No che non sono tutti come Giacomino Suckling, i wine writers americani, e non tutti, come fa imperterrito lui sul suo blog ospitato sul sito di Wine Spectator, quando proponendo le sue “wine predictions for 2010”, arriva a scrivere papale papale, dimostrando di non aver capito un tubo, o di atteggiarsi a finto tonto o peggio, che nel 2010, “Tuscany will be embroiled in another wine witch hunt with the magistrate of Siena along the lines of a similar debacle in Montalcino over the past two years”, ovvero che “la Toscana rimarrà invischiata in un’altra caccia alle streghe condotta dai magistrati di Siena sulla falsariga di quella condotta con insuccesso a Montalcino negli ultimi due anni”!
Per fortuna per un Suckling che prima di Natale si cimentava con successo nell’esercizio caro a larghissima parte della critica italiana e internazionale, ovvero reggere la coda a Gaja e celebrarlo come fa un funzionario di corte nei confronti del sovrano, emergono sempre più, su quegli organi di vera e propria contro-informazione che sono siti Internet e blog, voci indipendenti che il vino, anche il vino italiano, dimostrano di saperlo giudicare senza riflessi pavloviani e condizionamenti, con grande onestà intellettuale e gusto.
Così, oltre a già molte volte da me citati Jeremy Parzen, con il suo blog Do Bianchi, o Alfonso Acevola con On the wine trail in Italy, l’American wine scene della critica mostra sempre più di smarcarsi dai consueti stilemi che hanno avuto in Wine Spectator e nel Wine Advocate le gazzette ufficiali, e che hanno avuto come momento di celebrazione massimo il premio come “miglior vino del mondo” nella classifica dei Top 100 di Wine Spectator del 2006 dato al Brunello di Montalcino Tenuta Nuova 2001 di Casanova di Neri.
Oggi su un sito sempre più importante come Snooth, il mio amico Gregory Dal Piaz non ha alcun problema a proporre in una sua autoironica, lieve e spiritosa classifica dei suoi migliori vini del 2009 il Barolo Vigna Santa Caterina 2004 di Guido Porro, prezzo sullo scaffale 31,99 &, quale “one of the year’s best buys”, inserendo poi nella sezione Nebbiolo vini come Bruno Giacosa Barbaresco Santo Stefano 2004, Poderi Oddero Barolo Bussia Soprana Vigna Mondoca 2004, Comm. G.B. Burlotto Barolo Cannubi 2004 e Barbaresco Santo Stefano Castello di Neive 2004.
Ultimo esempio di questo atteggiamento libero e open minded, sul sempre più interessante Palate press, the online wine magazine, due tasting notes opera di Evan Dawson pubblicati uno via l’altro.
Dapprima, leggetela qui, una prova assaggio di un Barolo di Cavallotto, la riserva Bricco Boschis Vigna San Giuseppe del 2000, di cui senza peraltro entusiasmarsi scrive “Not as elegant as I had expected, but perhaps understandable given the vintage. Very perfumy, with stewed fruits and tar leading from nose to palate. A twinge of crowbar would keep the blind taster in Piedmont, as would the tannins, which are still choppy and aggressive. Needs time 75 $”, dicendo cioé che il vino é meno elegante rispetto alle aspettative, data la vendemmia (ma come, non giudica come Suckling il 2000 “the vintage of the century”?), ma riconoscendo, grazie ai tannini, alle note di “catrame” o goudron, il tipico carattere piemontese. Poi, solo il giorno dopo, passando dal Barolo al Barbaresco, un Barbaresco pari annata, ancora 2000, il Rabajà di Bruno Rocca, costo 150 dollari contro i 75 del Barolo di Cavallotto, vino super coccolato dalle varie guide e dalla stampa enologicamente corretta, lo stesso Dawson osserva: “Hedonistic but hardly recognizable as Nebbiolo. The nose evokes some of the hot vintages in the southern Rhone, with fig cake and jam. Dense, with rich and chocolate-covered fruit. The finish is halted by a wall of drying tannins that clearly need to settle in. Needs time, and it needs a consumer who doesn’t care too much for a wine’s sense of place. Just please me, baby!”.
In altre parole riconoscendo il carattere “edonistico, ma difficilmente individuabile come Barolo, con note al naso che evocano gli aromi tipici delle annate calde del “southern Rhone”, e con un “finale bloccato da un muro di tannini asciutti”.
Un vino, così scrive, che “ha bisogno di un consumatore che non ricerchi il senso dell’origine del vino”, che lo beva senza porsi il problema se abbia un aroma nebbioloso ed un gout de terroir che fa inconfondibilmente pensare alle Langhe come genius loci di questo vino.
E bravo Dawson, e no che non tutti i wine writer americani, quando scrivono di vini italiani, ragionano (parola un po’ impegnativa…) come Giacomino Suckling! Deo gratias…
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0 pensieri su “American wine writers: per fortuna non sono tutti come Suckling!”
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Alcuni suggerimenti sulla traduzione:
1) la “debacle” di Suckling non credo sia riferita ai magistrati, quanto alla Toscana, che gli interessa assai di più: tradurrei quindi “sulla falsariga del disastro di Montalcino degli ultimi due anni”;
2) la schedina su Cavallotto contiene un termine bizzarro, “crowbar”, che qui direi vale “attrezzo metallico”. Quindi a “ai tannini, alle note di “catrame” o goudron” aggiungerei “e alla mineralità ferrosa”
3) “southern Rhone”= Rodano meridionale (Châteauneuf-du-Pape ecc.)
4) “drying tannins” va tradotto più precisamente “tannini asciuganti”
Saluti, gp
Pingback: Suckling and Soldera on the Tuscan wine scandals « Do Bianchi
we try harder… http://bit.ly/starsky_and_hutch
http://bit.ly/93g6My
Caro Signor’ Ziliani:
Prima di Suckling (e Parker) c’era Victor Hazan (American “wine writer”) che non era convinto dai vini Gaja:
“…Gaja’s wine does not seem to give me what one looks for in Barbaresco. It attempts to outmuscle Barolo, but fails to achieve the gracefulness that makes Barbaresco’s natural endowment of flavor and body stylish rather than pushy…” ["Italian Wine" 1982]
C’era pure (prima di Suckling e Parker) un’ certo Luigi Veronelli (Italian “wine writer) che invece dava il 30 e lode ai vini di Gaja [vedi “Catalogo Bolaffi”, “Vini di Veronelli”, eccetera…)
Tutto il mondo e’ paese!
Sono un grande “fan” di “Vino al Vino” e cordiali saluti da Chicago!