Barolo e Barbaresco: il profumo dei soldi guida l’evoluzione del gusto

Grazie alla disponibilità del suo autore, Francarlo Negro, oste grande conoscitore di vini e della storia della Langa enoica, attivo presso la sua Cantina del Rondò a Neive, sono in grado di proporre ai lettori di questo blog questa sua prima news letter del 2010 da lui inviata ad amici e appassionati.
Il tema, sintetizzato in un titolo fulminante che ho ripreso, Barolo e Barbaresco: il profumo dei soldi guida l’evoluzione del gusto, è di quelli che i lettori di Vino al Vino apprezzano particolarmente, ovvero l’evoluzione dello stile del Barolo e del Barbaresco decisa, da molti, ma non da tutti per fortuna (perché negli anni difficili c’è chi seppe tenere duro e tenere salda la rotta, senza esitazioni), non tanto per motivi di estetica del vino, ma, diciamolo francamente, perché attirati dalle lusinghe del business e dall’idea di un mercato concepito come un feticcio, da compiacere e a cui inchinarsi.
Complimenti a Negro per la lucidità della sua analisi, che condivido in toto, e buona lettura!

“Questa prima news dell’anno è un po’ troppo lunga, ma tocca un argomento di grande interesse per i buongustai. Ho provato, recuperando i contenuti di tante discussione ed un incontro esclusivo avvenuto 43 anni fa, a descrivere l’identità del nostro Barolo e del Barbaresco.
Poi ho confrontato questa traccia di percezioni e di ragionamenti con il vino che molti fanno adesso. Sarei tanto grato a chi volesse correggere errori e coprire lacune. Grazie Francarlo Negro

