Il vino é ancora in crisi, ma l’era dell’enologo stregone non tramonta ancora

Contrordine “compagni”, contrariamente alle più ottimistiche previsioni, l’era dell’enologo stregone, quello del “lassateme fà” che “ghe pensi mì” a sistemare i vini, l’epoca del cambio di enologo come espediente pubblicitario e di marketing (un po’ come nel calcio si cambiano gli allenatori per tacitare le folle e dare ai presidenti un po’ di respiro), non è ancora tramontata.
Gli enologi, pardon, i winemaker, passano ancora, per certi produttori, per essere i taumaturghi, i guaritori magici in grado di risolvere tutti i problemi, di fabbricare i vini proprio come lo richiedono “il mercato”, le guide, gli influenti opinion leader.
E non, molto più semplicemente, come buon senso e intelligenza prescriverebbero, come li vorrebbe trovare, ovvero autentici, buoni puliti e giusti, e soprattutto piacevoli da bere, quel “Pantalone” (quello che alla fine paga sempre) del consumatore.
Due segnali dimostrano che la strana “nuttata” dell’enostregoneria ha ancora “da passà”. Primo segnale, un comunicato stampa arrivato da un’azienda pugliese, che annuncia l’arrivo del nuovo Re Mida, pardon enologo consulente aziendale.
Come si legge, “l’appuntamento con la vendemmia 2009 ha visto a Masseria Li Veli l’arrivo in vigna e cantina di Stefano Chioccioli, enologo toscano con esperienza ultra ventennale a livello nazionale ma non solo. Chioccioli a partire da questo settembre affiancherà Alberto, Alfredo ed Edoardo Falvo nella loro proprietà salentina, acquisita oltre dieci anni fa e che oggi assorbe tutte le loro energie, una volta chiuso il rapporto con la precedente esperienza di Avignonesi.

A Masseria Li Veli oggi è una squadra tutta toscana a interpretare Negroamaro e Primitivo, vitigni che interessano la gran parte dei 33 ettari di vigna dell’azienda, con grande attenzione ad ottenere il massimo dei risultati”.
Stefano Chioccioli “subentra a Paolo Trappolini, con il quale la famiglia Falvo ha collaborato in Avignonesi  dal 1991 al 2008 e in Masseria Li Veli nel 2007 e 2008. La proprietà di Masseria Li Veli si estende su una superficie totale di 53 ettari, nella campagna di Cellino San Marco, in provincia di Brindisi”  “33 ettari di vigneto dove vengono coltivate varietà prevalentemente autoctone quali Negroamaro, Primitivo, Susumaniello, Aleatico. La particolarità di questi vigneti ad alta densità è il sistema ad alberello e il sesto di impianto a Settonce, un antico sistema di allevamento che consente produzioni altamente qualitative”.
Questa la prima notizia, ovvero un nuovo episodio di normalizzazione enoica, ennesima conferma di un processo di internazionalizzazione della Puglia del vino, scandito con l’ingaggio, pardon, l’accordo di consulenza, raggiunto da realtà produttive come Leone De Castris, Rubino, Masseria l’Astore, Mater Domini, Botromagno, Agricole Vallone, Lomazzi & Sarli, Mille Una, Longo, Tormaresca, Castello Monaci, Coppadoro (e sicuramente me ne sarò perso qualcuna) con l’ennesimo enologo venuto da fuori… “a miracol mostrare”.
La seconda notizia, ancora giunta via comunicato stampa, è ancora più sorprendente, e mi è arrivata da una stimata persona, che annuncia, a me come ad altri giornalisti destinatari della e-mail, di aver preso la “guida dell’ufficio di comunicazione e relazioni pubbliche per il Winemaker  Vincenzo Mercurio che lavora in tutta la Campania, in Basilicata, Sardegna e oltreoceano in Argentina. Si tratta di un sentiero della comunicazione nel settore vino ancora non battuto (almeno al Sud) che vuole dare risalto al lavoro di chi il vino lo fa dalla vigna alla bottiglia, mettendo in luce filosofia, esperienze e collaborazioni del Winemaker attraverso relazioni con i media e organizzazione di eventi mirati”.
Evviva, ecco la grande novità! Arriva il winemaker che si dota di un ufficio “Comunicazione e Relazioni Pubbliche”, perché quanto annunciato sul suo sito Internet, che vi invito a visitare e dove si parla di “consulenza vino a 360°”, e dove vengono illustrate la storia personale, la “filosofia enologica” gli “obiettivi professionali”, il fatto che un vino prodotto con la pregiata consulenza dell’enologo “porta a casa 16,5 punti Guida Espresso 2010”, non basta più e per farsi notare, con la sua “vasta gamma di servizi” e per il fatto, non trascurabile, che si tratta di un “professionista che i vini li fa dalla vigna alla bottiglia”, occorre, proprio come alle starlette televisive e ai reduci del Grande Fratello, il p.r. della situazione. Una sorta di Lele Mora del vino.
Legittimo che il winemaker in oggetto cerchi di farsi notare mediante le “relazioni con i media” e la “organizzazione di eventi mirati” organizzati dalla propria addetta comunicazione e relazioni pubbliche, ma ricorrere a questi espedienti, a queste trovate, non è troppo datato e non profuma un po’ di vecchio?
E siccome in epoca di crisi economica, e di crisi del vino (crisi di consumi, ma soprattutto di idee) si è detto che sarebbe il caso di eliminare le spese inutili, i costi accessori, i surplus, per le aziende che hanno a cuore di voler dialogare con il consumatore e di offrirgli vini onesti dal prezzo calibrato e senza orpelli, non varrebbe la pena iniziare anche da questi inutili costi?
In soldoni, é il caso di dirlo, dall’assunzione di enologi à la page e mediatici rassicura guide e importatori in Usa, all’ingaggio di enologi che per farsi ingaggiare ricorrono anche alle pubbliche relazioni proprio come i procuratori dei calciatori e gli aspiranti partecipanti all’Isola dei Famosi?

