Ho più volte parlato in diversi articoli, qui e poi ancora qui, e non ultima l’intervista a Wine Indulgence segnalata ieri, della mia partecipazione alla Biennale del vino a Venezia, una ventina di giorni orsono.
Così, visto che a promuovere questo appuntamento è stato un organismo attivo come la Strada dei vini Doc Lison-Pramaggiore, che si occupa di promuovere e fare conoscere i vini di una delle Doc più vaste del Veneto, la Doc Lison-Pramaggiore, estesa sulle tre provincie di Venezia, Treviso, e Pordenone per un totale di 3.116 ettari di vigneto, dei quali 2.415 iscritti alla DOC, (2.000 in provincia di Venezia, 140 in provincia di Treviso e 275 in provincia di Pordenone, visto che la Doc prevede anche uno sconfinamento in terra friulana) non posso far altro, come avevo promesso, che passare a parlare ad alcuni dei vini che nel contesto del banco d’assaggio e dell’incontro avuto con la ventina di produttori presenti, mi avevano maggiormente colpito.
Come si può vedere benissimo dai dati relativi ad ettari vitati, produzione, vitigni coltivati, presenti in questa pagina, molto ben fatta, del sito Internet dell’Assessorato all’agricoltura e alimentazione della Provincia di Venezia, è un lavoro piuttosto impegnativo e tutt’altro che facile quello che attende i produttori di questa Doc desiderosi di affrancarsi dall’immagine di una Doc più dedita alla quantità che alla qualità, con vigneti in larga parte di pianura, rese per ettaro piuttosto generose (da 120 a 130 quintali per ettaro, come si può leggere, qui, nel disciplinare di produzione) e di trovare un loro spazio nell’ambito dei vini di qualità del nord est.
Nessun vitigno peculiare che li qualifichi e li distingua da altre zone del Veneto e del Friuli Venezia Giulia, a fronte di una massiccia presenza di uve, i due Cabernet, Merlot, Pinot grigio (in quantità), Chardonnay, Sauvignon, che si possono trovare un po’ in tutto il mondo.
A mio modesto avviso, come ho detto parlando con alcuni di loro, la strada per farsi notare e per emergere non può che passare dal cercare di ridurre il numero dei vini, puntando, soprattutto in bianco, sul modello friulano, su calibrati uvaggi aziendali di diverse varietà, sui tagli bordolesi (parlerò presto di uno eccellente) e sul concentrarsi sostanzialmente su tre varietà di uve che in qualche modo potrebbero contribuire a qualificarsi.
Parlo del Refosco del Peduncolo rosso come varietà a bacca rossa, del Verduzzo e soprattutto del Tocai, per designare il quale si ricorre alla dizione Lison, che in qualche modo sancisce una sorta di identificazione tra vitigno e area di produzione. E’ su questa nobile uva che penso i produttori debbano lavorare innanzitutto abbassando le rese, sforzandosi di raccogliere le uve al giusto punto di maturazione e cercando di conferire maggior carattere e personalità ai loro vini.
Questo senza sacrificare quella piacevolezza, quella facilità di lettura, quell’appeal immediato e quella capacità di mettere a proprio agio il consumatore che costituisce uno degli elementi di riconoscimento di questa zona.
In attesa di potere presto tornare a Pramaggiore, Annone Veneto, Portogruaro e dintorni per fare, come ho chiesto espressamente ad Antonio Geretto, il produttore che ha voluto invitarmi alla tavola rotonda e farmi conoscere meglio della sua zona, una degustazione di un vasto numero di Lison per capire quale sia il livello qualitativo su cui si può contare, mi sono persuaso che buoni margini per fare bene non manchino gustando a Venezia e poi ridegustando, a casa, una bottiglia di un vino che mi sento di proporvi in tutta tranquillità.
Sto parlando del Lison 2008 dell’azienda Le Carline di Daniele Piccinin a Pramaggiore, pioniere dell’agricoltura biologica in un’area, quella della DOC Lison Pramaggiore, dove le tecniche di agricoltura biologica si sono diffuse verso gli anni ’90 e oggi le aziende che producono adottando tali metodi di coltivazione possono contare su di una superficie complessiva di vigneto è superiore ai 400 ettari.
Per Piccinin agricoltura biologica significa soprattutto non sfruttare le piante e il terreno, ottenere uve di alta qualità, ricche di tenore zuccherino e di aromi intensi, rinunciare a produzioni abbondanti. Il tutto non usando concimi chimici e fitofarmaci di sintesi, lasciando i vigneti inerbiti, riducendo al minimo gli interventi invasivi in vigna e cantina. Le uve così ottenute vengono controllate e certificate da Icea (Istituto Certificazione Etica Ambientale).
Perché mi è piaciuto il Lison 2008 delle Carline? Perché è un bianco, da uve Tocai italico, che è stato pensato per essere un bianco piacevole ma bere ma di un certo impegno, cosa che è stata ottenuta lasciando il vino per alcuni mesi a contatto sulle proprie fecce fini, un bianco di assoluta tipicità, facile da approcciare, ma di carattere.
Colore giallo paglierino dorato di bella intensità e brillantezza, quasi con accenni “macerativi”, mostra un naso fitto caldo, di interessante densità, con note di agrumi (netto il cedro), di albicocca, un leggero accenno di pera e poi fiori secchi.
Altrettanto netta, ben asciutta, incisiva la bocca, larga il giusto, di salda costruzione e nerbo preciso, con una buona materia fruttata ben matura ma senza eccessi, e una vena di mandorla piacevolmente amarognola che rende ancora più vivo e ricco di sapore il finale.
Un bel vino, di quelli che, ne sono certo, contribuiranno a diffondere un’altra e migliore immagine di questa vasta Doc veneto-friulana.
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