Alleluja bella gente, Monsieur de la Palice (o Lapalisse) è tornato tra noi!
Per la serie la palla è rotonda e l’ora di sessanta minuti il mondo del vino italiano é improvvisamente tornato a “scoprire” un’evidenza che se avesse invece tenuto in costante considerazione negli ultimi vent’anni (quello del di tutto e di più, vissuto all’insegna del motto “è dell’enologo il fin la meraviglia”, e dell’improvvisazione dettata dal provincialismo e dall’ossequio alle mode) non l’avrebbe portato a vivere l’attuale profonda crisi.
Che non è solo una crisi economica, di soldi che non girano, di produzioni in eccesso, di vini che faticano ad uscire dalle cantine e che al ristorante vengono ordinati cercando di “limitare i danni”, ma è soprattutto una crisi strutturale dovuta ad un’impostazione così fasulla, priva di solide basi, senza strategie serie e dettata da un’identità sempre opaca e incerta, che non poteva, prima o poi, non arrivare al dunque, al redde rationem, alla resa dei conti. Quell’idea, dei vini che dovevano essere innanzitutto complessi, “dialettici” come amava dire Veronelli, frutto di elucubrazioni mentali da parte del vignaiolo e del produttore, di prove, sperimentazioni, continue prove e ricerche (tutte a spese di quel Pantalone che è il consumatore) e poi, ma solo in seconda battuta, piacevoli, ovvero gradevoli al gusto, tali da invogliare a bere (ovviamente in maniera moderata e consapevole, senza indulgere agli eccessi) e da giustificare i soldini (spesso non pochi) spesi, ha mostrato clamorosamente, senza possibilità di appello, i propri limiti.
La propria presunzione di fondo, il dimenticare che se pure si è passati, nel consumo di vino, da una modalità “energetica” e alimentare, dove il vino doveva fornire energie e alimentazione e “carburante” soprattutto a chi faceva lavori pesanti e aveva bisogno di sostegno, ad una modalità diciamo così “culturale”, dove il vino diventa oggetto di studio, un qualcosa da analizzare, sviscerare, interrogare, studiare, il vino, per non andare fuori dal seminato e dal buonsenso, doveva comunque rimanere quella bella cosa che una volta acquistata e stappata doveva farsi bere, regalare piacevolezza, quel tipo di emozioni, olfattive e gustative, che nessun’altra bevanda è in grado di dare.
Oggi la parola d’ordine, se ne parla anche in tavole rotonde come quella che si è svolta a Venezia lo scorso 8 novembre, per iniziativa della Strada dei vini della Doc Lison Pramaggiore, è la riscoperta della piacevolezza, o meglio ancora della bevibilità, che come ha sottolineato il presidente dell’A.I.S. del Veneto Dino Marchi (leggi resoconto qui) “non significa banalità di un vino, né necessariamente un basso tenore alcolico o una omologazione dei gusti e dei profumi che esprime”.
Questo perché la “la bevibilità è correlata, anzi, all’evoluzione del gusto e acquisisce valore nel momento in cui è strettamente correlata a una zona caratteristica. Quando si parla di bevibilità non si deve pensare solo a vini leggeri e di pronta beva. Bevibilità è una caratteristica che contraddistingue tutti i vini che denotano finezza, eleganza e armonia; quindi non può essere confusa con un modo di descriverne la struttura o la complessità”.
Nel corso dell’incontro veneziano, tra le varie cose che ho detto, ho ricordato che negli ultimi vent’anni “ci si è dimenticati che il vino è fatto per essere bevuto. La prima vittima è stata il consumatore che oggi rifiuta i monovini, non ancorati a una precisa territorialità, e soprattutto non ascolta più supinamente chi gli dice di bere quello che non lo convince né per quanto concerne il livello sensoriale né nel delicato rapporto qualità/prezzo”.
Ma che cos’è oggi un vino “bevibile”? Ovviamente non solo un vino che si fa bere piacevolmente, ma anche un vino che non mette in difficoltà il consumatore, che non lo mette sotto esame, che mette l’appassionato nella felice condizione di dargli del tu, di sentirsi in confidenza con lui.

Volete un esempio? Presto fatto. Reduce dalla chiacchierata veneziana e dalla mega degustazione (di cui conto di scrivere presto, non appena finirò di girare come una trottola) di vini del bellissimo Carso, come ho detto mi sono portato in Friuli, a Buttrio nei Colli Orientali, per fare visita ad un vecchio caro amico, ad un vero Maestro come Giorgio Grai (nella foto).
Bolzanino di nascita Giorgio, ma negli ultimi anni sempre più presente e attivo in Friuli dove non si è accontentato di curare tecnicamente i vini di Marina Danieli ma insieme a lei, che, possiamo dirlo tranquillamente, non si tratta di eno-gossip, è quella cara e paziente persona che da anni gli è vicina e cerca di mettere un po’ di ordine e di razionalità nella sua vita sempre così di corsa e sempre all’insegna di genio e sregolatezza, ha creato una società, Emmegiò, che cura la commercializzazione sia dei vini di lei, sia di quelli che lui produce tra Alto Adige, Languedoc e Alsazia (parlerò presto di un Gewürztraminer prodotto da Giorgio, uno dei più buoni che mi sia capitato da anni di bere…).
E così, nella tranquillità e nella serenità di una serata conviviale trascorsa tra amici nella tranquillità della splendida Villa Dragoni (ma dell’universo agricolo e di ospitalità di cui si occupa Marina fa parte anche il bellissimo agriturismo Scacciapensieri) Giorgio mi ha fatto assaggiare, tra le altre cose, un vino che mi ha particolarmente colpito.
E che poi ho voluto gustare nuovamente, per una conferma, una volta tornato a casa, abbinato ad uno splendido arrosto da un taglio di maiale acquistato in Casentino nella macelleria, che vi consiglio caldamente, di Gianpaolo Orlandi a Pratovecchio (via Circonvallazione 1 tel. 0575 583452).
Non sono propriamente un fan dei vini base Cabernet, che trovo spesso monodimensionali, prevedibili, noiosi, quando non massacrati da un eccesso di estrattività, concentrazione e legno che li rende piacevoli, ai miei occhi e al mio palato, come un calcio nelle gengive.
Eppure, di fronte a questo Trentino Cabernet 2000 Giorgio Grai, che immagino prodotto con il contributo sia di Cabernet Sauvignon che di Cabernet Franc selezionato da Giorgio in qualche azienda trentina, immagino della Vallagarina, sono stato felice di rivedere il mio giudizio, trovandomi di fronte ad un vino, che Giorgio definisce nella bandella posta intorno al collo della bottiglia “Cabernet di ottima annata e di ottima struttura et evoluzione”. Volevate avere un’idea della piacevolezza, dell’armonia, della semplicità (che non fa rima con banalità), dell’equilibrio che possa raggiungere un vino? Eccovi accontentati con questo Cabernet Trentino, maturo ma freschissimo, del tutto alieno da quegli eccessi, quelle ruvidezze varietali, quelle note verdi, astringenti, aggressive, che affliggono larga parte dei Cabernet del Nord Est. Colore rubino violaceo brillante, integro, di bella lucentezza, mostra un naso tipico, ma non varietale in maniera paradossale, piacevolmente maturo, succoso, di bella densità fruttata, profumato di ciliegia, ribes, mora, ma fresco, vivo, impreziosito da accenni selvatici, animali, di sottobosco.
Naso molto pulito, diretto, accattivante, ma ancora meglio la bocca, piena, godibile, rotonda e dolce il giusto, ma senza ruffianerie e sdolcinature, armonica in tutti i suoi aspetti, pulito, retta da un moderato sostegno tannico, saporita, con una bella vena acida a vivacizzare, a mantenere la tensione in una materia ben strutturata, ma priva delle durezze, delle rigidità che si trovano spesso in vini base Cabernet.
Un gran bel vino di quelli che non troverete citati sulle varie guide, soprattutto su una, ma proprio per questo un vino dalla parte del consumatore persuaso che i vini siano fatti per essere bevuti e non costruirci sopra dispute filosofico-teologico, ed ennesima dimostrazione dell’Ars Enoica, tutta equilibrio, misura, garbo, armonia, di quel grande enologo e wine connaisseur che è il mio caro amico Giorgio Grai…
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13 pensieri su “Trentino Cabernet 2000 Giorgio Grai. O della piacevolezza fatta vino”
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Un mito, Giorgio Grai. In bocca al lupo!
Giorgio Grai un mito,un pilastro dell’enologia Italiana,
uomo dai vini impossibili,mi ricordo una degustazione di
bianchi Alsaziani,di oltre anni dieci,indescrivibili emozioni,
serata,per la mia mente incancellabile,come fosse stato ieri.
io ricorderò sempre un Gewurztraminer del 1975 ad etichetta Bellendorf prodotto da Giorgio, degustato circa vent’anni dopo. Uno dei vini più grandi, complessi, ma piacevoli, perché complessi, ma equilibrati e armonici, della mia lunga esperienza di degustatore
Giorgio Grai un mito,un pilastro dell’enologia Italiana,
uomo dai vini impossibili,mi ricordo una degustazione di
bianchi Alsaziani,di oltre anni dieci,indescrivibili emozioni,
serata,per la mia mente incancellabile,come fosse stato ieri.
Tutti quelli che ha fatto alla fine degli anni settanta con etichette diverse erano delle opere d’arte e molto longevi, perche’ lui stesso diceva che i tedeschi se un bianco non ha almeno 7 od 8 anni non lo vogliono e percio’ li faceva secondo il gusto dei clienti, ma si deve dire grazie a sua moglie se quelle bottiglie sono arrivate tutte a destinazione perche’ era lei a tenergli in ordine la gestione clienti, lui pensava solo a fare dei vini eccellenti e al resto ci pensava lei. Un grand’uomo ha sempre una gran donna accanto…
ho avuto il privilegio di conoscere la moglie di Giorgio e la mamma delle sue figlie, Elfi, quando purtroppo era già ammalata, ma serbo un ricordo bellissimo di quegli incontri con una donna che affrontava a viso aperto la malattia, la sofferenza ed il dolore.
E oggi Marina é la grande donna vicina a Giorgio, l’elemento di razionalità e di misura in un’esistenza all’insegna del genio e della fantasia…
“l’elemento di razionalità e di misura in un’esistenza all’insegna del genio e della fantasia…”
Che bello! Tutto vero! Sei grande, Franco. Se lo sapesse il mio amico Aldo, che oggi vive a Cuba, piangerebbe dalla commozione. Fu proprio lui nel 1980 da Solci a Milano a farmi comprare tutti i vini di Grai, perche’ allora Il nostro mito non scriveva il suo cognome in etichetta e dovevi conoscere esattamente il nome delle cantine per comprare i vini passati per le sue mani.
“l’elemento di razionalità e di misura in un’esistenza all’insegna del genio e della fantasia…”
(ripetere non fa male, vero?)
Quando ho visto questo post mi sono stropicciato gli occhi : reduce anch’io dall’esperienza del fantastico traminer (annata ’73, degustazione 1990!!!)e colpito dalla straordinaria longevità dei vini di Grai ho “dimenticato” in cantina un paio di bottiglie di QUEL
cabernet 2000 (oltre ad una bottiglia di Cabernet 1982 Bellendorf). Che emozione (e che ricordi…) nel leggerne ora!
Mirco
Ne approfitto per chiedere chi ha mai assaggiato una delle cose più grandi di Giorgio Grai: il Moscato Rosa.
Che curiosità che mi hai fatto venire Franco, ben sai che Grai è mio vicino di stand al Vinitaly ma in quei giorni non v’è modo di conversare tra noi. al prossimo, accompagnato da te vorrei avere l’occasione di conoscere Giorgio e degustare i suoi vini di cui conosco solo il moscato rosa.
Giorgio Grai un mito!!camminado per le corsie del vinitaly ho visto il nome Giorgio Grai, riconosciuto come enologo di Villa Bucci (verdicchio Marche permettetemi un pò di pubblicità per la mia terra), siamo entrati nel suo stand ho fatto la sua conoscenza e sono stato folgorato dai suoi vini, pinot bianco e Gewurztraminer, passando per gli altri vini, ora aspetto che mi arrivino.non vedo l’ora…
raffaele
Raffaele, visto che ti permettono un po’ di pubblicita’ per la tua terra, allora falla fino in fondo, coraggio! Il verdicchio di Giorgio Grai e’ in grado di sfidare il tempo, e’ un bianco che migliora nel tempo a differnza di una enormita’ di rossi. Sfata addirittura una leggenda. Basta chiedere ai sommelier dell’AIS che erano al primo MiWine ad una verticale di verdicchio cosa ne pensano.
Mario,hai ragione e un grandissimo vino io ne ho sempre delle bottiglie nella mia cantina il villa bucci riserva e uno dei bianchi migliori la mondo (penso di non esagerare) infatti noi parlammo di Giorgio Grai come riuscusse a fare un così grande vino, io non riesco ad avere uno storico in cantina, mi piace troppo! e li ci gece assaggiare i suoi vini….