Quando l’autoctono è di rigore. Grandi rossi del Sud in degustazione a Lecco

vigneti con vista mare nella zona di Cirò

vigneti con vista mare nella zona di Cirò

Penso non ci siano discussioni possibili e che anche gli irriducibili fan del Merlot, del Cabernet, del Syrah ad ogni costo, piantato in ogni dove, perché tanto matura comunque e fa (faceva) tanto fico, e fa (faceva) apparire meno provinciali, più trendy e sensibili al “gusto internazionale”, concorderanno con me che la vera, grande, straordinaria risorsa delle zone vinicole del nostro Sud è il vasto campionario di vitigni autoctoni su cui può contare.
Sono proprio queste uve, quando la loro naturale ampelo-diversità non viene annientata e annullata stupidamente da scelte in materia di epoca di vendemmia e grado di maturazione delle uve, di vinificazione e affinamento normalmente utilizzate per le solite varietà internazionali, a fare la nobilitate, a rendere unici, grandi, inimitabili, dotati di quel vero e proprio southern taste che manda in brodo di giuggiole i più sensibili wine enthusiast di tutto il mondo, i grandi rossi (per tacere dei bianchi espressione di uve come Fiano, Greco di Tufo, Mantonico, Grillo, Catarratto, Falanghina, Vermentino), prodotti in regioni come Campania, Basilicata, Calabria, Puglia, Sicilia, Sardegna.
Alla luce di questa profonda convinzione e di un gusto personale ormai consolidato da anni di assidue frequentazioni meridionali (quest’anno sono sinora sceso cinque volte in Puglia e due in Basilicata e prima di fine anno trascorrerò ancora qualche giorno in terra pugliese), quando l’amico Fabio Folonaro, responsabile della delegazione di Lecco dell’Associazione Italiana Sommeliers mi ha chiesto quale potesse essere il tema conduttore di una serata originale da organizzare prima di fine anno, nel suo ristorante, il Tetto Brianzolo, di Lissolo di Perego (25 chilometri da Lecco e una quarantina da Bergamo), ho pensato che mi sarebbe tanto piaciuto fare il punto sulla grandezza ampelografica meridionale.
E di esplicitare la mia idea dei grandi vitigni rossi delle regioni del Sud, con una serata dove proporre alcuni dei vini meridionali espressione delle uve che più amo.
Detto fatto, e così, mercoledì 21 Ottobre, ore 20.45, sarà l’autoctono meridionale di rigore, anzi di scena, nella nostra degustazione organizzata non solo per i soci dell’A.I.S. ma per gli appassionati che vogliano degustare cose valide e interessanti.
Una serata dedicata ai rossi autoctoni del Sud ( in terra leghista: speriamo che Bossi ed i suoi non se la prendano…), un itinerario, che non ha la pretesa di essere totalmente esaustivo (visto che manca almeno un vino espressione di un’altra tra le grandi uve del Sud, il Primitivo pugliese. E il Nero d’Avola? Per me non è un grandissimo vitigno e faccio fatica a trovare grandi vini che mi convincano del contrario) tra Campania, Basilicata, Puglia, Calabria e Sicilia.

Aglianico del Vulture

Aglianico del Vulture

Un itinerario, quello che ho pensato, scandito dalle uve Aglianico (in versione Basilicata, ovvero Aglianico del Vulture, e Campania, ovvero Taurasi), Piedirosso (la grande uva rossa dei Campi Flegrei), Negroamaro (simbolo del Salento), Magliocco (la grande riscoperta del terroir di Cirò, normalmente conosciuto per il suo Gaglioppo), Nerello Mascalese (la magica uva dell’Etna), e da vini che costituiscono un autentico antidoto contro la globalizzazione e la standardizzazione che rischia di appiattire e rendere monotona e prevedibile l’offerta dei vini. Soprattutto di quelli del Sud.
Cosa degusteremo? Ecco l’elenco completo:
Campania
Grotta del Sole Piedirosso Campi Flegrei 2008
Taurasi Mastroberardino Centotrenta Taurasi Riserva 1999
Basilicata
Aglianico del Vulture riserva Caselle 2004 D’Angelo
Puglia
Agricole Vallone Graticciaia 2004
Candido Salento Igt Cassiodione 2005
Calabria
Magno Megonio 2006 Librandi
Sicilia
Etna Rosso Passopisciaro 2007

Bedda maci, mizzica, quante cose buone da bere!

