Vignaioli & Vignerons d’Europe 2009: ottimi propositi in attesa di maggior concretezza

Impegnato in Puglia non ho purtroppo potuto partecipare nei giorni scorsi, in Toscana, tra Montecatini e Firenze, alle assise di Vignerons d’Europe, il raduno di vignaioli di tutta Europa (vedere qui la mia presentazione) organizzato da Slow Food, che si è tradotto in un Manifesto finale in undici punti di cui condivido in toto lo spirito, visto che afferma, tra l’altro, che “Il vino del vignaiolo è vivo, dona piacere, è figlio del suo territorio e del suo pensiero.
Espressione autentica di una cultura”, e che “Il vignaiolo pratica la trasparenza: dice quello che fa e fa quello che dice”. Ho però diversi amici che ci sono andati e che hanno cercato di cogliere tutti gli elementi importanti e, mi auguro, innovativi e impegnativi dei molti discorsi fatti.
Ho così chiesto ad uno di loro, Giovanni Arcari, wine talent scout impegnato tra Franciacorta e Garda, e autore di un blog, Terra uomo cielo, che vale la pena di visitare periodicamente, di raccontarmi e soprattutto raccontarvi, quello che ha ascoltato. Ed ecco il suo resoconto scritto appositamente per Vino al Vino. Buona lettura

