
Riflessioni a proposito della manifestazione Le Loro Maestà
La chiarezza credo non abbia proprio fatto difetto in questo articolo, pubblicato sul sito Internet dell’A.I.S., che ha preso lo spunto dalla manifestazione, intitolata Le loro Maestà (sottotitolo possibile Nebbiolo di Langa e Pinot noir di Borgogna a confronto) cui ho avuto modo di partecipare sabato 21 novembre tra Alba e La Morra.
Iniziativa benemerita, fortemente voluta da un gruppo appassionati di vino canavesi, il team di Artevino, che si occupano di comunicazione, design, fotografia, campagne pubblicitarie e molte altre cose, quella tesa ad indagare “l’intimo rapporto fra territorio, vitigno e lavoro dell’uomo, che dà origine a vini straordinari” di queste due zone vinicole che forse più di ogni altra danno vita ad una sorta di fascinazione che letteralmente “soggioga” gli eno-appassionati.
Eppure, come ho cercato di spiegare, pur con tutte le buone intenzioni la manifestazione non è completamente riuscita, o meglio, alcune lacune organizzative, alcuni limiti legati alla poca sensibilità di parecchi produttori di Langa, che hanno preferito non partecipare, e la solita dannata fretta (che lascia poco spazio alla discussione e rende anche una degustazione che avrebbe dovuto disporre di ben altro lasso di tempo e di altre condizioni una cosa da “consumare” rapidamente) ne hanno condizionato parzialmente il buon esito.
Nonostante tutto, anche per tornare per un paio di giorni nella “mia” amatissima terra di Langa, è valso comunque la pena essere ad Alba sabato 21 per la giornata dedicata agli “addetti ai lavori” e per presenziare al convegno, intitolato “Cru: sintesi di valori”, organizzato in collaborazione con il Consorzio Tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Roero.
Convegno che non era stato annunciato come un convegno vero e proprio, bensì come l’apertura di un dialogo tra Italia e Francia del vino teso a cogliere il significato ed il valore della parola “cru”, divenuta oggi sinonimo della migliore espressione enologica di un territorio.

E’ stato utile e istruttivo per convincersi, una volta di più, che se anche esistono delle similitudini, viticole, economiche, sociali, legate ad una certa idea del vino come diretta e fedele espressione della terra e come frutto di una serrata opera di valorizzazione delle particolarità data da ogni esposizione e porzione di vigneto (i vini della Borgogna ed i Nebbiolo albesi sono vins de terroir come pochi altri), con un comune scenario di frammentazione in singole vigne e una varietà estrema di strutture geologiche, esposizioni, altezze, microclimi, epoche di maturazione, sensibilità al caldo o al gelo, le distanze continuano ad essere profonde. E addirittura stridenti.
Difatti, se in Borgogna esiste e nessuno si sogna di contestarla e di metterla in discussione, una struttura piramidale precisa e chiara, che prevede la suddivisione delle AOC (equivalente delle nostre Doc e Docg) in quattro categorie, appellations régionales, o appellations village che rappresentano il 54% del vigneto borgognone, quindi le appellations communale, che riguardano il 35% del vigneto e si riferiscono a singoli villaggi come Chablis, Pommard, Beaune quindi le appellations 1er Cru, ovvero appellations comunali seguite da un nome di climat (sinonimo di cru) ed infine il vertice delle Appellation Grand Cru (1,5% della produzione), un numero limitato di 32 AOC in Côte d’Or e una sola Chablis. Nomi come Corton Charlemagne, Bonnes Mares, Romanée Conti, La Tâche, Richebourg, Clos de Vougeot, Musigny, Echezeaux e Grands Echezeaux, nella terra del Barolo hanno preferito arrendersi alla logica di un comodo, ma illusorio e vano egualitarismo.
Lo dimostra la vicenda delle “menzioni geografiche aggiuntive” (quelle che prima chiamavamo sottozone), riconosciute da una modifica del disciplinare di produzione deciso dalla pubblica audizione dello scorso 14 ottobre, dove gli uomini del vino albesi, il mondo politico locale e regionale, le organizzazioni professionali e sindacali e peggio ancora, la maggioranza dei produttori, hanno deliberatamente scelto di non adottare il modello piramidale francese ma di puntare su una “spartizione «orizzontale» dei cru” che di fatto pretenderebbe di annullare le differenze, che ci sono, tra i vigneti storici e tutti gli altri.