Per informazioni sulla serata e per iscriversi contattare Fabio Folonaro: Ristorante Tetto Brianzolo (tel.  039.5310002 – 039.5310505 – tel. 3357357383) e-mail

0 pensieri su “Quando l’autoctono è di rigore. Grandi rossi del Sud in degustazione a Lecco

  1. Che spettacolare visione, quelle vigne affacciate sul mare…!
    Peccato che la Brianza sia un po’ lontana da me, se non un saltino lo avrei fatto volentieri. Complimenti comunque per l’iniziativa di far conoscere i vini e i vitigni del Sud in “terra leghista”.
    Voglio sperare che, passata, o quasi, la moda dei vitigni internazionali ovunque e comunque, si torni a una maggiore identità territoriale, da Nord a Sud, che è un nostro patrimonio e una ricchezza imperdibile. Poi, si possono “anche” continuare a fare e a bere ottimi vini con Cabernet, Merlot e compagnia…

  2. @Paolo Boldrini.
    Evviva il federalismo del vino. Dovrebbe essere bipartisan, super partes, e coinvolgere maggioranze e opposizioni, falchi e colombe. Con una selezione di vini extra-ordinari, che chiameremo “Fratelli d’Italia”.
    Più patriottici di così!

  3. Egregio Sig. Ziliani,
    vedo che di territorio Siciliano conosce molto poco.
    -1 a mio parere il Nero d’avola è un grandissimo vitigno, ma evidentemente non ne ha mai assaggiati di quelli veri. in questo caso la giustifico perchè il siciliano non ha saputo tutelare questo vitigno, e i vari istituti guide e opinionisti continuano a sostenere produttori che mettono vitigni di ogni genere in quel vino che poi di nero d’avola a ben poco.
    Per me l’unica vera zona del nero è a pachino, come l’unhica zone del sangiovese grosso è a montalcino!!!

    -2 ho assaggiato il passopisciaro 2004 annata che non era ancora in commercio, ed è stata una grande delusione. Sicuramente Franchetti a trovato la chiave per elevare il suo prodotto, ma proporlo a quel prezzo non condivido!!

    La Sicilia orientale che è la parte più antica della viticoltura isolana dimostra ogni anno di dare vini di enorme pregio e territorialità!

    condivido l’idea di non standardizzare i vini poichè il vino non deve diventare la coca-cola, ma deve essere il frutto della cultura del territorio in cui nasce!!

    • Autoctono, impari a rispettare il parere del prossimo. Io non parlo a vanvera, per me il Nero d’Avola NON E’ uno dei principali vitigni del Sud ed é stato nettamente sopravvalutato. Mi porti esempi di grandissimi vini espressione di quest’uva, me li faccia conoscere e poi ne parliamo

  4. @Silvana Biasutti:
    d’accordissimo per la selezione nazionale federalista.
    Che ne direbbe di un titolo come “Bianco, Rosso e Verduzzo”, o qualcosa del genere? Oltretutto, sarebbe ancora meglio se fosse “itinerante”…

  5. @Boldrini: no, no! proprio “fratelli d’Italia”, anche se a Bossi non piacerebbe, perché certi vini sono tutti figli dello stesso pensiero…e chiediamo a Ziliani di far da ‘padrino’. Saluti/e

  6. Ottima scelta caro Franco
    Peccato non esserci, ma la prossima volta con un po’ di anticipo ti affiancherò volentieri.
    Ah, Nero d’Avola da sottoscrivere. Mai una emozione, è forse l’autoctono che fa più anni ’90 di tutti. Per fortuna che c’è l’Etna

