I Frescobaldi auspicano il ricorso alla raccolta meccanizzata e l’accorpamento della proprietà fondiaria: anche a Montalcino?

Non so quanti di voi abbiano letto, domenica 4 ottobre, l’articolo che Giorgio Dell’Orefice ha dedicato, sul Sole 24 Ore, allo spinoso tema dei “prezzi in caduta libera per la vendemmia 2009”.
Prezzi in discesa “che sembrano essere influenzati più dal trend stazionario dei consumi interni e dalla frenata dell’export”, con “contrattazioni sulle uve appena vendemmiate che fanno registrare flessioni diffuse che non risparmiano neanche i vini di maggiore qualità”. Molto interessante una notizia riferita dall’articolista, quella di “una partita di Sangiovese per produrre Brunello di Montalcino che è stata scambiata nei giorni scorsi al prezzo di 100 euro a quintale. Ovvero il 45% in meno rispetto ai 180 euro che nel 2008 rappresentavano il valore medio”.
In questo articolo troviamo le riflessioni di alcuni noti produttori italiani, tra cui, molto interessanti, quelle del tecnico di una celebre azienda toscana che opera anche a Montalcino, e che nelle vicende relative al Brunellogate è stata suo malgrado coinvolta, la Marchesi Frescobaldi.
Nell’intervista Lamberto Frescobaldi, vicepresidente del gruppo vinicolo di famiglia afferma: “Dobbiamo tornare a riflettere sui costi di produzione e lo dobbiamo fare aggredendo l’eccessiva frammentazione della proprietà fondiaria che frena il ricorso alla raccolta meccanizzata. Tutti fattori che possono rafforzare la competitività del vino italiano e che invece negli ultimi anni abbiamo un po’ tralasciato”.
Sono riflessioni come queste che aiutano a capire quale idea del vino toscano, quale concezione del vino da produrre anche a Montalcino, vino da ottenere mediante ricorso alla raccolta meccanizzata e all’accorpamento di grandi superfici, non importa se situate in aree vocate oppure no, accorpamenti che se realizzati porteranno a strozzare le piccole aziende agricole, alberghi in brand come Marchesi Frescobaldi, Banfi, et similia.
Sottolineo poi, letta al volo in una cronaca della inutile manifestazione denominata VinoVip, che si è svolta un mese fa a Cortina, pubblicata sull’organo dell’Unione Italiana Vini, il Corriere Vinicolo, questa perlina di “saggezza” regalata dal Presidente di Assovini nonché della Cantina Settesoli in Sicilia, Diego Planeta: “ai giovani che hanno appena intrapreso la professione di vitivinicoltore, consiglierei di spendere meno per produrre e più per vendere”.
Cosa conta difatti la qualità che si ottiene lavorando duramente e senza compromessi in vigna, facendo raccolte a mano, selezionando i grappoli migliori, abbassando la produzione e le rese, se poi, come Planeta insegna, si sa fare marketing, ci si sa vendere bene, si sa proporre bene il marchio, si riescono a realizzare sinergie e collaborazioni con il mondo dell’informazione? La qualità, per loro, la poesia del vino, la sua cultura, il suo esprimere la storia e l’identità di un terroir, e di rispettarlo, è solo un optional, l’importante é vendere. A quale prezzo e a costo di chissà quali compromessi, non importa…

0 pensieri su “I Frescobaldi auspicano il ricorso alla raccolta meccanizzata e l’accorpamento della proprietà fondiaria: anche a Montalcino?

    • Agghiacciante? Ma suvvia é il pensiero, più o meno confessabile, che alberga in larghissima parte delle Grandi Aziende del Vino italiane, quelle che secondo qualche giornalista molto accorto e attento a curare le pubbliche relazioni, e la propria carriera, sono la base fondante e la salvezza del vino italiano…

  1. Prima i raccoglitori si pagavano in nero, adesso c’è il voucher, per chi lo usa, che costa 10€ all’ora. E’ chiaro che se gli stagionali andassero a lavorare solo per un piatto di fagioli sarebbe anche meglio, no?
    E’ lo stesso ragionamento di quelli che fanno costruire la 500 in Polonia o le scarpe di lusso in Romania: minima spesa, massima resa.
    Sarebbero questi gli amministratori illuminati?
    Che vadano a sterilizzare il mosto in autoclave per fare il succo d’uva, allora!

  2. Buongiorno.
    In partenza per Firenze con l’amico Riccardo ospiti dell’amico Michele, mi vado a cercare lo strale che spero non mi incenerirà.
    Diego planeta ha perfettamente ragione. E anche Lamberto Frescobaldi. Stasera poi argomenterò con calma il mio pensiero.
    Buona giornata.

  3. Finalmente hanno gettato la maschera. Era già tutto spiegato nei fumetti di Tex.
    Al tavolo da poker inizialmente il pollo da spennare lo si fa vincere bene e per più volte in modo da invogliarlo a rigiocare.
    Quando il giocatore maturo ritiene sia giunto il momento arriva la stoccata finale e gli portano via anche le mutande con delle carte ben ammaestrate.
    Oppure, altro sistema, il proprietario del ranch più grande inizia a cambiare il corso del torrente che bagna le terre del piccolo e lo riduce alla sete e poi, per i debiti contratti con le banche, in piccolo vende tutto al grande per una manciata di susine.
    Negli scorsi anni in prezzo del vino sfuso e dell’uva erano drogati, non lo dico da ora.
    Quei prezzi, insieme al fatto che il vino si vendeva e bene, specie negli effimeri supertuscan, ha fatto si che tante, troppe piccole e medie aziende si facessero prendere dall’eccessivo ottimismo e voglia di stupire con effetti straordinari.
    Le cose sono cambiate, prezzi che vanno, prezzi che vengono…… ora siamo al minimo storico (per un quintale di uva Chianti Classico siamo a 60 o al massimo massimo 80€, l’anno scorso era il doppio)….siamo alla stangata finale.
    Il piccolo o il medio che soccombe, il grande che vince il gioco e prende tutto.
    Avrà avuto ragione Tex Willer a sentir la classica “puzza di zolfo?”

  4. Andrea mi ha levato le parole di bocca.
    E poi i grandi, in alcuni casi, siedono anche nei consigli di amministrazione di quelle banche che li finanzieranno nell’acquisto dei terreni, ipotecando i milioni di bottiglie ferme in cantina o emettendo dei futures, con tassi altamente agevolati che sono sempre stati negati al piccolo.

  5. temo che, purtroppo per noi, fino a quando al vino non verrà lasciata la possibilità di essere bevuto in pace, non ne usciremo mai fuori. questo perché ripeto, purtroppo, ci sono troppi consumatori ignoranti e troppi esperti sulla carta stampata e non solo. Sicuramente uno dei pochi casi di libertà vera di informazione, ma in altre parole un altro sistema per confondere le già confuse teste dei consumatori incapaci per causa di ciò, di costruirsi una propria coscienza critica.

    • Fabio, perché con post come questo confonderei “le già confuse teste dei consumatori”? Io cerco di fare opera d’informazione non di disinformazione o di confusione…
      Mi chiedo se sulle dichiarazioni di Frescobaldi e sulle sempre più scoperte intenzioni delle potenti famiglie del vino italiano non abbia nulla da dire la F.I.V.I. http://www.fivi.it/ Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti…

  6. Condivido il pensiero del Sig Pagliantini. L’argomento è strettamente connesso ai pensieri già espressi parlando di Biondi Santi e l’abbassamento dei prezzi. Voglio solo esprimere la mia sensazione di orrore, pensando all’accorpamento di piccoli appezzamenti in un grande minestrone, alla qualità della produzione e a tutto ciò che comporta riguardo ad altri valori. Per chi preferisce un Sassicaia fatto con raccolta meccanizzata ad un Barolo fatto lavorando duramente in vigna tutto l’anno e raccogliendo a mano, selezionando acino per acino, un tale evento non provocherebbe sconvolgimenti.
    Il ragionamento del sig Frescobaldi e di Planeta è nella logica del vendere un brand, non importa quale sia la vera qualità del contenuto. MA il prodotto-vino-diqualità non può rispondere a tale regola.