“Ammetto di esserci andato mosso dalla curiosità generale e dalla voglia di scoprire qualche nuovo strumento, qualche nuova idea da mettere nel carniere delle sperimentazioni per il prossimo anno. Ci sono andato perché un movimento europeo che conta 200mila vignaioli non può lasciare indifferenti.
Ci sono andato perché credo che ogni lavoro dovrebbe essere espressione della volontà dell’uomo e quindi non mera necessità. Anche se mi rendo conto sia un’utopia. In uno dei momenti più confusi del mondo del vino, dove il mercato sorride poco e la cultura del consumatore pare avere radici corte e dove non si è ancora capito chi sia effettivamente il vignaiolo; in un tempo dove non è chiaro quanto “il bio” sia pratica sentita o semplice propaganda commerciale che impiega impropriamente, o meno, il termine “Naturale”, non potevo, leggendo parole come “Etica” e “Identità”, esimermi dal partecipare al convegno “Identità ed etica del Vignaiolo”, che si è svolto a Montecatini Terme, nella tensostruttura del Teatro Verdi.
Ho ascoltato le lineari e semplici parole di Reinhold Lowensteil, produttore della Mosella, il quale ha affermato che il vino è figlio della cultura dell’uomo e non della natura. In altre parole, il vino come una sorta d’ideogramma dell’anima del produttore, dove la vigna è parte del disegno umano e non naturale.
Ha spiegato la necessità di una partecipazione tra produttore e consumatore, dove etica, trasparenza e tolleranza possano essere perno del pensiero comune della biodiversità, che deve caratterizzare ogni produzione dall’altra, proprio come ogni uomo è diverso da un altro. Parole forse già sentite, ma credo non ancora accolte da molti. Quindi, un appunto sottolineato!
Ho cercato poi di fare ordine fra le parole di Walter Massa, che sostiene la necessità di un albo riconoscitivo del vignaiolo, partendo dal presupposto che la differenza tra vignaiolo e viticoltore sta nell’epitasi che il primo è in grado di comunicare il territorio d’origine nel mondo, mentre l’altro no.
Io invece, credo vi sia cultura anche nel viticoltore, il quale oggi non può non essere consapevole del valore di un territorio. Ha sostenuto poi che senza cultura non si possa fare viticoltura, dimenticandosi che oggi, buona parte della crisi è dovuta a chi ha fatto viticoltura senza cultura, conquistando i mercati con politiche di prezzi barbare, tanto da uccidere i viticoltori meno affermati e svalutare i territori.
In seguito si è parlato ancora di come l’agricoltura debba essere rispettosa dell’ambiente, dell’unicità fra territori e vini, della necessità che chi fa innovazione debba renderla al servizio di tutti… e ancora, il grido a sviluppare l’Enoica Europa in maniera ecologica, con l’implementazione dell’etica e con la creazione di nuovi enti in grado di garantire trasparenza al consumatore.
Molti interventi dal pubblico, tra i quali quello del responsabile di una piccola cooperativa spagnola che impiega persone affette da handicap, nella realizzazione dei vini in tutta la filiera produttiva. Ha sostenuto l’importanza dell’agricoltura come spazio per recuperare e acquisire manualità e di come la vigna possa essere lo spazio creativo per aiutare persone disabili nell’incontro con la viticoltura.
Un concetto di vino sociale
Poi, a risposta di un’affermazione di Massa che sosteneva l’importanza del sesto d’impianto più appropriato “per produrre al meglio”, ha replicato Enrico Togni -sempre orgoglioso nel dichiarare la sua appartenenza alla Montagna- ricordando che la scelta nel sistema d’impianto può dipendere dalla tipologia “d’idea culturale” che si vuole applicare nella produzione del vino.
Se si decide di realizzare un vino totalmente identificativo nella cultura storica del territorio, si dovrà mantenere o ripristinare il sesto d’impianto antico a prescindere che sia meno produttivo o sensibilmente meno qualitativo(?). Etica.
Nel pomeriggio l’intervento di Jean Pierre Frick a porre l’accento su come sia necessario esaltare le diversità all’interno di un sistema territoriale, che deve in ogni modo avere radici ben solide, comuni e condivise da tutti i soggetti che nel medesimo territorio producono vino.
Ha poi aggiunto di come strutture di piccole dimensioni possano essere in grado di creare cultura interattiva con il territorio e con il consumatore, poiché comprare dal produttore significa acquistare cultura grazie all’analogia dello stesso con il mondo contadino nella sua formazione intellettuale. Senza dubbio parole splendide in ognuno degli interventi. Concetti certamente sentiti ed eticamente coerenti con lo spirito che anima l’associazionismo di Vignerons d’Europe.
L’unico neo, come ha espresso nel suo intervento un produttore friulano e come sostengo, sta nella mancanza di strumenti. Ora che abbiamo capito cosa dobbiamo fare, è necessario che qualcuno ci dica come fare. A tal proposito, un’opportunità di riflessione che non è stata colta, è arrivata dalle parole dello spagnolo: “Un concetto di vino sociale”.
Se la cultura enoica è patrimonio di un territorio e quindi di un popolo, non credete possa essere un progetto sociale a salvaguardarla e tutelarla? Partiamo cercando di capire le esigenze e le difficoltà di chi oggi è vignaiolo, evitando di fare troppa demagogia.
Raccogliamo le loro perplessità e le loro paure, per creare un sistema dinamico in grado di aiutarli partendo dall’intenzione di salvaguardare, con la loro sopravvivenza, l’erudizione che portano in seno. Formiamo persone serie e appassionate in grado di seguire da vicino i contadini, in modo di porre alla loro attenzione un modello necessario e sostenibile nella creazione di un’identità essenziale e vera.
Insegniamo ai vignaioli a gestire la loro azienda per costruirsi un commercio e per non essere comparse di un mercato spesso affabulatore quanto modaiolo. Aiutiamo i vignerons con una comunicazione più trasparente, partendo da un sistema di valutazione (e in questo caso mi riferisco in maniera propositiva alla nuova guida Slow Food) nuovo e inattaccabile non solo nei propositi e in grado di tutelare tutti nello stesso modo.
Sociale significa anche d’interesse comune e comune può significare territorio e territorio significa storia, cultura, tradizione, turismo, ambiente e per salvaguardare la cultura contadina è necessario vi sia interazione e sostegno tra il mondo del vino e quelli sopra citati.
In conclusione, la speranza è che ora emergano da queste giornate, non solo un manifesto di ottimi propositi, ma gli strumenti necessari per la sopravvivenza di ognuno, per non rendere sterile un’iniziativa nella quale molti vignaioli hanno riposto grandi sogni.
Di mio, continuo a credere negli uomini”.
Giovanni Arcari

0 pensieri su “Vignaioli & Vignerons d’Europe 2009: ottimi propositi in attesa di maggior concretezza