  7. Buongiorno Dr. Ziliani!
    Da produttore meridionale la ringrazio per l’attenzione che spesso rivolge ai vini del Sud. Una sola precisazione. Il Magliocco non è “la grande riscoperta del terroir di Cirò”. Il vino da lei selezionato è un IGT Val di Neto, indicazione geografica che comprende comuni e territori totalmente estranei all’area di Cirò. Il vitigno in questione (Magliocco canino) invece è storicamente diffuso nella zona del Lametino e del Cosentino. E’ il Gaglioppo e la sua riscoperta degli ultimi anni (intesa come valorizzazione qualitativa), che appartengono al terroir di Cirò.
    Cordiali saluti,
    Vincenzo Ippolito

    • signor Ippolito, formalmente lei ha ragione perché il Magno Megonio é un IGT Val di Neto, ma anche a chi non conosce, come lei e me, la zona di Cirò, basterà ricorrere ad una semplice cartina geografica per capire che la zona dove l’azienda Librandi ha piantato, con grande successo, il Magliocco da cui ottengono il Magno Megonio, é strettamente contigua, pochi chilometri di distanza, non centinaia, dalla zona di produzione del Cirò. Ragion per cui, le piaccia o meno, é davvero “il Magliocco la grande riscoperta del terroir di Cirò”. Oltre allo storico Gaglioppo, che viene trattato e coltivato in maniera molto difforme nella zona del grande rosso calabrese, basta girare, come ho più volte fatto, per i vigneti, per vedere come siano gestiti e condotti in maniera molto diversa. E come alcuni godano di ottima salute, ed esprimano grandi vini, altri molto ma molto meno… E da vigneti non in gran forma lei mi insegna che non si possono ottenere, anche avendo maghi consulenti in cantina, ottimi vini…

  8. Semmai piace a lei definire il “Magliocco la grande riscoperta del terroir di Cirò”. La mia ragione è formale e sostanziale. C’è una duplice inesattezza. Dal punto di vista storico, il Magliocco non è mai appartenuto all’area di Cirò, nè oggi nè in passato, per cui il terroir cirotano non ha “riscoperto” (inteso come riconsiderato, rivalutato) niente in tal senso. Dal punto di vista geografico, i pochi chilometri che lei dice tra la zona di provenienza del vino e Cirò sono più di 30 in auto ed una ventina in linea d’area e soprattutto le differenze in termini di terroir sono sostanziali (terreno, clima, vicinanza dal mare, tradizioni, ecc.). Così come per altre zone d’Italia lei si batte, giustamente, per la difesa e la valorizzazione delle microzone, perfino all’interno di DOC-DOCG territorialmente poco estese,e dell’identità di vitigni-vini, vorrei che anche per il nostro territorio venisse fatto lo stesso.
    Riguardo la questione della difformità dei vigneti di Cirò può anche avere ragione, ma ciò non ha niente a che vedere con la questione Gaglioppo-Magliocco ed il terroir di appartenenza.
    Cordiali saluti,
    Vincenzo Ippolito

    • va bene Ippolito, per tagliare corto, provateci voi a fare, se ci riuscite, vini come il Magno Megonio, il Gravello, il Cirò riserva Duca San Felice di Librandi e poi le sue osservazioni avranno ancora più forza. E magari in degustazioni come quella di mercoledì per l’A.I.S. Lecco, volendo inserire un vino calabrese non sarò costretto a ricorrere, come sempre, ai soliti vini di Librandi… Forza e coraggio signori e meno parole!

  9. Se per tagliare corto, è costretto a rispondere con argomentazioni che, con le mie osservazioni, c’entrano come i cavoli a merenda, allora sarebbe meglio non tagliare. Avrebbe potuto semplicemente ammettere l’inesattezza e magari scrivere “il Magliocco, la grande scoperta di Librandi nel terroir di Casabona” evitandomi doverose puntualizzazioni. Le mie osservazioni trovano forza da sè, perché corrispondono alla realtà, senza il bisogno di doverle dimostrare nient’altro.

