Per un vino (italiano) che non parli americano, ma il dialetto dei luoghi d’origine

Riflessioni, da meditare, di Diego Sburlino

Girando per siti Internet e per blog ci si imbatte sempre più spesso in riflessioni sorrette da un’acutezza di analisi e da una capacità di riflessione, di trattare argomenti interessanti e un po’ fuori dal coro, che non capita spesso di trovare sugli organi istituzionali, carta stampata e siti Internet, dell’informazione convenzionale.
Un’informazione spesso inamidata e incapace di porre quelle problematiche che davvero interessano gli appassionati, soprattutto in un’epoca di revisioni come quella inaugurata dall’attuale crisi, che come ho più volte detto è sì una crisi finanziaria, ma con riferimento al nostro amato-odiato mondo del vino, è una crisi di modelli e di atteggiamenti per lungo tempo considerati obbligati. Girando per questi siti e blog, per ricavare spunti validi da inserire nella rassegna stampa settimanale WineWebNews che dal maggio dello scorso anno ho curato per il sito Internet dell’A.I.S. e che ogni sette giorni viene inviata, via news letter, ad un indirizzario comprendente oltre ventiduemila iscritti, mi sono recentemente imbattuto, visitando il blog Digustomangiando, creato da un gruppo di appassionati bresciani, nel post, intitolato Gli Stati generali del vino (leggetelo qui).
Un post scritto da una singolare figura di commentatore del vino, l’avvocato Diego Sburlino, che è anche degustatore ufficiale AIS da maggio 2009, membro del panel dei degustatori AIS per la compilazione della guida vini della Lombardia Viniplus.
Invitandovi a sorvolare sulla prima parte, dove l’autore, che personalmente non conosco, ma che ha assistito ad alcune serate di degustazione da me condotte per AI.S. Brescia riportandone impressioni non sempre positive, mi dedica giudizi così lusinghieri che francamente non credo davvero di meritarmi, voglio invitarvi a leggere con attenzione le osservazioni che Sburlino fa prendendo lo spunto dalla tavola rotonda sul tema “Evoluzione del gusto..l’eclisse dei vini da campionato e il ritorno alla bevibilità” alla quale ho partecipato insieme ad altri eno-esperti.
Merita interesse il discorso che l’autore fa nella convinzione che l’organizzazione di dibattiti di questo tipo “che sanno di Stati Generali del vino, legati più ad un aspetto filosofico e sociologico del mondo enoico, piuttosto che a quello tecnico della degustazione” inducendolo a che concludere che, “finalmente, l’enopensiero stia tentando di tornare tra i binari che dovrebbero essergli propri e cerchi di recuperare quella logica e quel buonsenso che la gente comune ed alcuni enoilluminati (pochi a dire il vero), invece, non hanno mai abbandonato”.
Da questa considerazione Sburlino parte proponendo una lettura molto personale del percorso compiuto dal vino italiano negli ultimi decenni, affermando che “Se io, semplice appassionato, dovessi dividere la storia del vino italiano in due fasi ideali, direi che è esistita l’epoca preVeronelli e quella postVeronelli, nella quale si è cominciato a capire che non esistevano solo il rosso ed il bianco, ma molti vini diversi, tra loro, che potevano essere accomunati per il colore, ma che avevano storie diverse da raccontare e sensazioni completamente differenti da suscitare”.
Quest’ultima epoca, osserva, “ha generato i superesperti di vino. Sono nati i sommeliers che, in seguito, grazie all’attività instancabile di alcuni, si sono trasformati da semplici camerieri addetti al vino a intellettuali e filosofi del bere bene e, ampliandosi il fenomeno ed il numero degli enoappassionati, è nata, conseguentemente, la professione del giornalista specializzato che scrive solo di questa materia, si è distinta la figura del produttore che non più pago del solo produrre ha preteso di dettare legge, nel vero senso della parola, in questo mondo e sono nate le diatribe sul modo di intendere il vino. Come produrlo, se produrlo in un certo modo sia o meno etico per giungere, poi, a confrontarsi, con le armi sguainate, sulla problematica di ordine etico/morale che consiste nello stabilire se un vino possa essere semplicemente buono ed apprezzato da molti, magari con un buon rapporto qualità/prezzo, o se debba, pure, rispecchiare il terroir di origine, anche se questo termine, peraltro, sconosciuto ai più”.
Sburlino è consapevole che il “mondo reale, del quale fa parte anche la maggioranza degli enoappassionati che non portano, mai, alla bocca il vino senza, prima, averlo fatto roteare nel bicchiere con fare ispirato ma che della politica e della filosofia del vino poco sanno e poco capiscono, non riesce a farsi permeare da queste diatribe”.
E si dice persuaso che “la rivoluzione di pensiero, avvenuta nel mondo del vino nell’epoca postVeronelli, non ha solo elevato, in positivo, il concetto di vino portandolo ai livelli attuali, ma ha indotto molti wine makers, i meno avveduti per lo più, a pensare che questo dovesse essere prodotto per stupire e per fare notizia e che ogni uva dovesse essere “spremuta” al massimo applicando, poi, alla produzione tecniche destinate a vini di più alto lignaggio, per non parlare dell’uso indiscriminato della barrique, con il risultato di ottenere vini snaturati, frutto del tentativo di stupire, conquistare posizioni nelle guide, diversificarsi dagli altri dello stesso tipo”.
A dimostrazione di questo processo, non privo di contraddizioni, porta il caso della “evoluzione che ha interessato il Dolcetto di Dogliani, da vino piacevole e beverino di uso quotidiano (in ossequio alla tradizione) a vino importante con concentrazioni che, fino a qualche decennio orsono, gli erano sconosciute e profumi nuovi, dovuti all’uso di barriques e prezzi, conseguentemente, lievitati”.
Un applicazione di una “filosofia” esasperata del vino, di un’idea del vino non intesa come semplice bevanda che deve dare piacere, ma come un qualcosa che deve stupire e corrispondere a più o meno reali “estetiche”, che ha comportato “un aumento di costi notevole e da questo consegue che le aziende che vogliono tenere bassi i prezzi dei loro prodotti, per mantenere o conquistare posto nella fascia medio bassa della grande distribuzione, pur uniformandosi alla nuova tendenza, spesso ricorrono a “scorciatoie” che danneggiano il prodotto finale”.
Di fronte a questa autentica impasse, da questo vicolo cieco nel quale larga parte del mondo del vino italiano si è infilato, e non sa più come uscire, il collaboratore di Digustomangiando, l’avvocato sommelier appassionato Sburlino, con grande lucidità si dice persuaso, che sia importante “restituire al vino il suo posto, quello di bevanda che serve per accompagnare i cibi e per rendere più piacevoli i momenti di convivialità e che, conseguentemente, deve essere bevibile, buono e deve avere un prezzo accessibile, tale da poterne fare un alimento quotidiano senza diventare, a tutti i costi, oggetto di culto o da campionato, prodotto al fine principale di conquistare i primi posti nelle guide, o i mercati internazionali, spesso così distanti, in tema di gusto, da noi.
In poche parole un vino che non parli americano, ma il dialetto dei luoghi d’origine”.
Come non concordare completamente con questa analisi e fare a nostra volta voti che sebbene debbano continuare ad esistere e a farci sognare, “vini migliori di altri, prodotti con uve di particolare pregio e lunghi affinamenti che giustificano maggiori prezzi e grandi soddisfazioni al momento della degustazione e che, per ciò stesso, devono essere riservati ai momenti particolari che diventeranno, così, indimenticabili”, i produttori tornino a lavorare non per la gloria, effimera, e per la fama, per compiacere il guru enoico di turno, ma per il consumatore, che le bizzarrie le ha già provate e pagate, e che oggi dal vino esige soprattutto verità, schiettezza, autenticità, riconoscibilità, di potergli dare del tu e di potersi fidare di lui?

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