  1. Già alla degustazione dedicata ai Vignerons, Lunedì 7 Dicembre in SS. Annunziata a Firenze, esponevano aziende che con lo spirito del manifesto centravano niente. Su Intravino Burdese interviene facendo saldamente notare che il manifesto appartiene ai Vigneros e non a Slow Food, non risolvendo giuste questioni…io continuo a sperare, ma se il Buongiorno si vede dal mattino…

    • io credo che si debba porre una grandissima attenzione a che non provino a salire sul carro e tentare di riciclarsi o rifarsi una verginità soggetti (penso soprattutto a grandi aziende) che con lo spirito, l’etica, la filosofia dei vignerons/vignaioli non hanno proprio niente a che fare… E sono persuaso che anche Slow Food farà grande attenzione a non dare spazio a soggetti che operano in maniera del tutto contraddittoria rispetto alla nuova, e promettente, strada che ha imboccato e che dovrebbe condurre ad una guida dei vini assolutamente nuova nella concezione e nel modo di raccontare il vino

  2. Io notavo che, mentre Slow Food si riassume nella capsula “buono, pulito e giusto”, il “manifesto” (che strano leggere termini simili nel 2009) parla solo di “pulito”, non parla nè di condizioni sociali o di lavoro, nè di buono…

    Mi spiego, il rispetto del “endecalogo di comandamenti” della manifestazione è difficilissimo da verificare o controllare, e anche se si potesse verificare, non è sufficiente per garantire che il prodotto sarà buono e giusto.

    E come verificazione minima, avrei aggiunto l’obbligo della certificazione AB, che pur essendo imperfetta, è sempre meglio di niente.

  3. I buoni propositi sono buoni quando c’è un seguito pratico e utile a tutta la collettività. Il timore è che le chiacchiere e solamente le intenzioni per una viticoltura sostenibile e sociale sia solo un ritocco all’immagine, una sorta di trasformismo, un tocco di “Trendy”, per chi ha avuto finora una mentalità non certo “slow”.
    Ho notato infatti nel troppo ricco programma (quasi impossibiole leggerlo tutto!) eventi come: “Talk Show con Le Grandi famiglie del Vino: Antinori, Folonari, Frescobaldi e Mazzei” oppure “la degustazione nelle Cantine Banfi di Montalcino”.
    Anche tre miei amici vignaioli della Repubblica Ceca che sono venuti a trovarmi, tornati da una due giorni di vignerons (pagati da Slow Food per partecipare) mi hanno confermato le loro perplessità, ed hanno anche aggiunto che ogni vignaiolo d’europa ha i suoi problemi, spesso completamente diversi per luoghi, persone ed esigenze; e che tutta questa manifestazione serve solo ai produttori italiani…
    Quindi, sante parole quelle di Franco Ziliani che riporto nuovamente perchè secondo me molto significative: “una grandissima attenzione a che non provino a salire sul carro e tentare di riciclarsi o rifarsi una verginità soggetti (penso soprattutto a grandi aziende) che con lo spirito, l’etica, la filosofia dei vignerons/vignaioli non hanno proprio niente a che fare…” !!!

    • Eh sì Paolo, hai proprio ragione, a Slow Food dovranno fare una chiara scelta di campo, perché promuovere talk show con la partecipazione di certe aziende non é proprio in sintonia con la new way che hanno annunciato e le cui linee guida mi piacciono molto. Non li vedo proprio nei panni dei vignaioli/vignerons quelle “grandi famiglie del vino”…

    • non generalizziamo e non banalizziamo Riccardo, e non vediamo la longa manus di Oscar Farinetti (che non é il demonio, ma un grande imprenditore) in ogni vicenda relativa al vino italiano e a Slow Food!

  4. Mi piacerebbe che i produttori di vino che si riconoscono nel manifesto, i vignerons o vignaioli che dir si voglia, esprimessero liberamente di cosa effettivamente necessitano. Lasciamo perdere per un istante chi cerca di riciclarsi o i vari “demoni” del mondo del vino; Scrivete quali sono le vostre necessità! Scrivetelo qui, oppure inviate una mail (Franco, mi permetto…) nella quale riportate solo i vostri bisogni.

