I vini e le aziende di Montalcino: assenze e presenze nell’ultimo libro di Nicolas Belfrage

In questi giorni sto leggendo, anzi sto centellinando, godendomela, l’ultima fatica del mio carissimo amico e collega (direi anzi del maestro, trattandosi di una persona da cui ho imparato molto) Nicolas Belfrage, americano di nascita, ma inglese di formazione e di residenza, master of wine dal lontano 1980. Il libro, The Finest wines of Tuscany and Central Italy, viene pubblicato come opera d’esordio delle Fine Wine Editions, edizioni che segnano un’inedita collaborazione tra la rivista The World of Fine Wine, di cui Nick è attivo collaboratore e la casa editrice inglese Aurum, e apre una collana che comprende anche The Finest wines of Champagne dell’ottimo Michael Edwards.
Si tratta di un’opera, impreziosita anche dalla foto di un fotografo di valore come Jon Wyand (vedere qui una galleria di sue immagini d’ambiente borgognone), con cui Belfrage, il giornalista di lingua inglese che da più anni si occupa di vini italiani (fin dai primi anni Settanta), autore di libri di riferimento come Life Beyond Lambrusco, Barolo to Valpolicella e Brunello to Zibibbo, propone una personale “regional and village guide to the best wines and their producers”, facendo seguire ad una parte introduttiva dedicata a storia, cultura, geografia, geologia della Toscana, ai terroir toscani, ai vitigni autoctoni, ovviamente con particolare attenzione dedicata al vitigno principe toscano, “the blood of Jove”, il Sangue di Giove, ovvero il Sangiovese, e una parte relativa allo sviluppo della viticoltura e dell’enologia in terra toscana, ad un esame degli aspetti legislativi e statistici, ci porta in giro nelle varie zone della Toscana dei vini.
Oltre che in Umbria, Romagna, Marche, anche se la parte dedicata a queste altre regioni risulta solo abbozzata e non è sviluppata come avrebbe meritato. Accompagnando il lettore in giro tra Chianti Classico, Costa Toscana, Montepulciano, San Gimignano, l’area della Rufina e di Carmignano, Nicolas ci porta, ovviamente, anche a Montalcino, cui vengono dedicate una cinquantina di pagine.
E come nelle altre zone, il racconto di questa zona, di quello che di particolare rappresenta nel mondo del vino toscano, viene affidato ad una serie di ritratti che presentano le aziende che secondo l’autore dovrebbero meglio illustrare la realtà produttiva, la wine scene di Montalcino oggi.
I produttori scelti sono 24, ed esattamente (in ordine di comparizione nel libro):
Biondi Santi (Tenuta Greppo)
Camigliano
Il Poggione
Sesti (Castello di Argiano)
Soldera (Case Basse)
Villa Argiano
Castello Banfi
Col d’Orcia
Salvioni (La Cerbaiola)
Gianni Brunelli (Le Chiuse di Sotto)
Cerbaiona
Ciacci Piccolomini
Il Colle
Fuligni
Lisini
Mastrojanni
Pian dell’Orino
Agostina Pieri
Poggio Antico
Poggio di Sotto
Gorelli Le Potazzine
Salicutti
Siro Pacenti
Valdicava

Come si può notare ci sono presenze che definirei obbligate, legate alla storia e poi allo sviluppo, negli ultimi trent’anni, di Montalcino, in primis Il Greppo di Franco Biondi Santi, e poi la modernità e l’innovazione, lo stil novo d’orientamento internazionale rappresentato da Banfi.
E poi aziende che costituiscono il tessuto connettivo di Montalcino come Col d’Orcia e Il Poggione, Lisini e Mastrojanni, piccole realtà di diversa ispirazione e orientamento come Case Basse e Siro Pacenti, Poggio di Sotto e Poggio Antico, boutique wineries ormai emerse come Ciacci Piccolomini, Gianni Brunelli, Giulio Salvioni, Il Colle e Fuligni.
Si noteranno, poi, anche anche clamorose assenze, sia tra le aziende storiche, ad esempio Fattoria dei Barbi, Altesino, sia tra quelle mediatiche come Casanova di Neri, Fanti, Pian delle Vigne, o tra quelle recentemente emerse come Uccelliera, Collemattoni, La Poderina.
Conoscendo bene Nick non accuserò di certo la sua selezione delle aziende scelte per rappresentare Montalcino e la definirei piuttosto una scelta “istituzionale” tesa non solo e non tanto a rendere omaggio e rappresentare i suoi gusti e le sue predilezioni (un paio di produttori scelti sono certo che non figurino tra i suoi wine heroes…), ma a proporre uno scenario il più articolato e ramificato possibile delle diverse sensibilità in materia di Brunello presenti oggi a Montalcino.
Esaminando l’elenco di Nick mi sono chiesto quanti dei “suoi” produttori, in un mio immaginario elenco avrei inserito. Ne ho contati 16 se avessi dovuto scegliere solo i vini che amo e che mi viene voglia di bere e che considero corrispondenti in pieno alla mia idea del Sangiovese di Montalcino.
Ma a questi 16, allora, ne avrei aggiunti anche altri, voglio citarne alcuni, Caprili, Le Macioche, San Lorenzo, Fonterenza, Celestino Pecci, Lambardi, Tenuta di Sesta, Brunelli, Capanna, Il Marroneto, Canalicchio di Sopra, Canalicchio, i cui vini mi sono regolarmente piaciuti nella mia esperienza di degustatore. Aziende, queste, e qualche altra, che terrò sempre più in considerazione nel percorso, alla ricerca dell’autenticità brunellesca, e dei valori positivi di Montalcino e del suo Brunello, che anche senza voler stilare elenchi di “buoni e cattivi” (ma vini buoni e meno buoni, grandi vini e vini mediocri, piaccia o non piaccia eppure esistono e chiunque abbia esperienza e palato li può distinguere), cercherò sempre più di percorrere, ad uso e consumo del consumatore e degli appassionati curiosi di buona volontà…