0 pensieri su “Il vino é ancora in crisi, ma l’era dell’enologo stregone non tramonta ancora

  1. Buongiorno.
    Caro Franco, buongiorno. Giusto ieri mattina in ora preprandiale ho sentito uno degli esponenti di questa categoria che, mentre si aggirava tra un masso di galestro e una “cosa” di acciaio satinato che conteneva “le bottiglie più preziose dell’azienda”, magnificava una “gion ventur” tra sangiovese del Chianti e Merlot di Cortona…….

  2. Buongiorno.
    Ciao, Franco e buongiorno. Giusto ieri in orario preprandiale su RAI1 mi sono imbattutto in uno dei rappresentanti della categoria che, mentre passeggiava in una cantina tra un masso di galestro (“che cede umidità in estate”) e un una “cosa” in acciaio satinato “che contiene le bottiglie più preziose dell’azienda”, vantava le meravigliose qualità di una “gion ventur” tra sangiovese del Chianti e merlot di Cortona……
    Buona giornata

  3. Domani non sarà più come oggi. Ormai i tentativi di perpetuare ciò che è stato continueranno, magari a singhiozzi, ma come tutti i singhiozzi finiranno.
    Quì si tratta di trovare un nuovo sentiero, una nuova strada, nuove idee (come dice giustamente Franco). Ma la domanda è: quali saranno le nuove strade?
    Saranno le banche a trovare e incentivare nuove idee? Le banche: oramai sono le effettive proprietarie delle aziende vitivinicole. Se richiedessero di rientrare con gli (spesso assurdi) debiti assunti dalle aziende negli anni precedenti, che cosa decideranno?. La questione è aperta.

  4. Salve a tutti,

    In quanto teoricamente membro della categoria dei winemaker – dico teoricamente poiché all’atto pratico non lavoro come tale (attualmente non lavoro affatto) né tantomeno aspiro a lavorare come loro – mi sento chiamato in causa e quindi mi permetto di dire la mia.
    Per chi non lo sapesse (tutti o quasi, quindi) io sono un laureato fresco fresco in enologia (ottobre 2008) a Pisa e quindi una potenziale nuova leva del mondo dei winemaker, ma in realtà difficilmente diverrò l’erede di qualche enostregone (per miei pincipi e per i principi dell’economia attuale).
    Sì perché gli enostregoni sono tutto fuorchè propensi ad assumere aspiranti enologi per non rischiare di screscersi la serpe in seno ed un domani vedersi togliere le aziende sotto il naso dall’ex allievo.
    Sono gelosi delle loro arti magiche, dei loro “misteri” come Zio Paperone lo era del suo strabiliante patrimonio.
    Il problema per noi laureati (e ne conosco tanti bravi e meritevoli!) è che le opportunità di acquisire maggiore esperienza pratica sono molto basse perché chi sta sopra di noi (winemaker ed aziende) assume con il contagocce.
    Gli enostregoni tendono a preservare il loro sapere, le aziende tendono a mantenere il proprio winemaker (che le spenna ben bene) o il proprio enologo interno (che difficilmente cerca collaboratori sconosciuti) e pretendono di assumere stagisti per la vendemmia (è ovvio, non sono abbligate a pagarli!).
    Il risultato è che in pochissimi formano le nuove leve, che magari non saranno tutte coscenziose e ben inquadrate in un’ottica di produzione rivolta seriamente al consumatore e non più al mercato del barriccato per forza o delle pseudo-enoguide, ma costituiranno, nel bene o nel male, gli enologi futuri.

