Barbaresco Santo Stefano 2000 Bruno Giacosa: o dell’Epifania dell’eleganza

Il mondo (del vino e non solo) è bello perché è vario.
Così, anche se consapevole di passare per uno “enosnob” che non sa capire la bellezza delle “note di legno nobile e appena dolce” e che non riesce ancora ad essere stregato dal “profumo del tappo” (preferendo ancora concentrarmi sui profumi del vino) sono ben felice che non mi passi per l’anticamera del cervello la strana idea che spendere 100 euro per uno pseudo Barbaresco equivalga a spenderli “benino”.
E sono pertanto ben lieto di aver stappato il giorno dell’Epifania un più “elementare” e meno appariscente, meno caro alla gente che dice di sapere di vino e magari, come dicono in Toscana, di vino “’un capisce una s…a”, Barbaresco Santo Stefano 2000 di Bruno Giacosa.
D’accordo, l’etichetta, come si vede, è “solo” quella bianca e non quella rossa che contrassegna le riserve, e l’annata è quel 2000 che anche se in grado di offrire risultati grandiosi, in casa dello “orso Bruno” di Neive, continuo a reputare inferiore al 1999 e allo splendente 2001. Però, accidentaccio, si tratta di un cru, pardon di una Menzione Geografica Aggiuntiva come il Santo Stefano (compresa nel vigneto Albesani), onusta di gloria e di una continuità qualitativa a prova di discussione, non di uno Starderi qualsiasi, e quindi di un vino, che Bruno Giacosa produce da anni, da uve provenienti non da un vigneto di proprietà, ma dai sette ettari scarsi a Nebbiolo del vigneto Santo Stefano, proprietà dei fratelli Stupino del Castello di Neive, che a loro volta producono due eccellenti versioni, normale e riserva, di questo Barbaresco, e che sono proprietari del vigneto dai primi anni Sessanta, di primario valore.
Un vino di cui ho ricordi fantastici di vecchie annate, ricordo il 1988 ad esempio, che degustate anche un paio di anni orsono erano straordinarie. E così ieri, nell’ennesima occasione conviviale con i cognati presenti al gran completo, ed in gran forma, ho pensato, dopo esserci fatti la bocca con un Franciacorta Brut Blanc de Blancs magnum 2004 di Cavalleri (talmente buono, calibrato, perfetto sugli antipasti e le torte di verdure da andare via come acqua e da non farci rimpiangere affatto di non aver stappato in alternativa dello Champagne), e aver proseguito, in crescendo, con un altro magnum, questa volta di Barbera d’Alba Bricco Boschis Vigna del Cuculo 2001 di Cavallotto (una meraviglia che vi descriverò presto), e un altro magnum ancora, un San Leonardo 2000, ho pensato che giunto il momento delle enoiche raffinatezze, di quel bicchiere da centellinare, magari gustando un po’ di fontina valdostana riserva speciale Gianni Bortolotti (dal nome di un mio carissimo amico, il mio personale “pusher” di fontina nella Vallée), prima del panettone e alla frutta secca (abbinati all’Asti La Selvatica di Romano Dogliotti e del Salice Salentino Aleatico di Sandro Candido), fosse giusto sturare una bottiglia del Barbaresco Santo Stefano 2000 di Bruno Giacosa.
Vino, come ho detto, da uve proveniente dall’omonimo vigneto di 40 anni, esposizione sud ovest, terreno marnoso calcareo, compreso nella sottozona Albesani. E’ stata, questa bottiglia, davvero l’Epifania (per forza, stappata il 6 gennaio cosa diavolo poteva essere?) dell’eleganza, dell’essenzialità, della finezza e della complessità aromatica, di un colore, rubino granato squillante, vivacissimo, pieno di riflessi e di energia, che più nebbioloso non poteva essere, di una finezza di profumi fatta di sfumature, mezzetinte, mezzitono di rosa passita, melograno, ribes, lampone, accenni di rosmarino e di agrumi, un vago richiamo di liquirizia e di grafite, di terra bagnata.
E poi la petrosità, la mineralità, il nerbo fatti vino, anzi Barbaresco, con un tannino ben sottolineato, vivo, presente, centrale, ma non aggressivo e senza alcuna nota amara o astringente, sapidità e ricchezza di sapore, acidità nervosa a dare corrente elettrica, vitalità, profondità e verticalità al vino, la freschezza, l’equilibrio, la piacevolezza, la dolcezza naturale, calibrata, senza eccessi del vino che ti avvolge il palato in un caldo abbraccio e che non ti stancheresti mai di bere, tanto è armonico, equilibrato in ogni suo aspetto e naturale relazionarti con lui, in un rapporto alla pari, che è dialogo, degno solo dei grandi vini.
Peccato che gli mancassero le “note di legno nobile e appena dolce” che i dilettanti allo sbaraglio magnificano come pregi in vini fatti a loro immagine e somiglianza, altrimenti questo Barbaresco Santo Stefano 2000 sarebbe stato (ma per noi “enosnob” lo è stato) praticamente perfetto…