  5. Gentile Giovanni, le stesse formalità che hanno le grandi aziende, sono le stesse delle piccole. La questione fondamentale è questa. Quando trenta anni fa ho cominciato, riuscivo a fare la parte burocratica da solo. Intorno a me ci sono contadini che sempre hanno vinificato quei 30/50 ql di uva ma che sono costretti oggi a vendere solo uva e hanno dovuto smettere di vendere quelle poche damigiane.
    Ora ci vuole il commercialista, l’architetto, l’agronomo, l’associazione di categoria, il medico competente, la linea adsl, l’assicuratore, la banca… Poi ci sono i numerosi enti preposti al controllo: Artea, Arpat, Uma, Usl, Agea, Inps, Inail, Fimiav, Ufficio Tecnico di Finanza, Regione, Provincia, Comuni, Agenzia del Territorio, Polizia municipale, Servizio repressioni frodi, Uffici tecnici, Carabinieri, Consorzi di tutela, Valoritalia srl, Guardia di Finanza, Vigili del Fuoco…, per non parlare poi di tutte le scadenze e obblighi: vidimazioni, dichiarazioni, contabilità, cento date diverse per le tasse, corsi obbligatori da ripetere ogni anno, permessi da rinnovare ogni uno, due, tre anni…
    Mi dimenticavo che occorre anche lavorare manualmente, andare a potare e magari vendemmiare…
    Per ora ti scrivo questo bisogno di sburocratizzazione, poi vediamo il resto secondo gli interventi…

  6. Gentile Franco,

    vorrei rispondere ai tanti commenti da te raccolti sull’evento di Vignerons d’Europe.

    Per prima cosa ho molto, molto apprezzato il puntuale resoconto fatto da Giovanni Arcari che ha riportato con estrema precisione le parole dei protagonisti della tre giorni toscana e quindi mi complimento con lui e con te per aver deciso di pubblicare le parole di qualcuno che veramente ha partecipato alla manifestazione e non di farlo tu in prima persona. Segno di grande professionalità, mentre spesso si leggono report di gente che a Montecatini e Firenze non si sono visti. Quello mi ha detto quello, insomma il solito vizio italiano della chiacchera… E’ vero Giovanni Arcari ha sbagliato il nome di Reinhard Löwenstein, mamma mia che errorone!

    Rispondo con precisione a Simone e Zeta che penso sia venuto solo al mercato e quindi giustamente parla di quello. Io come organizzatore ho mandato una comunicazione che riporto di seguito pari pari a tutti i soggetti invitati, se poi letta la lettera queste aziende hanno avuto la faccia di tolla di presentarsi al mercato… insomma la figura ce la fanno loro! La prossima volta per l’iscrizione non manderemo più i canoni che riporto di seguito ma il manifesto.
    Noi come Slow Food non siamo dei poliziotti e non lo vogliamo essere, se certe cantine si comportano in modo fraudolento lo fanno a loro rischio e percolo. Questa è la mia filosofia. Se poi si vuole ridurre tutto il lavoro fatto e i risultati raggiunti a un flop per la presenza di 2 cantine su 500 che non erano in regola, lo si faccia pure… comune di seguito la mia comunicazione ufficiale:
    “Di seguito indichiamo i criteri richiesti ai partecipanti (coloro che avranno la facoltà oltre che di ascoltare anche di prendere la parola) o agli uditori (coloro che non essendo tecnicamente dei vignerons sono invitati a partecipare all’evento ma non potranno intervenire).
    Partecipanti ai seminari e mercato:
    – proprietari o rappresentanti di un’azienda agricola o società agricola ai sensi della legge italiana (criterio della prevalenza) che svolge il ciclo completo della filiera produttiva: coltiva l’uva, la coglie, la vinifica, la matura e la imbottiglia con il proprio nome.
    – proprietari o delegati che svolgono personalmente almeno una delle funzioni citate in precedenza.
    – soci o delegati di una piccola cantina sociale vitivinicola (da 3 a 8 soci)
    Uditori:
    – soci di una cantina cooperativa di grandi dimensioni
    – proprietari o delegati di una società commerciale (privi dei requisiti di azienda agricola o società agricola) che acquista uva, mosti e vini e li rivende imbottigliandoli anche con il proprio nome
    – proprietari o delegati di un’azienda agricola che non svolge il ciclo completo della filiera produttiva”