Barolo e barbaresco: il profumo dei soldi guida l’evoluzione del gusto

1967: Bruno Giacosa incontra Bartolo Mascarello.
Alla fine di luglio del 1967, con le colline inondate da una nebbiolina di caldo afoso, mio padre,  amico di Bartolo Mascarello di Barolo, organizzò una visita con Bruno Giacosa di Neive. Avevo 17 anni ed ero emozionato: desideravo non perdere nemmeno una parola dei colloqui ai quali avrei assistito.
Allora non c’era la domanda del mercato internazionale, il vino pregiato si vendeva con difficoltà, dedicato alle occasioni speciali. E la sofisticazione imperversava: grandi aziende come Marchesi di Barolo inondavano il mercato senza controlli e contadini disonesti tagliavano i nostri vini con mosti concentrati che provenivano dal sud. Manduria, in Puglia era la fonte principale di rifornimento.
Era conosciuto il caso di un operaio della Fiat originario di Neive che, rifornendosi di questa pocciacchera da una grossa cantina locale, riempiva ogni primavera le sue botti per vendere il suo “vino genuino” ai compagni di fabbrica.
Giacosa e Mascarello, con pochi altri, tenevano alta la bandiera della autenticità e tipicità, aggettivi che identificavano con sicurezza la purezza e l’identità dei due grandi vini di Langa, frutto della cultura enologica piemontese.
La cantina di Bartolo era fresca per noi che venivamo dalla calura accumulata nel trasferimento da Neive a Barolo, 12 km di asfalto ad oltre 35 gradi nella 600 con i finestrini abbassati. Le botti erano panciute e alte, di rovere di Slavonia, alcune potevano contenere 50 brinte (2.500 litri), altre 100 brinte; in tutto poco più di 15 mila litri di Barolo di annate diverse e di vigne diverse, tutte sulle colline del comune di Barolo.
Bartolo saliva sulla scala appoggiata alle botti, tirava da sopra un po’ di vino e ci porgeva i bicchieri. Il rito iniziava.
Bruno Giacosa si rivolgeva a Bartolo Mascarello col “Voi”, segno di un rispetto antico per l’autorevolezza dell’interlocutore, nonostante che Bartolo gli dicesse, ripetutamente: dammi del “tu”. Aleggiava un grande rispetto fra gli uomini e per il vino, in silenzio sorbivamo delicatamente il vino, piccoli sorsi ossigenati in bocca.
Ricordo che il Barolo del 1964 sprigionava già tutta la sua magnificenza, fine e regale. Delicatezza ed eleganza si incontravano. Il naso coglieva tenui sentori di viola e di fiori bianchi di primavera e la bocca percepiva la sensazione asprigna dei piccoli germogli della vite durante la sua fioritura.. Non si sentiva il legno, non si doveva sentire; la botte doveva svolgere un unico ruolo: accompagnare la lenta maturazione del Nebbiolo, nato allappante e scostante in Barolo, austero ed elegante.
Nel bicchiere il vino limpido non era rosso scuro, piuttosto rosso chiaro dai riflessi granati con bordi rosa aranciati. In bocca il fiore leggero lasciava il posto alla freschezza tannica  che racchiudeva la finezza del vino, una sensazione austera ma invitante, che pulisce la bocca e ti dispone ad un altro sorso.
Anche il Barbaresco del 1961, che Bruno Giocosa portò per l’assaggio era più maturo, ma presentava, con tonalità un po’ diverse, caratteristiche simili al Barolo; sentore di leggero fiore di prato, più rotondo nel gusto, sicuramente più vellutato e di facile beva.
Bruno e Bartolo disquisirono sul ruolo fondamentale della terra, dei “surì”, delle vigne e del modo di coltivarla: senza sfruttarla, senza esagerare nel richiederle troppo. La qualità che ne derivava dipendeva dalla vendemmia. In quegli anni si coglievano differenze evidenti fra una annata e un’altra. Non a caso l’unico declassamento a vino rosso da tavola, in oltre 40 anni dall’istituzione della denominazione d’origine  del Barolo e del Barbaresco, avvenne nel 1972, dove le troppe piogge e le nebbie permanenti fecero marcire l’uva.
Anche la vendemmia di trent’anni dopo, quella del 2002 avrebbe meritato la stessa sorte, ma la tecnologia e gli interessi dei grandi esportatori ebbero la meglio. Vennero  immesse nei canali del mercato estero milioni di bottiglie di bassa qualità che però potevano fregiarsi del nome Barbaresco o Barolo DOCG.
La subalternità al gusto “internazionale” offusca l’identità del nostro vino L’avvento della domanda internazionale, iniziata nei primi anni Ottanta, offre una opportunità storica ai grandi vini di Langa: essere conosciuti sulle tavole del mondo occidentale, dall’Europa all’America al Giappone.
Questa domanda è guidata dai compratori americani che richiedono che Barolo e Barbaresco cambino per adeguarsi al gusto e allo stile del mercato di quel grande paese, possente e ignorante.
Le cantine della maggior parte dei viticoltori si adeguano, le vendite aumentano, i guadagni salgono. La cultura enologica storica del territorio viene, nella maggioranza dei casi, snobbata per avviare nuove tecniche di coltivazione, vinificazione ed affinamento, più rispondenti alla domanda estera che si avvale di una potente rete di informazione dove commercio e produzione si intrecciano.
Il punteggio ottenuto sulle riviste di settore USA determina il successo o la caduta delle vendite. Si crea un sistema articolato di relazioni fra grandi commercianti internazionali, giornalisti consenzienti, enologi disponibili. Nasce una nuova tipologia di vino che, ad eccezione di poche cantine, cambia l’identità dei grandi vini di Langa.
Barolo e Barbaresco vanigliati e fruttati.