    L’assurdo che ne consegue me lo sono trovato di fronte anche questa estate quando – non avendo trovato uno straccio di lavoro in enologia (a parte qualche proposta di stage, puntualmente rifiutata) – mi sono dedicato alla ricerca di un lavoretto stagionale (in Versilia le opportunità in questo senso non mancano . . .o non dovrebbero mancare!!).

    Alla mia richiesta di lavoro come barista/cameriere la quasi totalità delle conversazioni è stata:

    “cel’hai un po’ di esperienza?”

    “no, non ho mai fatto il cameriere, ma sono un tipo sveglio e se magari mi date due dritte prima dell’inizio della stagione, forse qualcosa imparo”

    “ah, no, noi cerchiamo qualcuno che abbia già esperienza alla spalle nel settore”

    L’assurdo enologico cui accennavo è il medesimo e ricorda un cane-che-si-morde-la-coda:

    pochi assumono e chi assume cerca persone abbastanza esperte, volenterose ed abili nella mansione (non cen’è poi così tanti in giro), ma se nessuno assume chi ancora deve impratichirsi e quindi nessuno o quasi fa formazione dei giovani, come si può poi pretendere di trovare solo ragazzi con esperienza alle spalle?

    Il risultato dell’assurdo è che laureati validi e volenterosi (anche ben più di me) si girano ancora i pollici o si lambiccano il cervello sperando di incrociare la giusta idea per smuovere la situazione.

    ringrazio il Dottor Ziliani per questo blog!

    Riccardo Francalancia

  5. Perdonami Franco, avevo deciso di scrivere questo mio post pur essendomi sfuggito il fatto che la mia azienda rientrasse tra le “normalizzate”. Ti prego quindi, preventivamente, di credere che non vi è nessun “cicero pro domo sua” in quanto vado ad esporre.
    Ne abbiamo parlato tante volte, ti ho sempre evidenziato, privatamente e pubblicamente, le mie perplessità in merito all’operato dei “flying winemakers”, ti ho sempre evidenziato, venendo dalla grande esperienza, perdonami il neologismo, Garofaniana, che mai rinnegherò, i miei dubbi sulla reale capacità di questi maghi di seguire davvero un’azienda che si affidi a loro. Poi, sai bene, come pochi mesi di collaborazione con Alberto Antonini e soprattutto con la sua squadra di professionisti mi abbiano mostrato le cose sotto ottica diversa.
    Non rinnego quanto penso di alcuni winemakers e soprattutto degli “incredibili” effetti che spesso la loro semplice presenza in azienda abbia sulle guide e su alcuni giornalisti, effetti ancora più incredibili quando le coccarde venivano appuntate su vini di annate che ovviamente non potevano essere state oggetto di “opera” dei neo assunti professionisti.
    Ma tu stesso sei stato personale testimone dell’entusiasmo che in me hanno suscitato i nuovi collaboratori, ti ho mostrato fisicamente le piccole/grandi novità introdotte e ti ho anche esposto il mio sollievo quando ho notato la passione verso l’autenticità di quanto proposto dalla mia azienda e dalle mie vigne e la totale assenza di “autobotti al seguito”. Detto questo rispetto, come sempre il tuo punto di vista, ma da parte in causa posso garantire che è errato fare di tutta un’erba un fascio. D’altronde, quale miglior prova del fatto che le maggiori guide, ESPRESSO IN TESTA, hanno bellamente ignorato il cambio di conduzione enologica, dimostrando di non enfatizzare più di tanto l’ingresso del nuovo “mago”, altrettanto hanno fatto i vari Galloni, Parker, Wine enthusiast/Spectator che hanno confermato, nel migliore dei casi, le valutazioni già espresse nei confronti dei nostri vini delle annate precedenti. Forse un pò di merito me lo autoattribuisco, avendo, da sempre, impostato un’azienda NON ENOLOGOCENTRICA. Sai bene che per noi l’enologo fa il consulente PURO, meriti e demeriti sono in capo a me ed a mio fratello. Un abbraccio.