    • Mi sono informato sor Ippolito e sono in grado di dirle che le inesattezze sono solo nella sua fervida fantasia. Il Magliocco é stato sempre presente nel cirotano, anche se in piccolissime qualità, e veniva chiamato localmente “lacrima”. Quale Magliocco? Non certo il Magliocco canino di cui parla, ma il Magliocco dolce. Questo per la precisione

  10. Mi permetto d’intervenire – senz’animo di criticare nessuno – per affermare che il sig. Ippolito può senz’altro andare orgoglioso del suo lavoro: vini come il Ripe del Falco rappresentano degnamente l’anima nobile del Mezzogiorno enoico. Alla degustazione di Lecco avrebbero meritato un posto d’onore; la difficile reperibilità, però, è un triste handicap. A giudicare dalla mia esperienza, persino in Calabria è difficile acquistare il Ripe del Falco. Più facile trovare il Colli del Mancuso, il cui stile, tuttavia, trovo poco corrispondente a gusti come i miei.

  11. Caro zù Franco ( dopo il don e il sor che mi ha riservato, ricambio con un appellativo rispettoso, caro a noi del Sud, che sta ad indicare persona più grande e spesso più saggia, non necessariamente parente o affine),
    vedo che dall’ultimo mio post non ha dormito le notti (sono passati ben 9 giorni) chiedendosi “ma è possibile che ho scritto una sciocchezza? No, impossibile e dovrò dimostrarlo per avere l’ultima parola!” Riepilogo per l’ultima volta:
    1)Il vino da lei selezionato è un IGT Val di Neto e la valle del Neto NON è il terroir di Cirò! La sua affermazione avrebbe avuto senso qualora, pur selezionando un IGT Val di Neto, a Cirò fossero stati prodotti altri grandi vini base Magliocco, ma così non è! Ed è questo il punto più importante che fa finta di non voler capire. Non si può associare il vino di un terroir ad altro terroir!
    2) Presumibilmente è lei a parlare di Magliocco canino quando sceglie quel vino, definendo lo stesso vitigno una riscoperta di Cirò. Sul sito aziendale è scritto solo Magliocco; cliccando il nome del vino in abbinamento alle parole “Magliocco canino”, su google, compaiono diversi documenti in cui spesso associano a quel vino quel vitigno e guarda…guarda…proprio lei in una intervista http://www.saggibevitori.it/files/dd29.pdf parla di Magliocco canino e quindi del vino in questione. E come già ampiamente detto, il Magliocco canino non è una riscoperta (riconsiderazione) qui a Cirò perché appartiene storicamente a Lamezia e Cosenza ed è proprio in quelle zone che molte aziende producono vini a base di Magliocco.
    3)Anche qualora invece il vino in questione fosse prodotto da uve Magliocco dolce (ciò implicherebbe l’errore di molti documenti sulla rete, nonché di quanto affermato da lei nell’intervista rilasciata nel 2002), l’eventuale insignificante presenza del vitigno nella nostra zona, presente ad ogni modo in quantitativi più massicci in tutto il resto della Calabria, non consentirebbe di attribuire la sua riscoperta limitatamente all’area di Cirò. Bhè oggi sono presenti tanti vitigni qui a Cirò (anche Sangiovese, Nebbiolo, Aglianico, insignificanti quantitativi intendiamoci, diletto di qualche agricoltore, non vorrei essere frainteso). Se tra qualche decina di anni, l’eventuale grande vino prodotto da una di queste uve, in territorio non di Cirò ma di Mandatoriccio per esempio (località a qualche decina di Km dalla nostra nella provincia di Cosenza), lo si vorrà anche far passare come la grande RISCOPERTA del terroir di Cirò, allora come dice lei AMEN!
    Così le ho ribadito che ha scritto qualcosa di inesatto prima e fa ancor più confusione ora, per cui la fantasia rimane la sua quando afferma certe cose.

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