I cambiamenti del vino “ideale” per l’esportazione sono sostanziali. Il colore deve essere più scuro, sanguigno, sinonimo di potenza, sulla falsa riga del cabernet-sauvignon, vitigno di riferimento del mercato internazionale. Nel profumo si ricerca la vaniglia e si apprezzano persino richiami speziati estranei, frutto della stagionatura nelle piccole botti tostate, le barriques francesi, rigorosamente nuove che conferiscono propri aromi e tannini e vanno a snaturare quelli tipici dei nostri vini all’origine.
Il gusto deve essere contrassegnato dal “fruttato”, sentori di frutta rossa matura, dal sapore intenso, avvolgente e coprente.  Se la vendemmia non è delle migliori e la gradazione naturale è di soli 13 gradi si ricorre al salasso (quando inizia la fermentazione e le bucce formano il cappello, si tira una certa quantità di mosto dalla parte inferiore della botte, per ottenere più colore e intensità di gusto).
La tecnologia fornisce dei concentratori a bassa temperatura che evitano il sentore di frutta cotta, riducono la componente acquosa, aumentano la percentuale zuccherina. Le tecniche di fermentazione e vinificazione subiscono profonde trasformazioni  sotto l’egida degli enologi  innovativi.
E’ risaputo che la consulenza di un certo enologo legato alla nuova rete informativa-commerciale internazionale è il presupposto per un buon punteggio nelle guide dei vini con conseguente maggiore facilità di vendita a prezzo alto.
Il risultato finale è un vino atipico, che fa l’occhiolino ai vitigni considerati internazionali perché preferiti dagli americani e da chi non conosce la cultura del vino. L’unicità del monovitigno, il nebbiolo, perde la sua netta personalità.
Alle spalle di questi cambiamenti c’è un intreccio di interessi commerciali sostenuti da enologi asserviti e da un’informazione interessata: per molti anni la Guida del Vino del Gambero rosso e Slow food penalizzò tutti i produttori tradizionali negando loro il riconoscimento dei tre bicchieri: fra questi Bruno Giacosa e Bartolo Mascarello. I loro vini venivano considerati “agresti”.
Ps:
Gli organismi competenti della Regione hanno concesso in questi ultimi anni di impiantare nuove vigne su terreni che non sono mai stati vocati, spesso non coltivati, lasciati a bosco per l’esposizione a nord e le caratteristiche del terreno.
Terre dove i nostri vecchi, non avrebbero messo neppure i noccioli: nel 2008 la produzione del Barolo e del Barbaresco è così aumentata del 50%. Più quantità a scapito della qualità”.
Francarlo Negro Cantina del Rondò Neive

0 pensieri su “Barolo e Barbaresco: il profumo dei soldi guida l’evoluzione del gusto

  1. Sono le cose che stiamo dicendo qui da anni, però noi le capiamo, la maggioranza no, purtroppo. E ritornando alla prima parte, io quei baroli ’64 che si bevevano solo ai matrimoni li conosco benissimo perchè sono del ’64. Secondo me l’errore è stato nel non capire che prima di perdere il terroir bisognava farli conoscere, fuori dal Piemonte, quei vini e non snaturarli prima per farli conoscere meglio dopo. Purtroppo la testa dei “contadini” era quella…Adesso però c’è un’altra generazione, vedremo se ne sarà capace.

  2. Bellissima lettera,condivido l’ opinione che le guide sono strumenti che hanno contribuito moltissimo a cambiare il gusto di vini storici come questi e a truffare i consumatori
    italiani

    saluti

  3. Come dimenticare il grandissimo Renato Ratti e le sue vignette pubblicate come “Le mie divagazioni” dove prendeva in giro i sofisticatori, critici e legislatori. Bellissima una sua vignetta sul Barbera tagliato con altre uve e quella che mostra l’elenco delle annate del Barolo durante la guerra con il 1947 definito annata eccezionale perché era tornato disponibile lo zucchero! 🙂

    http://traspi.net/notizia.asp?idnotizia=6189

  4. Buongiorno.
    Gentile signor Negro, buongiorno.
    Che dire? Le invidio (sentimento che deo gratias non mi appartiene) davvero con tutto il cuore l’incontro tra Mascarello e Giacosa.
    Come ammette lei stesso anche allora c’erano persone di ogni tipo (anzi forse le mele “poco buone” erano di più): oggi come allora (e come sempre sarà) basta sapere distinguere tra delinquenti che fanno i delinquenti, delinquenti che fanno le persone perbene, persone perbene che fanno i delinquenti e, ultime ma non meno importanti, persone perbene che fanno davvero le persone per bene.
    Dimenticavo volutamente i peggiori: gli incolti e gli ignoranti. Loro, poveretti, semplicemente non hanno idea di quello che fanno.
    Buona giornata.