0 pensieri su “Barbaresco Santo Stefano 2000 Bruno Giacosa: o dell’Epifania dell’eleganza

  1. Caro Ziliani, condivido “toto corde” il suo amore per il Neb(b)iolo che nelle sue espressioni più pure non finisce di emozionarmi e leggo sempre con grande piacere le sue impressioni su Barolo e Barbaresco degustati, prendendo spunti per qualche puntata langarola. Nel caso specifico, però, non posso trattenermi dal domandare cosa ne pensa del San Leonardo; ne ho spesso sentito parlare e letto lusinghiere recensioni sulle Guide (…), ma per innata antipatia nei riguardi di quella tipologia di vini non mi sono mai azzardato ad acquistarne una bottiglia (visto anche il prezzo…). Non vorrei però crearle imbarazzi se si trattava magari del contributo di qualcuno dei suoi fortunati cognati…ed in caso di “no comment” capirò…

    • no Angelo, il pintone di San Leonardo l’ho portato io. Lo considero uno dei vini più eleganti prodotti in Italia nella particolare tipologia “bordolese”, gran bel vino, piacevole, equilibrato, godibile, con un marcato profumo di peperone, ma messo in mezzo tra la Barbera ed il Barbaresco diciamo che non ha spiccato e che non é stata la bottiglia che abbiamo finito prima…

  2. Ti dirò di più, 100 eurini spesi nel 2002. In piena crisi da cambio Euro-Lira; quindi sono sempre tra i più audaci;-)

  3. Caro Franco,
    rimango sempre più strabiliato (positivamente) dalle sue note di degustazione riguardo i vari barbaresco che ha la fortuna di assaggiare, mi chiedevo… se uno sprovveduto come me che passa gran parte della sua esistenza in corea del sud causa lavoro ne volesse acquistare qualche bottiglia online dove potrebbe farlo?

    P.S. Per questioni di latitudine favorevole aihmè il vino viene prodotto anche nella terra amena sopracitata… se volete un giorno scrivo una nota di degustazione su uno “chateau” coreano… così ci mettiamo a piangere insieme… ahahahahhahaa….

    SALUTI

  4. Splendido vino, davvero splendido, bevuto qulche mese fa, l’unico errore che ho commesso, subito dopo stappare un etichetta rossa 2001 dello stesso produttore.

  5. Caro Ziliani, la lettura mi ha fatto venire in mente che in cantina ci sono ancora 3 bute risalenti al 1971. Dato che Lei parla di vigneto di 40 anni, Le chiedo se allora le uve provenissero da vigneti differenti. Oppure, senza fare i precisini, le vigne hanno qualche anno in più ?

  6. Il primo Barbaresco “Santo Stefano Neive” di Bruno Giacosa fu prodotto dalla grandissima vendemmia 1964 (non solo come “Riserva” ma come “Riserva Speciale”). La produzione era minuscola (1.240 bottliglie da L. 0.72).

  7. come non essere d’accordo con quello che personalmente e modestamente considero forse il meglio manico per il Barbaresco?
    una cosa a me sembra ovvia, aldilà delle giuste differenze tra un’annata e l’altra, mai ho bevuto cose “banali” di Giacosa.

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