Ghemme Docg 2003 Marchiopolo

Non si può dire che si faccia un gran parlare del Ghemme, quando si parla dei grandi rossi base Nebbiolo (non in purezza, perché il disciplinare contempla anche una quota di Vespolina e Bonarda novarese, alias Uva rara) piemontesi. Eppure tra le varie denominazioni, alcune ben poco note, delle Colline Novaresi, il Ghemme, vino di antico lignaggio, anche se di una nobiltà non proprio splendente ed in auge, è il vino più importante, quello forse in grado di regalare, anche se il Boca si difende e si sta riprendendo niente male, con una vivacità davvero degna di nota, le maggiori soddisfazioni a chi ama i Nebbiolo Alto Piemonte.
Per dare il mio modesto contributo ad attirare l’attenzione su questo signor vino, ora che comincia ad avvicinarsi, sia dal punto di vista del calendario che da quello meteorologico, il lungo periodo dei rossi, mi piace segnalare alla vostra attenzione le mie osservazioni su un vino che ho degustato qualche mese fa e che ho tenuto in stand by attendendo il momento giusto.
Si tratta di un Ghemme particolare, non commercializzato dalla cantina, l’Azienda Agricola Mirù, che ha curato la vinificazione con il proprietario Eugenio Arlunno, ma introdotto nella speciale selezione di vini, cui sovraintende il tecnico Fabrizio Zardini, che fa parte della linea, di cui altre volte ho già parlato, della società Marchiopolo creata dall’imprenditore veneto, grande appassionato di vini, Giovanni Marchiorello.
Accanto ad Amarone della Valpolicella, Aglianico, Negroamaro, Nero d’Avola e Perricone siculi e rare Pignola valtellinesi, Marchiorello & Zardini hanno inserito anche questo Ghemme base Nebbiolo (90%) e Vespolina, 10%, da uve provenienti dal vigneto Rossini posto in comune di Ghemme, 200 metri di altezza, esposizione est – ovest, collocazione su ammassi morenici nella zona alluvionale del ghiacciaio del Monte Rosa ricchi di minerali, affinato 24 mesi in legno (grande) e 9 in bottiglia.
Un bel vino, di quelli con cui vale la pena di confrontarsi, rosso rubino splendente luminoso di grande integrità e bellezza, naso compatto, quasi “materico”, dolce e suadente, largo e caldo, quasi carezzevole, con una forte componente animale e selvatica in rilievo, con note di cuoio, carne arrosto e selvaggina, catrame, pepe nero, prugna sotto spirito, rosa canina e spezie, accenni di catrame, di china ed erbe aromatiche, rabarbaro, liquirizia e humus, ricca, di grande impatto eppure nervosa e di grande freschezza.
E poi che soddisfazione al gusto, largo, ampio, di grande soddisfazione, con il vino che si allarga e invade il palato e lo conquista con la forza e l’energia di un tannino indomito, appena scontroso, ma non aggressivo, una lunga persistenza terrosa, un alcol ben sostenuto (13,5°) ma mai eccessivo, e un finale molto lungo, che non ti molla più, pieno caldo, vivo, con l’essenziale petrosità, la possenza del vino che non ricorre a ruffianerie e scorciatoie per imporsi, ma che sa conquistare, con la sua essenza, la sua verità, il consenso…

0 pensieri su “Ghemme Docg 2003 Marchiopolo

  1. Bravo, Franco. Il vino preferito della mia gioventu’, il Ghemme, di cui ricordo ancora dall’annata 1964 in su e soprattutto quelli del compianto papa’ di Imazio. La bottiglia va aperta per tempo e sarebbe consigliabile anche decantarlo. Di solito l’ultimo bicchiere e’ infatti… piu’ buono del primo. Ti ringrazio di aver scritto di questo grandissimo vino.

  2. A proposito di Ghemme. Ti consiglierei di assaggiare appena puoi i due nuovi cru dei fratelli Ioppa dell’annata 2004. Il Santa Fè ed in particolar modo il Bricco Balsina. Ne abbiamo parlato nella recensione dei Barolo, dove sono stati inseriti come “virus”.

    Ciao,

    Ivano

  3. Finalmente si parla anche dei meravigliosi Nebbioli dell’Alto
    Piemonte. Oltre al Boca, che hai citato, non dimentichiamoci anche del Gattinara del Bramaterra del Lessona del Fara e del Sizzano, tutti a base Nebbiolo e anche se, ahimè, poco conosciuti, a mio modesto parere stupendi vini.

  4. @Enocentrico. Ne approfitto: per cortesia, può spiegare ad un semplice consumatore cosa intende per “FINALE DA ALTISSIMO CETO”. Grazie

  5. A Pier Giorgio Croce suggerisco di cliccare sull’articolo da me già segnalato in precedenza sul Ghemme e poi di cambiare i numeri finali, uno alla volta, con i seguenti:
    11&IDNews=373,
    11&IDNews=385,
    11&IDNews=472,
    11&IDNews=1030,
    11&IDNews=1184,
    17&IDNews=967,
    17&IDNews=968,
    15&IDNews=1198.

  6. E’ proprio vero che “Finalmente si parla anche dei meravigliosi Nebbioli dell’Alto Piemonte”. Non e’ sempre facile trovare quelli che hanno i profumi ed i sapori della tradizione, ma hanno un fascino particolare per via del terroir particolare e delle uve locali con cui si sposano.