    A Mike Tommasi, sempre preciso e puntuale nella critica, voglio ricordare che il manifesto e l’appuntamento del 2009 non aveva tematica generica, ma i seminari trattavano della sostenibilità e la logica conseguenza è che il Manifesto approvato parla proprio di quello. La certificazione non ce l’hanno tutti nemmeno i più puri e duri (vedi gravner).
    Poi la questione della certificazione è buffa, ho conosciuto una produttrice molto capace, certificata, che ha 3 ettari e fa 5 mila bottiglie. paga 800 euro anno al suo istituto di certificazione, ovvero 0,16 euro a bottiglia. Quando il vino sfuso di una buona doc è pagato 0,50 al litro… vi pare una cosa eticamente percorribile?
    Infine mi permetto di dire la manifestazione se fosse stata aperta solo ai buoni, puliti e giusti (che nel vino si deve ancora capire cosa significa) avrebbe raccolto 30 cantine… per i giudizi sul buono e giusto ci sarà tempo e modo…
    Per Paolo Cianferoni ricordo che Vignerons d’Europe è un evento Slow Food e che Vignaioli e Vignerons, manifestazione a cui hanno preso parte le aziende da lei citate, è invece stato realizzato dalla regione Toscana, che ha finanziato il tutto.
    Visto che si tratta di un’istituzione pubblica ha ritenuto giusto organizzare eventi che coinvolgessero tutte le aziende regionali, che per forza di cose non potevano rientrare come soggetti attivi nelle giornate di Montecatini e Firenze. Pertanto Vignerons d’Europe non è il tentativo di dare pennellate di trendy a nessuno e anzi ci sono già arrivate osservazioni di alcune cantine che hanno detto che il Manifesto partorito da Vignerons d’Europe è troppo talebano…
    I suoi tre amici della Repubblica ceca a me hanno detto delle cose ben diverse… ovvero che il mercato per loro è stato utile, che personalmente li ho fatti intervistare da Rai Uno, mentre penso che in Italia nessuno o quasi era a conoscenza che in repubblica Ceca si facesse il vino.
    Vignerons d’Europe non è servito solo al vino italiano, penso che possa servire anche ai tanti stranieri che erano presenti e iscritti (circa il 40%), si tratta di mettersi in gioco e aprirsi all’altro, ma non tutti ne sono capaci.

    A Riccardo hai risposto tu…
    Grazie e scusate se l’ho fatta lunga, ma la passione è tanta
    Giancarlo

    • caro Giancarlo, grazie per la tua pronta e cortese replica. Mi piace davvero molto questo nuovo modo di relazionarsi con il mondo dell’informazione, anche quella su Internet, di Slow Food e trovo che tu stia facendo un eccellente lavoro per dimostrare che a Bra avete veramente deciso di voltare pagina o di ritornare alle origini, di riscoprire l’anima e le ragioni forti del movimento. Colgo l’occasione per ribadire, come ho già fatto altrove, di trovare pienamente condivisibili e tutt’altro che “talebani” o integralisti gli undici punti del Manifesto di Vignerons d’Europe, uno dei quali, quello che recita “Il vignaiolo pratica la trasparenza: dice quello che fa e fa quello che dice” assume un significato ancora più forte alla luce del nuovo scandalo che sta investendo il mondo del vino toscano e italiano…
      p.s. mi aspetto, ovviamente, che qualcuno salti su a dire che Ziliani si é “venduto” a Slow Food. Come direbbe una mia carissima amica: “francamente, me ne infischio”…

  7. Scusate se occupo questo spazio per ringraziare il Sig. Gariglo della precisazione; la degustazione di Lunedì è stata una bella festa agli occhi dei più non credo che alcune la presenza di alcune cantine non ha dato assolutamente nell’occhio. Sto cercando di far capire che è arrivato ilmomento per il quale l’intera filosofia Slow Food, sia applicata al mondo del vino. Come reagireste se ad un’appuntamento sul cioccolato tra lo stand di Slitti e quello di Catenari ci fosse quello della ferrero con la Nutella e troiaini vari? Sareste stupiti, immagino la fiera stessa possa perdere di credibilità.
    E’ giusto che L’associazione non usi metodi da poliziotto, al tempo stesso vorrei capire quali sono i criteri che indicano la direzione dei riflettori, le scelte sulla guida, quali cantine visitare etc.
    Vedo che la prossima volta il manifesto sarà un filtro per la partecipazione, attenzione al punto 6!