  7. Vigneti usa-e-getta.
    Ecco come qualcuno vorrebbe ridurre le più belle zone vinicole d’Italia.
    Questa idea, ovviamente, non poteva balzare in mente a nessun piccolo produttore, e neanche se la sognerebbe mai, sarebbe uno dei peggiori incubi…!
    Mi è capitato più volte di scambiare idee e sentire le opinioni di chi in vigna ci lavora tutto l’anno: la meccanizzazione della raccolta (chiaramente dopo la meccanizzazione della potatura, la meccanizzazione dell’impollinazione e così via…) non farebbe altro che ridurre la durata di un vigneto a vent’anni al massimo, per lo stress subito dalla pianta sottoposta a questi trattamenti.
    E magari vorrebbero anche mantenere gli stessi prezzi di vendita…?!?
    Lasciamo la tecnologia, almeno quella parte più invasiva, ad altre attività, o ad altri vigneti destinati a ben altre tipologie di vini.
    Gli squali che vorrebbero mangiarsi i pesci piccoli vadano a nuotare in altre acque, per favore…

  8. E che dire di una bella spianata alle colline?
    Così si lavora meglio.
    Così il famoso paesaggio toscano – decantato dal principe Carlo (amico di famiglia dei marchesi Frescobaldi)- la smetterà di attrarre turisti rompiscatole.
    Così – finalmente – sulle spianate si potranno costruire meglio le fabbriche auspicate e invocate dall’allora assessore al turismo regionale, che nel giugno 2006 dichiarava: “siamo stufi di colline col casale in cima e il filare di cipressetti: anche noi vogliamo lo svipuppo industriale!” (conferenza regionale del turismo(!); giugno 2006, udito con le mie orecchie!).
    Con buona pace di quelli che pensano che parlare di cultura sia radical-chic, torno ad affermare – con forza – che abbiamo (e mi ci metto dentro!) problemi di cultura, di formazione, di scuola mal digerita.
    Pochi amministratori preparati, sensibili e vocati.
    Pochi imprenditori preparati e attenti al futuro.
    E poi sento la gente lamentarsi di Berlusconi e del Berlusconi-pensiero: Berlusconi è stato eletto da questo paese (con larga maggioranza); tutti gli invidiano soldi e ‘avventure’.
    A cominciare dalla maggioranza (non ho scritto ‘TUTTI’) degli amministratori (dx+sin) e degli imprenditori. Tutto discende da lì.

  9. Caro Franco,
    come segretario della FIVI non ho giustamente la facoltà di esprimere giudizi di tipo politico e quindi demando questo compito al Presidente a ai nostri soci. Non vorrei però nascondermi e per questo allego un mio recente articolo pubblicato sulla Stampa di Torino. Rileggendolo mi pare che metta in luce diverse problematiche trattate in questo post e che possa chiarire il mio pensiero.
    Ciao, a presto Giancarlo

    “Il 2009 rischia di far scoccare l’anno zero della viticoltura italiana, come lo era stato il cruciale 1986: il millesimo del metanolo. Nessuna paura: qui nessuno rischia la salute, ma tanti, forse troppi, perderanno la propria azienda agricola. In questi giorni si stanno susseguendo dichiarazioni a ripetizione sulla vendemmia, sempre ottima e di alta qualità come recita un copione già scritto. Ma, i problemi sono altri e più profondi. Così come accade in tutti gli altri settori agricoli anche la viticoltura è stata pesantemente investita dalle fluttuazioni dei prezzi della materia prima. Il valore delle uve è in picchiata, tanto che in moltissimi casi, dal Piemonte alla Sicilia, accadrà che il contadino non solo vedrà ridotte le proprie entrate, ma addirittura rischia che i ricavi siano più bassi dei costi sostenuti. Questo è il primo e il più grave indizio di un settore in profonda trasformazione. Ora il mercato è in mano ai commercianti e agli industriali che possono fare il bello e il cattivo tempo, così come accadeva un tempo, prima della rinascita dell’enologia italiana. Possono ad esempio decidere di comprare o meno il raccolto fissando loro il prezzo e ancora peggio svuotare le cantine dei vignaioli piene di vino sfuso invenduto. Un altro segno evidente di una brusca sterzata è data dalle strategie di alcuni grandi marchi che non investono più nel settore agricolo a tutto vantaggio dell’assunzione di tecnici che controllano i campi degli agricoltori conferenti imponendo pratiche e prodotti chimici da utilizzare, trasformando il ruolo di queste persone, non più contadini ma operai privi di un proprio potere decisionale. La materia prima a prezzi stracciati arriva poi in cantina dove schiere di enologi la aggiustano secondo i gusti del momento, per poi giungere sugli scaffali della grande distribuzione con una bella confezione. Ma il consumatore non vede cosa si cela dietro l’etichetta: impoverimento della cultura contadina, scomparsa della figura del vigneron, vini sempre più tecnici e meno aderenti al terroir e sempre meno scelta per l’appassionato di vino. Il vignaiolo è di fronte a un bivio o soccombre ed estirpare (26 000 ettari in procinto di fare questa fine), oppure unirsi e resistere con l’obiettivo di promuovere agli occhi del consumatore il proprio ruolo sociale e storico.”