Questo perché ci hanno assicurato, davanti ai francesi, che “a diversificare un vino, non é il terreno ma l’annata e la mano del viticoltore. Anche per questo non avrebbe senso una classificazione gerarchica”.
In qualche modo, anche basandosi su motivazioni tecniche, si è arrivati – in terra di Langa! – a negare o ridurre l’importanza del terroir, assicurandoci, come ha fatto tranquillamente l’agronomo (e produttore in quel di Monforte d’Alba) Nicola Argamante l’esperienza rappresentata da uno studio scientifico dei cru fatto negli anni Novanta, con un panel di esperti addestrati ad essere “oggettivi come macchine”, che in degustazioni alla cieca non facevano differenza tra cru noti e cru meno noti e spesso apprezzavano maggiormente i vini provenienti dai vigneti meno blasonati.
Oppure come ha ribadito il past president e attuale vice presidente del Consorzio Giovanni Minetti, il fatto che “ai critici non farà piacere, ma la migliore qualità di un dato vigneto dipende soprattutto dai metodi di vinificazione. Dalla bravura di chi fa quel vino. Non dall’aspetto geografico”.
Il tutto condito dalla pacifica constatazione, fatta dal presidente del Consorzio Claudio Rosso, secondo il quale “il modello francese dei grands cru e dei premier cru era impossibile da applicare” al mondo del Barolo e del Barbaresco.

Di che rimanere stupefatti insomma, come quando ti vorrebbero convincere che sia giusto mettere sullo stesso piano, visto che sono compresi nella stessa area di produzione, quella troppo ampia, 1800 ettari, del Barolo, un Barolo di Serralunga d’Alba o di Castiglione Falletto o di Monforte d’Alba, con un Barolo di Grinzane Cavour o di Diano d’Alba.
Come se le potenzialità, la storicità, il valore, la capacità di esprimere grandi vini di autentici Grands Cru del Barolo come Monprivato, Vigna Rionda, Villero, Rocche, Cerequio, Brunate, Monvigliero, Sarmassa, Falletto, Vignolo, Francia (per citarne solo alcuni) fossero le stesse di molto meno noti quando non sconosciuti cru, pardon, menzioni geografiche aggiuntive, tipo il Valentino a Castiglione Falletto, il Damiano, il Lirano o il Manocino a Serralunga d’Alba, il Serradenari a La Morra, il Drucà o l’Albarella a Barolo o una qualsiasi menzione di quella zona da Barolo di secondo o terzo livello che è Grinzane Cavour…
Chissà cosa avranno pensato i vignaioli francesi presenti al dibattito… Beh, sicuramente che per “les italiens”, pardon, “les piémonteis” c’è ancora tanta e tanta strada da fare…
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15 pensieri su “Nel concetto di cru quale distanza ancora tra Langa e Bourgogne!”
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Erano ad un passo dal farcela, finalmente si sarebbero distinti ancora una volta dal resto della “Doc Italia”, che magari si aspettava un esempio da seguire, invece arriva un bell’autogol!
Ma siccome sono vivi ancora troppi “tromboni” che frenano, per interessi privati, la naturale evoluzione delle cose, ci toccherà aspettare il 2020/25 per riparlare dell’argomento.
Capisco la questione, ma quanto all’opportunità di imporre in Langa una struttura piramidale in stile borgognone, ho più di qualche perplessità. Ci sono importanti interessi dietro, e sappiamo bene come si lavora in Italia in queste circostanze.
Siete voi esperti e giornalisti indipendenti a dovervi esprimere in modo chiaro e inequivocabile.
Volendo esemplificare penso che, a formare un vino, concorrano per il 70% il vitigno e la mano dell’uomo che lo lavora, ed il rimanente sia dovuto al microclima ed alle condizioni ambientali. Volendo ulteriormente esemplificare supportati però da un visual, consiglio di andare sul belvedere di La Morra e guardare i vigneti ponendo attenzione a dove persiste la neve. Ciao a tutti.
Sarebbe possibile avere qualche indicazione più precisa sullo studio delle caratteristiche organolettiche dei cru citato da Argamante? Spesso, quando si vanno a verificare direttamente le fonti, si scopre che non dicono esattamente quello per cui sono citate (anche in buona fede), magari perché è stato omesso qualche importante avvertimento.
PS I Grand Cru dello Chablis sono 7 (Les Clos, Vaudésir, Bougros, Blanchot, Valmur, Les Preuses, Grenouilles, per un totale di 104 ettari sui circa 4.000 della denominazione; dati tratti da http://www.enogea.it/Enogea/Vuoto_a_perdere/Voci/2009/11/28_Chablis__toccata_e_fuga.html).
Buongiorno,
ho quasi timore ad esprimere un parere discordante dal suo vista la sua passione sfrenata per le langhe oltre che per la sua esperienza pluriennale di conoscitore/assaggiatore di Barolo, ma l’unica convenienza che vedo in una suddivisione legalmente riconosciuta delle vigne e delle grandi vigne (chiamiamole in italiano) della zona del Barolo e del Barbaresco è quella economica per i produttori proprietari di porzioni di terreno nelle zone citate.
Qualche mese fa ho studiato alcuni libri sul Barolo e sul Barbaresco, oltre al libro edito da Slow food sulla suddivisione (molto ben curata) delle vigne del territorio riconosciuto nella DOCG e non posso che concordare sul fatto della storicità e delle peculiarità territoriali di certe zone che permettono di ottenere vini di grande personalità, pregio e identità uniche, ma ritengo che non ci sia bisogno di un riconoscimento legale che identifichi tali zone che confonderebbe le idee ad un degustatore occasionale e di contro non arricchirebbe di certo un degustatore appassionato, in più metterebbe nelle mani di produttori vocati al Dio denaro un carta che li “legittima” ad alzare il prezzo dei loro vini già regolamentati da un disciplinare giustamente rigido.
A questo punto non so quanta strada da fare ci sia.
Simulando le regole della Borgogna alle Langhe ho, dal mio punto di vista, l’outlook di un massacro commerciale.
Dove i prodotti base, declassati, sarebbero troppo cari per il mercato e quelli cru si troverebbero a competere in un mercato di nicchia tutt’altro che facile e non si sa fino a che punto ricettivo visto che mi risulta che la crisi si stia facendo sentire eccome anche lì.
Il risultato sarebbe che buona parte dei piccoli produttori chiuderebbero bottega (nel 2009 ho sentito parlare di un saldo negativo per il vino italiano pari a -1500 aziende) e i Farinetti del caso farebbero shopping a prezzi superconvenienti accellerando un processo di fagocitazione che già è in atto adesso molto lentamente ma che non si sa quanto bene faccia alla qualità del vino.
Previsione magari sbagliata la mia, però…
Non credo che la gerarchia piramidale della Borgogna possa essere definita il massimo in termini di comprensione per il consumatore medio.Obbiettivamente poi, per fare acquisti che non deludono poi, è necessario conoscere i vari produttori più che seguire ciecamente le denominazioni.Nelle Langhe imporre una gerarchia piramidale provocherebbe ingiustamente un cataclisma intanto dal punto di vista dei valori fondiari.Ma poi chi potrebbe mai imporre una cosa del genere, Pol Pot ?! Ma dai una gerarchia già c’è.Piuttosto, credo stia a voi giornalisti rimarcare nei vostri assaggi la corrispondenza dei profili organolettici dei vini con i vari terroir e educare la gente a capirli.Saluti
A me pare che la “struttura orizzontale” abbia già fatto dei danni commerciali: pessimi baroli e barbareschi Docg sugli scaffali della GDO a 10/15€ e buoni nebbioli a 6€, ma sconosciuti in quanto genericamente Langhe. La struttura piramidale servirebbe a valorizzare i prodotti, tutti, limitando la nascita di nuove Doc ad ogni cambio di assessore all’agricoltura. Chi di voi conosce le “Terre d’Alfieri” ?
Nel consumatore più conoscenza significa più consapevolezza del prodotto, significa capire che l’Arneis non si fa a Moncalieri così come il Sauvignon non si fa a Cocconato, anche per il neofita. Altrimenti continuiamo a legittimare il Piemontello rosato nel fiasco come si vede in giro all’estero. Non è possibile che solo i francesi si sappiamo organizzare. Queste “finte manovre” fanno comodo ai blasonati che non hanno i vigneti di proprietà, ma li affittano ed a quelli che vogliono comprare le uve a meno di 2€ quando le loro bottiglie costano più di 20.
E’ chiaro però che una ristrutturazione profonda va vista in previsione dei prossimi 20 anni, non certo per navigare a vista nel mare della crisi.
Di errori nella programmazione piramidale, gerarchica o territoriale se ne sono compiuti in abbondanza ma, sinceramente mi sembra che la Francia, sia essa Borgogna o Bordeaux, abbia molte cose da insegnarci.
Considerare che il territorio (terroir) incida solo in minima parte mi sembra ridicolo altrimenti, se fossi un produttore di Dogliani, comincerei a sbattere i piedi per terra pur di avere la DOCG Barolo.
Certamente le metodologie di produzione. la giusta epoca di vendemmia e quant’altro, permettono al vino di esprimersi al meglio ma, dopo aver girato in lungo e largo tutto il territorio Doglianese (Langhe) e tutti i produttori sullo stile di Enogea, posso assicurare (come lo farebbe Alessandro Masnaghetti) che ci sono zone più vocate da altre.
Nella zona di Dogliani (Che so non essere molto apprezzata da Franco) è in atto un cambiamento del disciplinare dove si poteva lavorare in modo più gerarchico , meno standardizzato alla DOCG ITaliana e soprattutto Chiantigiana (Chianti e Chianti Classico).
Per spiegare ai produttori i la mia idea in proposito, ho sempre preso come esempio il Beaujolais di più facile comprensione.
In quella AOC troviamo la denominazione regionale BEAUJOLAIS e successivamente 10 sottozone più vocate
Brouilly, Chénas, Chiroubles, Côte de Brouilly, Fleurie, Juliénas, Morgon, Moulin à vent, Régnié, Saint-Amour…
che possono sostituirsi al nome di Beaujolais sull’etichetta.
A Dogliani per esempio avrebbero potuto chiamare il vino proveniente dal Dolcetto con una denominazione territoriale locale DOGLIANI e per le zone meglio esposte chiamarle con l’appellativo della sottozona Valdibà, Taricchi, Pianezzo e via discorrendo…
Per il Barolo si sarebbe potuta valutare un’opportunità simile
BAROLO (denominazione “Regionale)
Barolo Serralunga (Denominazione Comunale)
BAROLO Serralunga Boscareto (Cru)
Nn mi sembra una cosa impossibile!!!! e, anzi, mi auguro che qualcuno ci pensi…
Ma come risolveresti,ad esempio, la Bussia? Barolo Monforte Bussia? Ma tra Soprana e Sottana c’è una bella differenza, non trovi?
Dobbiamo ancora imparare il rispetto del territorio e della tipicità per poter parlare di struttura verticale. Siamo ancora lontani da questo tipo di suddivisione ideale. Inoltre c’è l’aspetto commerciale che alcune grandi aziende (piuttosto influenti!) non accetterebbero mai.
Il rischio sarebbe grande per le piccole aziende, potrebbero trovarsi espulse da una zonazione di fatto reale, ma che prenderebbe sicuramente contorni differenti e molto flessibili.
La nostra storia dista parecchio da quella francese, solo un Re potrebbe tanto! Capisco l’indignazione per le risposte ufficiali, puerili e di scarsa fantasia oltre che disarmanti e negative per l’immagine data. Ma temo sarebbe stato altrettanto imbarazzante dire quello che io ho appena scritto.
Una cartina il buon Masnaghetti l’ha fatta… ovvio ci sarebbe da lavorare ma penso che gli stessi problemi ci siano stati anche in Borgogna e Bordeaux non pensi?
Ora siamo parlando del Barolo, zona non facile ma prendiamo per esempio la DOC Sangiovese di Romagna sono100 km di DOC… un po’ pochi per un unica denominazione, le sottozone non renderebbero più giustizia a certi produttori???
Non schiarirebbero le idee??
Inoltre c’è l’aspetto commerciale che alcune grandi aziende (piuttosto influenti!) non accetterebbero mai.
Mi sono “cotto il razzo” di questo tipo di affermazioni e scusate la mancanza di signorilità.
Ci dovrebbe essere un delegato super partes a fare questo lavoro. Segnalando zone e territori. So che la voce grossa la fanno sempre i soldi però bisogna anche accettare la realtà.
Chi si trova a 2 km dal barolo eppure non può fare quel vino, si è rassegnato cercando di fare un altro prodotto.
Bisogna avere il coraggio, cosa che a noi in Italia MANCA COMPLETAMENTE!!!
come mi aspettavo il mio articolo sta facendo molto discutere in terra di Langa. Molte le reazioni ricevute, tra cui, particolarmente interessante, quella di un importante produttore, che ho deciso di riportare qui omettendo l’indicazione del suo nome, per una forma di “prudenza”. Ecco le sue riflessioni: “Caro Franco, grazie per aver scritto un articolo così coerente e incontestabile. Purtroppo il Barolo e il Barbaresco hanno perso una grande occasione per diventare dei grandissimi vini di territorio e questo perché i produttori commerciali (produttori e imbottigliatori che comprano uva e vini sfusi) e/o produttori che hanno basato tutto il loro business sui marchi registrati, non vogliono dare importanza ai vigneti e quindi al territorio. Gli studi “scientifici” a cui si sono rivolti Minetti e Argamante per sostenere la grottesca tesi che ogni collina è uguale a un’altra, sono stati completamente falsati da una procedura tutt’altro che scientifica: nessuna indicazione di come coltivare la vite è stata data ai vari produttori e ciò ha causato grandissime disparità di qualità dell’uva, si è deciso di invecchiare i vini in barriques tostate e questo ha appiattito le differenze e, per di più, questo studio è stato falsato dall’annata peggiore del secolo (1994) e da un’annata con grandine nel 50% dei cru (1995); l’unica annata regolare e scientificamente controllabile è stata il 1996, anche se continuavano a mancare tutte le indicazioni sulla coltivazione della vite! Purtroppo il quasi totale fallimento dei cru (intesi come cru e non come zone geografiche fini a se stesse) mi ha demoralizzato molto; ci ho lavorato per 15 anni ma, non sono riuscito a far valere le mie idee se non nel mio villaggio (anche se i cru sono stati tutti ingranditi o, come hai fatto notare nel tuo intervento, qualcuno addirittura inventato ex novo!). Peggio è andata a Serralunga con troppe zone inutili, male a Barolo, malissimo a La Morra, situazione paradossale e grottesca a Monforte&Co. Peccato. Spero che almeno voi giornalisti, visto che le nostre istituzioni mortificano quotidianamente il lavoro dei vigneron, prendano sempre più in considerazione chi produce il vino partendo dal vigneto.
PS) la tentazione di dire queste cose in pubblico è stata molto forte ma, visto che i francesi erano già abbastanza sconcertati da certe dichiarazioni “ufficiali” del Consorzio di Tutela, ho preferito rimandare in miglior sede le polemiche”.
Segnalo poi, pubblicati sul sito Internet di Porthos, due ottimi contributi relativi al tema Menzioni geografiche aggiuntive (che brutto nome!): quella dell’amico Alessandro Franceschini che relaziona, qui http://www.porthos.it/index.php?option=com_content&task=view&id=571&Itemid=385 sull’andamento del dibattito durante Le loro Maestà ed un’intervista di Giampaolo Di Gangi all’allora direttore del Consorzio Barolo Barbaresco, ecco, Claudio Salaris
http://www.porthos.it/index.php?option=com_content&task=view&id=570&Itemid=385
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