Moscato di Trani la Chicca 2005 Conte Spagnoletti Zeuli

Capita così di rado ormai, nonostante si tratti di una Doc con ben trentacinque anni di storia, istituita come fu con un D.P.R. del 11 settembre 1974, imbattersi nel più antico e nobile dei vini dolci pugliesi, il Moscato di Trani, ottenuto da uve Moscato bianco localmente noto come Moscato di Trani o Moscato reale, provenienti da una zona che comprende l’intero territorio dei comuni di Trani, Bisceglie, Ruvo, Corato, Andria, Canosa, Minervino e parte del territorio dei comuni di Barletta, Terlizzi e Bitonto, tutti in provincia di Bari, oltre che di Cerignola, Trinitapoli in provincia di Foggia, su terreni che da disciplinare devono essere tufaceo-marnosi o calcareo-argillosi o calcareo-silicei anche profondi ma piuttosto asciutti, e non argillosi o alluvionali ad alto tenore idrico, che trovarne uno addirittura molto buono, costituisce un piccolo evento.
Dobbiamo pertanto ritenerci fortunati, noi del gruppo di wine writers partecipanti all’Apulia Radici wine tour, per esserci imbattuti, nel corso della nostra visita all’azienda agricola Conti Spagnoletti Zeuli in agro di Andria, visita nel corso della quale abbiamo apprezzato diversi buoni vini, in particolare i Castel del Monte Vigna Grande e Rinzacco, da Uva di Troia in purezza, ed il Castel del Monte Pezzalaruca, mix paritario di Uva di Troia e Montepulciano, senza dimenticare l’inconsueto, elegante Murgia Fiano Jody, in una delle più convincenti versioni di Moscato di Trani mi siano capitate da diverso tempo.
Un vino, prodotto nella versione dolce naturale, di annata 2005, ottenuto da uve lasciate in appassimento sui graticci per quindi giorni, per arrivare ad una perfetta essicazione ed una concentrazione zuccherina ottimale, e poi vinificate interrompendo la fermentazione quando il vino raggiunge una gradazione alcolica interno ai quattordici gradi.
Perché mi è piaciuto questo Moscato di Trani? Perché era davvero buono e perché corrisponde in pieno alla mia idea di vino dolce (da dessert o da meditazione come lo si voglia chiamare) che deve essere dolce, ma senza eccessi, ed in maniera calibrata, viva e mai stucchevole, come talvolta accade con i vini passiti del Sud, che spesso diventano delle vere e proprie bombe caloriche, delle confetture in forma di vino, prive di equilibrio e scarsamente eleganti.
Invece questa Chicca, prodotta in un numero molto limitato di bottiglie e solo nelle annate ritenute adatte, mi ha subito convinto con il suo colore paglierino oro squillante, multiriflesso ed estremamente luminoso, con un bouquet fitto, caldo, cremoso, con note di albicocca, salvia, fichi, zafferano, agrumi canditi, miele, una leggera speziatura in evidenza, a formare un insieme inconfondibilmente mediterraneo, eppure fresco, aereo, fragrante, profumato di fiori bianchi e con un leggero accenno salino.
Ideale equilibrio dolce-sapido, esaltato anche da una bellissima acidità viva, anche in bocca, dove il vino è ricco, suadente, carezzevole, senza spigoli, eppure incapace di “sedersi” perché retto da una bella freschezza, da un nerbo saldo, da un ottimo bilanciamento di tutte le sue componenti, che lo porta ad essere estremamente piacevole e a facilitarne la beva, non solo in abbinamento (ideale) ai dolci a base di paste di mandorla tipici della Puglia, ma da sé solo, come momento di compiacimento eno-edonistico, come concessione ai gioiosi “vizi” del palato.

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