    • non avevo dubbi che chiamato in causa l’amico Gariglio, segretario della Fivi, si sarebbe fatto sentire proponendo un intervento che condivido.
      Sul problema del ribasso drammatico delle quotazioni delle uve, delle speculazioni che qualcuno sta facendo, riporto quanto mi ha scritto giorni fa un viticoltore veneto. E’ una testimonianza drammatica, che dovrebbe fare riflettere:
      “Sono tornato a casa,caro Franco, per un panino in pace e da solo. Dovrò abbassare gli occhi di fronte a mio figlio stasera. Stamane mi hanno riferito di contratti a 0,13 eur /Kg uva doc arcole e si prospetta il range 0,20-0,30 x il Soave, 0,30-0,40 per il Valpolicella doc. Insomma, come volevasi dimostrare o come annunciato. Guarda Franco che questa è la fine, qui si pagano sì e no le spese di coltivazione. Mi vuoi dire, per favore, perchè dobbiamo sempre pagare noi produttori ? Perchè i signori dell’imbottigliamento non stringono i loro di costi, perchè qualcuno non dice che poi quelle bottiglie vengono vendute da 1 a 5 eur + iva cadauna ? Perchè non si dice e non si scrive di questa vergogna, dello scandalo di chi imbottiglia materia prima pagata in cisterna 0,25 -0,35 eur/litro ?”

  10. Complimenti per la nitida fotografia orribile ma necessaria, @Giancarlo Gariglio. Tuttavia penso che il consumatore se ne impippi bellamente del ‘ruolo sociale e storico’ dei contadini, dato che in questo paese le (comuni e diffuse) origini contadine fanno orrore alle due ultime generazioni (forse tre), da cui i consumatori stessi, in larga parte, provengono.
    La terra e la campagna sono (state) vissute fino a quidici anni fa come luogo di emarginazione, solitudine e pochezza di tutto, dalla maggior parte dei cittadini e dei consumatori.

    La Toscana è la mirabile eccezione (alla estraneità suscitata dalla campagna e dalla terra), che sulla scorta della bellezza paesistica e delle testimonianze culturali diffuse, ha ribaltato il fotogramma, quasi inconsapevolmente.

    Purtroppo, anche in Toscana, il nuovo reale interesse per la terra, da parte di imprenditori (autoctoni e immigrati) che vi hanno intravisto una possibilità di futuro appassionante non fa il paio con un minimo di capacità di organizzarsi e mettersi insieme per difendere i propri interessi di agricoltori valorizzando lavoro e prodotto, senza perdere di vista la propria identità.

  11. Buonasera.
    Ciao Silvana. Quello che hai appena scritto è esattamente quello che io intendo col dare ragione a Lamberto Frescobaldi e Diego Planeta.

    • ag, ma non hanno assolutamente “ragione”! Hanno solo parlato con franchezza, rivelando, senza giri di parole, quello che é il punto di vista, quelle che sono le intenzioni, il programma, degli industriali del vino, pardon, delle Grandi Aziende…