    • io ricordo un magnifico incontro-discussione, a casa di Bartolo Mascarello, cui erano presenti, oltre a Bartolo, Mauro Mascarello, Teobaldo Cappellano, Aldo e Giovanni Conterno. Doveva essere con noi, parlo di me e Andreas Marz, che avevamo organizzato la discussione, intitolata “per l’amore del Barolo”, anche Bruno Giacosa, ma diede forfait all’ultimo momento, per un’indisposizione. Se riesco a recuperare le foto, le pubblicherò con grande piacere

  5. Buongiorno,
    condivido in pieno il senso dell’articolo, tali cambiamenti stanno snaturando anche i vini del nord-est.
    Ci vuole più onestà.
    Credo sia un grande errore annullare le peculiarità dei nostri vini per rincorrere mode commerciali.
    Buon lavoro a tutti

  6. Gentile signor Zaccariotto, fare tipologie di vino “alla moda” non ha a che fare con l’onestà.
    Si può essere benissimo onesti e produrre vini “alla moda”. E’ una scelta commerciale. Esattamente come affiancare a prodotti “di tradizione” immutati e immutabili (che rappresentano l’anima dell’azienda) prodotti diciamo “più modaioli” i quali comunque potranno dare/ricevere ai/dai primi un traino penetrativo ulteriore.

  7. Pingback: Bruno Giacosa and Bartolo Mascarello meet for the first time « Do Bianchi

  8. Mentre MIster Eataly, facendosi beffe dei tanti piccoli langaroli, vende all’estrero milioni di bottiglie di Barolo Bella Rosin a 4.30 noi siamo qui a sognare….

  9. Bel testo. Io sinceramente all’età di trent’anni ho deciso di fare vini da territorio rispettando il territorio. Per ora non sto guadagnando soldi ma, non li guadagnavo neanche prima. L’unica cosa che qualche volta mi preoccupa e quella di riuscire a mantenere dignitosamente la mia famiglia perché, se in futuro, non riuscissi più a vendere dignitosamente i miei vini in bottiglia e, fossi costretto a “svenderli” al prezzo d’ingrosso quindi 0,27 €/ettogrado, allora dovrei chiudere. Speriamo che questo mondo cambi e sia un po’ pagante per i virtuosi.

  10. Signor Menti buongiorno.
    Perdoni la mia iconoclastia (e non polemica) ma la frase: “Io sinceramente all’età di trent’anni ho deciso di fare vini da territorio rispettando il territorio” che significa?

  11. Pingback: The smell of money guides the evolution of taste, part 2 « Do Bianchi

  12. Personalmente preferisco i baroli old style, non solo per il gusto, ma perchè tendenzialmente mi stanno più simpatici quelli che producono questo tipo di vini e non se la tirano più di tanto.A me piace portare una mortadella o i tortellini in “regalo”, sentire il barolo e fare due chiacchere con questa gente. Che per inciso non darà modo alle frane di muoversi per aver piantato nebbiolo nei posti più assurdi.
    L’ultima visita da Maria Teresa Mascarello, che mi mostrava non “quello che c’era” in cantina ma “quello che non c’era” mi ha veramente divertito. Indubbiamente capisco che sia più agevole “tenere la rotta” per chi ha un nome consolidato, non troppe bottiglie e la fila dei compratori fuori dalla porta, e che per molti altri produttori o clienti questa situazione sia “snobismo” o “essere retrogrado”.
    Quanto alle guide e alle mode, io credo che dopo qualche anno che si beve vino seguendo le guide sia facile rendersi conto che sono un ottimo database per nomi ed indirizzi e poco più. Troppe seghe mentali e troppi “vati” che sparano terminologie assurde per definire un prodotto che, in fondo, ma anche in principio è terra vite sole pioggia e fatica. Il piccolo chimico lasciamolo stare.

  13. Per Ag. Fare vini di territorio significa lasciare che i vitigni si esprimino liberamente, ovvero senza modificare le fermentazioni, gli affinamenti e senza aggiungere tannini, mannoproteine, lieviti selezionati e altri coadiuvanti enologici che ne modifichino l’espressione. Indipendentemente che un viticultore decida di vinificare con vinacce o meno, affinare in legno o meno. Rispettare il territorio significa non inquinarlo e utilizzare corrette pratiche agricole che derivano dalla storia. Il rispetto del territorio aiuta le piante ad esprimersi meglio. Penso che anche i vini di Mascarello, Giacosa, Cortese, Monteforche e altri siano frutto di questo rispetto.

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