0 pensieri su “I vini e le aziende di Montalcino: assenze e presenze nell’ultimo libro di Nicolas Belfrage

  1. signor Ziliani, visto che nessuno commenta questo post voglio essere il primo a rompere il silenzio e provare a chiederle quali siano le aziende, rispetto a quelle inserite nel libro dal suo amico Belfrage, che non farebbero parte di una sua personale selezione di Brunello di Montalcino.Da quello che ha detto, dovrebbero essere 8-9: si possono conoscere i loro nomi o sono troppo indiscreto? 🙂

  2. A spanne, il mio “TotoZiliani” direbbe queste otto: Siro Pacenti, Valdicava, Agostina Pieri, Castello Banfi, Villa Argiano, Ciacci Piccolomini, Poggio Antico, Camigliano.

  3. errore: il vino di Siro Pacenti, anche se di stile un po’ troppo moderno per i miei gusti, in una mia immaginaria selezione lo inserirei, perché profuma di Sangiovese. Anche su Ciacci Piccolomini nulla da dire, anzi: nella recente degustazione dei Brunello 2004 fatta a Londra, i loro due vini sono tra quelli che mi sono piaciuti di più… Per il resto, suvvia, siate gentiluomini e non fatemi pronunciare, tanto i vini che non mi piacciono sono già ben noti…

  4. Buon giorno. A proposito di Brunelli che profumano di sangiovese, le vorrei segnalare l’azienda “Il paradiso di Manfredi”. Tre ettari e molta molta tradizione senza trucchi in cantina e soprattutto in vigna.
    A presto.
    Alberto Convertino

  5. Buanasera sig.Ziliani,
    ho frequentato un corso ‘pre Master of Wine ‘di 3 giorni ‘full-time’ a Carmignano nella tenuta Contini Bonaccossi circa 12 anni fa, tra l’altro partecipava anche Gentili della guida de l’Espresso, tenuto dal sig.Belfrage e da un’altra giornalista inglese che scriveva su Decanter ma di cui non ricordo il nome e pertanto ho avuto il piacere di conoscerlo e di ascoltare i suoi preziosi consigli sulla degustazione dei vini.
    Vorrei chiederle per pura curiosità, non avendo ancora comprato il libro in questione ma lo farò presto, cosa pensa del Sangiovese Toscano il sig Belfrage in quanto in una degustazione sulla rivista Decanter di alcuni anni fa dedicata a vini a base di tale uva dichiarava che i vini non erano di particolare valore causa appunto il vitigno dal quale non c’era da attendersi molto di più.
    E’ ancora di questo parere?

  6. volete ridere? Un tizio di cui non ho alcun problema a fare nome e cognome, tale Cernilli Daniele, in questo thread pubblicato sul forum del sito Internet della casa editrice di cui é direttore, http://www.gamberorosso.it/grforum3/viewtopic.php?f=13&t=74024&st=0&sk=t&sd=a&sid=16a0634e92aae9fbd224505466e3492f&start=25
    accennando, senza fare nomi, com’é suo costume, a questa mia recensione del libro del grande amico e master of wine di fama e prestigio internazionale, Nicolas Belfrage, blatera così: “Poi tira la volata ad un libro scritto da un broker di vini che vive in Inghilterra, e che scrive anche. Quello non è un conflitto d’interesse, no, ovviamente”
    Le volate, per sua norma, non le tiro a nessuno, e se lui pensa che l’attività di broker del mio amico e maestro Nicolas Belfrage sia prevalente, ed in situazione di conflitto d’interessi, con la sua attività, che dura da decenni, di rispettato e autorevole wine writer, grande conoscitore ed esperto di vini italiani, beh, che si informi, ritorni a scuola, perché con il suo giudizio é di un provincialismo (eufemismo) stupefacente. Ad usum del disinformato Cernilli, alcune informazioni su Nicolas Belfrage:
    Nicolas Belfrage, raised in New York and England, is a wine writer who has made a speciality of Italian wines since the mid-1970s. He has authored several books including Life Beyond Lambrusco and Barolo to Valpolicella, Brunello to Zibibbo, a sequel to Barolo to Valpolicella, which covers wines from central and southern Italy. He has written for various wine publications and is a regular contributor to British magazine Decanter and The World of Fine Wine. In the recent years he has written Italian column for British magazine Harpers and was responsible for Italian section (with Franco Ziliani) of 6 editions of Wine Report, Tom Stevenson insider’s guide to every major wine-growing region in the world, He is also a wine educator running pre-Master of Wine courses and tasting courses in Italy for Italians.

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