  12. Anche gli imbottigliatori seri denunciano speculazioni vere, proprio come Gariglio (complimenti per il bel pezzo) e il viticoltore veneto (che ha parlato come sa fare lui, cioe’ direttamente al cuore). A San Pietroburgo ci sono state trattative a colpi di centesimi di euro su vini che secondo gli impoirtatori andavano scontati ancora, con la scusa della crisi. Poi pero’ bastava fare un giro nei negozi per accorgersi che la trattativa per ridurre da 1,55 a 1,45 euro una bottiglia era stata tutta una farsa, visto che la stessa stava a 30 euro convertiti in valuta locale, cioe’ a 20 volte tanto. E a Varsavia la stessa cosa, con la differenza che qui l’abitudine e’ sempre stata la meta’ che in Santa Madre, e cioe’ “solo” 10 volte tanto. In media, ovviamente. E’ un ricorso al ricarico come per l’olio di oliva. Sono 10 anni che i prezzi alla produzione continuano a scendere e quelli al dettaglio continuano invece a salire. C’e’ qualcuno nel mezzo che fa il furbo.

  13. Franco buonasera. Loro pensano da grandi aziende e agiscono come perfettamente descritto dal signor Gariglio (il paragone me lo tengo per me).
    Qualcuno si è chiesto come mai i rapporti siano diventati così svantaggiosi da (io dico il momento) 8 anni a questa parte?

  14. Un gioco perverso iniziato quantomeno nel “96-“97, pompando i prezzi a dismisura, portando i piccoli imprenditori ad investire esageratamente… per poi (anche attraverso i contributi e fondi europei che guardacaso sono arrivati solo ad alcuni destinatari ed in alcune specifiche regioni…) metterli in condizioni di svendere le loro aziende ai grandi gruppi o nomi.
    Ma era tutto prevedibile!
    Dall’altro canto i prezzi al consumatore sono calati del… 5… 10%? Ma i prezzi di vendita delle uve e dei vini del 50%.
    Vai a parlare di qualità, di amore per la terra, di dedizione al tuo lavoro, di produzioni davvero pulite (lasciamo perdere il biologico ed il biodinamico che vorrei fossero reali!). Tutta utopia, tutta poesia che possiamo solo capire e raccontarci in pochi, piccoli sopravvissuti.

  15. Un motivo per amar ancor di piu’ quei meravigliosi vigneti terrazzati del versante Retico della Valtellina e tutta la viticultura eroica nazionale.
    Li niente raccolta meccanizzata ma piegar la schiena…requisito fondamentale per
    tener lontano i forestieri che con tromba e bandiera (riferimenti ad investitori americani puramente casuale) arrivano per facili speculazioni e noi con il capo chino accogliamo a braccia aperte.
    Peccato che questi vecchi viticultori non troveranno nessuno a cui passare il testimone e tutto questo sapere,cultura,patrimonio e tradizione come al solito andra’ a finire in qualche bella guida turistica…magari solo in lingua inglese.

  16. Buongiorno.
    Signora Giovanna mi sa che i Gaudeamus sgorgavano molto meglio quando partite di uva da Brunello venivano pagate 1.000.000 di lire a q.le oppure 600.000 lire per un q.le di Chianti Classico, no?

  17. Fare vino senza essere capace di venderlo é inutile in un mercato global, questo dice il Sig. Planeta. Chiedi agli agricoltori Menfitani che ne pensano …

    • Questa sua osservazione, Valla, l’accolgo in pieno, permeata com’é di realismo e buon senso. Ma quando Diego Planeta invita, come ha fatto, ad investire di più nel marketing, nella promozione, nel sostegno al mercato, e meno nella produzione, ovvero nella cura della qualità, in vigna innanzitutto, e poi in cantina, a mio modesto avviso ha totalmente torto. E dice una cosa non solo assurda, ma pericolosa, alla quale non posso che oppormi risolutamente. Che poi io conosca personalmente o meno l’autore di questa frase non ha alcun significato.

  18. Qullo che ho letto, fa arrabbiare e purtroppo consolida la teoria che paga il marketing. Spero che in avvenire ci sia una svolta in difesa della produzione di uva sempre bisfrattata (operai agricoli).
    Speriamo che il mondo del marketing abbia una ripercussione, iniziando con provigioni per agenti “snob” che sembra che loro facciano un piacere a noi quando compriamo i vini e spese aziendali esagerate (cene, regali ecc.).
    Invito tutti quelli che amano veramente “bere” il vino a non fermarsi più su quello che ci viene detto o scritto, ma assaggiare e giudicare con il nostro gusto, che nessuno ha il diritto di giudicare.

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