Duca d’Aragona Candido: quando l’eleganza trionfa in Salento

Non è stato tutto oro, enologicamente parlando, nel bellissimo, non mi stancherò mai di ripeterlo, wine tour che ho fatto, con alcuni colleghi, ma che dico, amici wine writer stranieri, la scorsa settimana nell’amatissima, accogliente, terra di Puglia.
Uno di quei viaggi perfetti per farsi dire da parenti e amici, ma che bella vita che fai! Bellissima gente incontrata, bei posti, cose squisite mangiate (e circa un chilo e mezzo messo su…) splendidi luoghi di charme (ne scriverò presto) dove abbiamo soggiornato, dal Cefalicchio Country House di Canosa, al Relais Melograno di Monopoli, allo splendido Risorgimento Resort di Lecce, dove al bistrot restaurant Dogana Vecchia abbiamo apprezzato la squisita cucina dello chef Donato Episcopo.
Non è stato tutto oro, perché, anche se l’assaggio dei vini che non entusiasmano è sempre un’esperienza utile ed istruttiva, non sono mancati, tra i circa duecento vini degustati, con un approccio “rivoluzionario” per il mondo del vino pugliese, vini che non solo hanno deluso, ma hanno fatto anche un po’ inca…volare (eufemismo) per il loro testardo continuare a seguire impostazioni stilistiche ormai superate, giocate sulla tendenza a sovraestrarre e puntare sulla muscolarità e concentrazione, rinunciando a quelle doti di eleganza, di armonia, di piacevolezza e bevibilità, soprattutto in abbinamento alle gustosissime, saporite cucine locali, che formano la vera arma in più dei grandi vini di Puglia.
Ma per fortuna, accanto a vini ad una sola dimensione, o noiosi, a vini di cui il produttore o il tecnico ti dice che sono Negroamaro in purezza e invece rivelano, dal colore, dal profumo di more, dalla morbidezza estenuata, rotonda e piaciona, l’aggiunta di robuste dosi di vitigni bordolesi (che noia!), oppure ad altri che sono autentiche spremute di legno del Massicio Centrale francese o di meno costoso, ma ancora più mefitico, american oak, non sono stati pochi, sia tra i vini a base Uva di Troia, che a base Primitivo o Negroamaro, i vini che ci hanno regalato autentiche emozioni.
Ho già scritto, celebrandola forse non quanto realmente meritasse, della splendida indimenticabile esperienza della visita alla Vinicola Savese di Vittorio Pichierri, e presto, il materiale a disposizione è per fortuna cospicuo, dedicherò post ad altri momenti importanti, a conferme e rivelazioni avute nel corso di cinque giorni fitti di assaggi, incontri, confronti.

Ad uno dei momenti più esaltanti, vera conferma di quali tesori enoici si possano ottenere in Puglia se sfruttando la molteplicità di grandi vitigni autoctoni (Negroamaro, Primitivo, Malvasia Nera, Uva di Troia, Susumaniello, Fiano Minutolo, ed in seconda battuta Bombino, Verdeca) si puntasse decisamente sull’armonia, sull’eleganza, sull’equilibrio dei vini, senza scimmiottare improbabili modelli internazionali, la degustazione verticale di quattro annate di uno dei più classici vini pugliesi base Negroamaro, l’IGT Salento Duca d’Aragona dell’azienda Francesco Candido di Sandonaci nel Salento brinidisino, ho voluto dedicare un ampio articolo, che potete leggere qui, pubblicato nello spazio delle news che conduco per il sito Internet dell’A.I.S. Associazione Italiana Sommeliers.
Un vino con una lunga storia, che si è imposto, magari senza conquistare mai più di tanto gli entusiasmi delle guide (più colpite da altri vini più appariscenti o costruiti appositamente pour épater le dégustateur), come un modello di equilibrio, con la sua speciale formula, voluta dal grande enologo umanista Severino Garofano, per lunghi anni, fino alla vendemmia 2004, consulente di Candido (come nelle principali aziende storiche della zona), che prevede un mix ragionato tra il Negroamaro, che continua a rimanere la spina dorsale del vino, con una percentuale intorno all’80 per cento delle uve, ed un venti per cento di Montepulciano, classica varietà abruzzese da molto tempo presente anche in Puglia (ad esempio nelle Doc Castel del Monte, Rosso Canosa, Copertino, – vedete qui), introdotto per ammorbidire la potenza e la spinta del Negroamaro e moderarne tannini e acidità.
Un vino che ho sempre amato, dalla prima volta che l’ho assaggiato, nei primissimi anni Novanta, ancora prima che visitassi, nel 1994, per la prima volta le cantine di San Donaci, che ho trovato ancora più attrezzate e accoglienti, con la nuova grande luminosa sala degustazione, e di cui sono stato felice di riscontrare, in tutte le annate, ma soprattutto in uno splendente, meraviglioso 1998, a mia memoria uno dei più grandi, completi e intriganti rossi del Sud mai degustati, il segno della grandezza.
Ovvero di una capacità davvero rara, come ha sottolineato l’amico Luciano Pignataro sul suo sito Internet omonimo, lo scorso settembre annotava, come potete leggere qui, di rispettare “il genius loci dei vitigni” con uno “stile considerato superato tra la fine degli anni ’90 e inizio 2000” che è “invece attuale e davvero moderno”.
Lo stile dei grandi vini, che quando li bevi ti regalano belle emozioni e cantano la grandezza e l’unicità della terra da cui provengono, merito del goût de terroir come direbbero, con fulminante sintesi, in Francia.

5 pensieri su “Duca d’Aragona Candido: quando l’eleganza trionfa in Salento

  1. e pensare che una guida gamberosa relega questo gioiello di azienda, condotta dall’ultimo vero Signore dell’enologia pugliese, (perdonami Donato Lazzari anche tu lo sei ma non in qualità di proprietario) nella sezione delle “altre cantine” non fossi stato cresciuto ed educato dai miei commenterei adeguatamente, mi limito ad indignarmi.
    p.s. assieme al Graticciaia, in assoluto il mio vino rosso pugliese preferito e da anni.

  2. Intervengo in ritardo su questo post perchè solo oggi mi sono deciso a stappare una bottiglia di “Duca d’Aragona 2000” dell’azienda Candido. Ne ho comprate due bottiglie dopo aver letto questa recensione, ma non ho mai avuto occasione di stapparle, oggi, dopo un invito a pranzo a base di cacciagione in umido ne ho aperta una. Premetto che il pranzo prevedeva risotto agli asparagi su cui abbiamo abbinato un buon Vermentino di Sardegna e non menziono l’etichetta e come secondo selvaggina da pelo in umido dove abbiamo abbinato il Duca d’Aragona. Ebbene, buono il risotto e il vermentino, ma quel Duca d’Aragona è stato davvero una rivelazione. Non essendo sommelier non so trovare i termini esatti per descriverlo, però è andato via in un attimo, e pensare che eravamo solo in tre, compresa una donna. Di un equilibrio e piacevolezza eccezionali, per non parlare dell’alcol, che si ferma solo (per fortuna) a 13,5 gradi, mai eccessivo, al contrario di tanti altri vinoni (di tutta Italia) che ormai superano abbondantemente i 14 gradi e al secondo bicchiere vien voglia di bere acqua.
    Che dire… grazie Franco e grazie all’azienda Candido.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *