Ricordando Baldo… Barolo Otin Fiorin Pié Franco – Michet 1999 Cappellano

Non ho avuto nessun dubbio quest’anno nel decidere quale speciale bottiglia sarebbe stata la mia bottiglia di Natale.
Questo é  stato il primo Natale dalla scomparsa, che non ci sembra vera, che ancora consideriamo ingiusta e che ancora ci fa male, di un amico carissimo che ci manca tanto, Teobaldo Cappellano, ed il vino per festeggiare, per ricordare, per pensare che in fondo, anche se in forma diversa, Baldo fa ancora parte di noi e delle nostre vite, anche se non possiamo sentirlo impegnarsi in una delle sue memorabili polemiche, non poteva che essere un suo Barolo, il vino che Baldo ha più amato.
Un amore profondo, intenso, coinvolgente, come dimostrano le prese di posizione in difesa di questo sommo vino di Langa che Baldo, con la sorridente incoscienza di un Don Chisciotte, la purezza e l’ingenuità di un’idealista, ha condotto negli anni, alla testa dell’Enoteca Regionale del Barolo, dentro e fuori il Consorzio Barolo, Barbaresco, Alba Langhe Roero, nelle sue infinite prese di posizione pubbliche, nelle battaglie condotte, magari sapendo in anticipo che difficilmente avrebbero portato ad una vittoria, per il semplice motivo che sentiva fosse giusto e doveroso combatterle. Come orgoglio, intelligenza e dignità, consapevolezza della propria storia e delle proprie radici, l’essere discendente da quel Giuseppe Cappellano, farmacista di Alba e geniale inventore del Barolo Chinato, che ha segnato il proprio nome nella storia del Barolo, richiedeva.
Degustare, ma che dico, bere con consapevolezza, gustare dedicandogli tutta l’attenzione che merita, un Barolo di Baldo, in occasione di quella sagra del consumismo, oltre che festa religiosa (per chi crede) che è il Natale, mi è sembrato potesse rappresentare il giusto omaggio, laico, da uomo che cerca di essere libero ed indipendente e padrone delle proprie idee com’è stato sino in fondo Baldo, ad una persona cara che ho avuto la fortuna di conoscere e cui ho voluto bene.
Ed un modo, perché la vita va avanti, di stringere in un forte abbraccio, da amico, Augusto Cappellano, che ora prova, con tanta pazienza e la stessa passionaccia, a fare quello che suo padre ha fatto per anni, condurre al meglio i vigneti di proprietà in quel posto magico che è Serralunga d’Alba e vinificarne con onestà le uve Nebbiolo per ottenere, senza forzature, in modo naturalmente naturale, senza proclami, senza scorciatoie, senza pasticci, quel vino speciale che è Monsù Barolo.
Proprio quello che ha dovuto imparare a fare, dopo la morte di suo padre Bartolo, anche Maria Teresa Mascarello, che ad Augusto è profondamente legata, come a Beppe Rinaldi, unico superstite del trio di quegli “ultimi dei Mohicani”, che era appunto formato da Baldo, da Bartolo e da Citrico. Sarebbe stata comunque, al di là del contenuto, una bottiglia speciale, piena di significati profondi com’era, colma di ricordi, di parole dette e taciute, di silenzi, della “presenza” di quel volto buono, al quale non si poteva proprio non volere bene, tanto disarmante era la naturalezza, la distensione di quel sorriso, la bottiglia che avevo scelto e portato a casa con ogni cura dalla cantina e lasciata ad ambientarsi per qualche giorno, il Barolo Otin Fiorin Pié Franco – Michet 1999.
Una grandissima annata ed il Barolo, quello da Nebbiolo piantato su piede franco, ottenuto, come ha scritto Roberto Giuliani in questo bell’articolo, “da una vigna impiantata da Cappellano oltre trentanni fa di viti di nebbiolo varietà Michet a piede franco, cioé senza l’innesto americano, quindi post-fillossera”, cui Baldo era particolarmente affezionato. Forse considerandola, la vigna prefillosserica, senza innesto americano, manifestazione di una sorta di Eden incontaminato della viticoltura e dell’enologia, quando il vino era semplicemente vino e non tante altre cose, estranee, cui Baldo si opponeva con la sua testimonianza, espressione di una Langa primigenia non ancora contaminata e corrotta dagli interessi commerciali e dalle cupidigia che in nome del dio danaro ha portato ad impiantare vigneti e Nebbioli dove i Giuseppe Cappellano, i Ferdinando Vignolo Lutati, i Giacomo Conterno, i Giulio Mascarello, i Renato Ratti, i Giovan Battista Burlotto, avrebbero, forse, piantato solo Dolcetti. O con più probabilità avrebbero lasciato boscaglia o pioppi…
Un vino, questo Otin Fiorin Pié Franco – Michet, espressione di una porzione di quel sommo vigneto di Serralunga d’Alba che è il Gabutti, sicuramente non per tutti, bisognoso, per essere capito appieno, di quella conoscenza e confidenza che nasce dalla lunga consuetudine, di quell’umiltà, di quella disponibilità ad ascoltare il vino, a coglierne le sfumature, l’estro, la particolarità, l’accento peculiare, che non è materia troppo diffusa oggi, quando di vino, e di Barolo, parlano, scrivono, ciarlano, spesso a vanvera, senza cultura, senza umiltà, troppi.
Un vino, e sembrerà un paradosso riferito ad un uomo profondamente e coerentemente di sinistra com’è stato Baldo, senza pentimenti né rinnegamenti (perché “chi rinnega è rinnegato”, come amava dire un uomo politico lontano anni luce dalle idee di Baldo…), profondamente “aristocratico”, per sua natura non destinato a tutti, come dicono invece di essere, cialtronescamente e furbescamente, molti vini, anche Barolo, o presunti tali, prodotti con lo scopo dichiarato di “far scendere il re dei vini dal piedistallo”, di divulgarlo, popolarizzarlo, farlo “capire” anche a chi al vino si è appena avvicinato.
Balle! Mi chiedo difatti come costoro avrebbero potuto “capire” – e mi ritengo un privilegiato per illudermi di poterlo in qualche modo fare, dopo tanto tempo speso “a scuola di Barolo e di Nebbiolo” da uomini come Baldo – e cogliere la grandezza di un Barolo complesso eppure semplice e quasi “disarmante”, come questo Otin Fiorin Pié Franco – Michet 1999, colore rubino squillante granato ravvivato e reso splendente della lucentezza e del nitore del Nebbiolo, brillantissimo, pieno di riflessi, bello e maestoso come certi tramonti sulle colline di Langa, naso di elegantissima fittezza, una sorta di quintessenza del barolesco bouquet, con terra e liquirizia, lamponi, prugne e ribes, foglie secche, rosa passita, melograno, cuoio, polvere da sparo, grafite.
E poi in evoluzione, a comporre una sinfonia senza, fine, cedro, funghi secchi, catrame, il timbro asciutto, scabro ed essenziale della pietra, un accenno di cacao, di fiori secchi, e di lavanda, di amaretti e china, erbe aromatiche e noce moscata a comporre un insieme di assoluta freschezza, incisivo, salato vivo e nervoso ed un finale solo leggermente affumicato, quasi ad evocare il mezzo toscano che Baldo amava tenere in bocca, l’innocenza, la bontà disarmante del suo sorriso.
E che gusto poi, quale integrità e indomabile energia sin dal primo attacco, vivo ampio carezzevole e nervoso, con un tannino, vero centro vitale del vino, che sembra “aggredirti” tanto è vibrante e pieno di nerbo, ma poi ti accarezza, ti scalda e culla, con il sapore e la verità della terra, scattante energico, lungo e verticale, quasi appuntito, con un’acidità calibrata ed un grande sale, largo, pieno, caldo, vellutato, avvolgente, con il calore e l’avvolgenza di una stoffa leggermente ruvida, ma che ti scalda nel profondo, ti consola, ti dà la certezza di non tradirti.
Un Barolo dal magnifico sostegno, dalla terrosità spiccata, anzi la terra e la roccia dei Gabutti fatta vino, straordinariamente elegante, composto, pieno di slancio e di generosità.
Un Barolo vero, proprio com’era quell’uomo, Baldo, che tutti gli uomini e le donne del vino di buona volontà dovrebbero considerare come un esempio, un esempio di coerenza e pulizia, in un universo enoico così falso e popolato da farabutti, manigoldi e cialtroni, una stella polare da seguire…
Perché è sempre meglio essere ricordati come degli idealisti e dei Don Chisciotte, come dei visionari, dal cuore e dalla menta pura, che dei trafficoni spudorati con tanto pelo sullo stomaco, che loro sì che sanno come stare al mondo…

0 pensieri su “Ricordando Baldo… Barolo Otin Fiorin Pié Franco – Michet 1999 Cappellano

  1. Caro Franco, anche se in ritardo voglio farti i miei auguri di Natale e un sereno 2010. Sono stato a novembre 2008 nella cantina di Teobaldo Cappellano, non per acquistare barolo ma il suo superbo barolo chinato, fra l’altro consigliatomi da un altro produttore, ero con la mia compagna e ci ha accolto una graziosa signora molto distinta la quale con gentilezza ci ha offerto da assaggiare del barolo chinato con cioccolato fondente (una delizia), non sapevo neanche che è stata appunto la famiglia Cappellano a crearlo per prima. Tutto questo per dirti che non ho mai bevuto i barolo di Cappellano ma visto come ne parli (e non è la prima volta) mi sono ripromesso di fare un salto in cantina a fine gennaio (quando vado a trovare la mia compagna)per vedere se ne trovo qualche bottiglia. di nuovo tanti auguri.

  2. Augusto è un ragazzo d’oro, dal padre ha preso le stesse qualità, la stessa sensibile profondità, lo stesso amore per la terra di Langa, la stessa convinzione di avere fra le mani qualcosa di prezioso, che va capito, amato, seguito, senza mai imporsi con leggi e regole che appartengono ad altri mondi, altri luoghi, altre genti.
    E questa è la testimonianza della grandezza di Baldo, uomo la cui umanità trapelava senza alcun velo dai suoi occhi e che, ne sono convinto, ancora adesso brilla di una luce calda e rassicurante.

  3. Pensa, pensiamo, che privilegio hanno i viticoltori come Baldo (e solo loro, tra i produttori di vini, e sia detto senza togliere niente a chi è ‘solo’ imprenditore!)! Pensiamo: anche quando tornano alla terra – definitivamente e ultimativamente – permangono tra noi; e dato che hanno piantato piante, se quello che hanno piantato viene seguito ancora come prima della loro dipartita, essi permangono nel nostro ricordo e nel nostro immaginario, ad arricchire di sapori e profumi (e ricordi) la nostra vita ‘terrena’. Auguri a tutti.

  4. Auguri anche da parte mia.

    Avrei voluto pure io brindare con il barolo Otin pie’ franco 2001,pero’ in troppi stavano spingendo vini terminanti in ………aia, quindi mi sono ben visto dallo stappare le tre bottiglie che conservo ,( meglio che accudisco),per momenti migliori.Ilvino che mi hanno fatto bere e’ stato buono ,ma niente di emozionante. Sicuramente loro (esperti di vino) hanno perso l’occasione di provarne una.

    AUGURI

  5. Caro Franco,
    proprio oggi parlavo con Giovanna Morganti di papà. Giovanna era molto amica di papà. Tra loro si era formato un filo invisibile, un amicizia stretta e profonda. Ne parlavamo sorridendo, immaginandocelo come nella foto sopra, con quel suo sguardo che ti sapeva colmare di emozioni. Lui che era l’energia del fuoco imbrigliata, aveva una straordinaria capacità di rasserenare e far sorridere e sdrammatizzare ogni cosa (era l’anti-pensiero convenzionale per eccellenza). E così scherzavamo con Giovanna, immaginandoci il suo “ma vaaaa, lascia correre!”, a far sciogliere il vuoto che la sua mancanza ha creato.
    Ed è proprio in questa sua magia (una fra le tante) che lo rivedo, qui, presente, anche se in una forma diversa.
    Grazie, Franco. Un caro abbraccio.

  6. Salve, anche io mi sono regalato una buona bottiglia di Vigna Gabutti Otin Fiorin Pié Franco di Cappellano ma il 1998,forse il millesimo non è allo stesso livello, ma il fascino è comunque tutto il suo.
    Un Vino intenso e profondo come la storia della sua cantina.
    Ho trovato una intera cassa di questo vino e non solo da Eataly, e sinceramente ho cercato di prenderne il più possibile, mi piangeva il cuore vederlo lì in un angolo.
    Saluto anche Augusto che ho visitato con amici circa due mesi fa e che ci ha trasmesso il suo amore e la sua preparazione sul vino ereditata dalla famiglia, durante una bellissima visita alla cantina.
    Saluti e Auguri al signor Franco
    Gigi Scannabue

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