  6. Buonasera.
    Prendo spunto dall’episodio che citavo sopra per concordare appieno con il signor D’Agostino. L’enologo, che voli o meno, è un professionista che fa (nella stragrande maggioranza dei casi) con competenza il suo lavoro. E’ nella proprietà/direzione aziendale la mancanza di competenza tecnico/commerciale che chiede ai professionisti prodotti fuori da ogni logica tecnica/commerciale/temporale (aspetto da non sottovalutare). Poi il professionista (tecnico o commerciale), per professionalità (guarda caso), lo DEVE difendere/promuovere/vendere comunque.
    Buona serata.

  7. Mi permetto di intervenire nuovamente in risposta al post dell’enologo Francalancia. Franco Ziliani mi è buon testimone, noi stiamo cercando un enologo/ragazzo sveglio, che abbia voglia di lavorare ed introdursi in azienda per collaborare con il nostro “stregone” e condividerne i segreti. Alla nostra richiesta hanno risposto in 6, gli è stata posta una sola condizione 4 mesi di “prova” visto che nessuno aveva esperienza, più un eventuale stage di vendemmia in altre latitudini, quindi un totale di 6 mesi di investimento senza compenso, con l’azienda che si sarebbe caricata spese di vitto e alloggio ed eventualmente di viaggio x lo stage. Il tutto allo scopo di verificare la “svegliezza”, nessuno dei 6 potenziali candidati ha risposto “presente”. Commenti???????????

  8. Il settore vino è entrato man mano in crisi, perché ha perduto l’elemento agricolo, rurale, che dovrebbe invece distinguerlo da altri prodotti. Il vino è diventato oggetto e non più soggetto. Il vignaiolo è stato confuso con uno stilita di moda. Pensare il vino come a qualcosa che non appartenga al ciclo della terra, è stato uno dei più grandi errori commessi a suo danno.
    Di vino si sono occupati personaggi culturalmente estranei al prodotto: Giornalisti improvvisati enologi, somellier di dubbie qualità professionali, certi media radiofonici e televisivi interessati soltanto ad accaparrare spazi, a guadagnare soldi, con guide, giornali, eventi e baggianate varie. Si è creduto di fare marketing dimenticando la radice rurale del vino. Così ci siamo dovuti sorbire persone che della terra non conosco neppure l’odore e che hanno approfittato per succhiare energie e risorse, speculando impunemente su un prodotto antico come è il vino.
    Ecco veder affidare le sorti del vino a personaggi vuoti e inadeguati, ma famosi: il calciatore, l’uomo o la donna di spettacolo, giornalisti in cerca di proprie identità. Inizia così il declino dell’immagine del nostro vino.
    E, allora, ecco la corsa sfrenata, irrinunciabile, ad essere presenti sulle “famose” guide. Ecco la corsa ad accaparrarsi i “4 bicchieri”, (e perchè no, se non ci sono bicchieri ci si accontenta anche delle forchette, dei tovaglioli ecc..). Perchè questo?. Perchè si crede, a torto o a ragione, che nessuno ne capisce niente di vino e che queste guide sono la bibbia dell’enologia e chi non è presente su queste sacre pagine “Peste lo colga”. Chi può paghi e chi non può pagare resti pure a guardare. La febbre “dei bicchieri” ormai è contagiosa. La stessa mia categoria degli enologi, aime’, ne viene contagiata. I media, (ignoranti di enologia) si appropriano di nomi di stimati colleghi, ne fanno degli idoli, e l’enologo da tecnico del vino diventa un venditore. Le Aziende fanno a gara per accaparrarsi “L’enologo-venditore”, non importa se non conosce il territorio, se non conosce affondo il vitigno, non importa se non mette quasi mai piede nelle cantine; con Lui si prendono i bicchieri ed il prezzo del vino sale. E’ una legge di mercato. Povero vino come sei caduto in basso.
    Se solo i consumatori sapessero che, oltre ai nomi menzionati nelle guide, esistono (e sono la stragrande maggioranza) aziende vinicole che propongono vini di eccellente qualità a prezzi ridotti, a dir poco, di un terzo rispetto a quelli “bubblicizzati” sulle guide.
    Cercateli questi vini, parlate con i produttori, assicuratevi che sono vini che parlano dell’Azienda. Parlate con l’enologo, quello che c’e’ in cantina, con il proprietario. Essi vi sapranno trasmettere l’anima dell’Azienda. Non soffermatevi alle guide; esse, spessissimo, sono il frutto di strani compromessi mediatici.
    In tutti questi errori si evince la sprovvedutezza di chi non ha capito nulla su come deve essere trattato il vino. Per uscire dalla crisi bisogna riappropriarsi della semplicità della comunicazione basata sull’anima rurale smarrita da tempo. Ci riusciremo ?