  7. @Il Consumatore. Avrà notato che nelle nostre degustazioni, oltre al punteggio in centesimi, viene dato la menzione “Altissimo Ceto” ai vini che sono “emozionanti” o che hanno un “qualcosa in più”, indipendentemente al punteggio assegnato. E’ stato scritto “un finale di Altissimo Ceto” per indicare che quel vino aveva un finale emozionante.
    A pensarci…forse era meglio scrivere “linimneti di suadenza speziata ed infinita, con rimandi linfatici esplosivi”… 🙂

  8. @mario
    grazie! ho letto solo ora l’articolo, ne ho bevuto due sere fa una riserva 2004 della coopertiva, ottimo, anche se migliorerà sicuramente con un paio d’anni di cantina

  9. Siamo sempre li, Francesco, allo stesso problema. Ci sono palati abituati al gusto del nebbiolo fin da bambini. Sanno perfettamente come e quando berlo e con che cosa a seconda dell’eta’. Perche’ non vanno bene subito con tutto. Specialmente quei nebbioli sposati con le principesse della Traversagna. E poi dipende dal gusto personale. Sono ottimi subito con le castagne arrosto e con il gorgonzola cremoso e dolce, anche con il salame sott’olio (o sotto grasso) e cioe’ il salam d’la duja. Per gli arrosti ci vuole qualche anno. Per i brasati qualche lustro. Per la selvaggina di piuma e di pelo anche qualche decennio. I formaggi: qui e’ un bel casino. Sono dei casini anche i formaggi, a dir la verita’. Ci vuole fortuna nell’azzeccare l’abbinamento. Pero’ una cosa e’ certa. Se siete capaci di dimenticarvene qualche bottiglia in fondo alla cantina e’ meglio. fate conto che se le devono bere i figli o meglio i nipoti e i bisnipoti, scoprendole per caso sotto qualche dito di polvere quando voi non ci sarete piu’. Vi porteranno i fiori sulle tombe con tanta maggior gratitudine… provare per credere!

    • Mario, bella questa immagine dei vini “dimenticati” o lasciati apposta nelle cantine perché chi verrà dopo di noi, figli, nipoti, ecc. ne possano godere e possano ricordarci con più affetto. Un vero spunto per un post che, scrivendo con una sola mano, con l’altra preferisco… toccare “ferro”, penso di scrivere presto, pensando a cosa sarà delle nostre cantine, costruite con tante amore, dopo di noi…

  10. Sara’ quello che e’ sempre capitato a tutte le belle cantine del mondo. Un giorno entri finalmente in quella di un tuo zio ormai scomparso da trent’anni, vedi i tini grandi e le botti enormi in cui faceva il vino e in cui salvo’ una famiglia di ebrei dalla ferocia nazista, ti accendono le luci fioche, anche quelle che hanno gli interruttori impastati ormai di ragnatele, visto che non ci entra nessuno dalla morte dello zio e quando chiedi cosa sono quelle bottiglie vicino al muro, dentro un cesto di vimini, al buio, la’ sotto quel vecchio torchio… non sanno cosa dirti. E allora ne prendono una in mano, starnutiscono per tanta polvere che c’e’, provano a decifrare un’etichetta che ormai ha ben poco di leggibile per quanto e’ incartapecorita e ti leggono… Barbaresco Riserva Speciale Enrico Serafino 1952. Ma tu non sei del ’52? Non saranno mica quelle che zio Renzo doveva portare da zia Mariuccia quel giorno che….
    Ecco, Franco.
    Aperta la mattina per berla la sera, senza decantare, eravamo in quattro ed abbiamo cantato tutta la sera!

  11. @ Mario e Franco: grazie delle bellissime parole, ho anch’io l’ambizione di lasciare qualche bottiglia dopo di me…magari di quel carema.
    @ Franco. Ho seguito il suo consiglio e ho ordinato il libro di Belfrage, dalla presentazione che c’è su amazon direi che ne vale veramente la pena, le farò sapere

  12. “Non si può dire che si faccia un gran parlare di Ghemme…”
    MA Si PUò RINGRAZIARE APERTAMENTE CHI RECENSISCE E VIENE a SCOPRIRE L’ALTO PIEMONTE CHE SA STUPIRE.
    ESSEZIALE ,POTENTE, SINCERO…Trovo che Franco sia riuscito a confrontarsi, sviscerano a pieno le tante sfaccettature di un vino nato in un’annata calda e siccitosa, quando il vigneto “Rossini” aveva solo 6 anni di vita e soffriva più di ogni altra creatura l’asprezza pedoclimatica dell’anno 2003.
    L’uva fu poca ma “POSSENTE”, una buona gradazione zuccherina,un’acidità appena pronunciata e un tannino indomito, ma fondamentale alla longevità di un GHEMME D.O.C.G. Mirù.
    I 20 mesi di Rovere di Slavogna Grande e l’amore in cantina hanno poi smussato gli angoli scontrosi di una struttura Potente,Sincera ed Essenziale… Perchè in questo vigneto nel 2003 non ci si poteva vestire eleganti!

    Gli appassionati dei Nebbioli del’ALTO PIEMONTE sono invitati alla manifestazione “G&G” che si terrà a Stresa il 28/02/2009: Degustazione di Gattinara e Ghemme D.O.C.G.

    • caro Arlunno, io posso già anticipare sin d’ora che a G&G a fine febbraio a Stresa sarò presente. Sono stati così gentili da invitarmi e coinvolgermi in una manifestazione che s’annuncia importante…

  13. Esatto, una manifestazione sicuramente da non perdere per tutti i nebbiolisti, insieme a quella del 29 novembre prossimo che si terrà a Gattinara per il decennale del Consorzio di Tutela Nebbioli Alto Piemonte.
    Una giornata interamente dedicata ai vini dell’Alto Piemonte con banco d’assaggio per Operatori e Pubblico oltre che conferenza con importanti personaggi del mondo vinicolo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *