Marco Mancini licenziato dal Corriere Vinicolo settimanale degli industriali del vino

Devo scusarmi con i lettori se con questo post turberò l’atmosfera tutta serenità e buoni proponimenti di questi giorni che precedono il Natale, un Natale imbiancato dalla tanta neve che è scesa sulla Lombardia dove mi trovo, ma devo dare una brutta notizia, una notizia davvero triste.
Ieri pomeriggio ho appreso che un caro amico, una persona con cui ho avuto il privilegio di collaborare per molti anni, circa quindici, il direttore del settimanale “Il Corriere Vinicolo”, Marco Mancini è stato improvvisamente licenziato, apparentemente senza un valido motivo, una ragione precisa che giustificasse questa decisione.
Urge una precisazione prima di proseguire. Il Corriere Vinicolo non è un giornale qualsiasi, proprietà di un qualsiasi editore o imprenditore attivo nel campo editoriale, ma è, da oltre ottant’anni, l’unico settimanale del mondo del vino, proprietà e voce della più importante organizzazione professionale del mondo del vino italiano, l’Unione Italiana Vini, oggi presieduta dal produttore veneto Andrea Sartori e condotta dal direttore generale Francesco Pavanello.
Un giornale molto particolare dunque, proprietà di quella serie di grandi aziende che formano lo zoccolo duro del mondo del vino italiano, una ampia Confederazione cui fanno capo la Federazione Nazionale del Commercio vinicolo (con il Sindacato distributori di vini in bottiglia, il Sindacato commerciale vini sciolti, il Sindacato esportatori, il Sindacato importatori), la Federazione nazionale degli industriali vinicoli (con il Sindacato nazionale industriali produttori di vino, il Sindacato nazionale produttore di vini spumanti, il Sindacato nazionale produttori di vini liquorosi, il Gruppo industriali – esportatori, e la Federazione nazionale viticoltori e produttori di vino (con il Sindacato nazionale viticoltori, il Sindacato nazionale vinificatori singoli, il Sindacato nazionale vinificatori associati in cooperative).
Come si vede una galassia molto complessa, con interessi ramificati e compositi, per la conduzione del cui settimanale, una rivista di servizio agli associati, ma anche e soprattutto di notizie, di spunti di dibattito, aperta alle idee e alle discussioni che si muovono nel mondo del vino, come si è imposta negli anni, era necessaria una figura di garanzia, una persona di grande equilibrio, capace di realizzare un giornale che non fosse un giornale del vino qualsiasi, ma nemmeno un house organ.
Bene, avendo collaborato con lui per tanti anni, quando presidenti dell’Unione Italiana Vini erano figure forti e carismatiche, come Gianni Zonin ed Ezio Rivella (personaggi con i quali i miei rapporti non sono mai stati idilliaci o tantomeno servili, ma che avevano spalle forti e personalità e carisma per reggere ogni tipo di pressione…) posso assicurare che Marco Mancini è stato proprio questo tipo di direttore, misurato, intelligente, riflessivo, consapevole del compito difficile che gli era stato affidato e degli equilibri difficili da rispettare, della sottilissima distanza che separava il C.V. dall’essere, comunque, nonostante l’anomalia della proprietà, un giornale normale, con una propria linea editoriale, e non un semplice bollettino associativo come forse l’avrebbero preferito alcuni maggiorenti.
Su questo aspetto non si discute e nessuno, che sia in buona fede e minimamente in grado di giudicare il lavoro di un giornalista, può mettere in dubbio che Mancini abbia svolto, con abnegazione, passione e competenza, pur tra mille problemi, il difficilissimo compito che gli era stato affidato e che in vent’anni di direzione, vent’anni, non un giorno…, gli è valso la fiducia, i riconoscimenti, le dimostrazioni di apprezzamento di larghissima parte del mondo del vino italiano.
Poi, con la progressiva insofferenza dimostrata dagli industriali del vino (come amava chiamarli Bartolo Mascarello, che per anni, per iniziativa personale di Mancini, ha ricevuto in abbonamento omaggio il Corriere Vinicolo, che Bartolo amava leggere e al quale aveva talvolta inviato interventi appassionati) verso le regole del gioco, rappresentate ad esempio da disciplinari che spesso illustri esponenti dell’UIV hanno giudicato superati, bisognosi di essere rivisti e modificati rendendoli chiaramente meno restrittivi e rigidi e più aperti e suscettibili di consentire ai grossi produttori di fare il vino che vogliono come vogliono, senza “inutili” regolamenti, lacci e laccioli, quell’equilibrio su cui si è retto, per anni, il lavoro di Mancini, è venuto meno e la spinta a fare del C.V. molto meno un giornale di idee e di dibattito, interessante anche per i semplici appassionati e non solo per gli operatori del settore, e molto di più un giornale che rispecchiasse gli interessi delle aziende associate, che veicolasse e sostenesse le loro posizioni, sempre più forte. Ancora più forte con l’emergere di una crisi economica che ha messo a nudo le debolezze, le contraddizioni, i limiti di larga parte di quel mondo del vino italiano che nell’UIV viene rappresentato.
E così, mentre da qualche numero sul Corriere Vinicolo (che da un paio di anni aveva cambiato veste e non solo da un punto di vista grafico) veniva annunciata per il prossimo gennaio una piccola “rivoluzione” del giornale, “gennaio 2010, il Corriere Vinicolo ritorna al futuro… nel nuovo Corriere Vinicolo che si presenta con una veste completamente rinnovata… nel nuovo formato tabloid”, Marco Mancini, che a questa ennesima revisione del settimanale dell’Unione Italiana Vini avrebbe potuto fornire un validissimo contributo, professionale e di esperienza, ed il consueto approccio meditato, riflessivo, attentamente ponderato alle notizie e ai problemi, su questo nuovo C.V. non potrà più scrivere.
Perché messo brutalmente fuori gioco senza un valido motivo, forse perché non forniva più sufficienti garanzie di compilare il giornale stile house organ che gli “industriali del vino” dell’U.I.V. volevano. Licenziato, dopo vent’anni, liquidato su due piedi, con uno “stile” che si commenta da solo… Caro Marco, inutile dire, non ho ancora avuto cuore di chiamarti, ma lo farò sicuramente nei prossimi giorni, che ti sono vicino, che ti esprimo, anche da questo piccolo, ma seguito, avamposto del libero giornalismo sul vino, quel tipo di giornalismo che ai signori dell’Unione dà fastidio e non garba, tutta la mia solidarietà, confermandoti l’amicizia e la stima che ho sempre nutrito per te in questi anni di lavoro insieme.
Quanto al “tuo” Corriere Vinicolo, non te la prendere più di tanto: che facciano il giornale, fedele portavoce delle loro posizioni e dei loro interessi, che vogliono e che lo facciano dirigere agli yes man e ai cronisti allineati e coperti che offrono loro più garanzie. Di obbedire.
Personaggi del genere non faticheranno a trovarli nel super conformista e sempre pronto a piegarsi davanti ai potenti mondo del giornalismo del vino di casa nostra.
Di quel bollettino tu, uomo e giornalista libero, non avresti mai potuto, con la dignità, l’orgoglio, l’indipendenza che ti ha sempre caratterizzato, fare, più di un giorno, il direttore. Lasciano che siano altri, con molto più “pelo sullo stomaco” di te, a farlo…
Un forte abbraccio e tanti cari auguri

24 pensieri su “Marco Mancini licenziato dal Corriere Vinicolo settimanale degli industriali del vino

  1. Non conosco Mancini e gli mando tutta la mia solidarietà, con l’augurio che riesca a guardare avanti con determinazione. In bocca al lupo, Marco Mancini

  2. Mi dispiace molto. Ho conosciuto Marco nel 2005 ed ho collaborato a qualche numero del CV. Non posso dire di conoscerlo bene, anzi. Posso solo dire che mi ha sempre dato ampia libertà, a volte anche con pezzi che era delicato pubblicare. Una volta mi difese pubblicamente dopo un mio pezzo sui lieviti. Un’altra volta, sulla questione trucioli, non ero d’accordo con le sue posizioni e gli scrissi, e lui pubblicò le mie opinioni e poteva tranquillamente non farlo.
    Gli auguro veramente il meglio.

  3. Qui a Marte il posto c’è. Non per tutti, ma per Marco Mancini il posto c’è.
    Complimenti al mondo del vino che licenzia una delle penne e delle teste di più alto livello, capace, preparato, obiettivo, equilibrato. Un licenziamento che è specchio di come vanno le cose in questo mondo. Bel colpo, very good, un passo avanti nella comunicazione del vino italiana.
    Briscola

  4. Franco, mi ero appena rincuorato essendo terminata una delle più stupide e lecchine trasmissioni sulla Radio pubblica, dopo aver appreso che l’Aglianico si produce in Molise, che lo Champagne è nato prima dello Spumante, che il solito salumiere gioielliere ha venduto più formaggio italiano che francese e tralascio il resto.
    Che tristezza leggere, subito dopo, che Marco Mancini lascia CV. Poichè di vino ne capisco poco, quando l’incontrai parlammo di un pittore poeta maledetto, Lorenzo Viani; e accettò di pubblicare qualche articolo dedicato più all’arte che al vino. Poichè viviamo nel paese dell’arte, cultura, paesaggio, musica, letteratura e via via, ho sempre pensato che il successo dell’economia, agricoltura, anche cibi e vini siano da agganciare davvero al territorio, nalla sua più ampia accezione. Non solo a bistecche e formaggio di capra.
    Cha la trasmissione di cui sopra goda da anni di florido successo, senza nessun dubbio sulla sua effettiva utilità, mi lascia sconcertato. E purtroppo ben si sposa con l’allontanamento di Marco Mancini. Certo, con la sua perizia andrà certo a far di meglio. Ma che dire? è sempre più dura.

    • Caro Claudio, immagino tu ti riferisca ad una trasmissione condotta, su Radio Due Rai, da due personaggi che anche quell’Unione Italiana Vini, che ha ritenuto di “liberarsi” in quel modo vergognoso che ho raccontato del proprio antico collaboratore, Marco Mancini, tiene in grande considerazione. E al quale ha talvolta affidato di condurre proprie manifestazioni… Tout se tient, ognuno si sceglie i campioni ed i personaggi che si merita: hai proprio ragione, é sempre più dura per chi pensa che si possa e si deva ancora raccontare il mondo del vino a testa alta, senza piegarsi ai diktat e agli interessi dei potenti… Ma ce la faremo, ce la dobbiamo fare!

  5. per essere giornalisti “liberi” bisogna essere proprietari del giornale, come dice un vecchio direttore di ottantanni con la barba bianca e forse non basta neanche

  6. Quoto Claudio (Riolo)! “poiché viviamo nel paese dell’arte, cutura paesaggio musica letteratura…”
    E mi ri-associo ai commenti e alla solidarietà espressa da chi conosce Marco Mancini.

  7. @bob: per essere giornalisti liberi bisogna avere idee, avere un coraggio della maddonna (forse non avere una famiglia da mantenere!) e la consapevolezza che la libertà di esprimersi – ma non accade solo ai giornalisti – si paga sempre molto cara (carriere bloccate, prestiti negati, voltafaccia, inimicizie, accuse, minaccia di querele da parte di potenti o supposti tali, perdita della vita: giusto per fare qualche esempio).
    Il recente giro di poltrone dei direttori delle principali testate cos’è stato, se non un imparaticcio di tutto ciò!?

  8. Conoscevo da molti anni Marco Mancini tramite i suoi articoli sul C.V. Qualche anno fa ho avuto il piacere di conoscerlo di persona, avendo conferma del suo libero pensiero. Diverse volte ha pubblicato delle mie lettere sulla legislazione vinicola da lui ritenute interessanti per il trend dei lettori. Una collaborazione disinteressata, che mi ha confermato quanto il suo fosse un pensiero libero ed anticonformista. Mi dispiace molto per questo licenziamento improvviso e,a quanto dice Ziliani, immotivato. Sono sicuro che Marco, con la sua bravura, non rimarrà a lungo fuori dal gioco e che ci saranno testate che non si faranno scappare l’occasione di approfittare delle sue capacità. Auguri, Marco, spesso da certe situazioni negative si possono ottenere dei vantaggi inimmaginati.

  9. Caro Franco,chiaro che bevo le tue parole con immenso piacere. Mancini è un mio grande amico, anche al di fuori del lavoro e per 18 anni anche io ho collaborato con il CV, fino a un mese fa. Hai fatto un’analisi perfetto di quello che è successo, sei stato per ora il primo e unico di quelli che per anni sono stati collaboratori di Marco, e diconsi ancora amici, che abbiano avuto il coraggio di essergli vicino. Non posso esimermi dal risponderti, per sentirmi accanto al tuo pensiero.
    Vorrei lanciare un messaggio a coloro invece che per convenienza,autostima o interesse, si sono schierati oggi a favore della “piccola rivoluzione” che ha interessato il giornale, chiedendo di palesare le loro vere intenzioni.
    Se vi dicevate amici di una persona che ha sempre aiutato i collaboratori anche in momenti di difficoltà, perché oggi siete pronti a calare un velo scuro, asserendo che “morto un papa se ne fa un altro”?
    Con i migliori auguri di Buone Feste. Guido Montaldo

    • Guido, grazie per il tuo intervento e la tua testimonianza. Vorrei rispondere alla tua domanda relativa al silenzio, assordante e vergognoso, di svariati collaboratori, alcuni dotati di siti Internet e di blog dove potrebbero esprimersi liberamente, e condannare o quantomeno rammaricarsi per l’accaduto, di collaboratori del C.V., gente che si dichiarava “amica” di Marco Mancini, gente che deve molto a Marco.
      Semplicissimo, tacciono, perché non conviene inimicarsi i potenti, quelli che hanno licenziato Marco, quelli che pensano di comandare, facendo quello che vogliono senza dover rendere conto a nessuno, il mondo del vino italiano. Perché non hanno coraggio e dignità. E qualcuno perché magari é pronto a prendere il posto di Marco, o é vicino a quello (quelli) che ne prenderanno il posto. Su indicazione dei padroni del vapore… Sono dei codardi e lo dimostrano con il loro comportamento.

  10. Ciao, Franco e grazie per quello che hai scritto di Marco Mancini.
    Anch’io come te sono rimasto esterrefatto, anche se sapevo che c’erano problemi, ma davvero non pensavo che si potesse arrivare a tanto.
    Sia chiaro, cambiare direttore così come cambiare lavoro è un fatto del tutto normale. Non è questo in discussione. Nella mia vita professionale, prima di fare la libera professione, ho fatto i miei giusti cambi di azienda.
    Ciò che stona e disturba è il modo.
    So che qualcuno – alla notizia – ha commentato “morto un papa se ne fa un altro”. Che tristezza.
    Un pensiero diretto a Marco: su con il morale. Hai tanti amici che ti vogliono bene. Insieme sapremo uscire da questo momento critico. Per dirla con quei qualcuno di cui parlavo poco fa “morto un Corriere Vinicolo se ne fa un altro”!!!
    Auguri a tutti, soprattutto per un 2010 migliore.
    Ciao
    Giancarlo Montaldo

  11. E’ vero. Un giornalista senza un giornale è muto. Ma anche un giornalista senza libertà. Marco è tollerante, rispettoso delle opinioni, aperto ai contributi più eterogenei. E adesso è anche libero. Nel momento in cui c’è più confusione sotto il cielo è proprio di Marco che c’è bisogno. Vuoi che non se ne accorga nessuno?
    Un abbraccio
    teb

    • non sapevo di queste altre persone e mi dispiace molto per loro ed esprimo loro la mia solidarietà. C’é però una differenza, credo. Forse queste altre persone rientrano in, dolorosi, tagli di organico dettati da motivi economici. Quello di Mancini é e resta un licenziamento, visto che in ogni rivista che si rispetti una figura di direttore deve esserci. A meno che a fare quello che faceva (egregiamente) Mancini non debbano in futuro provvedere o le persone già presenti in redazione, che sono in gamba, ma non hanno l’esperienza e le capacità di Marco, o il potente direttore generale, improvvisamente diventato un esperto anche di giornali, oppure qualche fidato collaboratore di Roma o dell’area veronese-veneta, che sicuramente farà quel giornale che l’editore di riferimento, ovvero gli industriali, ma non i padroni, del vino italiano vogliono…

  12. Causa questo licenziamento,ho perso le tracce di MArco Mancini un caro amico di lunga data , di cui ho sempre apprezzato la competenza ,lo stile e l’umanità così difficile da ritrovare nel nostro ambiente .E le case editrici sono le prime ad essere prive di stile nei confronti dei direttori che le hanno servite . Gli esempi, ahimé ,si sprecano.Spero che Marco sia raggiunto da queste attestazioni di stima, che si merita . Josè

    • non mancherò di trasmettergliele, José. Sono belle e scaldano il cuore, mentre lo raggela il silenzio, assordante, allucinante, vergognoso, di collaboratori del Corriere Vinicolo che pur disponendo di siti Internet e blog non hanno speso una sola parola sul modo, squallido, in cui é stato liquidato Marco…

  13. A leggere i commenti pro Mancini licenziato brutalmente, viene da chiedere a tutti gli intervenuti: ma dove vivete ? Ma realmente credete ancora alla favola della libera stampa? Un giornale, specie di categoria, ha un padrone con precisi interessi da difendere e il direttore chiamato a dirigerlo o sa bene interpretare il suo pensiero o scrive sotto dettatuta. Nel caso di Mancini forse non ha saputo o voluto intepretare il pensiero e il retro pensiero del suo datore di lavoro e quindi la conclusione mi sembra non debba scandalizzare più di tanto. Anche giornali prestigiosi in tempi non lontani hanno fatto ricorso a violenze del genere. Certo il modo in perfetto stile veneto brucia, ma ne rendo conto. Bisogna farsene una ragione e guardare avanti. Ma se Marco crede ancora alla libera stampa, si finanzi un proprio giornale e scriva quello che vuole. E se non ha risorse proprie si cerchi un altro padrone che magari abbia uno stile meno brutale, ma pur sempre un padrone sarà che con il giornale persegue un personale interesse col quale il giornalista dovrà pur sepre fare i conti.
    Cino del Duca

    • Cino del Duca, il suo real-pragmatismo é brutale, ma non fa una piega. Lasci che dei romantici sognatori come il sottoscritto e qualche altro trovino, anche se legittimo da un punto di vista del rapporto che in un giornale c’é tra il direttore ed il suo editore, vergognoso, da un punto di vista comportamentale, ed estetico, il comportamento tenuto dall’Unione Italiana Vini nei confronti del suo ex direttore Mancini. Quanto a Marco voglio confermargli ancora la mia solidarietà, orgoglioso di essere stato, per anni, un suo collaboratore

      • caro Cino del Duca, il suo commento, così disilluso e un po’ malinconico, fa pensare che lei conosca bene le “segrete cose” dell’Unione… Pensi che sul sito Internet della U.I.V. non si riesce nemmeno a conoscere quali siano le aziende che stanno al timone, nel Consiglio di amministrazione. Si sa solo che il presidente attuale é Andrea Sartori: alla faccia della trasparenza!

  14. La storia dell’Unione Italiana Vini non è nuova a questi comportamenti. Ai massimi dirigenti si chiede molto, si spremono come limoni e poi si buttano via. E’ il volto nascosto dietro i sorrisetti. Uno spirito malvagio e vigliacco si aggira tra i muri di questa gloriosa associazione. Ne tengano conto gli attuali dirigenti. Prima o poi toccherà anche a loro.

  15. Vino al vino e sia.
    Non è facile per nessuno fare il direttore del Corriere vinivolo perchè deve ben interpretare il pensiero espresso e inespresso delle categorie che rappresenta.
    Per molti anni il giornale veniva diretto dal presidente o dal direttore dell’Uiv che, essendo i protagonisti della politica vitivinicola che si esprimeva attraverso la presenza in Comitato naz. vini di origine e presso i ministeri, erano in grado intervenire coi loro scritti sui vari argomenti sul tappeto. Allora sì che il giornale era vivo perchè immediatamente entrava nel vivo delle questioni fustigando anche i ministri in carica quando le scelte non sembravano quelle giuste. Basta leggere le pagine degli anni ’80 per farsi l’idea che il giornale rappresentava la coscienza critica del settore. Ma non per merito personale di questo o l’altro dei protagonisti ma per il rapporto organico che intercorreva tra editore e direttore.
    Quando per ragioni organizzative si ricorse ad un apporto esterno, nominando un direttore non dirigente dell’Uiv, il rapporto tra giornale ed editore venne mantenuto stretto sino al punto che nessuno scritto e neppure titolo poteva essere pubblicato se non approvato dal direttore o dal presidente della Uiv (in perfetto stile Pravda, ma tant’è). E finchè questo legame stretto è stato mantenuto, il giornale ha potuto navigare in acque tranquille perchè, se da una parte poteva essere concesso spazio alle idee anche le più strapalate, dall’altra, mediante il suo editoriale che esprimeva la rotta delle categorie rappresentate, il giornale aveva una sua identità “politica”.
    Se viene a mancare questo rapporto, prima o poi il giornale perde la sua identità e il suo direttore si trova solo. E il vincolo viene meno, soprattutto se da parte dell’editore viene a mancare il contributo di idee che di volta in volta vuole imprimere al giornale per portare avanti la sua politica. Quindi, ma è una mia personale interpretazione che può essere smentita, Mancini è stato lasciato solo. Ha cercato come meglio ha potuto di riempire il vuoto, ma l’editore ha pensato bene di uscire dall’immobilismo dandosi una mossa ed ha, invece di dargli una mano fornendo idee e direttive, abbandonato al suo destino l’anello più debole della catena.
    Ma quanto sta diventando squallido questo mondo del vino !

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