  9. La ringrazio molto per la qualifica di enologo, che mi spetta sì per legge, ma che sono ben lungi dall’aver meritato!! Mi chiami Riccardo, lo preferisco 😉

    Il mio commento, da toscano, è uno solo: quei sei “volenterosi” sono de’ bei bischeri!!!

    Ovviamente il mio post era volutamente un po’ provocatorio e sono molto contento di sapere che – come apprendo dalla sua risposta – ci sono aziende che si differenziano dalla maggioranza. Meno male !!!!
    Ce ne fossero di più sarei ancora più contento.

    le faccio i miei complimenti per la serietà e mi creda, lasci perdere chi fa finta di essere volenteroso – ma sotto sotto vuole solo la “pappa scodellata” – e quando gli si chiede di essere messo alla prova si tira indietro.

    Riccardo Francalancia

  10. Ci tengo a precisare al Signor D’Agostino – del quale i pochi post che ho letto mi hanno sempre trovato in totale accordo – che le mie parole non parlano a nome di tutti i neo laureati e aspitanti enologi/produttori, ma solo per me, in base alle esperienze (molte) avute in un intero anno di estenuante ricerca di un posto fisso (ora lo spinge anche il Ministro Tremonti!!).

    Se poi in giro c’è qualche appartenente alle suddette categorie che si lascia scappare dalle mani opportunità come quella che lei gli ha offerto, bhè, io non posso che ribadire che quel qualcuno è un bel bischero(per non dir di peggio!) perchè stare – anche solo sei mesi – a stretto contatto con chi conosce il mestiere e lo esercita seriamente è cosa assai rara oggigiorno e non andrebbe certo buttata al vento, anche se può costare sacrifici quali spostamenti, spese e via discorrendo. Sta ai “volenterosi” darsi da fare affinchè opportunità del genere gli diano la possibilità di un posto di lavoro, se non lo fanno son cavoli loro e se si saranno dimostrati poco svegli avranno quantomeno imparato a sveglirasi!

    Stia pur certo che se mi fosse capitata (o mi capitasse) una proposta del genere tra Umbria e Toscana non la rifiuterei di certo e starà solo a me dimostrarmi valido ed all’altezza ma, ripeto, io mi permetto di scrivere (e parlare) esclusivamente per quello che mi riguarda.

    Riccardo Francalancia

  11. Buonasera.
    Eh sì, signor Paternoster, tutto vero quello che dice (e lamenta). Ma dire un “no” qualche volta o un “chissenefrega” qualche altra a certi soggetti, è un sacrificio tanto grande?
    Buon pomeriggio.

  12. E’ ovvio che neppure io generalizzo, mi baso come lei sulle esperienze empiriche personali, certo è che io a 16 anni, dicendo ai miei che andavo in vacanza da un amico a Rimini sono partito solo soletto per Londra allo scopo di imparare l’inglese, senza neppure immaginare che un giorno mi sarebbe stato di grande aiuto nel mio lavoro.
    Io faccio ancora personalmente le selezioni del personale qui da me in azienda e devo tristemente dirle che due su tre candidati fanno come prima domanda: “quant’è lo stipendio”? e non sono certo manager o amministratori delegati.

  13. Ci credo e spero per lei di trovare presto chi, come prima domanda, le chieda: “quando si comincia?”

    Riccardo Francalancia.

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