    Sono entrato nell’associazione fiorentina 15 anni fa e ne sono uscito 10 anni fà, tuttavia sono molto fiducioso!

  8. A proposito del punto #6, qualcuno mi aiuta a capire quali sono i fantomatici “organismi artificiali e di sintesi” ai quali i vigneron “ortodossi” dovrebbero rinunciare?

    giuliano boni

  9. @paolo cianferoni: capisco, anzi comprendo bene la situazione di incredibile burocrazia onerosa allucinante per noi piccoli produttori. Aggiungo che tutto ciò non sembra affatto impedire il ripetersi di situazioni alla “Brunellopoli” per gli incalliti.
    Proprio per questo non possiamo restare con le mani in mano (si fa per dire!) e lasciarci travolgere. Sembra ci siano nuove occasioni per noi, cogliamole al volo!

  10. Confermo quello che dice Gariglio su tutta la manifestazione alla quale ho partecipato.
    Conosco personalmente i produttori Cechi che sono stati anche a casa mia e, anche a me hanno detto di essere stati contenti, fatta eccezione di uno di loro, il produttore più importante per numero di bottiglie, che sta avendo un grande momento economico e gli sta venendo un po’ la puzza sotto il naso. Comunque lo stesso mi ha confermato l’interesse per gli argomenti trattati e l’ottima organizzazione.

  11. Non vorrei essere frainteso sui produttori Cechi. Tra l’altro producono ottimi e originali vini e vi invito a provarli se l’occasione si presenta! Certo che l’evento è stato di loro gradimento, ci mancherebbe. Conversando con loro ho solo cercato di tirare fuori i punti di vista che, alcuni, possono essere diversi dai problemi dei vignerons italiani o francesi o portoghesi… L’importante è confrontarsi e dialogare, farsi conoscere e l’organizzazione è riuscita ottimamente in questo.

  12. buon giorno, mi permetto di intervenire in quanto partecipante alla manifestazione e dopo aver letto i vari commenti.
    da parte mia ritengo che Vignerons d’Europe mi sia tornata veramente utile, sono tornato a casa con nuovo entusiasmo e maggiori consapevolezze.
    ho conosciuto diverse e nuove persone e con loro mi sto mantenendo in contatto, ho partecipato attivamente tanto alle discussioni che alla stesura del manifesto.
    e questo era il mio obbiettivo, fare sentire la mia voce, fare sapere che esisto e come intendo il mio lavoro, poi che al mercato ci fosse gente che poco centrava con lo spirito “francamente me ne infischio”.
    il vigneron considera il consumatore come un co-produttore vuol dire che quest’ultimo deve fare la sua parte, è il consumatore che fa il mercato e il vigneron ha fiducia in lui.
    il vigneron fa quello che dice e dice quello che fa, ma aggiungerei che il consumatore deve controllare che quello che faccio sia quello che dico e vice versa.
    questo è lo spirito del manifesto e questo era lo spirito del mercato, e visti i commenti di qualcuno, direi obbiettivo raggiunto.

    • Giustissimo, dice bene: “è il consumatore che fa il mercato” e non sono i produttori che devono adeguarsi ad un indistinto mercato. E a fare il mercato sono anche i produttori, con le loro scelte, con quelle che Veronelli amava chiamare “assunzioni di responsabilità”…

  13. @Simone e Zeta

    farmi un’idea di che cosa?

    io la differenza tra molecola e organismo la conosco, e non mi sembra di poco conto…

    PS: giulo, senza la seconda “i”

  14. Pingback: Biodinamica, Storie, Marketing, Poesia. No!: prima il vino, e bono perdio! « vino biodinamico

  15. Ah Simo’, proviamo a capirci:
    cerca su qualsiasi dizionario (magari on line, che sei bravo coi link) il significato delle parole “organismo” (anche micro) e “artificiale”, combinale tra loro e poi dimmi, tu che sei del settore, quando mai si usa qualcosa del genere in viticoltura ed enologia (testi di fantascienza esclusi, please).

    g.

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