette od otto anni eppure ha soltanto un anno e mezzo. E allora merlot dappertutto, no? Se ci fai caso, sta avvenendo la stessa cosa con l’olio extravergine. Mettici anche del tunisino, del marocchino e vendilo a meno della meta’ di quello profumatissimo e gustoso di sole olive taggiasche. O con la zottarella (una vera bufala…) fatta in Germania, con il parmesan (allegheno, non reggiano)degli USA, insomma quei prodotti alimentari industriali che taroccano sempre di piu’ le nostre piu’ qualificate produzioni. Grazie, Luciano.

  8. Sono abbastanza esperto di aglianico (ne ho bevuti di quasi tutte le aziende, note e meno note) da poter dare ragione al dott. Ziliani nel fatto che prodotti meno costosi del don Aselmo sono quantomeno più rispondenti all’idea di aglianico, con i suoi tannini importanti, eleganti sì, ma vivi, o come dice qualcuno, scalpitanti. Cordiali saluti.

  9. Mi sono riletto due volte: dove accidenti ho detto che la laccatura tecnica degli altri Aglianico Del Vulture discolpa il Don Anselmo 2005? Leggi meglio, Franco: ho scritto che a mio avviso si tratta di un grande vino, assaggiato da te troppo giovane, quando anche versioni rivelatesi nel tempo pacificamente strabilianti (1994, 1995, 2001) erano chiusi, compressi e difficili da valutare. Sui 79 punti centesimali, sinceramente, resto con gli occhi a palla come fai tu quando commenti le valutazioni del Suckling di turno.

  10. Salve. Oggi, casualmente, poco prima di imbattermi in questo articolo, ho letto una recensione di Bibenda sui 90 anni di Paternoster, dove, recensendo diverse annate di Don Anselmo, attribuisce soli 85 punti alla 2005, parlando di unnata inizialmente sopravvallutata, poi deludente. Qui l’articolo. http://www.paternostervini.it/news/news.jsf?id=159 Con l’occasiane vorrei chiedere al Sig.Ziliani cosa pensa delle ultime annate del Titolo Fucci e della 2013, se ha avuto modo di assaggiarla. Grazie, Saluti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *